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lavoro pubblicato venerdì 28 aprile 2017
ultima lettura martedì 18 giugno 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La Battaglia della Montagna Rossa III?

di Argail. Letto 242 volte. Dallo scaffale Fantasia

Nel frattempo in un altro luogo, più precisamente nella base dell’opposta fazione: era in atto un consiglio di guerra. Il luogo in questione era il Castello della Famiglia Reale, di cui aveva preso possesso Aleandro Haward insieme al figli...

Nel frattempo in un altro luogo, più precisamente nella base dell’opposta fazione: era in atto un consiglio di guerra. Il luogo in questione era il Castello della Famiglia Reale, di cui aveva preso possesso Aleandro Haward insieme al figlio. Era diventato il centro operativo della sua fazione e dei suoi alleati. Il castello: gigantesco, ricco di stanze lussuose, con diversi giardini sulla parte opposta all’entrata dove si trovavano alloggiati i diversi soldati reclutati per la battaglia del giorno dopo.

Oltre alle forze proprie di Aleandro e del figlio Wolfer, vi erano le combattenti e i combattenti della famiglia Shuker, i fedeli alla regina Amidel e gli uomini della famiglia Valentine; ora sotto il comando delle eredi della famiglia Shuker. Infatti, dopo la destituzione di Laura Valentine, le sue truppe obbedivano a Nigél Shuker.
La famiglia Shuker aveva sempre avuto per lo più combattenti femminili; soprattutto negli ultimi tempi: nella Guerra dei Cinquant’anni l’ultimo erede maschio era morto, dopo aver cresciuto due figlie. In attesa della loro crescita fu un reggente a tenere il casato, combattendo la guerra al loro posto. Quando raggiunsero la giusta età impararono l'arte del combattimento dalla guerra stessa, infatti non ebbero un solo momento per crescere come bambine normali, perché al casato serviva la guida di una Shuker, non un reggente di cui molti non di fidavano. A soli quattordici anni presero il controllo attivo della casata e tutto il suo esercito. Subito diedero il loro contributo negli ultimi anni della guerra. Le due sorelle non si passavano nemmeno un anno di differenza, il loro modo di battersi era simile, una differenza sostanziale era l'avere due madri diverse: perciò presentavano delle differenze d'aspetto e di carattere.
Nigèl, la sorella maggiore, aveva i capelli rosso fuoco e mossi, che ne sottolineavano il carattere focoso e carico d'impeto. I suoi occhi erano neri e duri come la sua armatura. In battaglia le interessava solo la vittoria, e qualunque costo era accettabile. Nigèl provava un perverso piacere a combattere, e non aveva pietà per nessun nemico.
Livian, la sorella minore, invece aveva i capelli castani e lisci con occhi azzurri come il cielo, aveva un carattere più introverso e maggiormente calcolatore. Era molto più pietosa, non amava le stragi, anche se non si faceva scrupoli nei campi di battaglia; dove non era meno spietata della sorella. Tuttavia: cercava sempre di pensare a strategie che non rischiassero troppo le vite dei suoi soldati, a differenza della sorella che invece partiva per distruggere il nemico, indifferente alle vite che poteva costare.
Malgrado queste differenze caratteriali, le due avevano comandato bene il loro casato fino a quel momento. Ora si trovavano in una sala del castello, insieme a Wolfer Haward e suo padre Aleandro. La sala piccola e quadrata, costituita di pietre dal colorito blu, era illuminata con dei candelabri d'argento, che si trovavano al centro dei quattro lati della stanza. Nel mezzo di essa c’era un banco di pietra con sopra la mappa del Candervell, i quattro condottieri si trovavano ai quattro lati del banco di pietra: le due sorelle Shuker erano l’una davanti all’altra, Nigèl oltre ai capelli rossi sciolti si presentava con una maglia di acciaio nera che rasentava il suo bel fisico snello, con relativi gambali e bracciali sempre neri. Questi lasciavano scoperte parte delle braccia, e delle gambe coperte dal pantalone grigio. Aveva poi due spalliere che sorreggevano un ampio mantello, sempre nero. A completare il tutto c'era una sciabola attaccata al fianco destro, Nigèl era mancina. Quello era uno dei vestiti di acciaio di cui parlava Laura Valentine. Anche Wolfer era vestito in modo simile: la sua maglia d’acciaio era invece splendente, stesso discorso per i gambali e i bracciali. Wolfer fisicamente era un uomo massiccio ed imponente, alto quasi due metri con muscoli sodi e scattanti, aveva capelli castano scuro radi e barbetta altrettanto rada, infine uno sguardo duro e spietato. Di fronte a lui vi era il padre: Aleandro Haward, senza acciaio addosso. Portava invece una giacca blu acceso che gli arrivava fino ai piedi, coperti con stivali neri che gli coprivano le caviglie e i pantaloni grigi. Aveva un intensa barba castana e lunghi capelli dello stesso colore. Livian Shuker infine, a differenza della sorella, portava solo i pantaloni neri, con relativi stivali, assieme al corpetto di pelle nera attillato. Anche lei aveva un fisico snello e slanciato come Nigèl. I suoi capelli erano sciolti ma meno sbarazzini. Il corpetto copriva le spalle e lasciava scoperte le braccia, e metteva in mostra una sensuale scollatura sul petto. Entrambe le sorelle avevano un viso stupendo ed erano incredibilmente seducenti: non a caso erano state definite le più belle e forti guerriere del Candervell. Mai nessuna delle due, aveva fatto commenti su quel titolo, neanche l'avevano mai smentito.
-Dunque è deciso-, diceva Wolfer.
-La formazione corazzata marcerà in mezzo le altre due formazioni. La guiderò io stesso insieme a Sartìr e a te Nigél-
Volse lo sguardo verso la bellissima guerriera dai capelli rossi che gli rispose abbozzando un sorriso. Al figlio di Aleandro l’ammiccamento della giovane guerriera non era sfuggito, Wolfer era sempre stato estasiato dalla straordinaria bellezza delle due sorelle Shuker, ma non si sarebbe mai fatto sottomettere dalla sensualità di una donna.
-Tu, padre, rimarrai nelle retrovie-, si rivolse al genitore con tono sgraziato. -Insieme a Livian-
-Come formazione si appresta di più alla difesa che all’attacco, figlio mio-, puntualizzò Aleandro, lisciandosi la barba.
-Infatti è così. Siamo in inferiorità numerica, per questo abbiamo dovuto chiedere l’appoggio di quegli schifosi pirati guidati da Sartìr, e nonostante questo non siamo ancora pari. Lo zio Luk invece sta trovando soldati da tutte le parti. Sicuramente cercheranno di soverchiarci col loro numero. Tuttavia in questo modo, se rimarremo compatti, potremo farli a pezzi bloccando la loro carica. E se ci riusciamo, a quel punto la loro superiorità numerica non servirà più a niente-
-Se questa formazione è così potente, perché mettere una prima fila davanti ad essa?- Chiese Livian con arguta curiosità, affrontando senza problemi lo sguardo torvo di Wolfer.
-Semplice. Perché in questo modo la carica dei nostri avversari perderà di vigore, ed avranno meno possibilità di spezzare la formazione corazzata-
-Quindi gli uomini della prima linea sono destinati a morire, giusto?- Lo interruppe bruscamente la donna.
-Sono solo miseri contadini-, disse Wolfer manifestando un certo malumore. Tra lui e Livian non correva buon sangue, e ogni volta, i due finivano sempre per contrastarsi.
-Livian! Non mi sembra il caso di questionare su questa cosa così… Insignificante-
Quella che aveva parlato così cinicamente, era la sorella di Livian, Nigèl.
-Cosa intendi dire?- Replicò guardando la sorella.
Il tono con cui le aveva rivolto la domanda era piuttosto contrariato. Nigèl decise di prenderla seriamente. -La maggior parte di loro sono contadinotti, i guerrieri migliori sono nelle altre due formazioni, quindi rilassati-
-Questo non significa che possiamo condannarli a morte così! Sono venuti da noi perché credono in noi. Se li mandiamo a morire non avremo meritato la loro fiducia-
-Sono venuti a combattere per noi. Questo volevano, questo faranno-, intervenne nuovamente Wolfer, la sua voce fu come uno schiocco di una frusta, dura come il ferro.
-Non sto mettendo in dubbio la tua autorità Wolfer-, si rivolse di nuovo a lui Livian. -Ma io non accetto di far morire degli uomini
inutilmente-
Guardava il figlio di Aleandro Haward, con il suo sguardo azzurro come il cielo, fiero e determinato.
-Moriranno per porre fine a tutte le guerre e basta. Non esiste modo più gratificante di lasciare questo mondo-, parlò ancora duro Wolfer.
-Questo è detto da un uomo disposto a tutto pur di uccidere suo zio e suo cugino-
Questa frecciata di Livian colpì il guerriero nel vivo. Infatti, appena udite quelle parole, sgranò gli occhi e l’espressione del suo volto si scurì non poco.
-Adesso basta maledizione!- Intervenne nuovamente Nigèl che accortasi della troppa tensione che si stava generando, aveva deciso di bloccare la discussione. Subito si rivolse alla sorella.
-Livian è inutile quello che cerchi fare. La battaglia di domani sarà dura e cruenta ed anche se toglierai quegli uomini dalla prima linea moriranno ugualmente!-
-Per questo dobbiamo cambiare tattica-, rispose pronta la sorella. Livian aveva sempre avuto le sue convinzioni, e non gli veniva mai meno, e sopratutto non retrocedeva mai. Nessuno sconto a nessuno, anche a costo di mettersi contro tutti, soprattutto se si trattava di sua sorella.
-Non si cambierà niente! Abbiamo bisogno di combattere a viso aperto e la tattica di mio figlio è quello che ci vuole-
Erano le parole di Aleandro Haward, che dall’inizio della discussione non aveva aperto bocca. Aveva osservato ed ascoltato come faceva sempre, ogni volta che c'era da prendere una decisione. Aleandro era sempre stato un calcolatore, voleva essere sicuro di aver capito la situazione prima di intervenire. In quel momento si era reso conto che Livian Shuker voleva evitare lo scontro aperto.
-So che vorresti barricarti all’interno del palazzo reale-, disse alla giovane guerriera. -E affrontare l’assedio. Ammetto che come tattica potrebbe anche rivelarsi vincente. Ma in questo modo daremmo l’impressione di vigliaccheria ed anche se vincessimo non servirebbe a nulla. Lo capisci Livian Shuker?-
-Sì, e allora?- Replicò sempre più furiosa Livian.
-E allora la questione è chiusa-, disse con grande autorità Aleandro, mentre si lisciava la barba castana.
Livian trattenne un grugnito di rabbia.
Wolfer, nel frattempo, dopo aver ascoltato l’intervento del padre, avvertì nella testa una voce che lo chiamava a sé. Voltò la testa indietro guardando verso la porta alle sue spalle, “Egli” gli voleva parlare.
-Io vi devo lasciare, tanto la questione è risolta-
Dopodiché si voltò. A grandi passi, si avviò verso la porta. Da essa sembrava non poter staccare gli occhi. In pochi secondi scomparve nell’oscurità della porta.
-Bene, allora mi congedo anch’io-, aggiunse Aleandro Haward
Si girò a sua volta, uscendo dall’altra porta alle sue spalle. Prima di uscire si bloccò di scatto e girò la testa verso le sorelle.
-Nigèl, cerca di far ragionare tua sorella, per favore-, dette queste parole il fratello di Luk Haward lasciò la stanza.
Quando anche la seconda porta si chiuse, Livian colpì il banco di pietra, col tremante di rabbia. Le parole di Aleandro l’avevano mandata su tutte le furie. Il volto era un'espressione rabbiosa degna di una tigre alla quale avevano toccato i cuccioli.
-Maledetti idioti! Quanta boria che si danno!-
-La colpa è solo tua sorellina. Dovresti sapere quando è il momento di tacere-, la rimproverò Nigèl incrociando le braccia.
-Tu invece hai il problema opposto! Tendi a tacere troppo!- Sbottò guardando negli occhi la sorella. Entrambi gli sguardi erano carichi di sfida.
-Poi dimmi un po’-, riprese la ragazza dagli occhi blu. -Da quando il parere di due alleati è più importante di quello di tua sorella?-
-Quello che devi capire, cara la mia orgogliosa sorellina, è che ci troviamo in un momento di difficoltà- sorrise amaramente. -Al grande casato degli Shuker, di grande è rimasto solo il nome ormai. I costi che abbiamo avuto durante la guerra ci hanno prosciugato e del nostro esercito rimane un gruppo di soldati che si sfalda sempre di più. Stiamo cadendo a pezzi, sorellina. E se non facciamo qualcosa, cadremo in disgrazia. E questo non deve succedere, lo dobbiamo a nostro padre, e a tutti coloro che ci hanno preceduto!
E per farlo abbiamo bisogno di alleati potenti. I più potenti di tutti!-
-Ma non per questo dobbiamo asservirci a loro! Soprattutto se si tratta di un vecchio idiota che crede di essere furbo e di un pazzo sanguinario!-
Sentendo la replica ancora rabbiosa di Livian, Nigèl sorrise.
-Bé, per quanto riguarda Aleandro Haward non ti do torto-, poi di colpo la sua faccia divenne seria, la sua espressione affilata e la sua voce scura. -Ma non ti azzardare mai più a parlare in questo modo di Wolfer!-
Livian conosceva bene la sorella. Il fatto che Nigèl si fosse tanto offesa per quello che aveva detto sul figlio di Aleandro, parlava da solo. E la cosa non le piaceva…
-Dunque quello che sospettavo era vero. Tu e lui ve la intendete. Spero solo che non ti abbia corrotto la mente-
-Stai tranquilla sorellina, la mia mente funziona benissimo. Io e Wolfer siamo già d’accordo. Se domani vinceremo, quell’idiota di Aleandro non avrà nulla-
Stavolta la voce di Nigèl era lugubre, come il suo volto, e tornò a sorridere.
Livian sapeva che quando era così, chi aspirava al potere stava per morire. Del resto Nigèl teneva sempre una personalità fintamente passiva, e piuttosto pragmatica. Ma stavolta era diverso, non le importava nulla di Aleandro, ma per quanto la sorella lo negasse: la personalità di Wolfer la stava corrompendo sul serio.
-E' già tutto deciso, immagino-
-Nella famiglia Haward il potere non si divide con nessuno. Se noi staremo al fianco di Wolfer, il Candervell sarà nostro-, affermò con grande sicurezza.
-E se Wolfer non volesse nessuno al suo fianco?- Domandò Livian, senza lasciar trasparire la sua vena di preoccupazione.
Il sorriso scuro di Nigèl divenne per un attimo, un’espressione quasi folle.
-Lascia fare a me sorella, me ne occuperò io-

Intanto Wolfer stava camminando nello stretto e poco illuminato corridoio che aveva imboccato. “Egli” lo aveva chiamato, ciò era curioso, ma Wolfer non era preoccupato. Tuttavia doveva stare attento. In passato diverse persone lo avevano avvicinato, tutti dicevano di volerlo aiutare, ma in realtà cercavano solo di eliminarlo. I motivi erano molteplici: nel corso della sua vita, per via del suo carattere ostinato e violento, si era fatto la sua bella schiera di nemici. Perciò poteva aver bisogno di alleati per trionfare, ma era sempre più difficile trovare persone fidate. Purtroppo negli anni la guerra dei Cinquant'anni era cambiata. Da una lotta per la sopravvivenza, si era trasformata in lotta per la libertà e per il proprio paese. Allora era tutto più semplice tutti dalla stessa parte contro il nemico comune che cerca di portarti via tutto. La terra e la vita. Tutto quello che un uomo possiede realmente.
Poi, dopo la vittoria, i tempi cambiarono: la guerra e l'esigenza cambiano. L'ingordigia. La ricchezza. La volontà di controllo, presero il posto degli ideali. Ed ecco insorgere le lotte per il potere: qualunque uomo è ammaliato dal potere. Nessuno può esserne immune. Tutti vogliono esserti amici quando hai il potere. E tutti ti tradiranno quando finirai fatalmente col perderlo, o peggio cercheranno di strappartelo. Solo la forza bruta e l'essere spietati permette di combattere in questa guerra, e di trionfare. Ma purtroppo servono degli alleati. Quell’essere… Forse non era umano… Lo aveva visto comparire dal nulla, uscire dalle ombre della notte. L'unica cosa che disse fu che: se avesse accettato di divenire suo fratello di sangue, “Egli” gli avrebbe offerto il suo aiuto.
Gli diede un assaggio della sua forza: era indiscutibile. Wolfer accettò di buon grado, non si fidava ma decise di accettare, preferiva tenerlo vicino a sé. Averlo come alleato piuttosto che come nemico.
Comunque, alla fine, lo aveva aiutato fornendogli quelle che, “Egli”, chiamava “armature d’acciaio”. Questo era un punto a suo favore.
Wolfer era arrivato davanti ad un'altra porta di legno rosso con decorazioni argentate, al di là di essa c’era “Egli”. Wolfer aprì la porta, entrando senza indugiare.
La stanza era oscura e piccola; non riusciva a vedere molto. Ma non aveva bisogno di cercarlo.
-Sono arrivato-, disse Wolfer fermandosi sull'uscio della porta.
La luce del corridoio, illuminava leggermente un'ombra nera, dalla forma vagamente umana.
-Bene, Wolfer, mio fratello di sangue- echeggiò una voce profonda e scura. -Come mai ci hai messo tanto?-
-Ho avuto una piccola discussione, ma niente di grave-, spiegò con calma Wolfer, senza staccare gli occhi dall'ombra.
-Come sono andate le armature?-
-Molto bene. Gli uomini ne sono entusiasti-
-Ma?- Lo anticipò la voce dell'ombra.
-Il morale non è ancora ai massimi livelli, e questo mi preoccupa-, ammise sinceramente Wolfer.
-L'umore degli uomini è molto volubile Wolfer. Devi essere capace di toccare le corde giuste per dargli la giusta carica emotiva-
-Purtroppo non ci sono ancora riuscito, forse se promettessi loro delle ricchezze-
-Tempo perso! Il segreto per invogliare dei guerrieri a morire col sorriso sulle labbra, sta tutto nel fargli credere di far parte della forza più grande!-
-D'accordo. Ma come?-
-Io cosa ti sembro, fratello di sangue? Credi forse che sia venuto qui solo per portarti qualche vestito di ferro?-
-Cosa hai in mente?-
-Raduna tutti i tuoi guerrieri e Generali. E' giunta l'ora che mi conoscano-
Wolfer sospirò, ma prima che potesse fare qualunque obiezione, la voce tornò a parlare.
-Tranquillo. E' per questo che sono qui! Ho già comandato decine e decine di eserciti nella mia lunga vita, conquistandomi la fiducia di tutti i soldati con cui ho combattuto. Farò lo stesso anche con i tuoi-
Improvvisamente Wolfer vide l'ombra avvicinarsi alla luce, e vide il vero aspetto dell'ombra. Forse poteva funzionare sul serio.
-E sia, radunerò il mio esercito-, disse quindi con la convinzione che quell'essere sapesse il fatto suo.

Nel frattempo, qualcun altro stava tessendo le sue oscure trame: si trattava di Martin Kastlet, figlio di Obran Kastlet; l’uomo con il quale Orlando Waves e Desmond Gangrel avevano parlato. Era stata una discussione dai toni provocatori e aggressivi, per via anche del fatto che Orlando Waves, quando parlava, lo faceva senza mezzi termini. Tuttavia però Obran era riuscito a chiudere la conversazione, promettendo di rimanere neutrale nella battaglia del giorno dopo. Obran era un uomo di grandi capacità persuasive, se si fosse trovato a parlare suo figlio Martin, probabilmente sarebbe scoppiata una vera tempesta.
E questo Obran non poteva permetterlo. Ecco perché aveva cercato di zittirlo in tutti i modi.
Dopo che Orlando Waves e Desmond Gangrel furono usciti dalla stanza, Obran si era alzato in piedi. Il suo gigantesco mantello nero che lo avvolgeva completamente, lo faceva sembrare più imponente di quanto fosse. Scese le scalette del suo piccolo trono, e attese che il figlio gli venisse sotto.
-Padre, sono veramente contrariato-, gli sbraitò in faccia Martin senza ritegno.
Obran Kastlet non ammetteva che gli si parlasse così.
I due erano l’uno di fronte all’altro, a poca distanza dal trono di Obran. Si guardavano con sguardi poco affettuosi.
-Come hai potuto permettere a due ragazzini di mancarti di rispetto in quel modo?- Il tono di voce di Martin era rovente.
-Cosa avrei dovuto fare figlio mio? Forza, indicami la tua soluzione-, gli riparlò il padre senza nessuna timidezza.
-Farli eliminare padre, questo dovevi fare. Il messaggio sarebbe stato chiaro. Nessuno può permettersi di venire qui e mancare di rispetto a noi Kastlet-
Obran scosse la testa.
-Sarebbe questo il tuo modo di risolvere i problemi, Martin?-
-Tanto domani saranno tutti morti, quindi non ci sarebbe stato alcun problema-
-Questo lo credi tu. Davvero t'illudi di poter uccidere gli eredi di due Casate Guerriere senza correre rischi? E poi cosa ti fa credere che sarebbero morti facilmente?-
-Dimmi una cosa padre-, cambio improvvisamente discorso Martin. -Sul serio hai intenzione di rimanere neutrale, non sarà che hai paura di combattere sul campo?-
Lo provocò il figlio. L'uomo dai capelli bianchi e occhi verdi affilò il suo guardò.
-Io ho la responsabilità della mia gente. Non intendo lasciarla morire per nulla. Ma tu non lo capisci questo, vero Martin?- Chiese con tono interrogativo che però sapeva più di affermazione. -Hai una mente troppo limitata e sanguinaria, non dissimile da quella di Wolfer e Kratos-
Il tono di voce di Obran era rabbioso, tuttavia non aveva urlato. Il figlio aggrottò un momento la fronte.
-E' la tua ultima risposta padre?- Fece con voce apparentemente calma.
-Esattamente-
-Bene allora-, dette queste parole Martin tirò fuori dalla cintola un pugnale e lo conficcò nella pancia del padre. Obran emise un urlo soffocato e non riuscì a vedere il pugnale, era sparito tra le pieghe del suo grande mantello. Sentiva però il tremendo dolore, poi alzò lo sguardo verso suo figlio…
-Tu… Tu…- Mormorò.
-Sei uno stupido padre. Questa battaglia è la nostra grande occasione. Se agiremo nel giusto modo, il Candervell diventerà finalmente nostro. Basterà aspettare il momento giusto e quando i due schieramenti saranno esausti e distrutti, interverremo noi con la carica della nostra imbattibile cavalleria. Ecco perché ero tanto sicuro che sarebbero morti tutti!-
Stavolta Martin era incredibilmente serio. -Noi Kastlet abbiamo sempre difeso il Candervell da tutte le minacce. Siamo morti per questo paese. Ora è giusto prenderci quello che ci spetta: la guida massima del regno. E il potere che ne deriverà!-
Obran, sempre più sofferente, riuscì comunque a parlare; anche se gli costava un grande sforzo.
-Sei uno stupido Martin… Credi veramente di poter vincere la battaglia di domani così?… La tua ridicola strategia ti condurrà solo alla morte… E poi quanti uomini credi che ti seguiranno dopo quello che mi hai fatto?-
Martin rise.
-Lo stupido sei tu padre, tutti i nostri cavalieri la pensano come me. Tutti ti odiano per aver cercato di non combattere quella che è una battaglia di tutti-
Dopo queste parole estrasse il pugnale dal corpo di Obran. La lama era rossa del sangue del padre, quest’ultimo crollò a terra avvinghiandosi su sé stesso.
-Tra poco ci prepareremo e partiremo per quello che domani sarà il campo di battaglia più importante della storia del Candervell. Ci nasconderemo al riparo e attenderemo il nostro momento. Addio padre-, spiegò Martin mentre rinfoderava il pugnale, avviandosi all'uscita della stanza.
Lo sguardo di Obran si perse nell’oscurità mentre guardava il figlio andarsene.

Intanto, Orlando Waves e Desmond Gangrel, si erano allontanati da diversi minuti dal palazzo dei Kastlet. Stavano uscendo dalla città delle lunghe mura, mentre si muovevano a cavallo, avviandosi verso l'uscita, sentivano su di loro tanti sguardi, tutt'altro che amichevoli. Ma fecero finta di nulla.
Usciti dal castello i due trovarono qualcuno ad attenderli, entrambi aggrottarono le sopracciglia: era la giovane schiava che Orlando aveva salvato da quel soldato. La trovarono seduta a terra, stringendosi le ginocchia con le braccia. Quando vide Orlando, i suoi occhi e il suo viso si illuminarono di una strana luce.
In un attimo si era alzata.
-Guarda chi si rivede-, commentò sarcastico Desmond.
-Che fai ancora qui?- Chiese invece bruscamente, Orlando.
-Io aspettavo te, mio Signore-, gli si rivolse docilmente la ragazza.
-Sembra che tu abbia fatto una buona impressione Orlando-, intervenne ridendo Desmond.
Orlando si girò verso di lui di scatto lanciandogli un’occhiataccia.
-Ascolta ragazza, sei libera ora. Perché vuoi continuare a rimanere al servizio di qualcuno?- Gli domandò il discendente dei Waves, scendendo da cavallo.
Si avvicinò di nuovo a lei. La ragazza lo vide con quella lunga giacca blu come la notte, quella lunga spada tenuta in un fodero nero con la mano sinistra, e quegli occhi così fascinosi. Ogni passo che faceva verso di lei, sentiva il cuore batterle forte. Intanto Orlando le si era fermato di fronte.
-Allora, vuoi rispondermi?-
La ragazza deglutì, poi trovo il coraggio di parlare.
-Io non ho dove andare mio Signore. Il mio paese è stato distrutto durante la guerra dei Cinquant'anni. Non ho più famiglia… Per questo ti ho atteso. Vorrei venire insieme a te. Ti seguirò ovunque tu vada, mio Signore-
-Ma perché vuoi venire con me? Hai la libertà ora-
-Esatto. Proprio questo è il punto. Sono libera di scegliere… E scelgo di venire con te-, affermò la ragazza, stavolta senza nessun tremolio di voce.
Orlando rimase un attimo interdetto, quella ragazza sembrava debole e indifesa, eppure…
Logicamente non avrebbe più voluto saperne di servire gli altri, visto come la trattavano, eppure voleva venire con lui. Lo reputava strano.
Ma del resto… Le persone non erano tutte uguali: suo padre glielo ripeteva sempre. E gli diceva anche che certe volte la compagnia aiuta a sopportare l’onere di essere un uomo che si batte per ideali di giustizia: l’essere uno Waves.
-Allora Orlando, cosa hai deciso? La portiamo con noi?- Lo incalzò, sempre sarcasticamente, Desmond.
Il ragazzo rimontò a cavallo. Guardò di nuovo la ragazza nel profondo di quegli occhi neri, e per un attimo provò uno strano brivido. E va bene, inutile starci a pensare.
-D’accordo. Salirai sul mio cavallo-
La ragazza sorrise portandosi le mani sulle guance.
-Ti ringrazio mio Signore-, neanche un attimo dopo che aveva finito questa frase…
-Per cominciare!- Orlando gli puntò contro il dito. -Vedi di non chiamarmi più “mio signore”. Chiamami Orlando. Hai capito?-
-Sì… Orlando-, disse lei sorridendo lievemente.
-Vogliamo andare? La educherai dopo-, intervenne infine Desmond.
I tre salirono a cavallo, la ragazza insieme ad Orlando, e si diressero verso l’accampamento di Luk Haward.
Mentre cavalcavano per la pianura verde tirava una aria fresca proveniente dal Nord. La ragazza si godeva quella brezza. Mentre era aggrappata ad Orlando, poteva sentirne il fisico abbastanza robusto sotto la giacca lunga, e poteva sentire il calore del suo corpo. Al contrario di quell'aura di freddezza che il suo aspetto emanava, quel tepore le piaceva: la pervadeva di un senso di sicurezza. Purtroppo, Orlando Waves, non faceva neanche caso al fatto che la ragazza lo stringesse.
Dopo alcuni minuti di cavalcata fu Desmond a rompere il silenzio.
-Dunque ragazza, dato che dovremo fare un po' di strada, che ne diresti dirci qualcosa di te?-
La ragazza si girò verso il cavaliere dal soprabito rosso e i lunghi capelli biondi. Vide che i suoi occhi marroni la stavano scrutando.
-Cosa volete sapere?- Chiese con tono educato.
-Innanzitutto il tuo nome-
-Brenda Lodar-
-Bene Brenda, visto che non ci siamo presentati, io mi chiamo Desmond Gangrel, sono un suo amico-, sorrise indicando Orlando con fare simpatico.
-Molto piacere-, rispose cordialmente Brenda.
-Dicevo. Raccontaci qualcosa di te, la tua storia-
Brenda chiuse un attimo gli occhi, poi dopo averli riaperti, iniziò a parlare.
-Io sono nata schiava, Desmond. Mia madre venne catturata dalle forze degli invasori quando era fanciulla, durante la Guerra dei Cinquant’anni. Rimase schiava di uno dei loro clan per vent’anni. Fu costretta ad entrare in un Harem di uno dei signori della guerra nemici, servendo quest'ultimo in tutto quello che voleva. Tuttavia quell’uomo era molto orgoglioso di sé stesso, non voleva che il suo sangue si mischiasse con quelli del Candervell da lui considerati come inferiori. Quindi mia madre in certo senso era stata fortunata. Rimase sua schiava per vent’anni, come ho detto, poi il suo padrone perse la vita in uno scontro dove era presente anche lei; stavano cambiando campo base. Fu allora che lei fu liberata da un uomo forte e fascinoso, era uno degli uomini di Obran Kastlet. Negli anni successivi rimase con lui, fino a quando in un momento di tregua ebbero il tempo di innamorarsi, fu dalla loro unione che nacqui io-, la ragazza fece un sospiro guardando in alto, poi riprese. -Non mi ricordo di mio padre, so solo quello che mia madre mi raccontava, era un uomo forte, cordiale. Molto orgoglioso ma non si elevava sopra agli altri, buono di cuore, e detestava la guerra. Ma purtroppo dovette tornare a combattere ancora, e poi ancora. Fin quando la morte non lo colpì… Obran Kastlet ci disse che in punto di morte gli aveva chiesto di occuparsi di noi, così ci prese a lavorare nel suo castello, avevo solo otto anni. Mia madre mi crebbe da sola e nello stesso tempo lavorava, finché io non fui abbastanza grande da poterla aiutare. Ma anche mia madre morì, per una brutta malattia, al mio quattordicesimo compleanno. La vidi morire lentamente, sotto i miei occhi-
Brenda trattenne un gemito di tristezza misto al dolore, poi deglutì e andò avanti.
-Così mi ritrovai sola a lavorare nel palazzo di Obran Kastlet, lui mi trattava bene, quindi non fu brutto lavorare là. Al caldo e al sicuro.
Dopo la fine della guerra però fui notata da suo figlio Martin, gli piacevo e sembrava così cordiale. Mia madre però mi aveva messo in guardia contro gli uomini: sono sempre cordiali all’inizio, ma bisogna imparare a vedere oltre, e soprattutto quando un uomo ti dice “fidati di me” devi incominciare a preoccuparti-
-Immagino quale potesse essere il suo obiettivo, non sei d’accordo Orlando?- Intervenne Desmond.
-Già-, mugugnò con disgusto l’erede dei Waves: quel Martin Kastlet non gli piaceva per niente.
-Bé, io lo rifiutai. Lui mi fece cacciare dal palazzo centrale, praticamente regalandomi a quel soldato che mi umiliava in tutti i modi possibili. Mi faceva pulire le sue feci e tante altre cose…-
La ragazza ricordava con dolore questi ultimi eventi, chiudendo gli occhi, diversi brividi le scossero il corpo.
-Il resto lo sappiamo. Non preoccuparti-, intervenne Desmond.
-Già e smettila di agitarti, ragazza. Nessuno ti obbligherà più a rendere servizi agli altri, non lo permetterò. All’accampamento dove stiamo andando, sarai più che rispettata-, disse Orlando con tono di voce meno dura, rispetto a prima.
Brenda pensò che forse la sua storia l’avesse commosso, chissà…
-Orlando, ti posso chiedere un favore?- Parlò timidamente la ragazza.
Orlando Waves girò appena la testa verso di lei, senza dire nulla, attendendo che parlasse.
-Puoi chiamarmi Brenda?- Chiese arrossendo vistosamente.
Orlando aggrottò la fronte, poi tornò a guardare avanti.
Brenda aspettava col cuore trepidante, passarono solo pochi secondi, ma le sembravano infiniti.
-Certo, Brenda-
La ragazza si rilassò ed incominciò a sorridere.

Continua.
Potete leggere questo e altri racconti sul mio blog: http://raccontidibarx85.altervista.org


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