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lavoro pubblicato giovedì 4 maggio 2017
ultima lettura martedì 17 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Salvati: Cap 2

di vinelv. Letto 312 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte,io non temerei alcun male,perché tu sei con me;il tuo bastone e la tua verga...

Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte,
io non temerei alcun male,
perché tu sei con me;
il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
Per me tu imbandisci la tavola,
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo;
la mia coppa trabocca.
Certo, beni e bontà mi accompagneranno
tutti i giorni della mia vita;
e io abiterò nella casa del Signore
per lunghi giorni.”


Salmo23,4-6

Nuove aspettative


Anche se il mondo è cambiato, tutto ritornerà come prima. La natura farà di nuovo il suo corso e com’è stato nei secoli scorsi, così sarà nei secoli a venire.

L'uomo sarà sempre lo stesso e quando si dimenticherà di ciò che è accaduto, la terra gli rammenterà di nuovo la sua potenza.
Come un Uroboro moriremo e rinasceremo, la presunzione di poter essere superiori a tutto e di saper fronteggiare qualunque avversità, non ci abbandonerà mai, nonostante il mondo ci smentisca sempre, rivelandoci che stiamo sbagliando.
Jaliel aveva riconsiderato notevolmente gli avvenimenti del passato.
Nonostante tutto fosse diverso, lui si sentiva sempre uguale, non riusciva a cancellare dalla mente tutto il sangue innocente di cui si era macchiato. Chi poteva farlo? Solo Dio forse.
All'epoca era solo un ragazzo e non avrebbe immaginato quanto male avrebbe potuto causare la frustrazione e la delusione di un futuro senza aspettative.
Nessuno conosceva il passato del Capitano, nessuno è al corrente della sua parte cattiva che ora dorme assopita in un angolo buio della sua esistenza. Jaliel era terrorizzato da quella parte di sé, a volte faceva fatica a nasconderla, la sua paura più grande è che un giorno la creatura malefica che dimora in lui potesse di nuovo prendere il sopravvento e rivelarsi.

Prega tutte le sere, pregava Dio affinché ciò non accadesse.

Una continua lotta interiore contro il male, un male a cui aveva donato parecchi anni del suo passato. Durante la notte i fantasmi tornavano e lo tormentavano. Gli si paravano davanti, volti di uomini, donne e bambini che aveva barbaramente trucidato. Era un soldato e doveva farlo, questo si ripeteva sempre, ma non è abbastanza per liberarsi dalle sue cattive azioni.

Ogni notte si percuoteva la schiena con il filo spinato, fino a sanguinare.


Il dolore annulla tutto, il dolore fa dimenticare”.


Sei uomini armati a bordo di un pickup arrivano sgommando sollevando un polverone.

Il grosso suv, si sofferma davanti al cancello col filo spinato, il suono gracchiante e acido del clacson, avvisa l'uomo di vedetta del loro arrivo.

Dopo un cenno di saluto con la testa, le due pareti di acciaio si schiudono, facendo riecheggiare nell’aria lo stridio fastidioso dei cuscinetti sulla guida di ferro.

Il guidatore affonda sull’acceleratore e si addentra nella vecchia fabbrica, il luogo è seminato di piccoli edifici che si alternano ad alcuni capannoni perimetrati da reti di ferro e filo spinato.

A tutta velocità, i sei uomini si dirigono senza curarsi degli altri, verso il capannone più grande. Di nuovo il pickup si arresta con una brusca frenata davanti all’alt di un militare in mimetica.

«Dov’è il Capitano?» chiede con risolutezza l’uomo alla guida.

Il soldato di primo acchito alza le spalle, poi dubbioso risponde: «prova dentro! L’ho visto in giro qualche minuto fa e comunque dovrebbe essere nei dintorni».

Il suono afono del clacson riecheggia nella polvere ancora una volta e un altro cancello si apre.

Poco dopo essere entrati nell’hangar, il suv inchioda facendo cigolare le gomme, tutti e sei gli uomini scendono dall’auto velocemente, il Capitano resta immobile mentre è circondato.

Restano tutti sugli attenti per alcuni secondi: «rompete le righe ragazzi, ci vediamo più tardi in sala mensa».

Tra le risate e le battute tutti si dileguano velocemente tranne uno che resta a fronteggiare lo sguardo freddo del Capitano.

«Allora Jessap, com’é andata oggi ha trovato qualcosa di utile?».

«Jaliel! Lo sai meglio di me, tre anni in questa prigione non sono pochi. Siamo usciti ogni santo giorno nonostante quella maledetta pioggia radioattiva, abbiamo cercato ovunque, abbiamo cercato di prendere quante più cose possibili per sopravvivere, ora siamo quasi alla fine dobbiamo spostarci».

«No! No! E ancora no! Guardati intorno, abbiamo i pozzi, abbiamo sputato sangue per costruirli, abbiamo case, ci sono le donne e i bambini e tutt’intorno alte mura per proteggerci da qualsiasi malintenzionato. Non possiamo buttare all’aria tutto questo, il nostro dovere è cercare almeno una soluzione alternativa».

Jessap portandosi le mani alla nuca guarda il Capitano con risolutezza. «Come farai a fermare il deserto, non vedi che avanza, non vedi che divora tutto poco alla volta; prenderà anche noi e le nostre donne e i bambini, dobbiamo continuare verso nord, dobbiamo farlo ora che abbiamo le armi e la forza e poi c’è Aamon, quel bastardo che Dio o il diavolo lo chiami a se prima del tempo quel vigliacco. Jaliel sei tu che comandi, i ragazzi faranno quello che vuoi, lo sai che lo faranno, ma tu pensa bene a quello che chiedi, siamo tutti nelle tue mani e dico tutti».

Lo sguardo tagliente del Capitano fende i ricordi, necessita una decisione ma, non ora o perlomeno, non ancora.

Il sole batte più forte sulle mura di guardia ma, a Jessap questo non importa, la sua mente è altrove.

Una cupa espressione interrogativa distorce il suo viso, mentre lo sguardo vola sulla struttura e ancora più in là.

Dopo l’orizzonte, un tempo c’era la sua casa e sua moglie, e sua figlia.

Il destino pare aver concesso una tregua, nel Lager tutto è tranquillo, tutto è al suo posto ed è quasi l’ora della sbobba.

La sirena segnala l’adunata e tutti gli uomini si raccolgono sotto il vessillo dei GAS che è sbattuto dal caldo vento del sud.

Lestamente alcune donne rientrano nei piccoli fabbricati di cemento, sbarrando porte e finestre, è la prassi quando suona la sirena.

Allineati e coperti, un vasto quadrato di uomini, trecento per l’esattezza, attendono ordini.

Gli occhiali a specchio del Capitano riflettono i raggi del sole.

La mano sinistra sul calcio del revolver a sei colpi e la spada, la sua spada, fanno apparire Jaliel come un eroe immortale, un uomo venuto da chissà dove, protetto da un’aura ultraterrena.

Gli uomini hanno bisogno di credere anche in questo.

Un Dio non può essere ferito, né sanguinare, soffrire o morire.

Un cuore irrequieto scalpita nel petto di ogni soldato, amico, figlio, fratello, riunito sotto il vessillo dei GAS.

Uno scontro forse, una battaglia, sangue, paura ma, anche vittoria e onore.

I sentimenti si mescolano dentro ognuno di loro e gocce di sudore alimentano la terra rossa.

Come il tuono prima della tempesta, la voce del Capitano Jaliel, si eleva al di sopra di tutti:

«Sappiamo perché siamo qui, siete stati scelti per dare speranza a questo nuovo mondo, siete qui perché avete deciso di dare valore alla vostra vita e combattere il destino. Insieme riedificheremo le nostre città e riscatteremo la nostra esistenza, non siamo soldati di fortuna, non più. Ci presentiamo di nuovo al mondo, nelle vesti di uomini addestrati alla sopravvivenza e al combattimento, colmi di un temerario coraggio e sprezzanti di ogni pericolo. In questo giorno, solo a voi spetta la decisione di vivere o di morire. Dio ha abbandonato questa terra, lasciando l’uomo in balia dei demoni che lui stesso ha creato. Diavoli pronti a tutto, pur di toglierci quello che più amiamo, il nostro cuore, la nostra vita, la nostra anima ma, noi li combatteremo, insieme».

Un simultaneo grido disperato di libertà, si eleva dallo squadrone di soldati, il mondo trema, nel frattempo la polvere rossa, offusca il cielo.

«La mia promessa è che in un giorno non molto lontano, riprenderemo il nostro cammino verso nord, laddove una terra rigogliosa e fiorente ci sta aspettando. Risorgeremo in un’era nuova, all’ombra dei grandi ghiacciai e troveremo acqua e cibo in abbondanza e aria pulita. I nostri figli cresceranno senza timore nella grazia di Dio. Combatteremo fino alla fine, affinché tutto ciò, possa realizzarsi nel più breve tempo possibile e lotteremo per annientare con la nostra potenza militare, l’esercito del generale Aamon. A nessuno sarà negato il diritto di attraversare in sicurezza il Sentiero della Speranza.

A sud-est del campo, in direzione delle grandi montagne, Philippe uno dei nostri ricognitori, ha individuato un manipolo di nove unità con i fregi dell’esercito delle Aquile. Il gruppo è armato, ed esegue sistematicamente da diversi giorni, scorribande lungo il percorso che porta al Sentiero. È nostro dovere proteggere gli esodati che si dirigono a nord, la nostra missione sarà neutralizzarli e apprendere informazioni. Cinque uomini si dirigeranno verso l’obiettivo, insieme al sottoscritto sotto le direttive del sergente Jessap. Manderemo un forte segnale che scatenerà il panico tra le fila dell’esercito di Aamon».

Lo specchio degli occhiali, riflette il viso dei trecento valorosi, pronti a battersi e a morire per la causa, Jaliel lo sa, questa missione però, necessita dei soldati più qualificati.

I nomi dei cinque riecheggiano tra le pareti dei capannoni, facendo sussultare molti cuori durante l’appello.

«Gunny Boy!» grida Jessap.

«Tu sarai alla guida del Pickup, Fabio, Gillian e Mr. Boom, in ricognizione. Bugs tu coprirai la retroguardia. Soldati! Rompete le righe».

Dopo lo scalpitare veloce dei soldati, l’area dell’adunata resta deserta, ora è solo il vento a parlare.

Sette uomini si dirigono verso il pickup, in direzione dell’ultimo hangar, nessuno apre bocca.

Gunny boy siede al posto del guidatore col veicolo in moto, Jessap e jaliel sono davanti, il Capitano è vicino al finestrino, dietro Fabio e Mr. Boom, Bugs appena indossato l’elmetto e gli occhialoni con la maschera antigas, si dispone nel cassone imbracciando la mitragliera.

Al rombo dei motori il gruppo di elite si dirige verso il grande cancello di ferro. L’acido suono del clacson. L’uomo di vedetta con un cenno saluta e gli scudi di metallo si schiudono. Si parte.



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