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lavoro pubblicato sabato 22 aprile 2017
ultima lettura giovedì 21 marzo 2019

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2) La piccola castagna (La fiaba intorno a noi)

di GiudittaGiulia. Letto 271 volte. Dallo scaffale Fiabe

STORIA DI UNA PICCOLA CASTAGNA Era novembre, il mese dei Santi e delle caldarroste. L’aria cominciava ad esser fredda e la gente per le strad...

STORIA DI UNA PICCOLA CASTAGNA

Era novembre, il mese dei Santi e delle caldarroste.

L’aria cominciava ad esser fredda e la gente per le strade, soprattutto la sera o presto al mattino, iniziava a camminare in fretta.

In quella città, oltre ai lussuosi palazzi del centro, le scuole, gli ospedali, gli alberghi, i mercati e i parchi per far giocare bambini e cani, c’erano delle piccole, povere case basse, lontane dal centro, con miseri cortili grigi affacciati su una grande strada veloce. In fondo ad uno di questi cortili, in una di quelle casine che in tutto e per tutto era uguale a quelle che la circondavano - uguale il numero dei piani, due; uguale il cemento del tetto, uguale il numero di finestre, uguale la scala e la ringhiera davanti alla porta, uguale perfino il campanello e uguale anche la cucina, con l’identica finestra affacciata sull’uguale cortile – in una di quelle casine abitava una giovane mamma, con la sua bambina.

In quella fredda sera di novembre, dentro quella cucina, dentro la fruttiera sopra al tavolino, c’era un mucchietto di castagne gonfie di polpa, già pronte per il fuoco, con la lucida livrea marrone incisa da un taglio a croce.

Ah! Com’erano ridenti gli occhi della piccola Sara, mentre aiutava la sua mamma a stenderle sulla teglia! E com’era dolce il sorriso della mamma, felice di preparare quella festa di caldarroste per la sua bambina! E com’erano fiere le castagne, di essere responsabili di tanta gioia! E già, tutte quelle castagne non vedevano l’ora di venir cotte e mangiate perché del loro destino andavano giustamente orgogliose. Il loro solo cruccio era la presenza, nel centro del mucchietto, ben nascosta in fondo alla fruttiera, di una loro sorella rimasta piccolina, un po’ rachitica, non ben ripiena di polpa e con la buccia un po’ opaca. Le grasse e belle castagne non sapevano perché quella loro sorella era venuta su così male, se perché avesse lasciato l’albero troppo in fretta così che non ne aveva assorbito a sufficienza la linfa, o per chissà quale altro motivo che ne aveva compromesso la crescita; quello che sapevano con certezza era che per il destino di quella sorella, piccola e grinzosa, si preoccupavano moltissimo. Oltretutto, a conferma dei loro sentimenti, su quella castagna non era stata fatta l’incisione a croce: se l’avessero messa nel forno insieme alle altre sarebbe scoppiata e non sarebbe stata mangiabile. Quella castagna non sarebbe mai stata capace di dare gioia alla bambina. Ma probabilmente, non essendo stata preparata come le altre, sarebbe stata semplicemente gettata via e questo, pensavano le belle, grasse, lucide castagne, sarebbe stato molto, molto triste. La piccola castagna, ben consapevole della sua inferiorità, se ne stava rannicchiata in sé stessa, in fondo alla fruttiera, desiderando solo di scomparire al più presto per non doversi più vergognare.

Ma le cose non andarono proprio così. Le castagne infatti furono abbrustolite, festeggiate, sbucciate e mangiate – e caspita!, se erano buone! – ma la piccola castagna, quella che non aveva avuto la croce necessaria alla cottura e che per questo non era stata messa sul fuoco ad arrostire, non fu gettata con le bucce. La giovane mamma la prese fra le mani e, sotto gli occhi curiosi della piccola Sara, la adagiò in un caldo letto d’umida ovatta.

Il giorno dopo, quando il sole ormai alto addolciva l’aria, la mamma e la bimba scavarono una piccola buca nella terra, in un angolo del cortile, e vi nascosero la piccola castagna che di questa sistemazione fu oltremodo grata: lì sotto, al buio, sarebbe stata finalmente in pace, lontana per sempre dalla propria vergogna.

E così sopra di lei, senza che lei se n’accorgesse, sepolta com’era nel silenzio della terra, uno dopo l’altro passarono i mesi: dicembre portò Natale, gennaio l’anno nuovo, febbraio carnevale, marzo la primavera… e già, perché con il passare dei mesi, era passato anche il freddo freddo e la gente, per la strada, ricominciò a camminare lentamente, godendosi il sole.

E quel sole di primavera penetrò fin laggiù, nel cuore della terra, cosicché in quell’angolo di cortile, notò Sara un mattino, proprio dove lei e la mamma avevano messo a dormire la castagna che avevano giudicato troppo povera di polpa per essere mangiata, era spuntata una fogliolina. Con il passare dei giorni, la fogliolina divenne un rametto, e il rametto un arbusto e così, quando dopo la primavera e l’estate tornò novembre, il mese delle castagne, l’arbusto era ormai un alberello: un piccolissimo castagno che, con il tempo, avrebbe dato centinaia di castagne, lucide e panciute, forse non tutte destinate ad essere mangiate ma, ed è questo che più conta, tutte castagne, tutte capaci di far sorridere una bimba, una bimba proprio come Sara che ora da dietro i vetri della cucina sorrideva al suo alberello.

E così da quel giorno, grazie al piccolo castagno che giorno dopo giorno, anno dopo anno sarebbe cresciuto, quella casina non fu più uguale alle altre: perché ora quella casina, anziché un grigio cortile, aveva un vero giardino.

E tutto questo per una sola, piccola castagna, troppo piccola per essere mangiata.

Roma, 7 novembre 2006

Al castagno della nostra terzogenita.



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