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lavoro pubblicato martedì 25 aprile 2017
ultima lettura giovedì 21 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

9) I gatti "Di-Luxia" (La fiaba intorno a noi)

di GiudittaGiulia. Letto 426 volte. Dallo scaffale Fiabe

I GATTI “DI-LUXIA” Per la settima volta il fattorino pigiò a lungo sul campanello, con forza, guardandosi il dito diventare bianco come il piccolo pulsante che sembrava farsi beffe di lui. Udì distintamente il trillo corr...

I GATTI “DI-LUXIA”

Per la settima volta il fattorino pigiò a lungo sul campanello, con forza, guardandosi il dito diventare bianco come il piccolo pulsante che sembrava farsi beffe di lui. Udì distintamente il trillo correre e riecheggiare al di là della massiccia porta di quercia, ma null’altro: dietro quella porta scura e pesante il silenzio persisteva, profondo ed ostile, per nulla disturbato dal suo suonare ostinato.

Incerto se lasciare la spesa sullo zerbino rischiando che alcune cose si guastassero - il latte per esempio - riportarsela indietro oppure tentare ancora, il ragazzo esitava. Stava per rinunciare quand’ecco, spenta del tutto la vana eco del suo ultimo scampanellare, un passo leggero, incerto, che si avvicinava. Subito riprese a schiacciare il pulsantino bianco, origliando.

“Chi è? – chiese una flebile voce di donna che lui stentò a riconoscere per quella della pittrice.

- Buongiorno signora, sono io, il garzone del fornaio. Ho qui la sua spesa. -

Silenzio.

- Signora? – riprese il ragazzo sempre con l’orecchio sulla porta – Signora, si sente bene? Mi apra, per piacere… Ho qui il suo pane, il vino, la pasta, i pelati, le uova, il latte… Si ricorda?-

- Non c’è nessuno qui - sussurrò la voce da dietro la porta chiusa – Nessuno. -

- Come, nessuno!? Signora, mi apra! Per piacere…”

- Nessuno – ripeté quella – Sono tutti morti. -

Attraverso il proprio muto stupore, il garzone udì i passi leggeri allontanarsi e svanire dietro una porta lontana. Poi più nulla.

“Strano – pensò il ragazzo - eppure mi sembrava una persona a modo, normale, forse la più simpatica di quelle che fanno la spesa in negozio… Ma già, lei fa la pittrice, è un’artista, e gli artisti, si sa, sono tutti un po’ tocchi…”

Ricondotto in tal modo alla normalità quell’inquietante comportamento, il ragazzo fece spallucce, sistemò la busta sullo zerbino e se ne andò, saltando i gradini a quattro a quattro, giù via veloce verso il cortile assolato, la strada, il negozio. “E meno male che la spesa l’aveva già pagata stamattina, altrimenti sai che pasticcio! Il principale non l’avrebbe mai creduto, che la signora m’aveva detto d’esser morta! Morta! Dove morta, se parla e cammina?!”

E infatti morta non era, Lucia; ma era così triste che le pareva d’esser morta davvero. Da che il marito era partito per un viaggio di lavoro portando con sé Dario, il loro unico figliolo, il tempo a sua disposizione, contro ogni previsione, anziché dilatarsi s’era fatto piccino. Lei li avrebbe accompagnati volentieri in quel lungo giro e se vi aveva rinunciato era soltanto perché, essendo negli ultimi tempi gli affari del marito in preoccupante calo, aveva sperato di terminare in fretta, in quella settimana di silenzio, i ritratti che le erano stati commissionati, così da consegnarli ed incassare. Ma già il secondo giorno Bunny, il suo adorato coniglio che da sette anni le si accucciava in grembo mentre dipingeva, si era improvvisamente ammalato e lei, con il trascorrere solitario dei giorni, senza nessuno con cui distrarsi nella città svuotata dagli amici tutti a sciare, si era abbandonata ad una sterile malinconia, i pennelli dimenticati sulla tavolozza, ed aveva trascorso tutto il tempo a spiare il decorso della malattia del suo piccolo amico finché, proprio quella mattina, notato in lui un notevole miglioramento, aveva lavorato al ritratto fin verso le dieci ed era poi scesa per una breve passeggiata e un po’ di spesa, il cuore lieto. Tornata a casa, però, aveva trovato Bunny ai piedi del suo sgabello, morto.

Annichilita per lo stupore di quel dolore a tal punto crudele, ripetendosi mentalmente "pazienza, era vecchio, era vecchio…" era rimasta accucciata accanto al cadaverino non sapeva quanto tempo, immobile, fino a quando il trillo insistente del campanello, che in un primo tempo le era parso suonasse in un tempo lontano, non s’era fatto strada fino a lei; allora si era stancamente avvicinata alla porta, ma solo per rivolgere quei bisbigli dell’altro mondo all’incredulo garzone del fornaio.

Tornata poi nel grembo rassicurante del suo studiolo, sentendo quello correre a precipizio giù per le scale, si era come risvegliata ed aveva riso e riso fino alle lacrime, con le braccia allacciate alle ginocchia ed il viso nascosto tra le gambe.

Poi si era alzata, era andata in terrazzo ed aveva scavato una buca profonda nel grande vaso del gelsomino.

“Prenderò un gatto – si era detta mentre ricopriva di terra il corpo di Bunny - Un gatto molto molto piccolo, perché io sono allergica alla saliva che quelli leccandosi si distribuiscono sul pelo e solo con un gatto proprio appena nato, così mi hanno detto, forse non morirò di starnuti, o peggio.”

Resa più tranquilla da questa decisione, ritirò la busta della spesa da dietro la porta, lavorò con rapidità e soddisfazione al ritratto iniziato la mattina e si dispose a preparare la cena per il marito ed il figlio il cui ritorno attendeva per quella sera.

Il viaggio di lavoro del marito era stato un inutile successo. I responsabili delle aziende contattate si erano tutti mostrati molto interessati ma nessuno si era spinto fino all’ordine del software, limitandosi al massimo ad un “lo terremo presente”, e questo malgrado il prodotto fosse nettamente superiore a quelli esistenti in commercio e ad un costo altamente competitivo. Anzi, forse proprio il suo costo contenuto, la semplicità di utilizzo e l’efficacia del risultato, aggiunto al fatto che il marito di Lucia rappresentasse solo se stesso, non fosse cioè il mandatario di un’azienda in qualche modo conosciuta, aveva lasciato diffidenti i potenziali clienti.

Lucia si rassegnò a rinunciare al piacere di dipingere e si impegnò a tempo pieno ai ritratti su commissione anche se ben presto si accorse che pure quelli, come il software del marito, erano molto lodati ma trovavano poco smercio. Il problema con i clienti era sempre lo stesso: poca pubblicità, quindi scarsa qualità…

Per la famigliola i tempi difficili sembravano dunque dover continuare.

Qualcosa però era andata per il verso giusto: Lucia ora aveva una bella gatta dal folto pelo grigio striato di rosso che le si acciambellava in grembo quando dipingeva ed ammorbidiva il silenzio con le sue fusa sommesse. L’aveva trovata in un’aiuola del cortile condominiale, magra magra e tutta un tremito, con gli occhi ancora chiusi; era stata abbandonata da una gatta smunta che, al riparo del muretto di confine con la strada, stentatamente ne allattava un altro. Lucia aveva tentato di riconsegnare quella gattina alla madre, ma questa l’aveva scacciata con decisione, soffiandole contro rabbiosamente, probabilmente perché sapeva con certezza di non avere abbastanza latte per entrambi i suoi piccoli.

E così Lucia si era portata a casa quel mucchietto di pelle ed ossa, l’aveva curato ed allattato amorevolmente ed ora, pochi mesi dopo, quello era divenuto una splendida gatta, morbida e flessuosa che, con sua grande gioia, non le provocava neanche l’ombra dell’allergia che sempre l’aveva tormentata avvicinando un gatto.

Era così felice della sua gatta, Lucia, che quando giunse il momento di operarla per renderla sterile decise di non farlo, preferendo lasciare sempre aperta la finestrella che dallo studio dava sul terrazzo, e da questo sui tetti, in modo da lasciarla libera di entrare ed uscire a suo piacere notte e giorno. Come unica precauzione, nel caso si fosse persa, le legò attorno al collo un nastrino azzurro a cui era appesa una medaglietta con inciso l’indirizzo ed il nome, ‘Di-Luxia’, ed una lucina intermittente, una lucciola azzurrina, affinché dalle finestre della casa, di notte, guardando sui tetti si riuscisse a rintracciarla. E quasi la gatta avesse compreso, nelle sue scorribande non si allontanava mai al punto da rendere invisibile la sua minuscola stella.

Passarono le settimane, le giornate si fecero afose e durante la notte la gente iniziò a lasciare aperte le finestre sui tetti. Durante una di quelle nottate, la gatta scomparve. Non mancò per molto tempo, una settimana appena, ma con quella breve sparizione fece la fortuna della sua padrona.

Durante tutto quel periodo nella casa di Lucia esplose il caos: lei non cucinava, non lavava, non stirava, non metteva ordine, non faceva la spesa, non mangiava, non dormiva, non dipingeva e non capiva come marito e figlio potessero pensare a qualcosa di diverso che non fosse cercare la gatta.

E quelli per i primi quattro giorni la cercarono con lei, e l’avrebbero cercata ancora, se non fosse stato che… la trovarono! Il quarto giorno infatti la videro nel telegiornale della sera: passeggiava tranquillamente sugli scranni dei Deputati, saltando agilmente da quelli della maggioranza a quelli dell’opposizione, godendosi in modo del tutto imparziale lo stupore, le carezze od il fastidio di ciascun Onorevole, senza permettere a nessuno di trattenerla. Durante i tre minuti del servizio giornalistico, Lucia rimase in apnea, la gatta divenne una star.

“I lavori sono stati sospesi – disse il giornalista in chiusura del servizio – il tempo strettamente necessario a consentire agli uscieri di accompagnare fuori dall’aula l’Onorevole Micio.”

Poi il telegiornale passò ad occuparsi di calcio.

“E ora? Dov’è, ora? Dov’è andata a finire? Perché il giornalista non l’ha detto? – disse Lucia in un soffio, ancor prima di riprendere finalmente a respirare.

“Non si sa – le rispose il figliolo.

“Che significa, non si sa?”

“Che non si sa – ribadì quello – Tu eri troppo agitata per ascoltare, ma il giornalista all’inizio del servizio ha detto che quando l’usciere è uscito dall’aula con la gatta in braccio per consegnarla alla protezione animali, quella gli è saltata dalle braccia ed è scappata via. Ora sarà nascosta chissà dove, nei meandri di Montecitorio. Ma io non mi preoccuperei troppo: così come è riuscita a entrare lì dentro, sono sicuro che saprà anche uscire, vedrai.”

Da quel momento padre e figlio smisero di cercarla, mentre Lucia si tranquillizzò solo quando, tre sere dopo, vide muoversi sul suo terrazzo una stella azzurrina.

“Ce l’hai fatta, birbante! Sei tornata! Mi hai fatto preoccupare, sai! – Le disse mentre quella le picchiettava il naso e la bocca con il muso, rispondendo con rumorose fusa alle carezze della padrona - Ma dove ti sei cacciata, tutto questo tempo?”

La gatta a questo punto la guardò con i verdi occhi completamente oscurati dalle pupille dilatate al massimo e la testa leggermente inclinata, assumendo un’espressione di genuino stupore, poi balzò a terra e si accostò alla ciotola dei croccantini.

“Hai visto come t’ha guardata? Praticamente ti ha detto: ma come, dove sono stata! Ma se ne parla tutt’Italia! Avevo da fare alla Camera dei Deputati, no? Non dirmi che proprio tu non mi ha vista!”

In una cosa Dario aveva proprio ragione: tutti parlavano dell’Onorevole Gatto, del gatto con la lucciola al collo, del gatto grigio e rosso, di quel gatto così bello, così particolare, così unico…

“Quel gatto è di mia madre – disse una sera Dario intrufolandosi nella conversazione che, al tavolo accanto al suo, alla gelateria nei pressi del Pantheon, una profumatissima e platinata signora intratteneva con quattro sue amiche, anch’esse firmate dalle scarpe alla borsa, fermagli per capelli e numerosi gioielli compresi.

Quelle lo guardarono incuriosite.

“Quel gatto è di mia madre – ripeté lui – E non è un gatto, ma una gatta. E di una razza molto rara e preziosa.”

“E che razza sarebbe?” chiese la signora che fino a poco prima si era vantata di averne uno identico.

“E’ un gatto Di-Luxia.”

“Un gatto di che?”

“Un gatto Di-Luxia! DI-LU-XI-A! – Sillabò Dario che iniziava a divertirsi davvero - E lei non può averne uno identico, perché quello di mia madre è l’unico in Italia.”

“Ma va là, che è un gatto qualunque! Bello quanto vuoi, ma non è né un siamese né tanto meno un persiano!”

“Certo che no. Gliel’ho già detto: è un Di-Luxia! Sono gatti molto rari e molto intelligenti, che vengono selezionati in Thailandia dagli allevatori reali per uso esclusivo della regina. Per questo si chiamano Di-Luxia, perché averli sono un lusso inarrivabile. Ce l’ha solo la regina di Thailandia che li lascia vivere nel suo parco in libertà ed as-so-lu-ta-men-te senza sterilizzarli. Sono liberi perciò di entrare ed uscire come meglio credono da tutte le camere della reggia e presenziano con la Regina alle sedute di Governo. Pensa davvero che un gatto qualunque, come dice lei, avrebbe saputo come comportarsi, durante la riunione della Camera? “

Tutte e quattro le signore stavano con la bocca e gli occhi aperti, affascinate da quel ragazzo che narrava loro di quel gatto così esclusivo, e lasciavano che i gelati si sciogliessero nelle coppe e colassero sul piattino, sulla tovaglia e sui loro abiti firmati. ‘Ben vi sta’, pensava Dario sempre più divertito. Poi ad una di quelle venne un dubbio:

“Ma se è così raro come dici, se è il gatto della regina di Thailandia, come mai tua madre ne ha uno?”

E qui, bisogna dirlo, Dario ebbe un’idea luminosa:

“Perché mia madre è una pittrice.” Rispose, e poi tacque, come se a quel punto tutto fosse ovvio.

“E allora? – lo incalzò quella – Che c’entra che è una pittrice? “

“E allora – proseguì il ragazzo con fare annoiato, come se avesse a che fare con una bimbetta a cui bisogna spiegare tutto, ma proprio tutto - Allora ha fatto il ritratto alla Regina della Thailandia e quella, per gratitudine, oltre al compenso stabilito ha voluto regalarle uno dei cuccioli appena nati. Ha capito, adesso, perché quel gatto che lei ha visto al telegiornale è l’unico in Italia, è di mia madre e lei non potrà mai averne uno uguale? A meno che… ma no… sono sicuro che non sarà possibile.”

“A meno che? – quasi urlarono le quattro donne i cui abiti griffati erano ormai completamente imbrattati di gelato.

E Dario - il quale si era invece gustato il suo fino all’ultima goccia e stava alzandosi per andare via e lasciare quel gioco che rischiava di prendergli un po’ troppo la mano - vedendo quegli sguardi concupiscenti non resistette e completò l’opera:

“A meno che, ammesso che mia madre sia d’accordo, cosa di cui non posso essere sicuro, anzi, tutt’altro; a meno che voi non riusciate a convincere mia madre a cercare di farsi donare dalla Regina anche un esemplare maschio. Proprio tra qualche giorno deve partire per eseguire il ritratto del principino, il futuro Re… Ma non credo, sapete? Mia madre è molto discreta… Non penso che lo farà…”

“Oh! Non preoccuparti di questo, lasciaci almeno tentare! Sii buono, dacci il nome di tua madre, ed anche il numero di telefono, e l’indirizzo!”

“Oh, sì, fa il bravo! Se è in partenza per la Thailandia, dobbiamo affrettarci a tentare di parlarle! O adesso o mai più!”

“Ma tu pensa! – continuavano a cicalare quelle al colmo dell’eccitazione mentre Dario scriveva su un foglietto strappato al suo diario quanto quelle desideravano da lui – Se tutto va bene, per Natale potremo avere anche noi uno di questi rarissimi gatti ‘Di-Luxia’, come la Regina di Thailandia!”

“Sì, e magari potremmo anche farci fare il ritratto dalla sua stessa pittrice!”

Erano talmente entusiaste, che Dario non ebbe cuore di deluderle anche perché, a quel punto ne era certo, quelle non avevano certamente lo spirito giusto per apprezzare il suo scherzo e si sarebbero certamente infuriate. E poi, cosa c’era di male? Loro volevano un gatto ‘Di-Luxia’, e un gatto ‘Di-Luxia’ avrebbero avuto.

Porse il foglietto alla bionda platinata che lo afferrò velocissima, gli diede una rapida scorsa e lo passò alle amiche, parlando fitto fitto e in un sussurro:

“Mi raccomando, ragazze, questo deve rimanere tra noi! Copiate tutto ma non parliamone con nessuno. O meglio, parliamone pure con tutte, ma non sveliamo a nessuna come avere questo gatto!”

“Già, e neanche il ritratto! Noi dobbiamo assolutamente essere le prime!”

“Bene, allora, buona sera, belle signore” le salutò Dario, ma nessuna lo udì. Lui si allontanò ugualmente, in tutta fretta: aveva un’impellente necessità di nascondersi da qualche parte per ridere a crepapelle.

“Ma cosa sei, matto? – esclamò Lucia disperata, quando a casa Dario le narrò tutto - E ora io che cosa racconto, quando quelle mi telefonano?”

“Potresti confermare la mia versione. In fondo loro non aspettano altro… Anzi, credo proprio che se dirai loro la verità non lo apprezzeranno affatto. Resteranno molto molto deluse. Dopo di che, si accorgeranno di essersi fatte prendere in giro… No, non credo che apprezzerebbero. Non credo proprio.”

“Ma come…E come faccio a dargli i gatti!?”

“Oh, beh, questo dipende da te: potresti acconsentire e dopo qualche giorno, di ritorno dal tuo viaggio, raccontar loro che la Regina di Thailandia non ha voluto accontentarti. Ma questa non mi sembra una grande idea, dopotutto: non ti farebbe una buona pubblicità, sarebbe come dire che il tuo ritratto non era abbastanza buono…”

“Ma finiscila con questa storia!”

“Mamma, ma ci pensi? Potrebbe essere la soluzione di tutto: il mutuo della casa, pagato; le preoccupazioni di tutti i giorni, sparite; per un po’ di tempo potresti guadagnare tutti i soldi che ti pare: devi solo vendere loro i gattini che tra poco la tua geniale gatta metterà al mondo! Noi lo sappiamo che si è accoppiata con il fratello, l’abbiamo visti giù in cortile. Se solo saremo un po’ fortunati, non dovrai fare altro che allevare questa prima cucciolata, tenerti anche un maschio e vendere gli altri a caro prezzo, completi di lucciola al collo… Non devi fare altro! Il resto verrà da sé, dopo un po’ ce ne saranno fin troppi di quei gatti, nessuno li vorrà più, ma nel frattempo tu avrai venduto tanti di quei gattini ‘Di-Luxia’ ed avrai eseguito tanti di quei ritratti che potrai dipingere paesaggi per tutta la vita… Anzi, no, ne farai pochi di ritratti, solo ai primi clienti che vorranno il gattino. Gli venderai il gattino ed il ritratto, ad un prezzo ragionevolmente alto. Dopo di che, quando i gattini non saranno più una rarità, se non avrai più voglia di fare ritratti…Te lo immagini? Tutta la vita a dipingere solo quello che vuoi tu, senza una preoccupazione al mondo!”

“Dario, sei una peste!”

“Direi che è un genio, altro che peste!”, intervenne a quel punto Antonio.

“Ti ci metti anche tu, adesso? – disse Lucia rivolgendosi stupefatta al marito che, tornato a casa dal lavoro, aveva seguito tutta l’appassionata difesa del figliolo - Ma quale genio! Non lo possiamo fare! Quelle credono che…”

“Quelle credono che il tuo gatto è unico, e lo è: ne hai mai visto un altro, così? Quanti Onorevoli Gatti hai visto, oltre al tuo? E gliene darai altri, quasi uguali. Quasi, ovvio: mica sono cloni, sono gatti regolarmente allevati… sui tetti, solo che loro non lo sapranno mai. E se poi diventeranno troppi, se non saranno più rari ed unici, beh, di chi sarà la colpa, se non loro? Succederà esattamente quello che succede con le scarpe, le borse, le mutande, le cravatte e tutto il resto: ce l’avranno tutti, e saranno felici! Perché non vuoi diventare un benefattore dell’umanità?”

“Dai mamma, di che hai paura?! – lo interruppe Dario – Quelle sono donne la cui massima aspirazione è mettersi in mostra. Un bel ritratto è proprio quello che gli ci vuole, un bel ritratto grande e grosso, con loro che vi compaiono sapientemente migliorate: sai che soddisfazione, sulla parete del salotto, al posto d’onore! ”

“Ma che…Voi scherzate, scherzate sempre, e a me mi toccano i pasticci…”

“Ma vai, mamma! Ma quali pasticci! Lo sai che ti dico? Secondo me, la gatta, la tua gatta, l’ha fatto apposta a nascondersi a Montecitorio e a farsi vedere da tutti! Pubblicità gratuita e in prima serata!”

La gatta, che fino a quel momento se n’era rimasta acciambellata sul divanetto di vimini della cucina, gli occhi socchiusi, il ventre prominente, proprio in quel momento alzò la testa e guardò Lucia, aprendo e dilatando le sue pupille immense e misteriose. Poi si stirò, saltò a terra, si avvicinò, le saltò faticosamente in grembo, si leccò l’enorme pancia per qualche secondo e si riacciambellò, gli occhi divenuti nuovamente una fessura, mentre la cucina si riempiva delle sue fusa soddisfatte.

Da allora sono passati quasi due anni ed i tetti di Roma sono pieni di lucette intermittenti, alcune rosse, altre gialle, altre ancora verdi, tutte simili ad una stella, e tutte che segnalano la presenza di un ‘esclusivo’ Gatto di-Luxia. Raramente, e solo nella stagione degli amori, se ne può scorgere anche una azzurrina: se anche voi voleste vederla, dovreste camminare anche voi sui tetti, come un gatto, e spiare alle prime luci dell’alba attraverso la finestra dello studio di Lucia. Potreste così osservare le protagoniste di questa storia soddisfatte e felici, una intenta a dipingere tutto quello che le viene in mente - e solo quello - e l’altra che le sonnecchia in grembo, con la sua lucciola azzurrina sempre al collo.



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