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lavoro pubblicato martedì 25 aprile 2017
ultima lettura venerdì 12 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

8) Una gioia per gli occhi - storia di una pratolina (La fiaba intorno a noi)

di GiudittaGiulia. Letto 431 volte. Dallo scaffale Fiabe

UNA GIOIA PER GLI OCCHI Era una mattina di sole. La seconda, dopo giorni e giorni di una pioggia fitta e continua che aveva trasformato il parco in un’enorme pozzanghera. Ma con la fine di Gennaio anche le nuvole erano scomparse e Febbraio era i.....

UNA GIOIA PER GLI OCCHI

(Storia di una pratolina)

Era una mattina di sole. La seconda, dopo giorni e giorni di una pioggia fitta e continua che aveva trasformato il parco in un’enorme pozzanghera. Ma con la fine di Gennaio anche le nuvole erano scomparse e Febbraio era iniziato con una temperatura mite, quasi primaverile. Così eravamo spuntate tutte fuori ed ora punteggiavamo il prato ancora umido con le nostre morbide corolle immacolate. Dopo tutta quell’oscurità, allargavamo con gioia i petali alla luce. Erano ancora le prime ore del mattino, troppo presto perché i raggi del sole ci colpissero direttamente, ma il cielo era limpido, l’aria quasi tiepida e tra non molto gli alberi avrebbero ritirato la loro ombra lasciandoci allo scoperto. Nel frattempo ci scrollavamo di dosso la rugiada e ci guardavamo attorno.

Dopo qualche ora, quando il Sole era quasi al centro del suo giro nel cielo, vidi in lontananza un cane bianco: trotterellava allegramente in libertà, fermandosi di tanto in tanto per non perdere di vista il padrone o per annusare qua e là. Dietro di lui, parecchio più indietro, una donna spingeva lentamente un passeggino con un bimbo addormentato.

Non lo sapevo ancora, ma quella donna spingeva il mio destino.

Li guardai allontanarsi, godendo delle loro figure nitide nell’aria pura, sospese tra il verde del parco, l’azzurro del cielo ed il grigioarancio della città acquattata all’orizzonte.

Il Sole continuava ad alzarsi, presto ci avrebbe raggiunte.

Nel parco cominciarono ad arrivare i cani: giocando ci correvano accanto, alcuni ci annusavano, altri ci bagnavano. I loro padroni li controllavano dal sentiero, parlavano tra loro passandoci a fianco senza notarci. Eravamo sbocciate appena il giorno prima, tenero anticipo di una primavera ancora lontana, una gioia per i loro occhi, ma non ci vedevano.

Io mi dondolavo nella brezza leggera e continuavo ad aspettare il Sole. A causa della stagione non avrei potuto goderne per molte ore, ma sarebbero comunque state sufficienti per allungare il mio stelo, allargare la corolla e richiamare qualche insetto. Ma sopra ogni cosa desideravo sentire quel calore intenso e diretto.

Sul sentiero passò il cane bianco, sempre trotterellando allegramente ed annusando ora il prato, ora il vento.

La donna che spingeva il passeggino arrivò e si fermò: si era accorta di noi! Sorridendo ci indicò al bambino non più addormentato: ma era troppo piccino, non ci aveva mai viste e non poteva distinguerci. La donna allora lasciò il passeggino e si avvicinò.

Compresi.

Pregai, supplicai il buon Dio che non scegliesse proprio me.

Tentai di nascondermi, reclinai stelo e corolla…

Mi accorsi che il Sole era alfine giunto perché l’ombra di quella mano mi privò improvvisamente del suo tepore.

Pur sapendo quanto fosse inutile, gridai a quella donna la mia volontà di continuare a vivere. Gentilmente le sue dita mi circondarono lo stelo, e strinsero.

Forse fu per la troppa disperazione, ma non provai dolore.

Lei sorrideva, e sorridendo tornò verso il passeggino per mostrarmi al suo bambino. Era una bambina, una giovane vita proprio come me, e malgrado le fossi ormai davanti non riusciva ancora a distinguermi.

Anche se recisa, avevo ancora vita sufficiente per fare quello per cui ero nata: dare gioia ai suoi occhi. Raddrizzai lo stelo nella mano della donna ed allargai la corolla nel Sole. La piccina mi vide. La sua piccola mano si aprì e si richiuse intorno a me, prima con delicatezza, poi stropicciandomi tutta. Con l’innocente crudeltà della sua curiosità strappò alcuni petali e li portò alla bocca, poi fece lo stesso con quello che di me era rimasto insieme. Ed io, io malgrado tutto amai i suoi occhi ridenti di stupore, e fui felice. Per questo ero nata: una gioia per gli occhi.

Intanto la donna aveva ripreso a spingere il passeggino, il cane questa volta la seguiva. Un passero volò davanti a noi: la bimba lo vide e mi dimenticò. Sfuggita dalla sua manina umida rimasi incastrata sotto le sue gambe, con la corolla rivolta al prato. Quello che doveva essere era stato.

C’era ancora vita in me e non volevo che andasse sprecata, ma per quanto cercassi di liberarmi non riuscivo a lasciarmi cadere. La donna forse comprese: mi sollevò gentilmente e mi depositò sull’erba, al sole.

Il passero che mi aveva rubato l’attenzione della bimba mi prese nel becco e mi portò con sé. Da lassù, sospesa nel cielo, più vicina al Sole di quanto desiderassi, vidi una piccola auto lasciare il parco: nel bagagliaio, riconobbi il cane bianco ed il passeggino.

Ora sono parte di un nido posto su un albero grande, in ombra. In attesa della fine, per non pensare a quello spicchio di prato dietro di me finalmente al Sole, richiamo alla memoria quegli occhi ridenti. E non ho più freddo.

(In memoria della prima, ed ultima, margherita colta per amore di mia figlia.)

Roma, 7-8 Febbraio 2001



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