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lavoro pubblicato giovedì 4 maggio 2017
ultima lettura lunedì 17 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Salvati

di vinelv. Letto 320 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte,io non temerei alcun male,perché tu sei con me;il tuo bastone e la tua verga...

Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte,
io non temerei alcun male,
perché tu sei con me;
il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
Per me tu imbandisci la tavola,
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo;
la mia coppa trabocca.
Certo, beni e bontà mi accompagneranno
tutti i giorni della mia vita;
e io abiterò nella casa del Signore
per lunghi giorni.”


Salmo23,4-6














Prologo


Il mondo ormai è in rovina e cede sotto i colpi inferti dall’uomo e dal suo smisurato ego di sopraffazione.

La corsa agli armamenti, l’esaurirsi inevitabile delle scorte di petrolio, l’uso scriteriato delle energie rinnovabili, gli inganni politici, le guerre e le iniquità umane, hanno causato inevitabilmente un tragico epilogo.

Tutto è stato spazzato via in una sola notte, l’ultima esplosione atomica d’inizio secolo, ha trascinato via con sé gran parte della civiltà umana.

Intere città distrutte lasciano il posto a cumuli di macerie e desolazione.

L’alba del nuovo millennio spalanca le porte a un’era nuova, contrassegnata dalla sopravvivenza, dalla paura e dall’abbandono.

Il processo di desertificazione, dovuto all’esplosioni atomiche e dall’eccessivo sfruttamento delle risorse terrestri, da parte dell’uomo, ha spinto quel che resta dei sopravvissuti a migrare verso i grandi ghiacciai del nordico polo, dove il clima sembra essere ora più favorevole.

Gli stati che prima mantenevano una sorta di equilibrio, non esistono più.

Il caos grava su tutto il popolo della terra e nuove minacce sono in arrivo per i superstiti.

La popolazione si divide in fazioni che scontrandosi in sanguinose battaglie, cercano di accaparrarsi quel che resta del territorio.

I più deboli soccombono senza combattere tanta è la ferocia con cui sono assaliti, un clima di rassegnazione sembra inevitabilmente avvolgere tutti come in una bolla.

I Salvati, cosi sono chiamati i superstiti del vecchio continente, sono assoggettati dall’esercito delle Aquile comandate dal temibile generale Aamon, che si è garantito un assoluto potere arruolando gli uomini più spietati e feroci sotto il suo vessillo.

Non tutto è perduto però, è scritto nel cuore degli uomini che alle oppressioni e alle vessazioni di un tiranno, si oppongano individui dall’animo puro, uomini e donne dal coraggio straordinario, capaci di volgere l’esito di una battaglia a proprio favore, uno di questi è il Capitano Jaliel, già scampato alle perfide mani del prepotente Aamon.

Il Capitano Jaliel, prima membro di una piccola fazione è ora leader di un importante gruppo di rivolta denominato GAS (gruppo armato dei salvati).

Scosse di assestamento scuotono ancora una volta le poche case disabitate rimaste in piedi dopo l’esplosione.

Gli ultimi residenti dei piccoli centri abitati adesso deserti, muovono verso nord, alla volta di un clima più favorevole, alla ricerca di cibo e riparo, altri si radunano in piccoli e sparuti gruppi d’individui, che saccheggiano e uccidono ogni essere vivente sul loro cammino.

Le conseguenze dell’effetto serra sono state devastanti. L’aumento della temperatura terrestre e le continue esplosioni nucleari, hanno favorito una lenta ed inesorabile desertificazione.

Giorno dopo giorno, una sabbia rossastra e polverosa inghiotte tutto e tutti.



















Capitolo 1

Primi passi


Tra le macerie di un piccolo villaggio una sola anima continua a vivere per adesso, un unico abitante, è poco meno di un ragazzo: il suo nome è Caleb.

Il ragazzo è un Salvato, un sopravvissuto scampato alle continue esplosioni che hanno contraddistinto gli ultimi tempi. Ha trovato per sua fortuna, rifugio in una piccola stanza al piano rialzato di una casa semidistrutta.

Un orfano che ha riconosciuto nel fratello maggiore Tumer la figura familiare di riferimento che l’ha guidato nel nuovo triste mondo, istruendolo alla sopravvivenza.

Come fratello maggiore, Tumer ha preparato Caleb ha qualsiasi tipo d’imprevisto, con una sorta di addestramento il ragazzo è stato educato a sopravvivere con poco, ha imparato a preparare l’acqua prima di berla, a cacciare e a costruire trappole rudimentali per catturare selvaggina, costruire un riparo, a combattere e sparare.

Tumer ha insegnato al fratello, la regola fondamentale che determina la differenza tra vivere o morire. Caleb conosce se stesso, riconosce le sue paure e sa come affrontarle, il suo carattere è stato forgiato dalla rassegnazione, ha imparato a gestire e controllare le cattive emozioni nelle freddi notti insonni contrassegnate dalla desolazione e la solitudine.

Di nuovo tutto è cambiato, la luce rincorre ancora una volta il buio e un altro giorno si appresta a finire senza che Caleb possa rivedere il fratello.

Tumer uscito in ricognizione alla ricerca di cibo nei dintorni della cittadina, non ha ancora fatto ritorno al rifugio.

Con i grandi occhi azzurri persi nei lampi del fuoco e affamato, il giovane Caleb decide che il tempo dell’attesa è finito. Cercare il fratello è diventata una priorità, deve abbandonare l’unica stanza coperta di quella casa ormai vuota e incamminarsi verso una disperata ricerca del suo sangue.

La porta sbarrata si spalanca a un caldo vento polveroso che riempie le narici, il deserto ha inghiottito tutto, anche le poche case rimaste in piedi, sono avvolte dalla polvere rossastra alzata dal vento, attorno solo terra sterile.

Caleb afferra le poche cose che possiede e salta via, giù da quella stanza al piano rialzato della casa diroccata, sarà meglio farsi coraggio pensa tra se il ragazzo, è arrivato il momento di mettere in pratica tutto quello che aveva imparato. Solo e smarrito, ora più che mai, sente che è l’unica cosa da fare.

A lunghi passi il giovane s’incammina per la strada polverosa che porta fuori dalla città, avvertendo in cuor suo che deve tenere gli occhi bene aperti.

Il mondo è cambiato e con esso anche gli uomini.

Gli abitanti della landa polverosa e desolata si erano trasformati in avidi assassini, avvoltoi, pronti a banchettare su ogni carcassa nelle vicinanze, parassiti.

La mancanza di cibo aveva trasformato gli uomini in bestie fameliche che solo nell’aspetto ricordano il genere umano di un tempo.

La gente si cibava di carne umana, uomini che cacciavano uomini, con l’unico intento di estinguere il bisogno della fame.

Caleb seppur mosso ora più dalla fame che dal richiamo del sangue, a passo svelto, continua lungo la via sterrata che porta al grande terminal degli autobus.

Avanti oltre la cunetta, a qualche centinaio di metri da lui, un fumo di terra si eleva facendo scorgere in lontananza strane figure; avvicinandosi, il ragazzo riesce a distinguere: due uomini dall’aspetto emaciato, sporchi, che incalzano una donna con i vestiti strappati e sanguinante.

Caleb non può fare altro che nascondersi, sarebbe inefficace scontrarsi con dei tizi armati. L’uomo con il fucile, probabilmente scarico: blocca la donna, l’altro che più agguerrito, è già su di lei e maneggia un bastone che termina alla punta con una lama affilata; le vengono strappati i vestiti e mentre uno la immobilizza, l’altro la violenta. Lei non si rassegna e facendo leva su tutta la forza che ha in corpo, sferra un calcio alla testa di uno degli assalitori, riesce a liberarsi per un attimo dalle grinfie dell’uomo col fucile, tuttavia il tentativo di fuggire subito svanisce.

La ricerca di aiuto della donna si perde in flebili grida tra il vento di scirocco, a turno i due balordi prendono il pieno possesso del suo corpo, saziando i loro depravati appetiti sessuali.

I palmi del ragazzo si chiudono in pugni di rabbia nella consapevolezza che a nulla servirebbe affrontare i due sbandati, ingaggiando una lotta impari anche lui potrebbe essere catturato.

Uno sparo rimbomba nell’etere, poi tutto tace e il mondo intorno al ragazzo sembra bloccarsi.

Caleb osserva inebetito l’epilogo di quel macabro spettacolo, l’aria si addensa e gli occhi azzurri del Salvato si riempiono di un lucido fulgore di collera.

L’umana bellezza della donna svanisce, insieme al suo ultimo respiro, lasciando in questo marcio mondo le sue spoglie mortali.

I due balordi caricano il corpo della donna in spalla e s’incamminano verso la strada da dove sono venuti, lo sguardo del ragazzo l’insegue, fino a vederli sparire tra la polvere, insieme alla sua impotenza.

Ancora stretto dalla morsa dei tremori non della paura, ma della rabbia, il giovane Salvato è consapevole che deve rimettersi in cammino, nessuna magia farà svanire dalla sua mente quell’orrenda visione che lo accompagnerà fino alla morte ma, adesso il bisogno di acqua e di cibo lo persuade ad andare oltre.

Un riparo per la notte, questo è quello di cui ha bisogno il ragazzo.

Caleb cammina perso nei suoi pensieri, con lo sguardo basso e a passi lenti, si dirige giù per il sentiero alla volta della vecchia stazione.

Il colore cobalto di un vecchio camion abbandonato, attira la sua attenzione, potrebbe essere un buon posto per passare la notte, pensa il ragazzo, il luogo è poco lontano dal grande distributore di benzina oramai dismesso che riforniva di carburante le grosse motrici e i pullman quando facevano capolinea nella zona, ora tutto è in rovina.

Di fianco sulla destra, da cornice al desolato paesaggio, un vecchio bar con la sua ammiccante insegna rossa, sforacchiata dai proiettili.

Il ragazzo con le spalle ricurve, tiene fermo lo zaino e pensa che valga la pena entrare, dare un’occhiata in cerca di cibo e perché no, cercare anche di qualcos’altro, una Coca magari, sarebbe fantastico.

Fili di luce polverosa entrano dai fori delle pallottole tra i vetri e le mura del locale, come la scena di uno squallido film western, potrebbe esserci un cadavere da qualche parte, la carcassa di qualcuno che continua a marcire da chissà quanto tempo, ma niente di ciò che si aspetta il ragazzo si palesa ai suoi occhi.


solo fantasia, farneticante fantasia”.


Un vecchio bar all’italiana, con il suo lungo bancone di marmo o quel che ne resta, tavoli e sgabelli buttati ovunque e la macchina del caffè espresso e bottiglie, numerose bottiglie.

Caleb inizia una meticolosa ispezione e con esuberante speranza rovista tra il casino in cerca di acqua, gira e rigira senza trovare nulla di utile, poi lo sguardo ricade sugli scudi rugginosi del frigo sotto il bancone, ne apre uno, vuoto, un tonfo attira la sua attenzione mentre la mano destra forza l’altro scudo … Un grosso ratto dagli occhi rossi, salta verso il Salvato che cade all’indietro battendo la testa, appena ripreso armato di un grosso bastone Caleb, colpisce il roditore spappolandogli il cervello e spargendo fiotti di sangue sui vetri delle bottiglie. Il ragazzo si lascia cadere a terra con il cuore palpitante che galoppa ancora nella gola e ride.

Il pensiero di non aver trovato acqua lascia spazio alla positiva proiezione di aver trovato la cena.

Uno sguardo ancora in giro, nella vana speranza di trovare qualcosa, prima di abbandonare definitivamente il locale.

La sua meticolosa risolutezza è ricompensata, Caleb trova una bottiglia di rum intatta tra le tante vuote, un ottimo bottino, un paio di forbici e una t-shirt con la scritta I live to love ancora incredibilmente imbustata.


Meglio tornare al camion”.


Dopo aver verificato di essere solo nei paraggi, Caleb posa lo zaino a terra e salta sul gradino della portiera del camion, prima di entrare lancia uno sguardo fugace attraverso il vetro opaco, scovare altri intrusi potrebbe rivelarsi sconfortante.

Sembra tutto a posto” pensa tra se il ragazzo, allora riprende lo zaino e lo nasconde sotto la panca, dietro i seggiolini impolverati, quindi decide di esplorare ancora un po’ la zona prima accamparsi.

Dall’altro lato della strada, più distante dal bar, una piccola tettoia attira l’attenzione del Salvato, rassomiglia a un garage o una piccola rimessa, Caleb su due piedi decide di entrare.

Sulla sinistra un piccolo banco di lavoro, latte vuote, alcune chiavi inglesi arrugginite e il telaio di una vecchia moto.

Attaccate alle pareti di lamiera, arnesi da giardinaggio fanno da ornamento, una vecchia cassa di legno, è nascosta dietro l’angolo sotto alcune tavole, come un diamante nel carbone attira l’interesse del ragazzo.

La curiosità sul volto di Caleb è palese, con l’entusiasmo di un pirata che trova un tesoro, si da subito da fare per vedere quali magnifiche ricchezze si nascondono all’interno del baule.

Gli occhi si animano di uno sfavillante azzurro, le mani strappano la vanga appesa alla parete, un paio di colpi ben assestati e il legno marcio della cassa è ridotto in frantumi.

Tutta fatica sprecata, il misero bottino si riduce a una pila di consumate riviste porno e qualche lattina di Heineken vuota, dopo aver dato una rapida occhiata alle riviste, Caleb torna al camion, è sera ormai ed è arrivato il momento di prepararsi.

Il sole è tramontato da alcuni minuti e il ragazzo si organizza per accendere il fuoco, un’azione un po’ azzardata ma necessaria, le fiamme e il fumo potrebbero attirare l’interesse di qualche balordo, quindi prende a scavare una piccola buca nell’arido terriccio ponendovi dentro i rami e le sterpaglie da bruciare.

Caleb procede come gli aveva insegnato Tumer, dopo aver creato un nido di legnetti, con la pietrina ricavata da un accendino, sfrega sulle forbici e crea una serie di scintille che attizzano il nido, soffia delicatamente alimentando il fumo che lentamente da vita a una sottile lingua di fuoco.

Le piccole fiamme diventano sempre di più fino ad avvolgere tutti i rami secchi.

L’aria è ancora calda, il sole è sceso da poco ma più tardi le temperature caleranno fino ad arrivare anche sotto lo zero.

Il ragazzo afferra le forbici togliendo la vite, la divide in due parti che sfrega tra loro per affilarle, agguanta il topo e inizia a scuoiarlo. Dopo averlo lavorato per bene, ne fa uno spiedo e lo accosta vicino al fuoco per iniziare a cuocerlo.
Con gli occhi rapiti dalla luce del fuoco, i pensieri del giovane Salvato vanno al fratello, cominciano ad affiorare i ricordi e la mente ripercorre i tempi in cui tutto era tranquillo.

Il ricordo della zia si fa sempre più vivido.

Una vecchia signora da qualche tempo si prendeva cura dei due fratelli, resi orfani dall’esplosioni, lei li accudiva con amore, era una donnina dalla statura piccola, ma forte.

I profumi delle crostate di mele, il vento tiepido e umido che veniva dal lago, e le corse avventurose per i boschi.

La mente ripercorreva una giornata nel bosco, insieme a Tumer, erano andati a caccia di lepri per la prima volta.

Tumer era abile con il fucile, efficiente con il coltello, un ragazzo sveglio e in gamba.


Andiamo, impugna il fucile, guarda! Davanti a te eccola! È una lepre la vedi? Dritto davanti a te appena fuori il cespuglio, la vedi? Fa silenzio ora! Tira il cane all’indietro fino al clic, imbraccia il fucile ma non sparare, non ancora! Lo so che hai il cuore in gola, lo sento battere da qui, respira lentamente e resta concentrato, devi seguirla, segui i suoi movimenti, eccola è ferma, allinea tacca di mira e mirino, trattieni il respiro e quando sei pronto? Spara …”


Lo scoppiettio del fuoco riporta violentemente Caleb alla realtà, la cena è pronta, non è una lepre ma la carne profuma e ha un bell’aspetto, non è la prima volta che il ragazzo mangia carne di ratto.

Manciate di terra spengono il fuoco e riempiono il buco senza lasciare traccia del bivacco, si ritorna al camion, gli occhi fissano la grossa macchia di ruggine sotto il tettuccio prima di chiudersi.

Un ululato rompe il silenzio della notte solo per poco, il ragazzo ormai esausto, si abbandona a un dolce sonno ristoratore.


Mio giovane amico sii forte e non perdere la speranza di ritrovare il tuo amato fratello, un giorno forse, v’incontrerete di nuovo, insieme affronterete questa triste storia nella speranza che potrete essere felici.


L’alba rischiara e i primi raggi di luce sfiorano il viso di Caleb facendo risaltare la pelle liscia ma pallida.

Con gli occhi ancora chiusi il Salvato spinge le braccia in dietro per distendere i muscoli intorpiditi, un altro giorno, il secondo da quando Tumer è andato via.

Con un balzo il ragazzo si catapulta fuori dalla grossa motrice cobalto e zaino in spalla s’incammina uscendo fuori dalla stazione.

Solo, decisamente solo, in una terra deserta e sterile, là dove la temperatura inizia ad alzarsi appena il sole si affaccia in questa parte di mondo.

I giorni caldi con temperature che arrivano anche a quaranta gradi, mettono a dura prova il fisico del ragazzo, la spossatezza e la perdita di liquidi diventano nemici costanti, trovare l’acqua è divenuto un supplizio costante che lo avvicina sempre di più all’eterno.

Il cielo incupisce, la polvere alzata dal caldo vento colora le nubi di un porpora che non promette nulla di buono, un Giove vendicatore sembra scagliare con prepotenza saette sulla terra come a folgorare il restante genere umano, un’atmosfera inquietante inizia a rivelare una punizione divina.

A momenti pioverà.

Caleb deve raggiungere il grande ponte di ferro che porta dall’altra parte della contea, fino alla vecchia statale, deve raggiungere il fiume che si trova più a valle dove troverà riparo, deve stare attento.

In lontananza qualcuno lo segue, sembra un cane, un grosso cane nero che per ora si trattiene a debita distanza, potrebbe causare non pochi problemi, l’animale potrebbe avventarsi su di lui e vederlo come una preda, potrebbe morderlo e la ferita s’infetterebbe, o potrebbe attaccare per ucciderlo, non potrebbe curarsi. In ogni caso meglio evitare lo scontro senza una giusta causa, mantenere le distanze è la soluzione più saggia.

Caleb continua il suo cammino verso il fiume, dove sa che troverà acqua in abbondanza, dopo averla adeguatamente sterilizzata, potrà berne quanto ne vorrà.

Il suo cammino procede lento ma, inesorabile, stranamente del cane nessuna traccia, tanto meglio così.

Guardando la posizione del sole, si direbbe che è quasi l’una e la temperatura sembra essere salita di parecchio, Caleb ormai procede in modo affaticato e non può fermarsi, non prima di raggiungere il fiume.

Costeggiando i guardrail della statale, l’odore dell’asfalto caldo penetra fortemente nelle narici, il ragazzo storce il naso tuttavia continua senza fermarsi.

Il frastuono dell’acqua riempie l’aria, Caleb scavalca il guardrail, salta la cunetta e scende giù scivolando sul terriccio: «finalmente acqua!».

Il giovane solitario, dando libera interpretazione agli insegnamenti del fratello, tira fuori dallo zaino alcune bottigliette di plastica, ne afferra una e con cautela la immerge nell’acqua, non prima, però, di aver coperto il collo della bottiglia con un calzino, con lo scopo di filtrarne i residui di terra e altri materiali organici; ripete lo stesso procedimento con una seconda bottiglia, ancora con una terza e una quarta.

Avere a disposizione dell’acqua è di vitale importanza, eppure portarne troppa, costerebbe più fatica.

Un forte temporale rimanda alla terra pioggia radioattiva, Caleb trova riparo sotto i maestosi piloni di quella struttura che prima poteva essere ponte, accende un fuoco e dispone le bottiglie legate a un bastone a debita distanza dalle fiamme. Il calore riuscirà a riscaldare le bottigliette fino a una temperatura di settanta gradi compiendo una sorta di pastorizzazione che eliminerà i batteri. Una tecnica appresa dal fratello per evitare la nausea e la dissenteria causata dai microbi.

Disinfettare l’acqua richiedeva un po’ di tempo, sempre meglio che sentirsi male, si ripeteva il ragazzo.

Il giovane Salvato aveva trovato nell’attesa, qualche istante per ristorarsi con qualche pezzo di carne di ratto che aveva scrupolosamente conservato.

Il pensiero costante del fratello gli riempie la testa di domande, dove si trova, cosa sta facendo, il cuore sobbalza immaginando che potrebbe essere stato rapito, ucciso e addirittura mangiato, sì mangiato.

Nella vecchia casa diroccata, nella piccola cittadina, anche se raramente, giungevano racconti agghiaccianti su pratiche d’iniziazione, violenze, stupri e peggio ancora cannibalismo.

Alcuni uomini e donne ridotti alla stregua di animali, si erano radunati in piccole comitive, (in branchi se vogliamo attribuire un nome più appropriato alla cosa), avevano istituito una sorta di piccole civiltà tribali, ognuno credeva negli spauracchi creati per esorcizzare quello che accadeva al mondo e probabilmente dare una sorta di giustificazione a quello che stavano facendo.

Queste specie di tribù a causa della mancanza di cibo o forse per pazzia, praticavano il cannibalismo, dando sfogo alla più spregevole caratteristica umana, si erano arresi all’istinto, quell’istinto ragionevole e abominevole che poteva appartenere solo alla pazzia.

Il vento soffia portando con sé fragranze di orrore e morte mentre nubi polverose si perdono in un rossastro orizzonte.


Fratello mio dove sei”.


Il richiamo del sangue è troppo forte per abbandonarsi a fatali pensieri, di questo il ragazzo è consapevole.

Nell’immobilità surreale del paesaggio, un’ombra nera si sposta adagio tra i cespugli spinosi, il cuore si sveglia galoppando nel petto del Salvato, scatenando uno scattante risvegliarsi dei sensi, se avesse avuto l’Henry Golden Boy di Tumer, avrebbe già sparato,


meglio ritornare in se


evitare qualsiasi tipo di attacco o scontro, si ripeteva.

Raccogliere le bottiglie e sgusciare via senza troppo rumore è una valida opzione.

Procede a lunghi passi costeggiando l’argine del fiume, manca qualche ora ancora prima che il sole tramonti e bisogna trovare riparo per la notte, occorre continuare, non fermarsi, soprattutto adesso che in lontananza la vista del grigio cemento del ponte inizia a palesarsi.

Caleb continua a camminare fino ad arrivare alla base di cemento che ne delimita i pilastri, sale fino alla strada, da lì in poi continua sula passerella che attraversa il canale, arrivando dall’altro lato dell’argine del fiume.

Sul ponte alcune auto ricordano che l’uomo, un tempo era passato da quelle parti, sportelli aperti, resti di carrozzeria dati alle fiamme, sembra vivere la scena di alcuni film dove all’improvviso il tempo salda in un’immagine fissa, gente in preda al panico che corre come formiche sotto la lente di un bambino che tenta di bruciarle, esplosioni, vociare, urla, calpestamenti, movimenti veloci e spasmodici, sangue e terrore e poi silenzio, solo un’desolante silenzio.

Stringendo ancora con più forza lo zaino alle spalle, Caleb attraversa il più velocemente possibile il tragitto che porta alla strada asfaltata.

Nonostante il caldo, brividi di freddo raggiungono la schiena del ragazzo, l’angoscia sembra impadronirsi di lui stringendolo in una morsa letale, lo sguardo si trasforma diventando fitto e cattivo, sopraggiunge il coraggio e la determinazione e il passo si allunga.

Caleb sa come deve comportarsi, ora il richiamo del sangue è più forte che mai.

Il Salvato continua calpestando la striscia bianca della carreggiata, una lunga linea che divide in due la strada traccia il percorso da seguire, già scritto forse, nel destino del ragazzo.

Le lunghe terre incolte si alternano con la boscaglia, lo sguardo scorge i tetti di alcune case all’orizzonte, meglio avvicinarsi con prudenza.

Caleb è quasi al grigio agglomerato di case, tutto sembra essere tranquillo, il vento forte copre i rumori.

Il solito paesaggio lugubre e disabitato, in un carrello della spesa una bambola dai capelli biondi orba da un occhio e priva del braccio, dà il benvenuto al Salvato, sullo sfondo un enorme palazzo con finestre senza vetri, alcune casette e locali, tutto intorno silenzio, solo polvere e vento.

Il ragazzo si precipita subito all’interno del market abbandonato spinto dalla fame, alla ricerca inesorabile di cibo.

Tirando dentro la pancia, passa fra le porte scorrevoli di plexiglass, bloccate dalla mancanza di energia.

Il locale è putrescente, le spore della muffa ricoprono le pareti circostanti, scaffali capovolti e vetri rotti rendono l’idea di quello che poteva essere prima l’attività commerciale, adesso abbandonata.

Con movimenti lenti il ragazzo passa al setaccio ogni corridoio, scaffale, mobile, fino ad arrivare al piccolo ufficio della contabilità, ubicato tra il bagno degli uomini e quello delle donne.

Accosta la punta del piede alla porta esitando per un attimo prima di aprirla, senza accorgersi di nulla, da dietro una mano rugosa e tremolante gli si posa sulla spalla. All’istante Caleb afferra la parte di forbice infilata alla cintura nel tentativo istintivo di difendersi, ma prontamente una voce lo rassicura.

«Non voglio farti del male ragazzo, anche se avessi voluto non ne avrei la forza, sono vecchio per queste cose. Non sto mentendo, guarda i miei occhi, ti sembro una persona malvagia? Potevo colpirti alle spalle, saresti caduto ai miei piedi senza nemmeno sapere cosa sia successo, non trovi? Rassicurati!»

Il Salvato non riesce a fare altro che restare in silenzio ascoltando ciò che dice l’uomo.

«Non mi aspettavo di avere ospiti» precisa il vecchio ridendo, rassicurando ancora di più il ragazzo.

«Questa cittadina ormai è totalmente deserta, sono solo e non hai di che preoccuparti. Alcuni giorni fa è partita l’ultima compagnia di uomini e donne e le loro famiglie, vanno verso Nord, dove a quanto dicono è stato istituito un centro di accoglienza per i profughi, al di la del Sentiero della Speranza, conosci il Sentiero della Speranza?»

Il ragazzo annuisce.

«Possiamo restare tranquilli. Dimmi suppongo che tu abbia fame, seguimi!»

Il vecchio precede il ragazzo avviandosi verso il bagno degli uomini, spinge la porta a molla che continua ad andare avanti e indietro per qualche attimo.

All’interno della latrina di sinistra, l’uomo aveva creato una stanza, un piccolo bunker invisibile al mondo.

L’anzianità dell’uomo lo aveva fatto desistere ad allontanarsi da quel luogo che pochi anni prima poteva essere una ridente cittadina.

Sarebbe stato come abbandonare la sua vita, i luoghi dove era diventato adulto, dove aveva allevato i suoi figli e dove aveva amato sua moglie. Oramai viveva di ricordi, lo sapeva anche lui e andava bene così, anche se il mondo regolarmente lo trascinava all’incomprensibile e amara realtà.

Caleb si guarda intorno, pare aver fatto un viaggio nel tempo, vecchi articoli di giornale tappezzano i muri ammuffiti, foto ricordo, cartoline. Il vecchio aveva afferrato tutti i suoi ricordi e li aveva materializzati in quella stanza fuori dal mondo.

Dei ricordi indeboliti della sua mente ne aveva fatto la sua vita.

Lo sguardo del ragazzo scorre sulla pila di libri, sui vecchi modellini d’aerei e sgrana gli occhi azzurri quando all’istante identifica un oggetto che conosce molto bene: «cos’ è quello?» il ragazzino indica un pezzo di metallo d’orato sul piccolo ripiano da lavoro del vecchio.

«Quale quello?”

«Si quello! Cos è?» indicando di nuovo.

«Ah, è il castello di un fucile».

«Dove lo hai preso!» il tono del ragazzo è minaccioso quasi a intimorire l’anziano uomo.

«Non l’ho rubato se è quello che pensi ragazzino!» ammonisce l’uomo urtato dalla domanda.

«Giorni fa è passato da queste parti un compagnia di uomini, gente poco raccomandabile, spingevano a turno un carretto di ferro che trasportava non so cosa; gli è caduto questo, per fortuna non si sono soffermati più di tanto. Guardavo di nascosto, avevano molta fretta, avrebbero potuto catturarmi se mi avessero visto, e comunque è andata meglio cosi no? Ci ho guadagnato un piccolo trofeo senza aver fatto nulla».

Il giovane Salvato non riesce a staccare gli occhi dal pezzo di metallo che lo avvicina sempre di più al fratello.

Un indizio”. Riflette.

«Perché ti interessa tanto? È solo il castello di un fucile, senza il resto non serve a niente» brontola l’anziano».

Caleb guarda l’uomo con veemenza «Hai visto un ragazzo viaggiare con loro? Sui vent’anni, capelli neri, con una giacca a vento come la mia e un berretto da baseball rosso».

«No! Non mi pare, no …» bofonchia il vecchio mentre riflette.

«Erano cinque, si vedeva che erano tutti adulti, a turno continuavano a spingere quel carretto, forse conteneva qualcosa, oppure no, chi lo sa! Tutti spingevano, eccetto uno, il più grosso; forse doveva essere il capo, anche perché ogni tanto sembrava urlasse “muovetevi, dobbiamo muoverci” avevano fretta, ma non c’era nessun ragazzo, ne sono sicuro».

Il vecchio continuando a rimuginare, con una lima di ferro, apre un barattolo di fagioli suddividendolo in altri due contenitori.

«Afferra! Mangia ora! Poi mi dirai da dove vieni e cosa ti ha spinto fin qui, tutto questo però dopo aver riposato».

Pochi minuti di luce dividono il giorno dall’oscurità della sera, la temperatura cala e il vento porta con sé un soffio piacevolmente freddo, quasi a rinfrescare dall’afa di un faticoso e angosciante giorno che sta per terminare.

Il vecchio chiude la porta del bunker e il buio avvolge tutta la piccola stanza, una flebile luce appare tra le sue mani pronte ad accendere alcune candele disposte qua e là, spegne lo zippo con lo schiocco del cappuccio di ferro.

Spranga la porta con un’asta di metallo che l’attraversa, riponendo dietro di essa un grosso carrello a rotelle pieno di legna.

Per un istante, il mondo intorno all’anziano sembra sospendersi su di una vecchia foto che lo ritrae sorridente accanto a una donna.

Gli occhi stanchi si perdono umidi e luccicanti. Caleb già dorme.


«Caleb! Caleb! Sono io vieni con me fratello!»

«Tumer? Tumer! Sei tu?»

«Si! Sono io! Che hai? Non mi riconosci?»

«Oh! Tumer non sai quanto ti ho cercato … non sai quanto ho camminato per trovarti! Ho messo in pratica tutte le cose che mi hai insegnato, non sai quanto sono felice di rivederti. Ho avuto paura, tanta paura ma, alla fine ce l’abbiamo fatta, ci siamo ritrovati. Sai ho visto di nuovo quel lupo, quello che abbiamo salvato dall’acqua e …»

«Caleb! Fermo Caleb, ascoltami! Non abbiamo più tempo dobbiamo andare via e subito, dai vieni!»

«Dove Andiamo, è buio, potremmo perderci non possiamo aspettare?»

«No! Non possiamo! Mi stanno cercando, dobbiamo andare! Adesso!»

«E il vecchio? Che fine farà il vecchio?»

«Non possiamo portarlo con noi, ci rallenterebbe, è troppo pericoloso, dai vieni!»

Tumer afferra il braccio sinistro di Caleb strattonandolo, i due si dirigono insieme verso il lungo corridoio tra gli scaffali fatiscenti, il freddo è pungente.

Il giovane Salvato guarda i capelli neri del fratello che nascondono una ferita, un rivolo di sangue cola dal collo, la mano che lo stringe è sempre più fredda ma, la presa resta salda.

Due uomini si manifestano davanti alla porta del Market, uno ha un coltello, l’altro una pistola …


Un acuto e prolungato ululato, squarcia l’essere del giovane sopravvissuto che balza dal letto ancora stordito.


Solo un brutto sogno”.


Caleb nota con stupore che il vecchio è già sveglio, con gli occhi aperti ancora a fissare il vuoto: «Ehi! Vecchio! Perché non vieni con me?»

«Ragazzo mio, il tempo a mia disposizione è quasi scaduto e non avrei la forza per lasciare questo posto, sono troppo stanco. Ho tutto quello che mi serve e ho deciso che passerò in questo posto, tutti i giorni che mi restano e non credo siano molti. Questo luogo è il mio presente e anche il mio passato».

«Le tue provviste non dureranno per sempre! Cosa farai quando avrai finito l’ultimo barattolo di fagioli o l’ultima goccia d’acqua e …»

«No, no, no … Non andrà così! Non saranno né la fame né la sete, la causa della mia morte …»

Il vecchio chiude gli occhi affaticati che si aprono nuovamente al passato.

Continua...



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