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lavoro pubblicato venerdì 28 aprile 2017
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Cronache di un Non Morto - Capitolo 3: Sangue

di ColdIsBetter. Letto 164 volte. Dallo scaffale Fantasia

Bea non sapeva come reagire. “Cosa?” fu l’unica parola che riuscì a dire, con un filo di voce. Gli occhi, sbarrati, erano fissi su Arianna, che era a sua volta indecisa su come continuare la conversazione. “Biologicame.....

Bea non sapeva come reagire.

“Cosa?” fu l’unica parola che riuscì a dire, con un filo di voce. Gli occhi, sbarrati, erano fissi su Arianna, che era a sua volta indecisa su come continuare la conversazione.

“Biologicamente sei morta: il tuo cuore non batte e non hai bisogno di respirare.”

Istintivamente Bea appoggiò una mano sul petto. Era in uno stato di agitazione totale, eppure non riusciva a sentire il cuore pulsare.

“Questo è assurdo. Cosa mi è successo?” chiese con voce tremolante, sudando freddo. Quella situazione era surreale per lei, era come trovarsi in un incubo da cui non potersi svegliare. Lo stomaco era attorcigliato, come se qualcuno l’avesse preso e annodato su se stesso.

“Ecco” riprese Arianna, che si era accorta dello stato della ragazza “probabilmente quando sei stata trovata eri in condizione critiche, e l’unico modo per salvarti era… non convenzionale, diciamo.” la donna era chiaramente titubante, c’era qualcosa che non riusciva a dire. Bea, però, intuì immediatamente ciò che non era stato detto.

“Sono diventata un vampiro.” la sua, più che una domanda, era una sconsolata affermazione. Nascose il viso tra le mani, mentre le lacrime scendevano lungo le guance fino al mento, gocciolando sul letto.

Una morsa gelida le stringeva il cuore, schiacciandolo senza pietà. Era la disperazione. L’unica cosa a cui riusciva a pensare in quel momento era di essere diventata come Stefan. Un mostro. Questo, per lei, era anche peggio di quello che aveva passato la notte precedente. Senza dubbio essere stata aggredita da una creatura del genere, l’aver visto quella stanza terribile, era stata un’esperienza che l’avrebbe segnata per il resto della sua esistenza. Però, la possibilità che lei stessa potesse prendere il posto di Stefan, sbranare vivo qualcuno… questo la terrorizzava.

“Uccidimi, ti prego.” implorò Bea, singhiozzando convulsamente. I grandi occhi verdi pieni di lacrime.

Arianna si alzò dalla sedia e la abbracciò. Il suo sguardo era colmo di compassione e tristezza.

“Non trattare la tua vita con leggerezza. Ti è stata data una seconda opportunità miracolosa, non sprecarla.” sussurrò. Quindi continuò:

“Alcuni vampiri, come quelli che hai incontrato tu, preferiscono cacciare. Trovano gusto nel veder soffrire le loro vittime. Ovviamente all’interno della nostra società tale comportamento non è ammesso, ma a volte è difficile rintracciarli. Comunque, la maggior parte dei vampiri si procura il cibo da obitori e ospedali.”

Il tono rassicurante di Arianna aveva avuto un effetto calmante su Bea.

“Quindi non dovrò far male a nessuno?”

“Proprio così. Il nostro scopo è quello di vivere in pace con gli umani.” spiegò la donna.

Fu come se un macigno venisse sollevato dallo stomaco di Bea. Un barlume di speranza si fece largo nel suo cuore, rischiarando leggermente la sua espressione.

Arianna tirò un sospiro di sollievo e appoggiò la schiena contro la sedia, distendendo le gambe. Quindi volse uno sguardo sognante verso l’alto, come se stesse rimembrando attimi passati.

“Lo sai, Bea, se colui che ti ha salvato è chi pensiamo, devi ritenerti molto fortunata. Deve aver visto qualcosa in te.” quest’ultima frase suonò un po’ malinconica, e Arianna sembrò accorgersene, poiché cambiò in fretta argomento.

“Te la senti di camminare? Adesso che fai parte di noi ci sono un po’ di cose che devi sapere.” disse, alzandosi in piedi.

“L’hai detto anche prima. Quindi sei anche tu un vampiro? C’è una specie di società nascosta?” chiese Bea, scendendo dal letto. Chiaramente era ancora a disagio, ma le parole della donna l’avevano rassicurata.

Arianna scosse la testa.

“Hai detto giusto a metà. Ci sono molte creature di cui gli esseri umani ignorano l’esistenza, non solo vampiri. Viviamo in mezzo a loro, con lavori normali, vite normali… più o meno.”

La spiegazione di Arianna prese Bea in contropiede. Già aveva accettato con fatica l’esistenza dei vampiri, e ora veniva a scoprire che non erano l’unica anormalità che doveva aspettarsi d’ora in poi.

“Altre creature? Quindi tu cosa sei?” chiese la ragazza, stordita da tali informazioni.

“Una strega. Lavoro qui, all’ospedale, e principalmente mi occupo di chi ha bisogno di cure mediche. Ma vieni, cominciamo ad andare.” Bea seguì Arianna fuori dalla porta, ritrovandosi in un lungo corridoio dal pavimento bianco. Su un lato vi erano le camere, mentre l’altro era ricoperto interamente di grandi finestre da cui entrava la luce del sole. Un odore di disinfettante aleggiava, pungente, in tutto l’ambiente.

“Quest’ala dell’ospedale è occupata interamente da quelli come noi. Chiaramente le terapie sono diverse da quelle per i normali umani, quindi dobbiamo separare i pazienti.”

“È assurdo! C’è un sacco di gente qui, com’è possibile che nessuno si accorga di niente?”

“Abbiamo i nostri metodi per non farci scoprire.” disse Arianna con un sorriso, apparentemente divertita dallo stupore della ragazza.

“Non siamo solo in questo ospedale, siamo presenti in ogni istituzione, compresa polizia, politica e tutto quello che ti viene in mente. La maggior parte di noi sa che vivere in armonia con gli umani è fondamentale.” aggiunse poi, facendosi seria.

“Non tutti, però.” sottolineò amaramente Bea.

“Purtroppo.”

Qualcosa nelle tasche del camice di Arianna prese a vibrare energeticamente, e velocemente la donna estrasse un cercapersone. La sua espressione divenne seria.

“Dovremo riprendere più tardi.” disse, correndo verso la fine del corridoio, dov’erano presenti degli ascensori. Le porte di uno di essi si aprirono, permettendo ad una barella trasportata da due infermiere di uscire. Bea non riusciva a vedere bene, poiché coperta dai corpi delle due donne, ma le sembrava che sul lettino vi fosse un uomo coperto di sangue.

“Nella sala C, presto!” esclamò Arianna, dopo una rapida occhiata al paziente. Era visibilmente preoccupata.

Dallo stesso ascensore scese anche Sebastian, vestito in uniforme da poliziotto.

“Seb! Cos’è successo?”

Sul volto dell’uomo era evidente l’inquietudine. Il suo sguardo continuava a fuggire verso la barella. Guardando meglio, Bea si era accorta che il ferito indossava a sua volta un’uniforme.

“Non lo so. Abbiamo ricevuto una richiesta di rinforzi, ma quando siamo arrivati era in quello stato.” spiegò.

“Ne parliamo più tardi.” disse quindi Arianna, correndo nella stessa direzione in cui stavano portando il ferito.

Bea rimase interdetta sul da farsi per qualche secondo, fino a quando il suo sguardo non incrociò quello di Sebastian. Accortosi di lei, l’uomo si avvicinò.

“Ti sei svegliata, quindi.” fece. Il suo sguardo era ancora inquieto, ma sembrava essersi ricomposto.

Bea si limitò ad annuire.

“Arianna ti ha già spiegato le cose?” Bea scosse la testa.

“Avevamo appena iniziato a parlare.”

“Capisco. Proseguirete un altro giorno. Vieni, ti accompagno a casa.” più che un’offerta, le parole dell’uomo suonavano come un ordine.

“Non è necessario…” ma la ragazza venne zittita da un’occhiata di Seb, che chiaramente non ammetteva proteste.

I due scesero le scale e si diressero verso il parcheggio, dove salirono su una volante della polizia senza che nessuno dicesse una parola. Ci vollero alcuni minuti perché il silenzio venisse rotto, nella maniera peggiore, da Sebastian.

“Hai mangiato?” domandò. Immediatamente Bea capì a cosa si riferiva.

“No. Per adesso mi sento bene.” rispose, senza nascondere un certo fastidio per la domanda.

“Non durerà molto. Torna all’ospedale, domani, e chiedi ad un’infermiera dell’ala speciale. Prima ti abitui al sangue e meglio è.” se le parole di Arianna erano sempre attente e gentili, quelle di Sebastian erano completamente prive di tatto e sensibilità. Non che non avesse ragione, ma il suo atteggiamento metteva Bea a disagio. Stava già facendo abbastanza fatica ad accettare la sua situazione senza che qualcuno le sbattesse in faccia il fatto che prima o poi avrebbe dovuto consumare sangue umano. O forse avrebbe dovuto anche mangiare la carne? Al solo pensiero dovette trattenere un conato di vomito.

Fortunatamente per lei la conversazione venne interrotta da una spia rossa sul cruscotto dell’auto che si accese e cominciò ad emettere un fastidioso “beep”.

Sebastian premette un pulsante di fianco ad essa e la luce si spense.

“Seb, abbiamo una chiamata dalla casa dei Giudici. Un omicidio, a quanto pare.” dichiarò una voce gracchiante, con tono severo.

“Sono nei dintorni, ci vado subito.” disse Sebastian. Poi si rivolse verso Bea.

“Come non detto. Ti lascio alla stazione della metropolitana più vicina.”

Bea, però, non stava ascoltando. Il nome che aveva sentito alla radio le era famigliare, come lo era la zona che stavano attraversando. Poi, ad un tratto, le venne in mente.

“Aspetta! È la casa di una mia amica! Fammi venire con te.” esclamò la ragazza, visibilmente agitata. Sicuramente se non fosse stata in quelle condizioni se ne sarebbe resa conto prima, ma d’altro canto non si poteva biasimare.

Bea era stata molte volte in quel quartiere, a trovare una delle sue compagne di scuole superiori. La sua adolescenza, infatti, era stata sostanzialmente nella norma. Le piaceva studiare, e se la sua situazione famigliare fosse stata diversa probabilmente non si sarebbe fermata dopo il diploma. Inoltre andava d’accordo coi suoi compagni di classe e aveva stretto alcune amicizie che avevano resistito anche oltre il liceo. Tra queste vi era Chiara, la ragazza della casa in questione, che l’aveva aiutata anche a trovare il lavoro al ristorante e con cui si sentiva ancora, seppur sporadicamente.

Sebastian squadrò Bea, indeciso.

“Va bene, ma non toccare nulla.” disse, dopo pochi istanti. Bea annuì, preoccupata.

Dopo una decina di minuti l’auto si fermò davanti ad una grande villa d’epoca molto ben curata, con un grande giardino che si estendeva davanti all’ingresso e circondata da un’alta siepe che lo teneva al riparo dagli sguardi dei passanti. Di per sé l’abitazione era impressionante, ma se si aggiungeva il fatto che sorgesse in mezzo ad uno dei quartieri più belli e rinomati della città si poteva capire che i proprietari fosse persone decisamente facoltose.

In piedi davanti al cancello d’ingresso in ferro battuto, spalancato, vi erano una donna e una ragazza. La prima aveva tratti asiatici, con lunghi capelli neri lisci e lucenti che le arrivavano a metà schiena. Indossava un tailleur grigio che, insieme a un fisico snello, la faceva sembrare più alta di quello che era in realtà. La ragazza al suo fianco aveva lo stesso colore di capelli, sebbene li tenesse più corti, e in generale le somigliava molto, nonostante gli occhi celesti non fossero per niente orientali.

La ragazza stava singhiozzando e aveva il viso coperto di lacrime, mentre la donna era più composta, anche se dagli occhi arrossati fosse evidente che avesse appena smesso di piangere.

“Chiara!” esclamò Bea, andando incontro all’amica. Quest’ultima apparve sorpresa di vederla, ma subito abbandonò la testa sulla sua spalla e iniziò a singhiozzare rumorosamente, abbracciandola.

“Cos’è successo?” domandò Sebastian, avvicinandosi alle tre.

“Mio marito... lo ha trovato mia figlia. È meglio che veda coi suoi occhi.” disse la donna. Si sentiva chiaramente che si stava sforzando di mostrarsi il più calma possibile, ma la voce tremolante la tradiva.

Fece segno a Sebastian di seguirla, mentre Bea rimase con l’amica. I due attraversarono il vialetto d’ingresso ed entrarono in casa. A qualche metro dalla porta, steso sul parquet giaceva il cadavere di un uomo vestito con un elegante completo blu scuro. Il corpo era immerso in una pozza di sangue, in alcuni punti già rappreso, che era fuoriuscito dalla gola squarciata.

“Ha detto che l’ha trovato sua figlia?” chiese Sebastian. La donna annuì, tenendo lo sguardo fisso verso l’ingresso, disturbata dalla scena.

“Sì, tornando dall’università. Io stavo tornando a casa dall’ufficio.” spiegò, con le braccia incrociate al petto.

“Capisco. Adesso chiamerò la centrale per far mandare la scientifica. Avete un posto dove stare?”

“Non abbiamo parenti, staremo in albergo.”

“D’accordo. Allora dovrete lasciarmi un recapito…” Sebastian s’interruppe, sentendo Bea che discuteva con delle voci sconosciute. Poi ci fu un breve urlo, seguito da delle imprecazioni di una voce maschile. Sentendo dei passi che si avvicinavano Sebastian portò la mano alla fondina della pistola.

“Cosa succede?” domandò, a voce alta. Pochi istanti dopo, due individui si affacciarono alla soglia d’ingresso.

-Fine capitolo 3



Note dell'autore

Ciao a tutti! Grazie per aver letto il capitolo, spero vi sia piaciuto. Se avete voglia lasciate un commento, è sicuramente apprezzato.

Alla prossima!



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