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lavoro pubblicato venerdì 28 aprile 2017
ultima lettura venerdì 12 luglio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La Battaglia della Montagna Rossa II

di Argail. Letto 560 volte. Dallo scaffale Fantasia

La notte era passata senza incidenti. L'alba stava sorgendo, chiara e lucente, segnando l’inizio di un nuovo giorno: l’ultimo prima della grande battaglia che avrebbe dovuto mettere fine al conflitto interno. Il prezzo sarebbe stato la mort...

La notte era passata senza incidenti. L'alba stava sorgendo, chiara e lucente, segnando l’inizio di un nuovo giorno: l’ultimo prima della grande battaglia che avrebbe dovuto mettere fine al conflitto interno. Il prezzo sarebbe stato la morte di molti uomini e donne. Era questo il cupo pensiero di Orlando Waves, mentre galoppava al fianco di Desmond Gangrel. I due si erano conosciuti su un campo di battaglia, quando dovettero prendere il controllo della proprie casate, non si potevano definire amici per la pelle ma neanche nemici. Era più esatto definirli alleati. Nessuno dei due aveva più avuto a che fare con l’altro prima dello scoppio dell'attuale conflitto. Desmond Gangrel, a differenza di Orlando, aveva ancora una famiglia a cui badare. Non tanto suo fratello Lucius, ma le sue sorelle e cugine che erano molto numerose, circa una decina. Si sentiva responsabile per la loro sicurezza. Questo era il motivo per cui voleva vincere il conflitto.
Cavalcando fianco a fianco, i due, avevano viaggiato per tutta la notte. Si erano diretti nel territorio della famiglia Kastlet: l'unica delle Sei Casate Guerriere ad essere rimasta neutrale.
Erano ormai in vista del loro castello che racchiudeva anche l’intera città.
Il castello dei Kastlet era costituito da quattro mura alte sei metri e lunghe diverse decine, tali da occupare l'intera collina, collegate tra loro con quattro bastioni, inclinati in modo che si potesse dominare l’intero territorio circostante. Tali mura avevano la fama di aver resistito a qualunque assalto.
Il capofamiglia si chiamava Obran Kastlet: uno dei più anziani guerrieri del Candervell, anche più vecchio di Luk e Aleandro Haward. Ospitava tra le sicure mura l’intera popolazione sotto la sua giurisdizione.
Nel Candervell ogni famiglia aveva una sua zona, in cambio dei propri servigi, e ne avevano l’assoluta responsabilità, pur dovendo rendere conto al Re di ogni loro decisione.
Orlando Waves e Desmond Gangrel erano vicini alle mura, una decina di metri, sapevano di essere già stati avvistati, se erano giunti fin lì, voleva dire che Obran voleva concedere loro udienza. Giunti sotto gli spalti un soldato volle sincerarsi della loro identità. A quel punto l'enorme porta di legno e acciaio, di fronte a loro, si aprì lentamente. Una volta che fu del tutto aperta i due videro una scena che non si aspettavano. Dalla porta uscì un gruppo di guardie, vestite tutte con pantaloni grigi e una giacca lunga e nera, tutti armati di lance e spade. Uno di loro stringeva per le braccia una giovane ragazza, una schiava probabilmente. Il soldato la gettò a terra con forza, la ragazza cadde su un grappolo di sassi, probabilmente l’uomo l’aveva fatto apposta per farle più male.
-Stupida schiava impertinente! Questo ti insegnerà a non fare tanto la difficile! Ora morirai di fame! Prima però…-
Tirò fuori una frusta dalla cintura srotolandola del tutto, facendola schioccare. -Dieci frustate per l’incompetenza ed altre dieci per la stupidità-
Il soldato fece partire una violenta frustata sulla schiena della ragazza, l’urlo della schiava fu acuto e dolorante, la frusta le aveva lacerato il suo vestito bianco e la morbida pelle sotto di esso. Le lacrime uscivano copiose dai suoi occhi. Il soldato la colpì ancora. Un nuovo dolore la dilaniò. L’uomo faceva sempre una certa pausa tra una frustata e l’altra, in questo modo il dolore vecchio non alleviava quello nuovo. Un altro schiocco della frusta le preannunciò un nuovo dolore che non tardò a sentire. Urlava ma sapeva che i suoi urli erano inutili, come le sue lacrime: la sua disperazione era massima…
Orlando stava osservando la situazione: sapeva che le ragazze come quella venivano prese per svolgere lavori domestici e per occuparsi delle nobildonne dei casati. In cambio ricevevano cibo e un letto per dormire, ma talvolta venivano maltrattate, costrette a soddisfare i bisogni lussuriosi dei loro padroni. C’era chi si piegava, e chi no.
Quelle che non si piegavano venivano trattate in quel modo, o peggio. La cosa lo disgustava.
Nella sua famiglia mai erano state approvate simili porcherie. Senza dire una parola scese dal cavallo.
-Ehi! Orlando, fermati!- Tentò di farlo ragionare Desmond, ma era inutile, ormai si era mosso.
Il soldato continuava, intanto, a frustare la sventurata ragazza: era la quinta volta, la vedeva già straziata. E dire che non aveva subito nemmeno metà della punizione, pensò ridendo.
Poi si accorse che il nuovo venuto, con la giacca lunga e blu come la notte, si era avvicinato.
Orlando stava squadrando l’aguzzino coi suoi occhi azzurri quasi lucenti. Il suo sguardo era glaciale, ma traspariva una certa rabbia, aveva un odioso ribrezzo per quelli che usavano la loro forza su chi non era in grado di reagire.
-Scusami soldato-, parlò con tono deciso l’erede dei Waves. -Posso sapere cosa ha fatto questa ragazza per meritarsi una così pesante punizione?-
Il soldato lo guardava piuttosto seccato, non aveva gradito quell’intromissione.
-Posso sapere chi sei tu per chiederlo?-
-Il mio nome è Orlando Waves. Ora rispondi alla domanda-, lo incalzò.
-Uno Waves eh? Interessante-, disse il soldato voltandosi del tutto verso il ragazzo.
-Bé piacere, inutile dire che ho sentito molto parlare della vostra gloriosa famiglia. Tuttavia mi sembrava di aver capito che eravate tutti morti… Eroicamente-, cercò la provocazione il soldato sorridendo divertito.
-Eccetto io-, rispose perfettamente calmo l’ultimo dei Waves, non aveva ancora mosso un muscolo.
-Comunque questa ragazza è mia. Ma ha un carattere troppo indipendente, figurati che mi ha rifiutato. Ha messo su le arie, dimenticando a chi appartiene. Quindi adesso le sto dando una lezione. Lo spettacolo ti infastidisce Orlando Waves?- Concluse sempre sorridendo.
-E' così. Inoltre quando sei davanti a me ti conviene non parlare di altre persone come se fossero di tua proprietà- Il tono di Orlando fu molto freddo, ma anche minaccioso.
-E perché?- Gli chiese il soldato facendo sparire il sorriso.
-Perché io non approvo che un essere umano abbia il diritto di possederne un altro-
La ragazza sentendo queste parole alzò la testa: voleva vedere l’unico uomo che era sceso in sua difesa. Vide la figura di Orlando Waves, allora esisteva ancora qualcuno che aveva il coraggio di mettersi contro gli uomini dei Kastlet.
-Qui quello che tu approvi non significa niente, discendente dei Waves. Qui siamo nel territorio dei Kastlet, dovresti sapere che viviamo secondo leggi nostre-, aveva intanto risposto il soldato.
-Se la pensi così, allora mi appello alla vostra legge: ti sfido a duello per quella schiava-, propose il ragazzo con assoluta fermezza.
Il soldato si bloccò un momento, si voltò un attimo a guardare gli altri quattro soldati, come a cercare una conferma. Orlando non riuscì a capire se la ricevette o meno: tuttavia il soldato si girò verso di lui, scrutandolo senza timore.
-Ti vuoi battere con me per questa schiavetta indisponente?-
-Esatto-
-E sia allora. Ti avverto però, questi sono scontri all’ultimo sangue-
Finito di parlare il soldato gettò a terra la frusta e tirò fuori la sua spada mettendosi in guardia.
Orlando lo osservò, dopo averlo studiato per un paio di secondi, si voltò dandogli le spalle. Nella mano sinistra teneva sempre la sua spada, ma non la sguainò.
Il soldato aveva aggrottato le sopracciglia vedendo quei movimenti.
-Che succede? Hai intenzione di scappare?-
-Scappare?- Evidenziò la parola come se fosse infetta, poi non visto sogghignò. -Hai voglia di scherzare. E' solo che così avrai almeno una possibilità di colpirmi-
-Cosa?- Ringhiò il soldato. Quel maledetto lo stava prendendo in giro, ora aveva voglia solo di squarciarlo a metà.
Desmond guardò i soldati, aveva notato l’occhiata che si erano scambiato col loro compagno.
-Ehi voi-, li chiamò.
Questi si girarono subito. -Farete meglio a non intromettervi-
-Per carità, se hanno qualche problema se la sbrighino tra loro-, rispose uno dei soldati.
-Meglio se la pensate così. Tanto sarà una questione di pochi secondi-
-Ora ti faccio passare la voglia di fare lo sbruffone. Preparati a raggiungere i tuoi famigliari, ultimo dei Waves-
Dopo queste parole il soldato si lanciò verso Orlando Waves, i due erano a circa tre metri di distanza, il soldato stava caricando con gran velocità. Era a circa metà strada quando Orlando, con un tocco del pollice sinistro, fece uscire mezzo centimetro di lama dal suo fodero. Ormai era pronto ad attaccare, ed era in grado di farlo senza neanche girarsi.
Il soldato gli era ormai alle spalle, fece un balzo sollevando la spada in aria, era pronto a far partire il fendente verso il basso: il bersaglio era una qualunque parte di Orlando. Quest’ultimo fece quindi partire il suo contrattacco. In un attimo fece uscire fuori la spada dal fodero con la mano destra, facendola roteare in aria, un palmo sopra la sua spalla destra. Il soldato rimase un attimo sorpreso a quella visione, la lunga spada roteava verticalmente a pochi centimetri da lui e dal suo stesso portatore. La sua distrazione fu fatale: Orlando afferrò la spada, mentre ancora era in rotazione, e colpì il suo avversario affondando, con incredibile velocità la lunga lama nella sua spalla destra. Poi, con un gesto velocissimo, recise di nuovo le carni dell'avversario. Il tutto in un paio di secondi. Il soldato era morto senza nemmeno accorgersene.
Orlando rinfoderò lentamente, con un certo stile osservò Desmond Gangrel. La Katana tornò nel suo fodero; dopodiché Orlando si allontanò, camminando senza fretta, dal cadavere alle sue spalle. Questo si divise in tre parti, dove era passata la spada: dalla spalla destra al pettorale sinistro, e da quest’ultimo alla parte destra dell’addome. Tutte le parti del soldato caddero a terra, sprizzando sangue tutt'intorno.
Tutti erano ammutoliti, compresa la schiava… Quest'ultima guardò di nuovo il suo salvatore… Lo vide andare verso il cavallo. Orlando Waves… Era quello il suo nome.
Trovò la forza di alzarsi da terra.
-Mio signore! Mio signore!- Gridava mentre correva verso di lui.
Orlando si girò verso di lei. La ragazza aveva i capelli di uno strano colore castano, i raggi del sole si riflettevano in essi rendendoli lucenti. Occhi neri che accompagnavano un viso carino e dolce. Indossava una tunica bianca e sporca, come un po' tutta la sua figura, compresa la faccia, era tenuta stretta da una cintola nera. In più camminava a piedi nudi.
-Io la ringrazio. Mio Signore, per avermi salvato-, disse inginocchiandosi ai piedi di Orlando.
-Alzati!- Le urlò indignato. -Tu non hai niente meno di me è chiaro!-
Così dicendo, la prese per la tunica e la fece alzare in piedi. Poi la guardò negli occhi, lei non riusciva a reggere quello sguardo, ma lui le tenne la testa con una mano.
-Adesso ascoltami. Tu sei un essere umano come tutti gli altri e non devi più servire nessuno. Hai capito? Nessuno. Non osare mai più inchinarti di fronte ad un'altra persona!-
La ragazza inizialmente era impaurita da quello sguardo glaciale, ma poi si era sentita quasi protetta mentre le teneva il viso con la sua forte mano, e poi quegli occhi… Li trovava affascinanti.
Lui poi le tolse le mani dal volto, voltandole le spalle.
-Vattene via ora-, disse un po’ bruscamente.
Risalito a cavallo la guardò di nuovo. -La tua vita da adesso è soltanto tua-
Dopodiché, lui e Desmond, entrarono al piccolo trotto nel castello. La ragazza rimase fissa a osservarli. Rientrati anche gli altri quattro soldati, le porte si chiusero.

Nel frattempo Lucius Gangrel era in viaggio: si stava dirigendo verso l’accampamento delle truppe di Luk Haward. Insieme a lui c'era Laura Valentine. La ragazza era salita a cavallo insieme a lui, indossava due strati di seta rossa che le copriva le parti più intime; non era un granché, ma meglio di niente. Laura più di una volta aveva scorto lo sguardo di Lucius sul suo corpo, tuttavia la cosa non le procurava fastidio; gli uomini erano fatti così. Laura non era un tipo vanitoso, anzi detestava quel genere di donna, capitava di rado persino che si guardasse allo specchio. Tuttavia però la sua bellezza era innegabile, anche il suo volto era molto bello: con dei lineamenti dolci, degli occhi dal taglio stupendo, lunghi capelli neri e lisci. E comunque Lucius, a parte qualche occhiata, nulla aveva fatto. Certo adesso che i due erano a contatto, era più difficile far finta di niente. Comprendendo la situazione, Laura cercò di toglierlo dall’imbarazzo.
-Toglimi una curiosità. Mentre ero prigioniera su quella maledetta nave, avevo sentito qualcosa su una battaglia risolutiva per questa guerra fratricida. Cosa c’è di vero?-
Lucius sembrò accogliere quella domanda come una specie liberazione.
-E' quasi certamente così. I due schieramenti si sono riuniti e si stanno preparando alla battaglia che, con tutta probabilità, sarà finale. In questo momento nell’accampamento di Luk Haward si sono riuniti l’esercito Imperiale dalla sua parte, la sua guardia personale, e le truppe delle tre famiglie guerriere che gli danno appoggio. In più ci sono gli uomini del figlio, Cratos Haward. Domani all’alba inizierà la marcia verso il Castello della Famiglia Reale, dove si trovano i tuoi vecchi
alleati-
-Non chiamarli mai più così!-
-Ora dimmi tu- continuò il discorso Lucius. -Esattamente chi si trova al fianco di Aleandro Haward?-
-Oltre a quelle che erano le mie truppe. I guerrieri della famiglia Shuker. La parte di esercito che si trova con lui, sotto il comando del figlio però; e un gruppo di estremisti contadinotti che vogliono combattere per la regina Amidel-
-Non sembra un granché rispetto a quello che abbiamo noi-, disse un po' vanitosamente Lucius, mentre dirottava il cavallo a ridosso di una collina. Si erano allontanati ormai dalla foresta e si muovevano in una pianura aperta, piena di steppa ed erba incolta.
-Non sottovalutarli troppo. Si tratta di soldati durissimi e non dimenticare il fatto di quei vestiti di acciaio. E il loro misterioso alleato, c’è anche lui nel gioco-, lo mise in guardia lei.
-Già, hai ragione. Ah! Quella maledetta donna!- Imprecò il giovane.
-Di chi stai parlando?-
-Di Amidel chi altri-
Laura lo sentiva tremare di rabbia in quel momento.
-Te lo già detto l’altra sera. Questa nuova guerra è colpa sua!-
Laura non stravedeva per Amidel, ma onestamente non sapeva che ruolo avesse avuto nello scoppio del conflitto. Stava per chiederlo, ma il fratello di Desmond fu più rapido.
-Quando scoppiò la Guerra dei Cinquant’anni a Re Haward venne consigliato di far nascere un erede che potesse portare avanti il regno nel caso lui fosse stato ucciso. Lui accettò il consiglio, ma ancora una volta diede prova di essere un sadico. Mise incinte due sorelle, già nemiche per conto loro, dicendo che entrambi i suoi figli avevano diritto al trono quando lui sarebbe morto-, sospirò un momento poi corresse meglio la traiettoria del cavallo.
-Naturalmente le due sorelle crebbero i loro figli, Luk e Aleandro, convincendoli di essere ognuno il diretto erede del Re. Questo contribuì a creare la loro rivalità già da quando erano piccoli. Quando avevano preso nelle loro mani le redini della guerra sembravano andare d’amore e d’accordo, ma in realtà ognuno era invidioso dei successi dell’altro e cercavano sempre di mettersi in mostra compiendo grandi e pregevoli azioni-
-Quindi tentavano di coprirsi di gloria, usando la Guerra dei Cinquant’anni-, affermò Laura.
-Esatto. Dopo la fine della guerra, però. Si resero conto che il paese aveva bisogno di essere rimesso in sesto prima di avere un nuovo Re. Per questo avevano comunque deciso di rimanere uniti. Ed è qui che è entrata in gioco Amidel. Dopo la morte del loro snaturato padre in un campo di battaglia, forse l’unico momento della sua vita in cui dimostrò un minimo di dignità, Luk e Aleandro decisero entrambi di prendere moglie e generare ognuno un proprio erede-
-Era chiaro che non erano sicuri di sopravvivere alla guerra-, intervenne di nuovo Laura.
-Già, Amidel è la moglie di Aleandro e madre di Wolfer. La moglie di Luk invece morì dopo il parto di Cratos. Amidel è una donna assetata di potere, solo di questo le importa. Non ha neanche voluto aspettare che il paese si riassestasse. Che si riprendesse dalla terribile devastazione che aveva subito. Ed io ho una grande paura di quello che potrebbe succedere, se la sorte girerà dalla sua parte. Non ho mai compreso perché il destino spesso favorisca persone senza scrupoli-
In quel momento Laura aveva compreso che Lucius non era un uomo che adorava il combattimento.
Anzi detestava qualunque guerra.
-Quando però si rese conto-, continuava intanto il discendente dei Gangrel. -Che i due Haward non avevano intenzione di cominciare una nuova lotta, decise di intervenire personalmente-
Sorrise amaramente. -La sua idea fu semplice e geniale: sapeva che Aleandro era geloso di lei, talmente geloso, che avrebbe tagliato la gola a qualunque uomo l’avesse sfiorata con un dito. Con una strategia tutta femminile, si fece scoprire da lui mentre cercava di sedurre il fratello; e quei due sono caduti entrambi nella sua trappola. Da quel momento i rapporti tra i due fratelli si guastarono irrimediabilmente-
-Immagino il dispiacere dei loro figli, visto che si odiano a morte-, commentò ironica Laura.
-Altroché: Aleandro e Luk sono sempre stati rivali, ma sapevano accantonare i loro rancori quando era necessario. Wolfer e Cratos invece si detestano profondamente, non ci sarà mai tregua tra loro. Sono violenti, tanto da sfiorare la follia. Se uno di loro diventasse Re non oso immaginare cosa potrebbe succedere nel Candervell-
-Quindi è il caso che muoiano tutti e due, non sei d’accordo?- La ragazza lo chiese come se già sapesse la risposta.
-In effetti…- S’interruppe all’improvviso, arrestando il cavallo.
Laura seguì lo sguardo del discendente dei Gangrel: guardava d’innanzi a lui, c’era una ragazza. Indossava un vestito di seta bianca con sandali dorati, aveva capelli biondi lunghi e svolazzanti. Lucius, come ipnotizzato, scese di cavallo e, senza staccare gli occhi da lei, si avvicinò. Laura rimase dov’era, probabilmente quella ragazza era la sua amante, preferiva non intromettersi.
Lucius, intanto, era arrivato ad un palmo dalla bellissima creatura. Lei lo guardava a sua volta coi suoi profondi occhi dai bagliori viola.
-Renè! Sei proprio tu amore mio!- Esclamò felicemente il ragazzo.
La ragazza gli avventò addosso, i due si abbracciarono e si baciarono.

Intanto nel palazzo dei Kastlet stava per avere luogo un importate confronto. Entrati nel castello, Desmond e Orlando, erano stati ricevuti dal patriarca dei Kastlet. Nessuno aveva detto nulla su quello che aveva fatto Orlando a quel soldato. Del resto Obran Kastlet era sempre stato sostenitore del fatto che il Creato ti restituisce quanto gli dai. Quel soldato era stato inghiottito dalla stessa violenza che aveva generato.
Desmond Gangrel aveva ben altre questioni di cui discutere.
Non avevano dovuto attendere neanche un po' per entrare nel palazzo reale, il più rifinito e grande dell’intero paese.
La sala del Patriarca era un grande salone dal pavimento rosso e dalle mura bianche. C’erano delle grandi colonne blu che delineavano una sorta di strada, la quale portava ad un grande trono d'ebano. La luce che rischiarava la sala derivava da quattro grandi focolai dorati, dalla forma di teste di leoni, che si trovavano nei quattro angoli. Il trono si trovava su una piattaforma elevata di circa mezzo metro, al quale si accedeva attraverso tre scalini coperti da un tappetino rosso. La parete dietro il trono era lavorata con una serie di strani disegni che sembravano raffigurare degli schieramenti in contrapposizione. Sul trono d'ebano sedeva Obran Kastlet, il più anziano dei capi famiglia. La sua figura era quella di un uomo dai capelli lunghi e bianchi, penetranti occhi verdi, completamente avvolto da un gigantesco mantello nero, tenuto da due lunghe spalliere dorate e cuneiformi. Non si scorgeva cosa indossasse sotto. Una cosa risaltò agli occhi dei due visitatori: nonostante l’età avanzata che gli veniva notoriamente attribuita, il volto di Obran Kastlet era completamente pulito e liscio. Non l'ombra di ruga.
Al fianco di Obran, in piedi, si trovava il suo giovane figlio: Martin Kastlet. Era vestito anch’egli con un mantello nero che però non lo nascondeva, indossava degli stivali e spalliere, entrambe dorate, poi una maglia nera attillata che lasciava scoperte la braccia, adornate da un paio di bracciali neri. Anche i pantaloni erano neri. I suoi capelli erano corti, ma bianchi come quelli del padre. Nessuno dei due sembrava portare armi, ma naturalmente sia Desmond che Orlando non si fidavano.
Non c’erano soldati all’interno della sala, era chiaro che Obran non temeva i suoi ospiti. C’era un silenzio irreale, ma nessuna tensione.
Fu Obran a rompere tale silenzio:
-E' bello vedere che nella mia sala ho potuto ospitare due esponenti di due Casate Guerriere, per di più delle più prestigiose: gli eroici Waves e i potenti Gangrel. Sono onorato di ricevervi-, disse accentuando un sorriso sulle labbra. -So quello che sta succedendo e immagino il motivo per cui siete venuti qui. Luk Haward vuole il mio appoggio, non è vero?-
Desmond sorrise a sua volta.
-Permetti la mia insolenza, Obran Kastlet. Per quanto la forza della vostra Cavalleria Nera sia risaputa, nessuno di noi ha intenzione di contare su di essa-
-Osate forse sminuire la forza della nostra Cavalleria?- Intervenne indignato Martin Kastlet.
-Fai silenzio, figlio mio-, lo ammonì il padre. E quando il figlio si girò verso di lui, sempre indignato, Obran comprese che stava per replicare e decise di batterlo sul tempo.
-Sono sicuro che questi due ragazzi non sono qui per insultarci. Non è così?-
Rivolse nuovamente lo sguardo verso Desmond, che continuava a sorridere.
-Naturalmente. Ma ti conviene sapere che Luk Haward aveva mandato me e mio fratello a rintracciare la persona che vedi al mio fianco: Orlando Waves. E solo dopo averlo trovato sarei dovuto venire qui-
-Capisco. Quindi venire qui non era una priorità-, puntualizzò Obran.
-Domani ci sarà la grande battaglia, che tutti speriamo, porrà fine a questo conflitto. Per cui ci serve sapere: tu da che parte ti schiererai, Obran Kastlet? Oppure hai intenzione di restare alla finestra per vedere cosa succederà? Magari sperando di approfittare della situazione per mirare a quel tanto conteso trono-
Obran smise di sorridere.
-In poche parole non siete venuti a chiedermi di stare dalla vostra parte; volete sincerarvi che non mi stia schierando con Aleandro. E' esatto?-
-Mettiamola pure così-, rispose tranquillamente Desmond.
-Vi aspettate che vi risponda?- Chiese Obran.
-Ci aspettiamo che onori il trattato delle Sei Casate: quando dei capifamiglia si incontrano, bisogna dire la verità. O dobbiamo pensare che ci stai mentendo?-
Il volto del Kastlet tornò a sorridere, ma questa volta con fare più diabolico.
-Sai com’è che si dice Gangrel: verità non sempre è sinonimo di sincerità-
-Quindi tu menti, Obran Kastlet-, ora anche Desmond era divenuto serio, e guardava con sguardo minaccioso l’uomo dai lunghi capelli bianchi.
-Al punto in cui è arrivata questa discussione, mi è ormai chiaro che qualunque cosa dica sarà soltanto una menzogna; quindi non risponderò alla vostra domanda-
Di colpo divenne serio e ogni traccia di possibile ambiguità sparì dal suo volto.
-Ma vi dirò una cosa: io non ho intenzione di mandare a morire la mia gente e i miei soldati, per la ridicola contesa di un trono!- E poi con tono provocatorio aggiunse.
-Cosa che voi invece siete tanto disposti a fare-
-Noi stiamo solo cercando di porre fine a questa guerra-, disse Desmond contrariato.
-Già, mandando a morire altre persone. Combatterete per una coppia di vigliacchi che non ha il coraggio di risolvere la contesa per proprio conto e preferisce coinvolgere e mandare avanti gli altri a morire per loro-
-E' questo quello che pensi, Obran?- Chiese Desmond.
-Esatto. Dimmi, Orlando Waves-, disse tono con tono conciliante, spostando i penetranti occhi verdi verso il giovane dalla lunga giacca blu. -Che Gangrel combatta al fianco di Luk Haward lo posso capire, visti i trascorsi della sua famiglia. Ma tu… Perché lo stai facendo? E visto che non hai ancora parlato, perché non esprimi il tuo pensiero su questa situazione?-
Orlando lo guardò dritto negli occhi.
-Ci tieni proprio, Obran?-
-Se così non fosse non te l’avrei chiesto-
-Capisco il tuo pensiero, Obran, ma dal mio punto di vista, starsene in un angolo mentre il resto del paese viene sconvolto da una guerra non è giusto. Io non sto combattendo per Luk Haward, io sto combattendo per la gente del Candervell: tutta la gente del Candervell. Io domani combatterò per fermare questo scontro fratricida, prima che si trasformi in una guerra civile. A costo di eliminare tutti i coinvolti. Perché se si trovano lì, vuol dire che vogliono lo scontro accettando il rischio della morte, quindi si meriteranno di morire. Chiunque poi salirà al trono per me è indifferente. Ti basti sapere che se si rivelerà un pessimo sovrano, mi avrà come nemico-, la sua voce fu forte e solenne.
-Domani potresti uccidere decine di uomini. E meritano di morire, secondo te?- Domandò serio Obran.
-Chiunque arrechi sofferenze e morte alla povera gente, merita di essere ucciso dalla mia spada. Questa è la mia giustizia!-
Nel dir ciò portò la spada inguainata all'altezza del petto.
In quel momento aveva esposto il grande ideale che suo padre e i suoi fratelli gli avevano tramandato. Dopo averla riabbassata, sollevò il dito destro verso Obran.
-Ti avverto Obran! Se stai realmente pensando di approfittare della situazione per ridicole brame di potere, ti consiglio di ripensarci!-
-E' un consiglio o una minaccia?-
Orlando abbassò il dito.
-L’una e l’altra. Quindi sei avvertito: se vuoi stare alla larga dalla contesa, stai alla larga per
sempre!-
-Ma come osi parlare così!- Intervenne adirato Martin Kastlet.
-Lo sai dove sei? Hai idea di dove ti trovi?-
-Fai silenzio figlio-, lo ammonì di nuovo Obran.
-Ma padre...-
-Quante volte ti si deve ripetere un concetto per fartelo capire?!-
Martin chiuse la bocca, rodendosi.
-Per il momento ti do la mia parola che rimarrò neutrale in questa contesa. Così avevo intenzione di fare e così farò. Questo è tutto. Ora potete andare-
Orlando Waves e Desmond Grangrel si voltarono all'unisono e si allontanarono, sotto gli sguardi fiammeggianti di padre e figlio.

Continua.
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