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lavoro pubblicato domenica 30 aprile 2017
ultima lettura domenica 24 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Starlight - Luce di stella (giorni primo-decimo del secondo mese)

di LMA. Letto 298 volte. Dallo scaffale Fantascienza

ANÀVOK 01.02.502 Il mattino li saluta, come non fosse mai andato via, i momenti del giorno si somigliano tanto da essere un tutt'uno. L'un...

ANÀVOK 01.02.502


Il mattino li saluta, come non fosse mai andato via, i momenti del giorno si somigliano tanto da essere un tutt'uno. L'unica eccezione le ore mediane, quelle che separo il presto dal tardi, il prima dal dopo, l'oggi da ieri. Anche se è solo per illusione. La prima già calda luce, il sonno che fatica ad andarsene, la stanchezza di prima e il tempo che è ancora adesso.

Almeno sono insieme, non possono immaginare come sarebbe se non lo fossero, se ognuno per conto suo affrontasse il viaggio. Parlano così che la realtà sembri più vera e familiare, dagli zaini di vecchio tessuto, tutto lo è su questo pianeta, vecchio, perché quasi tutto fu importato, decisamente più leggeri da portare, prendono da mangiare e un sorso da bere.


Ora mediana. Una grande costruzione circolare al centro di uno spiazzo ancora più grande, circondato da alti palazzi, ma a una certa distanza, tutto intorno, cumuli di rottami sparsi ad intervalli irregolari per l'intera superficie, e questa costruzione silenziosa nel mezzo.

L'osservano bene, uno di fianco agli altri.

Non ci sono finestre, non oltre il piano terra. Sale ad un'altezza non irrisoria, sebbeno non paragonabile alle alte torri che ancora, qua e là, resistono. Possiede un aspetto differente da qualsiasi altra, qualcosa di, forse è così, mistico, sanno esattamente cosa si intenda con questa parola, delle volte è bene, delle altre indica qualcosa che incute paura, che, comunque, non puoi spiegare, ed è esattamente l'inesprimibile disagio che provano adesso. La superficie curva è senz'altro colpita dalla luce rossiccia, solo non lo dimostra, giusto quel tanto per essere vista, scura, metallica, sembra in migliori condizioni, molto migliori rispetto a quanto la circonda.

Si solleva un alito di vento, indugia, muta in una breve sferzata, solleva un po' di polvere color oro. Secondo la mappa questo è il luogo, quello che più d'ogni altro può essere considerato il centro esatto dell'antica città, Ley ricontrolla la mappa.

Decidono di provare ad entrare... e si avvicinano.


Il piano terra è disabitato; sono penetrati da una finestra bassa aiutandosi a vicenda, sopratutti Uli incontrando qualche difficoltà.

<Che posto è questo?>, il silenzio inghiotte le parole di Yon.

In un evidente stato di abbandono, c'è tuttavia qualcosa di diverso. Una porta ad arco è in fondo allo spazio ombroso, verso quella, guardandosi intorno, avanzano. Sedie rovesciate, tavoli, avvicinandosi vedono che una scritta è sopra alla porta oltre alla quale ora distinguono degli scalini salire, le lettere in oro rimandano un dimesso brillio. Le sono davanti, Yon comincia a capire cosa c'è di diverso, chi progettò questo posto usò linee curve al posto di strutture ad angoli, interessato, alla fine volge anche lui gli occhi alla scritta e legge una sola parola: Panopticon.


Sono in una prigione. Arrivati in cima alla prima scalinata, lungo un passaggio ad arco, fino a trovarsi dinanzi al tutto. L'intera struttura è all'interno aperta in un'unica volta, uno spazio unico attraverso il quale gli occhi cercano i confini, immenso, circolare, in qualche modo perfetto, Yon è sicuro che lo sia anche geometricamente, una successione di celle sbarrate senza soluzione di continuità, per ogni singolo livello a partire dal più basso nel quale si trovano, circondano l'aria attraversata da passerelle, le quali da un unico cilindro che unisce sopra e sotto, nel centro esatto, partono. Senza parole, a bocca aperta, girano su loro stessi, avanzando, ruotando continuamente la testa. La luce poi... arriva ovunque e non c'è traccia di alcuna sorgente, è diffusa e nulla resta in ombra. Da dove si trovano non scorgono alcuno, ma rumori sopra di loro rivelano la presenza degli altri. Ormai vicini alla struttura cilindrica individuano, ruotandole attorno di novanti gradi, l'accesso e la stretta scala ascendente. E' con un misto di incredulità e orrore che Uli rilegge quanto sta scritto sulla superficie convessa intorno alla porta. Sembra una poesia, diversa da qualsiasi, non è la semplice poesia di Anàvok dei tempi vecchi o del tempo di prima, questi sono i modi comunemente usati per riferirsi o collocare qualcosa nel tempo, mentre al presente si fa riferimento come fosse il non-tempo, è molto diversa, tale da non poter essere paragonata, sembra venire persino da un'altro luogo.

Uli guarda in su alle celle affiancate, poi torna giù, "E' questa l'ultima cosa che leggono prima di finire lassù?..."


L'erba era più verde,

la luce più brillante,

il gusto più dolce,

circondati da amici,

le notti di meraviglia,

la lucente nebbia mattutina,

l'acqua corrente,

il fiume senza fine,

per sempre e sempre.*


Uli non comprende che la metà di quelle parole, anche gli altri due accanto a lui hanno preso a leggere. Alcune lettere sono sbiadite nel tempo, come il significato stesso.

Una voce dall'alto li chiama.

In cima alle scale. Un vecchio uomo li guarda e aspetta. In fondo alle scale. Un vecchio uomo li scruta con occhi rapaci. In mezzo tra le scale che salgono e che scendono un vecchio uomo è il guardiano della prigione.

Fa loro cenno di salire.


A metà del cilindro dimora il guardiano, da dove ora si trovano possono vedere attorno a giro completo, Yon comincia a capire la ragione di quel luogo. Il vecchio li osserva alle loro spalle, un orribile ghigno che non possono vedere sul volto. Ogni cella, e il suo abitante, è alla portata del loro sguardo e curiosità.

<Loro non possono vederci>, ammicca loro con un complice sguardo laido. Dice di seguirlo con voce gracchiante, senza spiegazione. Incerti e con preoccupazione crescente si incamminano fuori su una delle passerelle sospese a molti metri da terra. Attraversano quella bolla lucente, è come il mondo di fuori fosse altro e dentro si fossero spinti in una diversa dimensione, di penitenza e per essa. Li fa passare avanti, si ferma in fondo alla passerella e continua ad osservare, i tre giovani uomini, controvoglia, proseguono, è evidente che quello vuole che vedano. Passano difronte alle piccole gabbie, la maggior parte vuote, ma alcune non lo sono.


Un giovane poco più grande di Ley lo osserva con sguardo sprezzante da dietro le sue sbarre, pare non curarsi di chi è fuori e chi è dentro.

"Da quanto tempo sei qui?", vorrebbe chiedergli Ley, ma non se la sente. Sembra stare abbastanza bene; è segnato sotto gli occhi ed è un po' pallido, ma sembra essere in forze a sufficienza. In pochi momenti decide tra il restare e l'andare, e va oltre.


Uli sale, poi continua a salire, non sa esattamente perché, qualcosa lo spinge a vedere più in alto, fino agli ultimi livelli. Guarda giù e gli gira un istante la testa.


Yon sta già tornando indietro, ha visto e non voleva vedere, per quanto poco è già troppo, lui non voleva vedere, guarda davanti a sé e ripercorre a ritroso i suoi passi.


Uli sta difronte alla cella, la luce che arriva ovunque arriva anche qui, solo più debole, questa è l'unica nella quale ci siano due persone dentro. Ma chi è quell'altro, quello che se ne sta voltato di spalle verso il muro? Lo sguardo ferino gli è incollato addosso, come un animale da preda l'uomo di fianco a quello voltato sembra lo voglia mangiare, Uli capisce che è pronto a spiccare un balzo, si allontana spaventato dalle sbarre che li separano. Lo fissa bene, come ha potuto dare per scontato subito che fosse umano, gli sembra che non abbia più niente che della bestia da preda.

<Perché paura?>, una voce scaturisce dal fondo del cubicolo.

Smarrimento... "No... Non può essere..."

<Sì... Hai visto, sei venuto a trovarmi>

Uli riconosce quella voce, quell'orribile...

<Benvenuto... Questo è uno dei miei posti preferiti>. Si volta il mostro, i contorni tremuli, appena sfocati.

Uli comincia a scuotere la testa, <No...>

<Uli... Uli tu mi rendi felice>, al suo fianco eccitata e fremente d'impazienza, la bestia umana emette un verso gutturale, aspirato, e poi butta fuori qualcosa tra un urlo e un ringhio quando il giovane fugge di corsa.


E' immobile, chiuso in e su sé stesso, così in silenzio, respira appena, sulla parete è incisa qualcosa. E ripetuta, e ripetuta e ripetuta, ripetuta.

Perfezione


Quando Ley, circondato da sguardi malevoli, torna a trovarsi davanti alla prima cella, quella del giovane, mentre ripercorre in senso inverso il corridoio che curva costantemente seguendo il perimetro della prigione, butta un occhio dentro e... si ferma. Il ragazzo tanto sicuro è rannicchiato a terra, una mano tra le gambe che si muove velocemente, l'altra sugli occhi, sta piangendo, e implora.

A bassa voce, rotta, <No, ti prego... ti prego...>, piange, in posizione fetale... Cerca di scacciare i mostri... E sta perdendo un'altra volta...

Ley è già oltre, turbato si è allontanato, quando passi di corsa annunciano Uli, più spaventoso per lui, per lui che vedere può, tutto, e superando anch'egli il dolore e la disperazione a terra raggomitolati vede quell'altro, a gambe incrociate nella stessa cella, da un lato, in fondo.


"Vecchio, vecchio è l'uomo vecchio che in giro se ne va

Vecchio, tanto vecchio è l'uomo che nei miei sogni sempre sta

Vecchio è l'uomo vecchio che da sempre vola e vive qua"


Quale bambino su Anàvok non conosce la canzone?


I tre si sono ricongiuti.

<Andiamo via>, bisbiglia Yon.

<Sì>, annuisce Ley.

Scendono. Ma sono sempre stati osservati.



* D.Gilmour, P.Samson.



ANÀVOK 02.02.502


Il cielo di stelle li vede nuovamente. Nella memoria gli avvenimenti da poco occorsi.


Il vecchio guardiano che li rincorreva, lo perdevano di vista, ma quello da non sanno dove ricompariva così vicino. Giù poi di nuovo su per le scale, senza riuscire a raggiungere il piano più basso per uscire. Qualcuno da una cella ha urlato, qualcosa è caduta, no, è qualcuno, è stato spinto giù dalle scale. Corrono di sotto, di nuovo insieme dopo essere rimasti per alcuni attimi disgiunti, il vecchio carceriere è disteso agonizzante in una pozza del suo stesso sangue che dalla testa spaccata sull'ultimo gradino alla base del cilindro fuoriesce.


"Casa, dov'è casa?"


Tornano, in direzione della periferia e la loro nave, confusione e mestizia si mescolano.

Al suono dei propri ed altrui passi si sommano le voci che nella testa di Uli non vogliono placarsi. Ricorda e continua a girare lo stesso ricordo e ad ogni giro cresce di intensità, e la sua voce strascicata impressa nella mente, e la vecchia canzone, e poi c'è qualcos'altro, ma non sa cos'è. Per un momento orribile è stato abbastanza vicino, abbastanza da intravedere uno scopo; la volontà dietro alla maschera, quella che fa davvero paura.


"Così triste, sono così triste..."

"Arrabbiato, sono così arrabbiato..."

"...Va bene così..."


Raggiunta la piccola nave, finalmente possono riposare.



ANÀVOK 03.02.502


<Auguri Ley...>, Yon gli sorride.

Sono svegli e ancora in viaggio, verso Sud.

<Grazie amico>, gli sorride a sua volta. Trent'anni di Anàvok. E' il primo di loro a compierli.


Velocemente passano sopra una distesa che sembra senza fine non passare mai; a questo punto più che altro è la speranza a muovere avanti.

Non possono lasciare la terra senza un aiuto, una conoscenza che non hanno, non possono andare da nessuna parte, da nessuna davvero.

"Allora che facciamo, torniamo indietro?... No Ley, non se ne parla! Torna in te!"

"Dobbiamo trovare qualcosa... forza Yon, sii forte!"

"...Siamo insieme..."


Il deserto si va raffreddando, tre punti di energia pulsanti calore nel mezzo di un mondo alieno alla loro stessa natura, ogni giorno combattere per contrastare, adattare, sopravvivere ed essere più che si può.


Un gioco di colori e striature, tutto sull'arancione più o meno scuro, si va formando in cielo, il sole gioca con la propria e altrui luce. Domani Uli dice sole giallo, lui lo sa sempre, apprezziamo oggi la temperatura dell'astro fratello, più mite, almeno questo e speriamo entro sera di scorgera qualcosa...


<Buona notte>, Ley ai compagni prima di appoggiare la testa al cuscino di stracci in plancia, di fianco gli altri due... si guardano negli occhi, distesi per terra...



ANÀVOK 04.02.502


Verso Ovest ora.

Quello che prima che il sole ardente cali troveranno è una città, una città splendente nella luce da poco discesa dallo zenit, in lontananza l'agglomerato centrale balugina come un diamante grigio e le propaggini periferiche sono di un bianco pietroso.

Il silenzio pervade l'aria qui tanto quanto all'orizzonte, un leggerissimo vento inudibile, il cerchio giallo in cielo alla loro destra, procedono anche loro. Non hanno quasi più niente da mangiare e da bere. In cerca della vita, solo un altro giorno, poi si torna indietro.


Cammino tra questi fianchi di case, con il sole a mettermi e togliermi dall'ombra, penso a tutto e a niente, alla fine ogni cosa mi riporta a te, come il mio pensiero potesse salutarti e solo lui raggiungerti, ma so di non riuscirci, penso troppo e non sento. Quanto tempo è passato, quanto ancora dovrà? Sono sull'altro lato, aspetto e vivo, non vedo ma so che ci sei, da qualche parte ci siamo tutti, ma adesso... Cosa oltre alla tristezza, alla colpa, qualcos'altro c'è, c'era...


Adesso ridono, i tre amici ridono di gusto ad una sciocchezza detta con intenzione da Yon, non riescono a fermarsi, Uli si rovescia per terra dal ridere, Ley è piegato in due e Yon stesso si asciuga le lacrime.

Ora va meglio.

Lunga è la marcia.


Si accampano per la notte. La situazione è quasi disperata, ma per oggi la preoccupazione non ha più spazio.



ANÀVOK 05.02.502


Al riaprirsi degli occhi, Uli sa esattamente che troveranno quello che cercano.


Il sole bacia i loro visi scuriti, i loro occhi incontrano il centro ancora pulsante di vita della vecchia città.


<Allora ci rivediamo qui...>

Annuiscono Yon ed Uli.

I tre si dividono per le strade alla ricerca.


E' come una gemma scura circondata da rottami e sfacelo, Ley si guarda intorno meravigliato. Il metallo lo circonda, la folla lo abbraccia dai due lati, sulla strada tutto è in ombra grazie alle alte tettoie costruite sopra le linee degli sbarramenti proprio per tenere in penombra e al riparo dal calore dei raggi diretti e indiretti la parte più bassa, ai piedi degli antichi imponenti edifici. Passerelle e ponti attraversano sopra la sua testa, bordati di belle ringhiere. Le stesse alle balconate di alcuni edifici che si affacciano su quello slargo nel cui centro si è ora fermato. Con costante manutenzione preservato, e le persone stesse, in abiti integri, tutti vestiti di scuro, come il metallo, come la luce lì. E' una luce opaca, ma è irradiata da decine di pali luminosi, più grandi sulla strada, più piccoli in alto. Una città nella città, sopravvissuta, più piccola, la cui volta a non molto più di venti metri si trova a rimpiazzare il cielo.

Confuso, dalla diversità, di quelle persone, nel modo di camminare e muoversi, ma sopratutto della qualità di quella luce, senza accorgersene raggiunge il margine dell'ampia strada e si siede, anche se non ne ha mai viste, sa d'istinto che ci si siede, e sulla panchina resta a guardare la gente di Kiròn e i suoi minuscoli soli.


Sbigottito è Uli e vuoto di pensieri ma pieno di emozioni. Dove la strada svolta, supera un palazzo ad angolo, un uomo con una lunga veste non chiusa, sopra un'altra, gli passa accanto. I capelli sono scuri, non lo guarda, ma cammina fissando davanti ai suoi piedi, gli abiti sono neri, la pelle, invece, è chiara. E' passato oltre, ma anche il prossimo venuto non lo guarderà, e quello dopo, e la donna con il bambino, e lui non sa come...


Le finestre sono di vetro... "Sono di vetro", Yon percepisce e sente crescere l'eccitazione.

Macchine in movimento, congegni a stantuffo che solo lui sembra vedere, ad ogni sguardo, verso ogni direzione, ogni strada che incrocia e riparte, allontanandosi, perché non poteva nascere qui? Perché tutto questo esiste? Perché esiste!? ...Non così... "Perché?..."


E' il primo Uli ad arrivare e aspetta. Ley lo raggiunge dopo un quarto d'ora. Yon non si vede. Parlano, si scambiano impressioni e meraviglia mal celata. E aspettano Yon che ancora non arriva... la folla scorre intorno a loro e si avvicenda.

<Perché Yon non arriva?>, si chiede Ley guardandosi intorno.

Guarda anche Uli, un po' preoccupato.

Dopo una mezzora, nello stesso punto in mezzo alla strada, compare e viene verso di loro. Un grande sorriso gli si dischiude in volto. Loro sorpresi gli sorridono di rimando.

<Ho trovato quello che cerchiamo>, gli occhi e il sorriso gli si fanno più grandi.



ANÀVOK 06.02.502


<La maggior parte delle volte è la sensazione profonda di non star vivendo pienamente, di essere rinchiuso, ciò che più mi risulta difficile.> Parla a bassa voce il vecchio.

<Avete mai vissuto pienamente?>, Uli soprendendo i due amici si rivolge con queste parole al vecchio inventore.

Quello si volta a lui ed esita un momento, <...Sì... Una volta...>, silenzio, <Quindi vi capisco... Dovete andare se potete.>


Yon non aveva fatto altro che essere sé stesso, si era entusiasmato per quei congegni funzionanti, in mezzo alla strada si era messo a parlare con chi gli capitava, non potendo frenare la gioia che provava in quel momento, fino a che quell'uomo si era avvicinato a lui uscendo da un uscio al pian terreno, a poca distanza, e non si trattava di altri che del progettista di quella fontana di luce che a bocca aperta, un po' con un po' senza parole, il giovane rimirava, e i suoi occhi salivano alla sorgente della luce oltre l'apertura circolare nella parete sopra la sua testa, e scendevano all'oggetto riflettente, alto e lavorato, la prima volta che osservava un'opera d'arte compiuta.


<Posso aiutarvi. Ma forse non come volete.>

I tre lo guardano e stanno, tutti e tre, trattenendo il fiato senza accorgersene.


<Anche questa notte potete restare qui, di spazio non ce n'è molto, ma...>

<Va benissimo>, Ley dice.

<...Per tutto il tempo necessario. E domani mi farete vedere la vostra nave>, il viso di quell'uomo si illumina per il tempo di un respiro.

Per le ore della giornata rimanenti Yon e l'inventore parleranno ad un tavolo, bevendo solo acqua, senza fare caso al gesto, nella casetta al margine della piazza con la fontana. Gli altri due usciranno nella brezza incanalatasi nel dedalo delle vie chiuse.



ANÀVOK 07.02.502


Esce presto di casa, i tre giovani dormono, si dirige verso un svolta che dà su una via abbastanza ampia. Prosegue, saluta velocemente qualcuno, la piccola cittadina sembra non dormire mai, facce nuove prendono il posto delle altre, incastonata come un gioiello nero racchiuso tra grigie vestigia. Più in alto uno dei soli è sorto e riscalda e illumina la copertura a lastre affiancate e sovrapposte, più in alto le ultime torri prendono la sabbia che il vento trasporta e, quando questa lo consente, riescono ancora a rilucere, permettendo al sole di specchiarsi; fa caldo come sempre su Anàvok.

Il vecchio raggiunge l'entrata di un edificio di buone dimensioni. E' la sede del governo della città.

Ne esce quindici minuti dopo. Torna verso casa sua.


In marcia... stavolta in quattro.



ANÀVOK 08.02.502


"...e la magia ha lasciato la mia vita"


Uli si sveglia, la sua mano si muove e stringe, ma non è più lì, se n'è andata con il sogno e il sogno velocemente svanisce dalla sua memoria, il tempo solo di ricordare che... che forse erano tutti lì, insieme, "...e siamo usciti..." e poi più niente... ma il calore, quello resta.

Guarda Yon e Ley per terra ancora addormentati e sorride senza saperlo così dolcemente. La piccola plancia brilla alla luce radente. Sopraggiunge la tristezza... si lascia scivolare indietro e respira e sente il loro respiro. E' calmo. Non gli importa dove andranno, né di tornare indietro né di andare avanti, purché... "usciamo insieme."


Attraversano una densa nuvola di sabbia, il vento sferza in direzione opposta al loro incedere, cancella le orme.



ANÀVOK 09.02.502


<E' questo il libro>, il vecchio inventore trae il grosso volume tra molti altri nella sua casa alla quale hanno fatto ritorno la sera precedente.

<E' qui in fondo il riferimento di cui vi parlavo>, la voce gli si arrochisce.

Illumina e legge: <...

Quel che fa seguito è uno stralcio di manuale tecnico inerente le condizioni di equilibrio nelle costruzioni. Yon ha familiarità con i concetti della meccanica statica e segue il discorso attentamente e con impazienza, quando il testo fa riferimente, in maniera quasi casuale e senza digredire, a titolo di esempio ai vascelli interplanetari i quali, "sia all'interno che all'esterno dell'atmosfera mantengono stabilità e momento nonostante la potente spinta generata dalla luce delle stelle."

I tre si guardano, o meglio tutti guardano Yon, il quale smarrisce lo sguardo in qualche punto del muro e riflette.

<Traevano l'energia come noi la prendiamo dai soli...>, nella sua mente si aprono finestre e porte e cassetti rimasti chiusi, in cerca di tutto quanto potrà servire...

E' ancora sveglio che i piccoli pali luminosi di Kiròn attenuano la loro luminosità imitando il sole rosso che discende oltre le pareti di metallo scuro e oltre la linea di un orizzonte non osservato.



ANÀVOK 10.02.502


Oggi sono diretti alla biblioteca di Kiròn. Esiste un luogo qui dove sono conservati i volumi rimasti e recuperati. Quel che vanno a cercare, sempre accompagnati dal vecchio che aprirà loro le porte, sono informazioni, l'inventore dice di essere quasi sicuro che non vi sia nulla del genere.

Il vecchio è stanco, appare subito evidente mentre cammina al loro fianco e dal risveglio stesso, si è alzato come sempre presto, ma è rimasto seduto davanti alla finestra, ogni tanto tossendo, gli ultimi giorni lo hanno affaticato.


Tra le file e corsie, libri e spazi vuoti negli scaffali, polvere e poca cura, i volumi sono semplicemente tenuti tutti assieme in uno stesso posto. Nessun risultato per due ricerche. Uli si è estraniato, quel che cerca lui lì è differente. Ha avuto questa idea, forse in un posto come questo potrà esserci qualcosa su di Lui... Si aggira, decifrando a fatica i titoli, senza sapere di preciso, confondendosi più che altro, un po' spaesato cerca il Suo nome.

"Vecchio...", "...che in giro se ne va...", manda a memoria, "...che nei miei sogni sempre sta...", niente qui, "...da sempre vola e vive qua".

Ley ha trovato qualcosa. Non è forse cosa, ma potrebbe essere dove. In fondo a diversi volumi trattanti la medesima materia, affine anche se non quella della quale cercano, vi è stampato il nome di uno stesso posto, il posto dal quale provengono, dove furono composti.


<Isitàn era la più grande, l'ultima rimasta abitata, noi siamo solo una piccola comunità di coloro che restarono o che successivamente arrivarono da altri luoghi, ma lei rimase sempre, questo so. E' quel che pensai di consigliarvi sin da subito>, abbassa lo sguardo.

Silenzio... <Allora è lì che andiamo.> Ley.


Ringraziano l'anziano e stanco signore, troppo eccitati per poter aspettare, <Quando vorrete tornare, la mia casa è la vostra giovani amici>, nemmeno fino a domani, si sforza di sorridere loro, troppo anche per accorgersene, lo ringraziano ancora e velocemente si allontanano, quando il sole ha cominciato la discesa, accorgersi che un domani breve attende l'uomo che li ospitò e una lunga notte.



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