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lavoro pubblicato lunedì 8 maggio 2017
ultima lettura mercoledì 26 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Novella di Nicodemo Talenti, universitario privo di virtù

di Menic. Letto 349 volte. Dallo scaffale Umoristici

[3] Comunque. Non ero più capace di articolare manco un piccolo racconto per quanto ci riuscissi. Spiego questo punto sennò non ci si s...

[3] Comunque. Non ero più capace di articolare manco un piccolo racconto per quanto ci riuscissi. Spiego questo punto sennò non ci si salva proprio. Fin da quando avevo diciassette anni ho sempre scritto. E quando intendo “scrivere” intendo che prendevo o un quaderno, o un foglio, o una pagina di diario, e cominciavo. Partivo. Scrivere è come viaggiare: non sai dove vai, anche se sai dove vuoi andare; non sai cosa troverai, anche se conosci i luoghi e le zone che vorresti conoscere; non sai perché già di per sé vuoi andare, anche se ripeti di continuo “Voglio andare lì, voglio andare là perché voglio visitare”. Ma l’erba voglio non cresce né nel giardino del re né nel tuo giardino di periferia; al massimo un po’ di erba gatta per i randagi e qualche erba parassitaria buona per qualche purga fai-da-te. Iniziavo a scrivere un racconto: c’era un personaggio; c’era la sua personalità; c’erano i suoi legami con gli altri; si creava una teoria della mente su di lui e sugli altri. La trama e l’ambientazione venivano da sé. Con questo stratagemma i racconti non potevano non venire come aveva dapprima sentenziato Maria. L’ultimo non era nemmeno tanto malvagio. In pratica era la storia di questo ragazzo chianino (proveniente dalla Val di Chiana, per intenderci), che assisteva alle prime elezioni democratiche nel suo paesino sperduto nella vallata. Coi suoi occhi pieni di polvere per via della tormenta di polvere e detriti che aveva colpito il suo paesino, Pojano, guardava passare vecchie FIAT Topolino con sopra altoparlanti di marca italiana post-fascista, urlare di continuo “Contro la Guerra! Contro i Rossi! Contro il Diavolo! Vota DC! Vota Miccì!”. Ecco, invece di fare la sintesi ora scrivo tutta la storia, per filo e per segno. Non saprei nemmeno se continuare o meno. Fatto sta che l’ispirazione me l’aveva data mio zio. Preciso ulteriormente di quale zio si tratti. Questi non è il fratello di mio padre o di mia madre, come sarebbe plausibile. È il fratello di mio nonno, più precisamente è il secondogenito dei cinque fratelli Talenti. Nato nel 1935, a Pojano, quando avvennero le prime elezioni pubbliche della repubblica aveva all’incirca 12 anni, forse 11. Lui me lo raccontò un giorno. Era novembre, ed ero andato a salutarlo dopo l’incidente col tagliaerba. Stava pulendo il suo piccolo giardino quando gli si inceppò la macchinetta. Lui allora si fermò, lo spense e controllo le lame sotto, pensando ad un problema elettrico. Indovinate un po’ cosa accadde…

“Accadde che ripartì, e mi aprì la mano e parte della gamba…perché avevo in mano la cosa…sì, il coperchio, come si chiama, quello che c’è sotto, per evitare che schizzi tutto in aria…lo avevo tra le mani, e andai a ficcanasare dentro, ora poggiandolo da una parte e toccando con la sinistra le lame, per capirci meglio. O non ripartì? Di netto la lama mi fece un taglio, accidenta a quella merda di macchinetta. Mi aprì la mano…”, e mi fece vedere il taglio, scoprendolo dalla fasciatura, “…e dal dolore la feci cadere sotto. O non partì una lama? E zac, anche la destra, la gamba destra. Quasi mi aprì il muscolo. Incazzato come una bestia gli diedi un calcio e fine. Disintegrata…ah, sì, poi chiamai la zia e mi feci portare al pronto soccorso…sette punti la mano e tredici la gamba. Gli stronzoli dei medici mi dissero che ero un rincobronco. Non avevo voglia di impazzire…poi m’avevano pure sedato per la cucitura…comunque, in tutto questo, ancora sono vivo ma che stai facendo?”

“Eh?”, dissi stupito, come scoperto.

“Ma ti stavo parlando e tu frughi tra le foto. Che cerchi?”, saltò dalla sedia sull’unica gamba buona, e si avvicinò alla credenza-santuario, che raccoglieva foto di famiglia e di parenti e di santini di ogni pellegrinaggio (Medjugorje, Santiago de Compostela, Fatima, Lourdes…). Io tra tutte andai a vedere una in bianco e nero: c’era lui, da piccolo, con accanto quello che doveva essere il bisnonno Remigio. Guardò anche lui la foto.

“Il mio babbo. Lui era un grande comunista. La foto, Nì, era del 1947. Prese la tessera in quell’anno, solo per schiaffarla ad un suo vicino di casa, un democristiano che lui sapeva, sapeva di essere fascista, o collaborazionista.”

“Collaborazionista? Ma non li…”

“Magari! Quegli stronzi li dovevan fucilare tutti. Ma servivano. Le merde servono sempre a questo mondo, ricordati. Almeno per concimare, sì, e infatti andava bene lui come concime, e non come assessore.”

“Assessore?”

“Piantala di questionare…fammi raccontare per filo e per segno”.

[4] Alla fine il racconto l’ho scritto. “Il boia democristiano di prima era un certo Alberto. Il cognome non me lo ricordo. Me lo disse il babbo, una sera: Lui è un boia, ha ucciso. Chi? I partigiani, tra cui un suo cugino di terzo grado. Quel merda ha ucciso uno del suo sangue, solo per quei merda a loro volta dei fascisti. Eh! Non prese mai il fucile, non sparò mai. Diceva solo dove si trovavano Tizio e Caio. Perché la gente non sapeva che lui era fascio. Il mio babbo lo sapeva. L’aveva beccato, eh, tra i boschi. Era a fare raccolta di funghi nel bosco di Pojano, e beccò lui con uno della brigata fascista. Psss psss facevano, ed erano soli in tutto il bosco. Vide delle carte, forse mappe. E poi scomparvero, senza notare la sua presenza tra i cespi. Quando tornò a casa, con i porcini nel cesto di vimini, la mamma gli disse: han beccato i partigiani. Come? Sì, volevano fare un assalto in collina. Li hanno ammazzati tutti. Chi te l’ha raccontato? La Ferina, andando a prendere la razione di pane; c’era qualcosa nell’aria, e la gente lo sapeva. Chi l’ha detto ai fasci? Nessuno. Guai a dirlo ai fasci. Nessuno aveva fiatato. Nessuno? C’era qualcuno nel bosco, con uno della brigata. E chi era? Ah, sì, ora mi viene il cognome, Miccì. Il Miccì. Cosa? Sei fuori? Il Miccì? Il panettiere? Ma era al forno! Non dopo. Che fai, posa il coltello. O Remigio! Sì, il mio babbo s’era inbestialito, lo voleva far fuori il Miccì. Ma la mamma non volle. Se ti beccano t’ammazzano. Non voglio doverti portare i fiori prima del tempo! Io lo ammazzo il figlio di puttana! No! T’ammazzano a te che uccidi un collaborazionista. Non farlo! Se finisce la guerra denuncialo dopo, non ora. Non ammazzarlo o finisci come oggi i partigiani, sventrati nei boschi come delle anatre. Non lo voglio il marito partigiano e martire. Non lo voglio se devo poi essere vedova con figli orfani, cazzo! Non lo fare o mi ucciderai, a me e ai tuoi figli, Remigio. Distruggi la tua famiglia! Non doveva ascoltarla. Lui lo fece per lei e i due figli in sua attesa. Ma dopo la guerra non poté denunciarlo. Quello della brigata era stato graziato, e anche lui. Miccì. E poi me lo ritrovo a dodici anni alla propaganda elettorale. Andavo per le vie di Pojano, e mi trovavo a pigliare il rosmarino per i campi pubblici, per l’arrosto, e sentivo questa roba. Babbo, poi gli dissi, vogliono far eleggere il Miccì. Come se al suo orecchio non li balzò già la storia. Com’era incazzato. E fosse solo quello. Finita la guerra s’era iscritto al PCI, diventando una delle tante, per fortuna, pecore rosse del paese; prima cosa che fece: denunciò il Miccì. E che fecero quelli del partito? Non lo fare, no, sennò i democristiani ci distruggono. Sennò lui ci distrugge, cacchio. Ma come? È un fascio. Sì, ma potente. E tu non hai le prove per denunciarlo. Dovevi far foto all’epoca, così si aveva una possibilità. Una. Perché a far archiviare il tutto come denuncia politica mica costa tanto, no? Lascia stare. E spera che non lo eleggano. E invece l’hanno eletto…assessore…e il trogolo intanto aveva allungato la mano su Arezzo col suo pane. Meno male che gli andò male, e per bene. Venne denunciato in seguito per il pane, il che è una cosa ironica. Mai denunciato per aver aiutato gli stronzi, si rovina per la storia della muffa…te lo spiego, lui voleva insaporire i suoi pani con il gorgonzola, e allora sperimentò un impasto in cui univa la farina al formaggio. Non ne aveva le tecniche per quella roba, che oggi non ci s’ha problemi a farla, eh, fanno roba oggi che è spettacolosa. Ieri no. E come fai? Sicché gli andò male. Coi soldi e la pubblicità da assessore fece ingrandire i suoi affari, e approdò ad Arezzo con una nuova panetteria. E si parla del 1949, non c’era nemmeno il boom ma solo rovine di case. Ma voleva sperimentare. Voleva più pubblico. E, da come me la raccontarono, fece sto trojaio. Il giorno dopo venne servito al pubblico. Tutti stettero male. Oh sì, prima squisito, buono, e andò a ruba. La notte, tutti sulla tazza del cesso. O alla Misericordia, l’ospedale cittadino. E indovina chi c’era tra questi. Il prefetto. E indovina un po’ chi era? Era quel merda del brigadista. Mado, il mio babbo, ateo fino al midollo, quando seppe la storia disse che forse un Dio esisteva allora. Il prefetto mandò al Miccì l’ira di Dio, lo fece arrestare per tentato omicidio plurimo e per negligenza sul lavoro. Al processo poi gli andò nemmeno male, su quello non c’era tanto da sperarci, ma dopo l’anno di prigione, ma chi cacchio c’andava più da lui per il pane. E c’era poi aria di boom, sicché aveva perso pure i soldi buoni. Il mio babbo andò al settimo cielo quando seppe dell’autoesilio del Miccì. Se n’era scappato a Firenze. Dio solo sa che fine avesse fatto. So solo che da allora il mio babbo accompagnava la mamma, cattolica, in chiesa. Poi vabbè, sempre DC vinse da noi, non ci piove. Ma cacchio, almeno una giustizia c’è stata. Rara ma c’è stata.”




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