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lavoro pubblicato domenica 23 aprile 2017
ultima lettura venerdì 11 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

3) IL CAPELLO D'ORO (La fiaba intorno a noi)

di GiudittaGiulia. Letto 399 volte. Dallo scaffale Fiabe

Il capello d’oro C’era una volta… un capello. Anzi, tanti capelli! Crescevano tutti sulla testolina di un bimbo di tre anni molto, molto bello, con le guance tonde e rosee, il nasino birichino, le manine morbide e indaffarate, i.....

Il capello d’oro

C’era una volta… un capello. Anzi, tanti capelli! Crescevano tutti sulla testolina di un bimbo di tre anni molto, molto bello, con le guance tonde e rosee, il nasino birichino, le manine morbide e indaffarate, i piedini mai stanchi e lo sguardo acceso di un celeste curioso e attento: un bimbo, insomma, proprio come ci si immagina debba essere il protagonista di una favola.

Il bimbo di questa favola si chiamava Edoardo e tutti, proprio tutti, lo chiamavano Dudù. Ma questo bel bimbo Dudù, e ci dispiace tanto per lui, beh, non è lui il protagonista della favola!

Il protagonista è uno dei suoi capelli, uno solo tra tutti quei capelli biondi come l’oro, o come il sole di luglio, o il grano maturo, perché solo quello era così talmente biondo che di notte la stanza del piccolo Dudù non era mai completamente buia. Questo fatto, che aveva i suoi indubbi vantaggi (per esempio Dudù non aveva bisogno di accendere la luce se doveva alzarsi per fare la pipì, o andare a bere, o infilarsi nel letto di mammapapà) aveva anche un inconveniente non da poco: a volte, per via di quella luce, il piccolo Dudù stentava ad addormentarsi. Naturalmente, più lunghi diventavano i capelli, più aumentava la luce e così, col trascorrere del tempo, crescevano anche i minuti di dormiveglia, minuti nei quali Dudù, in cerca del sonno, si girava e rigirava tra le dita proprio i capelli. Intreccia e sbroglia, intreccia e sbroglia, al mattino la sua mamma aveva un bel da fare, quando lo pettinava!

Quel capello lì poi, quello che brillava più di tutti, si distingueva anche perché era un pochino più grosso, cresceva più in fretta di tutti gli altri (anche se nessuno se ne accorgeva perché era sempre tutto attorcigliato nei gran nodi che si divertiva a creare) e per di più, malgrado tutto questo, o forse proprio per questo, si annoiava da morire.

E come si lagnava! E sbadigliava, e si attorcigliava, e si stirava, e non si stava mai fermo, né zitto: e cosa faccio, cosa non faccio, ma che noia, che pizza, che barba, (anzi, che capelli!), e via di questo passo finché, protesta che ti protesta, un bel mattino la mamma di Dudù non lo notò.

- Ma tu guarda questo capello com’è strano! Era tutto attorcigliato dentro quel grosso nodo che per sbrogliarlo ci ho messo cinque minuti d’orologio… E ora che lo guardo bene non sembra proprio come gli altri… E’ più grosso e anche più l u n g o… Sembra finto, guarda come brilla, come una pagliuzza d’oro… Quasi quasi lo taglio. Ma sì, io lo tiro via. Vuoi vedere che senza di lui al mattino non troverò più nodi inestricabili sulla tua testolina?

Detto fatto, un colpo secco e, senza neanche un piccolo “Ahi!” da parte di Dudù, il capello biondo, proprio quello più biondo del biondo, venne tirato via.

Finalmente si cambia, pensò quello tutto contento, finalmente me ne andrò in giro per il mondo!

Per la verità il primo mondo che conobbe non gli piacque troppo: era finito dritto dritto nell’acqua – per fortuna pulita! - del gabinetto. Ma il nostro eroe era entusiasta ugualmente: questa era vita, l’avventura! Da lì, giù giù giù, lungo le oscure e non proprio pulite vie delle fogne, corri e corri sotto la città, trascinato dalle acque di scarico, superati tutti i filtri dei depuratori (per quanto diverso dagli altri, era pur sempre sottile come un capello!) il capello finì in mare.

Il mare! Che meraviglia! Certo, lui il mare lo conosceva perché quando era sulla testolina di Dudù l’aveva visto e vi si era anche bagnato. Ma ora, beh, ora che non era più prigioniero, era tutta un’altra storia: ora era libero di giocare, libero di lasciarsi dondolare dalle onde, di attorcigliarsi con le alghe, di nascondersi nella schiuma… In poche parole, libero di divertirsi un mondo. Ed era felice. Talmente felice che dovunque giocasse luccicava e splendeva mandando bagliori quasi accecanti di giorno e illuminando le notti molto più intensamente di quando si trovava sulla testolina di Dudù.

Passarono i giorni, passarono le notti, ed il capello sempre risplendeva tra le onde. Ma non si può risplendere senza essere visti! Così un giorno (bello o brutto, lo deciderai tu, mio piccolo lettore) quel luccichio fu notato da una grossa spigola che passava di là, una spigola affamata per di più, che se lo mangiò.

Uh, com’era buio, nella bocca del pesce!

Meno male che il capello si faceva luce da sé, ma non era un bel vedere, quel che illuminava! E poi che noia, che ristrettezza, dopo l’immenso blu del mare!

Per sua fortuna, il pesce aveva proprio una gran fame. Talmente fame che, perduta ogni prudenza, abboccò all’amo di un pescatore che lo portò a casa e lo diede alla moglie perché lo cucinasse.

La moglie del pescatore lo sciacquò, lo pulì e lo squamò, tutte operazioni durante le quali il capello, che non aveva nessuna intenzione di ripassare dalle fogne per tornare al mare, se ne rimase ben nascosto nella bocca del pesce. Dopo di che, spigola e capello furono infornati.

Ah, che brutta esperienza fu quella! Il calore era davvero terribile, povero capello d’oro! Rimpiangeva amaramente di non essersi tuffato nello scarico: mille volte meglio le fogne che almeno portavano al mare, piuttosto che quell’inferno!

Per sua fortuna, in poco tempo la spigola fu cotta: la moglie del pescatore la tolse dal forno, la adagiò su un piatto e la portò in tavola. Il capello, in cerca di fresco dopo tutto quel calore, saltò fuori dalla bocca del pesce e cadde nel piatto, proprio accanto alle posate. Ed era così provato dall’esperienza dell’essere stato prima mangiato e poi cotto in forno, che aveva perduto un bel po’ della sua brillantezza: ora non appariva che un capello, un miserevole capello vagabondo, vagamente biondo e un bel po’ riccio, proprio come quelli della moglie del pescatore.

- Ma che schifo! – gridò subito il marito che, se era un buonissimo diavolo, affettuoso e gentile, era anche tanto, ma tanto schifiltoso - Che porcheria! Possibile che semini i tuoi capelli ovunque? Guarda qui, nel piatto di portata, proprio attaccato alla mia bellissima spigola!

- Ma che dici?! - Rispose la donna, un po’ esasperata per quella storia dei capelli che finché stavano sulla testa si poteva andarne fieri ma appena si staccavano diventavano disgustosi – Sai benissimo che quando cucino metto una cuffia di lino proprio per evitare incidenti di questo tipo!

Povera moglie del pescatore! Lei era assolutamente certa che quel capello non fosse suo! Per di più era davvero stanca: benché fosse domenica, aveva lavorato tutto il giorno al banchetto di dolciumi che aveva allestito per la festa del patrono del paese, perciò tutto quel che ora desiderava era sedersi e gustarsi quel bel pesce in santa pace. Purtroppo per lei il marito (che era completamente calvo da molti anni e forse proprio per questo era così suscettibile in materia) non era disposto a far finta di nulla: lì, troppo vicino alla sua bellissima spigola, c’era indubbiamente un capello, un capello che non potendo essere né suo, né del pesce, doveva per forza essere della moglie.

E fu così che presero a litigare, lei perché si sapeva innocente e stanca e affamata, lui perché non poteva fare a meno di vedere quel che vedeva. E avrebbero litigato chissà fino a quando se a un certo punto il pescatore non avesse giudicato un vero peccato mangiare freddo quel suo bel pesce.

- E va bene, disse alla moglie, visto che mio non può essere e tuo nemmeno, vorrà dire che è l’ha portato il vento. Per piacere buttalo via e mangiamo.

In un silenzio glaciale, il capello venne preso e gettato nella pattumiera.

La spigola, anche se non proprio calda, venne finalmente gustata e, con la pancia piena, marito e moglie risero a crepapelle di quella litigata così stupida.

Poco più tardi, il sacco della spazzatura fu chiuso e gettato nel cassonetto. Per il nostro eroe iniziava un’altra avventura: durante la notte il cassonetto venne sollevato e svuotato nel ventre scuro e puzzolente di un grosso camion dove tutti i sacchi venivano sballottati tra loro per essere aperti, macinati e triturati. Dopo un bel po’ di tempo di questa confusione, all’alba, sotto un forte temporale, il camion svuotò il suo carico nella discarica, su un’enorme montagna di spazzatura.

Santo cielo! - pensò il capello che intanto, entusiasta per tutti quegli avvenimenti, aveva ricominciato a splendere (anche se non proprio come quando si trovava nel mare) – Accidenti che razza di posto! E ora che ne sarà di me? Come viaggiare ancora? Soprattutto, come andare via di qui? Non è un granché, questo posto!

Non dovette attendere troppo: un gabbiano vanitoso e pigro, uno di quei gabbiani che si sono adattati a vivere in città perché qui riescono a sfamarsi senza la fatica di pescare, notò il capello che sembrava una pagliuzza d’oro in cima al cumulo di spazzatura e… zaf! Lo afferrò. - Se riesco a tenerlo in equilibrio sulla testa - pensava mentre volava verso la sua colonia stringendolo nel becco - sembrerà che abbia una corona d’oro: sarò il re dei gabbiani!

Poi, mentre si ammirava riflesso nel vetro di una finestra, decise che per essere re sul serio bisognava che tutti i gabbiani vedessero la corona; e siccome era molto più vanitoso che pigro, ripartì. Volò e volò come non gli capitava da molto, molto tempo, scendendo il corso del fiume prima attraverso la città, poi la campagna, fino a raggiungere la costa perché voleva che tutti, ma proprio tutti i gabbiani lo ammirassero, a cominciare proprio da quelli che vivevano al mare.

Ora, finché il capello si mantenne un po’ umido di pioggia rimase sulla testa del gabbiano che voleva essere re, ma vola che ti vola, il sole e il vento lo asciugarono cosicché, quando l’uccello atterrò sugli scogli in mezzo a molti altri gabbiani… la corona d’oro era sparita! Vi lascio immaginare come rimase male, quel vanitoso! Pigro com’era, tutta quel volare per niente! Stanco e deluso, decise che per quel giorno non aveva nessuna voglia di tornare fino in città. Ma rimanda la partenza oggi, rimandala domani, il gabbiano vanitoso e pigro ricominciò a pescare, scoprì che anche se faticava un po’ quella vita gli piaceva molto di più dell’altra e tuttora vive lì, al mare. E che dici tu, mio piccolo lettore: ora che non è più pigro, sarà anche meno vanitoso?

Ma hai ragione: questa è la storia del capello, non del gabbiano. Che ne è stato del capello?

Il capello era scivolato giù dalla fronte del gabbiano quando volava ancora sul fiume e, mentre galleggiava nell’aria, era stato afferrato al volo da un passero, anche lui attirato da quell’insolito bagliore. Il passero, che non era né vanitoso, né pigro, ma solo innamorato, aveva in mente di portarlo in dono alla sua sposa che stava covando nel nido appena terminato.

- Intrecciato agli altri fili d’erba, luccicherà e rifletterà la luce del sole: avremo un nido splendente, il più bel nido del mondo!

Ma la sposa del passero non fu per niente d’accordo:

- Buttalo via! Buttalo il più lontano possibile da qui! Un nido luccicante è l’ultima cosa che ci serve, un nido luccicante attirerà la curiosità di tutti gli animali: come pensi di difendere i nostri piccoli dalla fame di tutti i predatori del cielo e della terra? Per carità, vai subito via di qui con quella pagliuzza d’oro, và a buttarla lontano più in fretta che puoi!

Insomma, povero passerotto, il suo dono d’amore era stato accolto proprio male! E il peggio per lui non era ancora venuto: mentre infatti volava lontano per liberarsi del capello, ecco che fu notato da una gazza, una gazza ladra! Beh, la gazza ladra, lo dice il nome stesso, è un uccello che non può fare a meno di rubare. E lo sai cosa ruba? Tutto, ma proprio tutto, quello che luccica. E la cosa più bella è che lo fa così, senza un motivo al mondo. Un attimo dopo aver visto il capello brillare, la gazza ladra si lanciò all’attacco e il passerotto, senza quasi capire cosa gli fosse accaduto, si ritrovò stordito e dolorante a chiedersi dove fosse il sopra e dove il sotto, cercando di effettuare un atterraggio che non somigliasse troppo ad una caduta… Atterrato che fu, si accorse di non aver più nulla nel becco e, visto che in un modo o nell’altro si era liberato del capello, se ne tornò a casa.

E il capello?

Il capello si trovava nel nido della gazza, in compagnia di una monetina di rame, un fermaglio d’acciaio, una scheggia di vetro, un tappo di birra, una puntina da disegno, un bottoncino d’avorio e tanti pezzettini di carta stagnola. La gazza guardava il suo tesoro e pensava: che buffo questo filo, brilla più di tutto il resto eppure è così sottile, così leggero!

E già, così leggero… Così leggero era il capello - e un poco ce ne dispiace per la gazza che restò con un palmo di becco - che: spuf! Il primo refolo di vento lo afferrò e se lo portò via…

Il capello riprese a viaggiare, ed è ancora lì, a spasso per il mondo, perché tutti, ma proprio tutti, continuano ad essere attirati ed incuriositi da quel suo luccicare cosicché acqua, vento, pesci e uccelli continuano a rubarselo uno con l’altro.

E se tu, mio piccolo lettore, nelle serate estive guarderai bene nell’aria intorno a te, potrebbe capitarti di vederlo, il capello biondo che voleva andare di qua e di là, a fare questo e quello, per scoprire il mondo e anche qualcos’altro, per non annoiarsi mai più. Guarda, lo vedi? Luccica tra i cespugli confuso con le lucciole, o sulla superficie del mare nascosto nella scia di una barca, o in una goccia di rugiada tra l’erba.

E il piccolo Dudù, che di quel capello era il proprietario? Ah, beh, da quando la mamma gliel’ha staccato, non ha più avuto sulla testa né nodi grandi, né piccoli.

Infine, cosa di cui sia lui, sia mammapapà sono felicissimi, la notte nessuna luce indiscreta viene più a disturbare i suoi bellissimi sogni.

Roma, 5 aprile 2008



Commenti

pubblicato il lunedì 24 aprile 2017
abisciott1, ha scritto: Veramente bella! L'ho letta con piacere immenso ed è stupenda e simpatica e scritta bene! La semplicità delle parole non diminuisce affatto questa favola. Vista la data, penso che tu ne abbia altre.
pubblicato il lunedì 24 aprile 2017
GiudittaGiulia, ha scritto: Grazie, sicuramente troppo generoso il commento ma ovviamente immenso piacere nel riceverlo. Sì, ne ho altre: alcune sono già pubblicate nel sito (cinque della "raccolta" La fiaba intorno a noi più una più lunga, autonoma) e altre le caricherò. Grazie ancora, mi fa piacere che ti abbia divertito.

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