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lavoro pubblicato giovedì 4 maggio 2017
ultima lettura giovedì 13 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Spia

di Buenaventura. Letto 268 volte. Dallo scaffale Generico

La spia Fece due volte il giro della villetta, indeciso se bussare al portone o chiamare attraverso il cancello, quelli che stavano i...

La spia

Fece due volte il giro della villetta, indeciso se bussare al portone o chiamare attraverso il cancello, quelli che stavano in giardino. Nel dubbio, tanto per prendere tempo, appoggiò la bicicletta al muretto esterno e slacciò il pacchetto legato dietro il sellino. Si sentivano le note di “Lazzarella” e subito dopo stava attaccando un ritmo americano sconosciuto, poteva essere jazz, ma per quel che lo riguardava poteva anche essere questo nuovo ballo scatenato che si chiamava rock’nroll. Percepiva distintamente voci allegre di ragazze tagliare l’afa di una domenica pomeriggio di metà luglio. Disturbare a quell’ora gli sembrava un delitto, ma come si poteva evitare?

L’indomani sarebbe stato già tardi e significava come minimo, perdere almeno un’altra settimana e poi aveva fatto più di quindici chilometri, no, non si poteva evitare. Si asciugò alla ben e meglio il sudore, si rassettò i pantaloni e la camicia, forse conveniva lavarsi la faccia a quella fontanella che aveva visto giù all’inizio della strada. Spostò di nuovo la bicicletta in maniera da poterla tenere sott’occhio da qualunque punto, riattaccò il pacchetto al sellino, attraversò la strada, percorse la breve distanza che lo separava dalla fontana e, senza esitazione, passò velocemente la testa sotto il potente getto d’acqua. Si rialzò di scatto e cominciò a scrollare il capo come fanno i cani quando sono bagnati poi si asciugò con il fazzoletto e si passò il pettine tra i capelli, tirandoli all’indietro.

Ci voleva uno specchietto per sistemarsi meglio, ma quello della bicicletta glielo avevano fregato giusto due sere addietro davanti al bar. Il collo della camicia era zuppo, ma si sarebbe asciugato rapidamente visto che c’erano oltre trentotto gradi, forse quaranta, così aveva detto la radio.

Tornò nuovamente indietro fino al portone, meno male che non passava anima viva, altrimenti lo avrebbero scambiato per un maniaco o per un ladro; poggiò la mano sul campanello senza pigiare il pulsante, tirò indietro la mano, girò deciso l’angolo e si piazzò davanti al cancello.

Una siepe e certi strani ed alti arbusti impedivano la vista, ma si riuscivano ad intravedere delle sedie sdraio, un grammofono a valigetta poggiato sull’erba e delle belle gambe giovani e tornite, che ondeggiavano al ritmo della musica. Avevano messo su un calypso, la sua musica preferita, quasi quasi gli veniva voglia di ballare. Si schiarì la voce, deglutì pesantemente, inspirò quanta più aria poteva e chiamò

- Signorina Clara, signorina Clara.

Accorse prontamente una ragazza sui sedici anni, camicetta di seta annodata in vita e pantaloni, come si diceva “alla pescatora”, ultima moda, di quelli che lasciavano il polpaccio completamente scoperto.

- Mastro Biagio, voi qui? Accomodatevi prego, chiamo subito papà

Gli aprì il cancello che cigolò appena, lo salutò cordialmente, stava quasi per buttargli le braccia al collo, sembrò pentirsi ma gli stampò due bacioni calorosi sulle guance. Il rossore di Biagio, per fortuna, si confondeva con il calore del viso. Stava lì, sul cancello, impappinato, senza decidersi ad entrare tanto che la ragazza lo trascinò dentro a forza.

- Accomodatevi su, non vi fate pregare, chiamo anche la mamma. Spegnete un attimo ragazze se non mio padre non mi sente. Gradite una limonata, intanto?

- No grazie signorina, siete molto gentile, già disturbo abbastanza, ma sapete ho bisogno di parlare urgentemente con l’avvocato.

- Ma non dite sciocchezze, voi non disturbate mai, mamma sarà felicissima di vedervi. Lei vi nomina sempre, anche se, a quel che si dice, non lavorate più. Papaà, papaaà, mamma, mammaaa, papàààààà – continuava ad urlare – c’è mastro Biagio deve parlare con te.

La ragazza, nel chiudere il cancello, intravide la ruota della bicicletta

- Siete venuto con la bici? Portatela dentro

E intanto continuava a chiamare a voce sempre più alta perchè le ragazze si erano ben guardate dal fermare il giradischi, volevano far finire il disco. Biagio, nel frattempo, prese di peso la bicicletta, la ruotò in aria per farle superare il cancello ed andò a depositarla vicino alla siepe.

Finalmente sulla porta che dava sul giardino comparve un uomo di mezza età, bruno, magro, non molto alto, in maniche di camicia, con un gilet corto e sbottonato e la pipa tra i denti. Si fece incontro a mastro Biagio stringendogli calorosamente le mani e chiamando a gran voce la moglie

- Renata, Renata, guarda che bella sorpresa.

La musica era ripresa e le cinque ragazze ciarlavano allegramente, Biagio si sentiva fortemente a disagio, come fosse fuori posto anche se l’avvocato continuava a battergli la mano sulla spalla e a fargli mille complimenti. Arrivò la signora Renata, con un vestitino leggero di seta blu a pois e le mani bagnate. Gli corse incontro e gli strinse entrambe le mani calorosamente, volle baciarlo come fosse un parente che non vedeva da tanto tempo.

- Sono felicissima di vedervi, come state? E vostra moglie? E i bambini? Saranno cresciuti, il lavoro? Come va? Avete ripreso? Si fa qualcosa? Da quant’è che non ci vediamo…sembra un secolo! Saranno almeno due anni…

Un fiume in piena, come al solito – pensava Biagio – però dolce, carezzevole. Rispose a tutte le domande come i due si attendevano rispondesse, mentre lo guidavano verso lo studio. Poi la signora Renata si congedò, non prima di aver ripetutamente chiesto cosa dovesse portare. Biagio, data l’insistenza, accettò un caffè freddo e altrettanto volle l’avvocato. Entrarono nello studio.

Biagio stava per sedersi su una delle sedie messe di fronte alla scrivania, ma l’avvocato lo sospinse verso il divanetto posto sul fondo dell’ampia stanza.

- Andiamo Biagio, non sei mica un cliente! Non sarei venuto fin qui per qualche questione legale? Dimmi subito a che debbo questa improvvisata, spero buone nuove.

- Avvocato, non tanto; sono molto preoccupato e solo voi potete aiutarmi. E se volete considerarmi un cliente mi fate pure un favore.

- Intanto l’ultima volta che ci siamo incontrati ci davamo del tu, o sbaglio?

- Voi mi davate del tu. Avvocato, ve l’ho detto mille volte, non ci riesco, sapete benissimo che non ci riesco, è più forte di me; il passato è passato, la guerra è finita da un pezzo ed oggi le cose sono diverse, molto diverse e poi… ehm…. Non so come dirlo…insomma…

- Hai ragione solo su questo: le cose sono andate in modo del tutto diverso da come avevamo immaginato, ma per il resto… oh! Scusami che stavi dicendo, ti ho interrotto.

- E avete fatto bene, ecco… io… è difficile anche solo dirlo… e pensare che voi non siete certo un estraneo…insomma, mi sono ritirato dal Partito.

L’avvocato fece un salto indietro e sgranò tanto di occhi

- Cosaaaa? Tu? Che significa? Che hai fatto? Ti sei allontanato? hai solo un po’ allentato l’attività? Certi ritmi non si possono sostenere, hai ragione, ci vuole una pausa di tanto in tanto, bisogna staccare e che diamine!

Lo guardò diritto negli occhi, serio, rabbuiato in viso

- Non mi dire che ti hanno espulso! Sarebbe la più grande carognata! E si che ne sarebbero capaci… te li raccomando… stalinisti fino al midollo, nonostante tutto ed a dispetto di tutto, questi non cambiano….

Biagio taceva, ma scuoteva la testa per negare, niente di tutto questo. L’avvocato riprese

- Certo nel caso potresti venire con noi, tornare alla casa madre come stanno facendo in tanti del resto. Lo sai che in migliaia, decine di migliaia di tuoi compagni sono usciti dal partito ed hanno chiesto la tessera socialista. Guarda che non è propaganda, sarebbe stupido da parte mia fare proselitismo con te, lo ammette anche lo stesso Amendola, l’hai sentito l’altro giorno il Giorgione? Pare che in un rapporto al Comitato Centrale abbia detto, chiaro e tondo, che risultano, rispetto a due anni addietro, duecentomila tesserati in meno. E’ un esercito, forse il P.L.I. ed il P.R.I. messi assieme e contando pure i saragattiani, manco ci arrivano a duecentomila tesserati. E’ un esodo!

- Non sarò mai tra questi. No, no, me ne sono andato io, spontaneamente, mi sono allontanato, come avete detto voi, continuo a tenere la tessera, ma mi tengo un po’ distaccato. Avvocato non posso andare avanti così. Lavoro non ce n’è, tasse e contributi vanno pagati, la gente non viene più a farsi fare i vestiti dal sarto, preferisce le confezioni che sono pratiche e costano pure di meno. Entri in un negozio, scegli il modello, te lo misuri, hai a disposizione colore, taglia, stoffa, te lo incartano e te lo porti a casa. Io debbo accontentarmi di cucire un vestito ogni tanto, giusto per qualche matrimonio o qualche ricorrenza particolare; a parte i clienti soliti, sempre più rari, diminuiscono a vista d’occhio. Sapete perché vengono da me adesso? vengono per qualche riparazione, qualche orlo ai pantaloni, stringo, accorcio, allargo. Lavoro sul lavoro degli altri e così ho deciso di emigrare.

L’avvocato era sbalordito, lo fissava come se lo vedesse per la prima volta.

- Non posso continuare, fosse solo, il lavoro, mi adatterei, so fare solo il sarto, mi piace fare il sarto, potrei anche arrangiarmi. Avvocato, io non so come spiegarvelo, è difficile, è complicato, ma io non riesco a fare neppure quel poco di lavoro che ho. Non ho il tempo, il Partito mi ha assorbito tutte le energie. Non ho testa, ecco! Non ho la testa di una volta; mi sento svuotato. Alcuni clienti fissi, come vi dicevo, io li ho mantenuti, mi sono rimasti. Voi li conoscete, sono professionisti, ricchi proprietari, impiegati benestanti, signori vecchio stampo che amano il vestito su misura, non vogliono vestire in serie, vogliono un capo esclusivo, fatto solo per loro. Tutta gente affezionata che continua a venire da me anche se sa che sono comunista, modestamente conosco il mio mestiere e quelli lo sanno e non guardano certo il colore politico, però…però, a parte che sono pochi, non posso seguirli come una volta. Il partito pretende, il Partito vuole, il Partito mi impone e così tralascio il lavoro, consegno con ritardi spaventosi, perdo le misure. Il Partito è un cattivo padrone, credetemi e se resto qui sono finito.

- Se lo dici tu…Tu sai quel che dici, sai di cosa parli e non sarò certo io a contraddirti; ma non pensi che ci possano essere vie di mezzo?

- Soluzioni alternative me ne hanno prospettato tante, mi hanno detto che mi faranno avere il posto di bidello alla scuola media oppure di usciere al comune o di capo-squadra dei cantonieri, ma io non voglio, non voglio restare prigioniero, non voglio sentirmi dire che mi ha sistemato il Partito. Me lo rimprovererebbero a vita, ad ogni occasione. Avevo tanti sogni, vi ricordate? Volevo costituire una cooperativa di sarti, mi sarei accontentato anche di una piccola società e invece… da anni vivo immerso nella politica: riunioni, campagne elettorali, manifesti, comizi, congressi, corsi e poi l’amministrazione; ma vi pare che uno che ha fatto il vice-sindaco può andare a fare il bidello? Sentirei di rubare il posto a qualche povero Cristo che sta peggio di me. No. Con quale faccia! Non fa per me, voglio andarmene, voglio emigrare…

- Messa in questi termini il discorso non fa una grinza, come si suol dire; hai ragione, la cosa è seria, molto seria; l’ho sempre pensato che tu non sei il tipo del funzionario di partito; hai una testa troppo indipendente…sei stato sempre troppo autonomo, ad eseguire direttive ed ordini come un soldatino ubbidiente non ti ci vedo proprio.

- Vorrei andare in Canada, avvocato, da mia sorella; ho fatto domanda per il passaporto per me e per tutta la famiglia. C’è ne andiamo, avvocato mio, non si può continuare a vivere di stenti. Non posso mantenere la mia famiglia con i sogni, i sogni finiscono all’alba…sempre.

Ci pensò un poco e aggiunse

…chi lo dice? Quel fascista di Montanelli, mi pare? Ma è vero, purtroppo è vero, anche se lo dice uno come quello lì.

L’avvocato annui gravemente passandosi la pipa da una parte all’altra della bocca senza decidersi a riaccenderla. Si guardavano senza parlare e così li trovò la signora Renata che ritornava, allegra e ciarliera, con un bel vassoio colmo perché al caffè aveva aggiunto biscotti, pasticcini e qualche cioccolatino.

- Cose serie, vero mastro Biagio? Lo immaginavo che la vostra non era una visita di cortesia, non dubitate Alberto sarà a vostra completa disposizione, vero caro? Ho portato il caffè, volete che mando a prendere un gelato o una granita? Ci vogliono cinque minuti.

- Signora, vi prego, non vi incomodate, va bene così.

Renata guardò seria il marito che confermò deciso.

- Certamente, farò tutto quello che posso per aiutarti Biagio, ma prima prendiamoci un buon caffè per schiarirci le idee.

Solo a quel punto Biagio si ricordò dell’involto che teneva dentro la camicia, con molta cautela e senza dare a vedere lo posò sulla scrivania e cominciò a scioglierlo.

- Signora Renata se non vi offendete e non mi prendete per sfacciato, avrei un pensierino per voi.

- Davvero mastro Biagio? Siete sempre così gentile, vi ringrazio.

- Oh è poca cosa, una camicetta fatta apposta per voi, spero vi piacerà, ha le maniche a trequarti; le misure le ho ricavate da un vestito di tre anni fa.

Stese la camicetta sulla scrivania e si allontanò in modo che la signora la guardasse per bene.

- Bellissima. Un incanto, non so come ringraziarvi, d’effetto, elegante, la indosserò alla prima occasione importante, ammesso che Clara non me la rubi prima. Avete visto com’è cresciuta, abbiamo quasi la stessa taglia. Ora vi lascio, voi due avete tanto da parlare.

Mastro Biagio nel sedersi, questa volta, si mise in punta di sedia, era come fosse accovacciato sulle spine, si tormentava le mani senza riprendere discorso.

- Dunque mi confermi che non te ne vai per una crisi politica, non è che si tratta di una crisi di coscienza, non sono strascichi dell’Ungheria, vero? o del XX congresso? Ti hanno bastonato per bene, non è vero? Le cose si sanno, non negare. Pure tu, a quanto mi hanno riferito, non sei stato tenero, non gliel’hai mandate a dire! Mi hanno parlato di una riunione del Comitato Federale finita alle cinque del mattino con lanci di sedie, pugni e schiaffi. Quindi non ti lasciano partire, vogliono fartela pagare, ti ricattano insomma; quando si mettono sono capaci di questo ed altro, come se non li conoscessi.

- Avvocato, anche questa è già acqua passata. Ve lo ripeto, la politica c’entra fino ad un certo punto e l’insieme che è diventato insopportabile. Non mi sento più libero. Sono sicuro che se potessi tornare a fare il sarto vivrei dignitosamente, non mi arricchirei, ma camperei, ma non posso farlo e non me lo lasciano fare. Sono anni che non riesco a rispettare le consegne ed alla fine le persone si scocciano. Se resto sono obbligato a fare come dicono loro oppure devo avere la forza di rompere, tagliare i ponti e non voglio arrivare a questo, non me la sento. Sono tormentato.

- Allora hai esasperato la discussione a bella posta? Volevi farti cacciare e poi hai capito che sarebbe stata la soluzione peggiore, ti avrebbero perseguitato.

- Si, è così, a voi posso confessarlo, per me siete sempre stato un fratello maggiore. Li ho provocati, ho esasperato i toni di un dibattito già acceso di suo, ho rivangato qualche vecchia storia per tentare di farmi espellere. Mi sono fermato un secondo prima dell’irreparabile perché ho capito che per me sarebbe stata la fine.

- E a quel punto hai preso la decisione di espatriare, di andartene lontano e farti dimenticare.

- Si, circa cinque mesi fa ho fatto domanda per avere i passaporti per me, per mia moglie e per i figli; loro, i miei cari compagni, non sanno niente e non lo devono sapere. I documenti me li ha preparati il maresciallo dei carabinieri in gran segreto e ci ha messo pure una buona parola, però i passaporti non arrivano.

- Non è che vi siete dimenticati qualche certificato? Che so la residenza di tua moglie, la paternità, il certificato di matrimonio? I bambini sono minorenni, vi è sfuggito qualcosa.

- No, sono sicuro, avvocato la pratica è stata curata per bene, insieme con il maresciallo abbiamo controllato i documenti uno per uno, ho fatto tutti versamenti, le marche da bollo, non mancava niente.

- E allora come te lo spieghi? Può essere che il maresciallo fa il doppio gioco? Ti fa due facce, sai come ragionano i carabinieri, peggio dei preti…

- Allora non so cosa pensare, non credo però che il maresciallo faccia due parti. E’ un brav’uomo, un antifascista, sembra incredibile, ma è vero, suo padre era socialista, lo hanno ucciso i fascisti a Parma. Non posso dire che siamo amici, ma con me è stato sempre leale ed io pure con lui. Non so che cosa pensare. Non potete voi, domani, come andate a Reggio, passare dalla questura e chiedere notizie?

- Tutto qui? Sei venuto solo per questo?

- Sì, proprio così, sono venuto a chiedervi questo.

- Consideralo cosa fatta, però non domani, andrò a Reggio giovedì, puoi aspettare?

- Avete sempre voglia di scherzare, ho aspettato fin’ adesso, figuratevi tre giorni in più cosa cambia.

- E dimmi, per i visti d’ingresso come farai? Il lavoro ce l’hai già? Dove pensi di sistemarti?

- Mio cognato mi ha mandato una lettera di assunzione della ditta dove lavora lui come taglialegna; mi occuperò della sartoria, cucirò e riparerò le tute di lavoro degli operai, mia moglie farà le pulizie negli uffici ed appena arriviamo a Montreal mia sorella ci farà trovare una casetta in affitto bella e pronta.

- Una casetta in Canadà

- Eh già, va tanto di moda, sempre se mi danno i passaporti.

- E perché non dovrebbero?

- Mi è venuto un cattivo pensiero: sono comunista, sono tesserato, sono stato al confino, sono stato in carcere, non scordatelo, ho fatto la guerra e sono stato partigiano, non ho un bel curriculum, dati i tempi.

- Come me, del resto. Dimentichi che se tu sei comunista io sono socialista, sempre lì siamo. Tra me e te questa è l’unica differenza. No, anzi aspetta, ce n’è un’altra: tu sei stato anche in carcere, io mi sono fatto cinque anni di confino tra Ventotene, le Tremiti e Favignana. Ho fatto il giro turistico del Mediterraneo. Biagio! tu l’Italia l’hai fatta, noi l’abbiamo rifatta. Questa repubblica è nostra, ci appartiene. Il passaporto devono negarlo ai fascisti ed agli assassini non ai combattenti come noi.

- Avvocato, ho un brutto presentimento; vedete voi quello che si può fare e fatemi sapere al più presto.

- Non è che per caso hai portato il contratto che ti hanno mandato?

- Certo, che stupido, vado a prenderlo, l’ho messo nella borsa che è attaccata alla canna della bicicletta. Ci metto un secondo.

Prima ancora che l’avvocato potesse chiamare qualcuno, Biagio era già di ritorno con una pesante busta gialla in mano.

- C’è tutto qua dentro. Mi hanno mandato il contratto di lavoro per me e per mia moglie, una specie di atto d’impegno per l’affitto della casa, il percorso che devo fare e i biglietti della nave che parte da Le Havre, fin lì devo arrivarci a mie spese.

Man mano che li elencava passava i documenti all’avvocato.

- Sono scritti in inglese?

- Guardate bene, avvocato; sono scritti in inglese ed in francese.

- Ah, si, si; meglio così, un po’ col francese me la cavo.

L’avvocato si sedette alla scrivania, lesse attentamente, quasi sillabando le parole più complicate, esaminò timbri e firme e

- Me li potresti lasciare? Non li perdo, stai sicuro.

- Certo. Li ho portati apposta per farvi vedere che è tutto in regola. Avvocato, vi prego, aiutatemi, non posso perdere questa occasione. La nave parte il prossimo 15 settembre…

- Non la perderai, parola mia.

Biagio si alzò di scatto, voleva abbracciare l’avvocato ma s’avvide che aveva tirato fuori, non si rese conto neppure da dove, un mucchietto di banconote e prima che potesse mettergliele in mano, fece per scappare via. In quel momento la porta si spalancò e stava per colpirlo in piena faccia per cui fu costretto a fermarsi ed arretrare. Aveva fatto irruzione Clara per dire che si era appropriata della camicetta destinata alla mamma e che voleva ordinarne almeno una mezza dozzina.

- Stavo giust’appunto per consegnare un acconto a mastro Biagio; ti leggo nel pensiero Claretta bella mia.

E mise i soldi direttamente in tasca al frastornato Biagio, incapace di reagire anche perché, in quel preciso istante, Clara gli stampava due bacioni sulla guancia, tramortendolo definitivamente. Riuscì a farfugliare qualcosa che assomigliava ad un grazie quando si vide consegnare dalla signora Renata, che era sopraggiunta, una capace cesta contenente uova fresche ed una pesante borsa di tela ricolma di ogni bendidio. L’avvocato lo accompagnò al cancello, mentre lui non finiva di ringraziare.

- Smettila Biagio, me li restituirai tra qualche anno quando tornerai, perché tornerai, vero?

- E se no vengo apposta, anzi ve li mando per posta quando prenderò il primo stipendio. Grazie avvocato.

Si lanciò per baciargli le mani, quello invece lo prese per le spalle e lo abbracciò forte.

- Ci vediamo venerdì pomeriggio, conto di avere i passaporti, te li porto di persona.

- No, avvocato, no, vengo io, non voglio che vi vedano.

L’avvocato annuì e gli strinse forte le mani, poi l’accompagnò verso l’uscita dalla parte del portone.

Biagio inforcò la bicicletta e, lentamente, si avviò sulla strada del ritorno.

L’avvocato rientrò pensieroso nello studio. Per prima cosa si rinfrescò la memoria sulla normativa concernente il rilascio dei passaporti e poi cercò il numero di quel funzionario della prefettura che aveva conosciuto alle ultime elezioni provinciali. Non voleva parlare con i poliziotti, il questore non gli stava simpatico. Compose il numero, rispose il funzionario in persona; profondendosi in scuse, si fece fissare un appuntamento per la tarda mattinata di giovedì. A questo punto, rassicurato, andò in giardino a scherzare con le ragazze che ancheggiavano al ritmo di “Mathilda”.

Quel giovedì l’avvocato partì di buon mattino insieme alla moglie, la quale, come al solito, doveva andare dal parrucchiere, incontrare alcune amiche e, naturalmente, fare delle spese. Avrebbero poi pranzato in qualche trattoria, magari in riva al mare e sarebbero rientrati la sera tardi.

Clara si sarebbe arrangiata, ormai era grande e poi le piaceva invitare le sue amiche e sapere che la casa e la cucina, soprattutto, restavano a sua completa disposizione.

Il viaggio, per via del traffico lungo la litoranea, sembrava interminabile, ma alla fine risultò perfino piacevole. Arrivati in città, lasciò la moglie sul Corso e si diresse di gran carriera verso il tribunale. La sua causa, in elenco, era tra le ultime e lui pregò il cancelliere di chiamarla appena possibile adducendo un impegno in Provincia. Essere consigliere provinciale, ogni tanto, qualche piccolo vantaggio te lo poteva pure procurare. Venne accontentato ed in pochi minuti sbrigò le sue incombenze, raccattò alla meglio le carte sparse sul tavolo, le infilò alla rinfusa nella borsa, ci sarebbe stato il tempo per riordinarle, segnò la data della prossima udienza su un’agendina, fece un cenno di saluto al cancelliere che voleva essere anche un ringraziamento e corse verso la macchina. Per non perdere tempo a posteggiare, affidò la sua fiammante “1100” ad un usciere della Provincia e s’infilò nel palazzo della Prefettura, che si trovava di fronte. Chiese del funzionario e lo indirizzarono verso l’ufficio del capo di gabinetto, bussò alla porta e venne ad aprirgli proprio lui. Si salutarono calorosamente e quello gli comunicò che da una decina di giorni era stato nominato Capo di Gabinetto. Si congratulò e disse che dopo sarebbero usciti per andare al bar e subito aggiunse

- C’è anche mia moglie, voglio presentargliela, credo sia delle sue parti.

- Molto volentieri, avvocato, però mi consenta: sono io che debbo offrire

L’avvocato restò perplesso, l’altro continuava ad insistere che spettava a lui, alla fine l’avvocato concesse

- Va bene, per questa volta, vista la lieta circostanza farò un’eccezione e comunque si ritenga inviato a pranzo…

- Grazie, accetto volentieri, ma non per oggi, stabiliamo per un’altra volta perché, sa, nel primo pomeriggio dobbiamo partire con il signor Prefetto per Locri.

- Va bene, se non è possibile oggi, vuol dire che è solo rimandato, prima o poi verrà anche nella Tirrenica.

- Certo, anzi già la prossima settimana saremo a Palmi.

- Benissimo, allora è fatta, compreso il signor Prefetto.

- Su di lui non garantisco. Mi dica la ragione di questa sua urgenza, al telefono non ha voluto neppure darmi un cenno, un nome, un qualcosa, come mai tanto mistero?

Si sedettero l’uno di fronte all’altro, li separava una di quelle monumentali scrivanie di inizio secolo ingombra di carte e di faldoni. L’avvocato spiegò per filo e per segno la ragione della sua visita e sottolineò più volte l’urgenza del rilascio dei passaporti. Il Capo di Gabinetto lo ascoltò con molta attenzione poi pigiò un pulsante e comparve un usciere.

- Mi chiami, per cortesia, il dottor Allegrini.

Alla velocità del fulmine si materializzò la persona richiesta, che, in piedi, quasi sull’attenti, ascoltò devotamente la richiesta e subito

- Dottore, perdonatemi, ma questa pratica non mi giunge nuova, mi sa tanto che è tra quelle segnalate dalla questura già da qualche settimana, forse anche due mesi, anzi dovrei avercela sul tavolo, mi ripromettevo di parlarvene non appena…se permettete vado a prenderla.

Manco era uscito che già era tornato con un fascicolo, anzi con un faldone alto venti centimetri

- Troverete tutto qua dentro, se non vi serve altro vado.

Uscì camminando chino all’indietro fino a quando non fu sulla porta, che richiuse con leggerezza.

- Un faldone intero per una domanda di passaporto? – osservò l’avvocato

- Vediamo, vediamo, diceva il capo di Gabinetto mentre scioglieva le stringhe della carpetta.

Uno dopo l’altro allineò sulla scrivania dodici fascicoli, pareva che tutti gli uffici dell’ex Regno e quelli della Repubblica non avessero fatto altro che interessarsi del povero Biagio.

“Affari riservati”, “Questura di Reggio Calabria”, “Commissione per l’assegnazione del confino di polizia”, “Tribunale per la difesa dello Stato” e poi Casellario Giudiziario, informative di polizia, Foglio matricolare, note varie, sentenze, ordinanze e quant’altro la burocrazia riesce a produrre nei confronti di un qualsiasi cittadino che sia venuto, anche casualmente, a contatto con la pubblica amministrazione.

- Ordinaria amministrazione – fece notare l’avvocato – specie per uno che è stato antifascista e partigiano, le pare dottore?

- Oh si certo, ma non sono tutte queste cartacce che ci interessano, sto cercando la relazione della Questura sulla domanda di passaporto. Se questa pratica l’hanno mandata a noi una ragione ci deve essere ed una motivazione devono averla pur scritta da qualche parte.

Rimise in ordine i vari fascicoli, mentre l’avvocato dall’altro lato della scrivania, tentava di sbirciare tra quelle cartacce. Ci avrebbe volentieri messo le mani, ma….prudenza, … non era il caso di imbastire polemiche.

- Eccola – esclamò ad un certo punto il capo di gabinetto, sventolando alcuni fogli dattiloscritti.

Cominciò a leggere a fior di labbra con l’avvocato che gli aveva puntato gli occhi addosso e sembrava non voler perdere neppure una sillaba.

- Mi faccia la cortesia di leggere a voce alta, dottore.

- Si, si, scusi, tanto non ci sono segreti particolari e comunque prima o poi, lei ne verrebbe a conoscenza. Posso risparmiarle la premessa e le informazioni a lei già note, le leggo giusto la motivazione del diniego o meglio del parere secondo il quale bisognerebbe negare il rilascio dei passaporti a questa persona e conseguentemente a tutti i suoi familiari.

- Leggo testualmente: “…nel 1938 prese parte ad una cospirazione antinazionale insieme con altri sei noti sovversivi, tutti comunisti, tendente a fornire informazioni sulla situazione interna dello Stato ad una potenza straniera e nemica quale l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. I cospiratori furono sorpresi a scrivere un lungo rapporto all’ambasciatore russo a Roma nel quale, tra l’altro, si descrivevano le condizioni di vita dei contadini, degli artigiani, degli operai e del ceto medio e si auspicava che i “fratelli russi” inviassero sollecitamente armi, aiuti e denaro per combattere il governo nazionale a viso aperto. Il soggetto di cui trattasi, tale Biagio*****, nonostante la giovane età, era da considerarsi un capo ed è accertato che è stato lui a scrivere materialmente quella che venne chiamata “la lettera”. La condanna più dura, dieci anni di carcere per spionaggio a favore del nemico venne inflitta proprio al richiedente, il quale, per i noti eventi conseguenti alla firma dell’armistizio, venne fortunosamente liberato nel settembre del 1943 dal carcere di Roma dov’era stato rinchiuso in attesa di essere inviato nell’isola di Ponza. Non si sa come sia poi finito al nord e pare abbia combattuto nella Resistenza con le brigate partigiane social-comuniste. Dopo la Liberazione, raggiunta la Calabria, data la sua conoscenza del francese, si aggregò alle truppe di occupazione canadesi ivi stanziate per fare da interprete ed intermediario.”

- E questo è quanto, concluse il funzionario.

- E’ tutto assurdo! È irreale quello che c’è scritto in quel rapporto; è incredibile come si riesca a mistificare la realtà. Si trattava di una condanna politica inflitta da un regime dittatoriale, la pena, peraltro, è stata scontata per intero, senza considerare che poi è sopravvenuta l’amnistia, che se vale per i fascisti a maggior ragione deve valere per i comunisti e i socialisti, visto è considerato che è stato un ministro comunista a volerla.

- Avvocato, per cortesia, intanto non si scaldi tanto, non alzi la voce, la prego e poi non imbarchiamoci in vecchie diatribe altrimenti non ne usciremo; cerchiamo di risolvere la questione ed esaminiamo i fatti con gli occhi di oggi.

- Non mi venga a dire, però, che il mio compagno, che dico?, mio fratello Biagio, che ho visto in azione e di cui ho avuto modo di ammirare il coraggio e la generosità, deve essere considerato una spia?

- Forse lo è stata! Le sue idee politiche sono abbastanza nette, troppo radicali, ed entrambi sappiamo bene come la pensano i comunisti sullo Stato e quali sono, per loro, le vere priorità. Il concetto di patria non appartiene né è mai appartenuto all’ideologia marxista.

- Andiamo, dottore, adesso è lei che vuole trascinarmi in una sterile disputa. Lei è una persona troppo colta e troppo intelligente per pensare che un modesto militante possa essere stato incaricato, più di vent’anni fa, di fare la spia in un oscuro paesino di provincia del profondo Sud. Via, è ridicolo. E’ solo la nostra ottusa burocrazia che continua a vedere fantasmi dappertutto e poi questi alti papaveri – e qui alzò la voce – fino all’altro ieri non erano forse col fez e la camicia nera e non si sbracciavano nel saluto delle scimmie?

- Avvocato, abbassi la voce, per favore. Non si alteri. Il fatto che io e lei apparteniamo alla nuova Italia, alla repubblica, alla democrazia e, in fondo, stiamo dalla stessa parte, cioè dalla parte della Costituzione repubblicana, non significa che non dobbiamo rispettare la legge. Sto cercando di ragionare come ragionano la maggior parte dei miei colleghi più anziani, sto cercando di mettermi nei loro panni. Mi creda, voglio aiutarla, voglio sinceramente aiutarla.

- Allora, guardi, lasciamo perdere questa storia dello spionaggio a favore della Russia, che se la racconto in giro mi ridono in faccia; mettiamo pure da parte la Resistenza e, non so dove lei fosse, ma per me e per Biagio sono stati venti mesi d’inferno, di lacrime e di sangue, mettiamo da parte tutto questo. Partiamo dal dopoguerra. Da maggio del 1945 in avanti c’è qualcosa a suo carico? Ha commesso qualche reato? No, neanche una contravvenzione, un cittadino modello! E’ sposato da 12 anni, ha tre figli, è stato consigliere comunale del suo paese fino a quattro anni fa, è stato, sia pure per un breve periodo, vice-sindaco e per sei mesi sindaco facente funzione. Un amministratore onesto, corretto e competente malgrado la cultura limitata e proprio per questo degno di maggiore considerazione, se non vuol usare la parola ammirazione. E’ stato pure candidato alla provincia ed allo stato dei fatti, da quello che sento, mi dispiace di essere stato io a sconfiggerlo, sicuramente non avrebbe sfigurato come consigliere provinciale. Dunque di che…

Il funzionario lo bloccò mettendo le mani avanti

- Ha ragione, ha ragione avvocato. Si fermi, ha perfettamente ragione. Mentre lei parlava scorrevo il certificato del casellario e, a parte quella condanna,…

- …in pieno fascismo…

- Si, si d’accordo… a parte quella condanna, non risulta niente. Ed anche l’informativa dei carabinieri, che, di solito, tanto teneri non sono nei confronti dei…, insomma…è abbastanza favorevole al suo cli.. ehm, amico. Pure io mi rendo conto che se uno fa il mestiere della spia non può trovarsi lontano dai veri centri del potere, dai posti che contano. Qui da noi il suo cliente quali informazioni avrebbe potuto fornire? Quelle riguardanti il traffico sullo Stretto? E, all’epoca basi americane non ce n’erano ancora ed oggi dove sono ubicate, i russi lo sanno meglio di noi. E’ vero, ha ragione, è una situazione ridicola, paradossale, tuttavia…

- Non possiamo andare contro la legge – completò l’avvocato e continuò…

- …ma non possiamo neppure andare appresso ai capricci di un questore ex gerarca della milizia, sciarpa littoria e marciatore su Roma, amnistiato proprio dai comunisti e salvato dal sottoscritto quando volevano spedirlo a spaccar pietre sul greto del Petrace! Via, dottore, la Repubblica non può aver perdonato i suoi nemici e trasformato in delinquenti i suoi fondatori. E’ assurdo, sarebbe un controsenso.

Il capo di Gabinetto rimase colpito da queste ultime affermazioni, lo guardò

- E che facciamo? Allora cosa propone? Ha qualche appiglio concreto, che so qualche documento, qualche lettera d’invito…

- Che stupido! Ho molto di più.

E l’avvocato manifestando una certa soddisfazione, tirò fuori dalla borsa la corposa busta gialla che Biagio glia aveva affidato.

- Guardi, dottore, ho portato con me il contratto di lavoro, i biglietti di viaggio e l’impegno alla stipula di un contratto d’affitto per una casa. E non cominci a canticchiare – fece ridendo – una casetta in Canada.

- Sono scritti in inglese, ci vorrebbe la traduzione.

- No, guardi bene, sono bilingue, c’è anche la versione francese che sicuramente lei comprenderà.

- Vedo, ottimo! Mi attenda qui vado dal Prefetto.

Mise i documenti in una carpetta, prese la relazione su cui tanto avevano discusso, vi aggiunse altri certificati ed uscì. L’avvocato si rilassò. Si alzò dalla poltrona, si stiracchiò a lungo e cominciò a passeggiare su e giù per la stanza. S’avvide che su un tavolinetto c’era il quotidiano ed iniziò a sfogliarlo tanto per passare il tempo. Non era quello il tipo di stampa che gli andava a genio, ma meglio di niente. D’estate, di solito, anche la politica rallenta i suoi ritmi, ma in prima pagina campeggiavano tre notizie: Giolitti lascia il PCI per aderire al PSI. Alla Camera, nel tardo pomeriggio di ieri, un emendamento, presentato a sorpresa dall’on. Miceli, nel corso della discussione sui patti agrari, era stato inaspettatamente approvato con otto voti di scarto. Sessanta deputati della DC, sosteneva l’articolista, avevano votato a favore ed ora l’on. Fanfani minacciava di pubblicare i nomi su “Il Popolo”.

- Però – pensava l’avvocato – fa bene Amendola a preoccuparsi, ora prevedo una valanga; e questi democristiani, che vogliono fare? Pensano forse di espellerli? Un conto e cacciarne uno, che, tra l’altro, se n’è andato da solo, alta storia e pensare di mandarne via 60 in un colpo solo. Nooo, alla fine li perdoneranno, tanto sono quelli della Bonomiana…

La terza notizia, anche questa certo da prima pagina, era l’annuncio che il Comitato Centrale del PSI si orientava verso l’astensione sul trattato istitutivo della Comunità Economica Europea.

- Ci stiamo sganciando; cosa vuol dire non leggere il giornale di prima mattina, rischi di rimanere indietro, mah!

Poi nelle altre pagine, notizie più leggere: la presentazione della “500” a Torino (“praticamente una Topolino aggiornata”); l’ondata di caldo, i preparativi per le ferie (“chi se le può permettere”), consigli per la dieta d’estate, le bibite di moda, la Costa azzurra, i nuovi film….

D’improvviso si aprì la porta.

- Venga, il Prefetto la vuole conoscere. Lasci pure la borsa.

S’incamminarono lungo il corridoio dal quale era venuto, poi ne imboccarono un altro sulla destra che terminava davanti ad una scalinata di marmo bianchissimo, salirono e dopo aver percorso un altro corridoio, finalmente giunsero davanti alla porta del Prefetto.

Il funzionario bussò in un modo che all’avvocato parve convenzionale, la porta si aprì di scatto.

Il Capo di Gabinetto tenne la porta aperta e lo fece entrare in un ampio salone, ben arredato con mobili stile liberty, sullo sfondo troneggiava la foto del Presidente della Repubblica e lungo le pareti erano allineate le foto di tutti i prefetti. L’avvocato non aveva avuto modo di conoscere, neppure in cerimonie ufficiali, il prefetto, insediatosi da qualche mese. Gli si fece incontro un signore anziano, vestito come un gentiluomo d’altri tempi, alto, capelli bianchi tirati all’indietro, dei grandi baffi, camminava appoggiandosi ad un bastoncino che sembrava piegarsi sotto il suo peso. Gli tese la mano e lo fece accomodare.

- Sono molto onorato di conoscerla, ho sentito parlare di lei, sa? Come può vedere sono vecchio, sto quasi per andare in pensione; mi hanno voluto affidare quest’ultimo incarico e non ho saputo dire di no. Non mi dispiace, sa, chiudere la mia lunga carriera di servitore dello Stato, quale mi ritengo e, credo, di essere stato, là dove l’ho cominciata: in riva allo Stretto. Si, la mia prima nomina è stata quella di consigliere di prefettura qui a Reggio Calabria poco dopo il terribile terremoto del ‘908; c’erano ancora Sua Maestà e sua eccellenza Giolitti. Ho cominciato qui e qui, come i vecchi elefanti, sono tornato a chiudere la mia vita lavorativa. Io piemontese puro sangue, nato a Torino, cresciuto a Torino, laureato a Torino sono stato sbattuto a Reggio Calabria, bah, c’est la vie…

- Non mi dica che si è trovato male? Che l’hanno, …l’abbiamo trattata male?

- No, no, no, per carità, non mi faccia dire cose che neppure penso. No, ho lavorato bene, mi sono trovato bene, ho contribuito ad alleviare, per come ho potuto, le sofferenze di una popolazione stremata da quel flagello. Quella che ho ritrovato è un’altra Reggio. Certo ci sono ancora le ferite della guerra, dei bombardamenti, però…però….è un’altra cosa, c’è un’altra aria. Lei è socialista, vero? È consigliere provinciale, giusto? Ha sentito, stamattina, di questo nipote degenerato di Sua Eccellenza?, che passa dai comunisti ai socialisti? Chissà perché, ho l’impressione che o sbagliava prima o sta sbagliando adesso. Lei che ne dice? No, no, non dica niente, lo so, lo so, la politica è una bestia strana. Comunque ci tenevo a conoscerla, si parla molto bene di lei, pare che lei sarà il prossimo sindaco di…, con uno schieramento frontista? Personalmente – se posso dire la mia, in tutta confidenza – considerando che il quadro politico è in movimento, la vedrei meglio come presidente della provincia alla guida di una giunta di coalizione di centro-sinistra. Leggo i suoi articoli, sa? E non per dovere istituzionale, bensì perché apprezzo chi riesce ad esprimere chiaramente le proprie idee; da vecchio liberale mi ritrovo a concordare con quanto lei sostiene; complimenti, lei scrive proprio bene.

L’avvocato rimase stupefatto, non s’aspettava certo un’accoglienza tanto cordiale, calda, in cuor suo gongolava, mentre si vedeva che il funzionario era a disagio e non osava interferire; ebbe solo il tempo di mormorare un “grazie”, che il Prefetto aveva già ripreso

- Dunque la questione che le sta tanto a cuore, l’abbiamo risolta. Faccia conto che tra meno di un’ora avremo i passaporti. Non se la prenda più di tanto, dispettucci di vecchi arnesi che ancora ammorbano l’aria. Ingrati. Ci sono tanti modi d’intendere la democrazia e ci sono tanti modi di agire all’interno di un ordinamento democratico. Bisogna saper ponderare, valutare, scegliere e poi decidere e se è vero che Sua Eccellenza in persona mi ha insegnato che “la legge si interpreta per gli amici e si applica per i nemici” è altresì vero che l’applicazione non significa necessariamente punizione e punizione non vuol dire vendetta.

Dall’altro lato della sala, il capo di Gabinetto ora annuiva sornione.

- Non so come ringraziarla signor Prefetto e non so come sdebitarmi, il suo è un atto di giustizia…

- Non faccia niente, non deve fare niente: Le prometto che prima di congedarmi accetterò il suo invito a pranzo, allora me lo potrò impunemente permettere.

- Sono onorato.

- Un’ultima cosa. Mi permetta di darle un consiglio, lo accetti come da un padre. La riacquistata libertà ha dato alla testa a molti, compresi alcuni del suo campo, ma in modo diverso. Agli ex fascisti – io non sono stato fascista, non mi è stato chiesto di esserlo, sono stato fortunato – una volta rimessi al loro posto, la libertà ha fatto pensare che potevano tornare a fare esattamente quello che facevano prima. Se prima servivano il Duce ora servono – a mio modesto parere, fanno finta di servire - la legge. Credono di servire pur sempre un padrone. Non pensano che quello era una persona e questa è un’entità astratta. Dunque, io credo che non serve continuare a rinfacciare loro il passato, sbattergli in faccia la loro viltà, serve, invece, fargli capire che la democrazia può ben comprendere il fascismo, ma il fascismo non può comprendere la democrazia. Sono riuscito a spiegarmi?

L’avvocato annuì sfoderando uno sfolgorante sorriso. Si lasciarono con una calorosa stretta di mano. Il Prefetto lo accompagnò fin sull’uscio e li guardò fino a quando non svoltarono vero l’altro corridoio. Mentre percorrevano i lunghi corridoi, l’avvocato, di colpo, si fermò

- Mi tolga una curiosità...

- Se posso, dica pure, non è soddisfatto?

- No, sono veramente contento di aver conosciuto il signor Prefetto e la ringrazio, so che questo lo devo a lei; sono ultra felice di poter consegnare al mio amico Biagio i suoi tanto agognati passaporti, però, francamente, non sono riuscito a capire perché il Prefetto ha voluto vedermi e poi non riesco a capire perché si sia convinto a far rilasciare i passaporti così su due piedi e, per di più, ce li portano fin qui o debbo pensare che sia stato lei a convincerlo?

- Egregio avvocato, lei mi lusinga e mi attribuisce meriti che non ho né voglio rivestirmi con le penne del pavone. No, via, debbo subito deluderla, non è così, non ho alcuna influenza su S.E. e poi, sa, il Prefetto è un galantuomo d’altri tempi, tutto d’un pezzo, ma è una testa dura e sono in pochi a poterlo dissuadere quando ha già preso una decisione. E’ uno dei pochissimi che riesce a tener testa al Ministro. No, lei non ha prestato la dovuta attenzione alle parole del Prefetto e se lei ricorda ha detto di essere un “vecchio liberale” e poi ha aggiunto che ci sono diversi modi d’intendere la democrazia e, sotto sotto, di applicare la legge all’interno di una democrazia.

- Si, è vero, ora che ci penso….e dunque?

- E allora, dal momento che il suo cliente, pardon, il suo amico è un irriducibile comunista, l’applicazione della legge, in un caso come questo, si rivela quanto mai puntuale, corretta, doverosa ed opportuna e conduce ad una soluzione elegantemente soddisfacente per entrambe le parti. Forse ancor di più per le Istituzioni, coincide con gli interessi opposti di entrambi i soggetti. Una volta tanto, se noi, noi uomini dello Stato, accontentiamo un cittadino che è anche un oppositore, contestualmente ce ne liberiamo, dunque, come recita quel famoso proverbio: “ponti d’oro al nemico che fugge”!

L’avvocato allargò le mani, abbozzò un risolino e s’avviò verso le scale.



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