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lavoro pubblicato venerdì 21 aprile 2017
ultima lettura giovedì 7 maggio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Gioco non a somma zero

di SirLoveMePinion. Letto 404 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Il generale ripete sempre: “E' tutto una questione di scambi.” Lo ripete a se stesso ed a noi. Sapevo, o per meglio dire, ero convinto che loro già si erano manifestati al nostro governo, ma non ne avetti l.........

Il generale ripete sempre: “E' tutto una questione di scambi.”

Lo ripete a se stesso ed a noi.

Sapevo, o per meglio dire, ero convinto che loro già si erano manifestati al nostro governo,

ma non ne avetti la certezza fino ad ora.

E' così che la storia dell'uomo cambiò, è così che la mia storia cambiò;

quella di un soldato, quella di un ragazzo da sempre dedito al suo dovere ed al suo paese.

Forse è per questo che mi hanno scelto, non avere più legami con nessuno costituiva un fattore preferenziale in questa missione.

Vita sociale inesistente, famiglia mai conosciuta, a nessuno avrei mai potuto confessare quello che io, ed altri due ragazzi come me, stiamo per intraprendere.

Lo leggo allo stesso modo su tutti i libri di tutte le ere come “il momento più importante della storia dell'uomo”.

Ora quel momento sembra finalmente essere giunto.

Ripete quelle parole il generale, continua a ripeterle anche ora che ci ha convocati per ragguagliarci sulla missione: “Voi sarete i primi uomini ad atterrare su Serpo” - avverto i brividi lungo la mia schiena mentre mi ripeto quella frase nella mente - “I primi che saranno istruiti secondo la loro conoscenza”.

Continuo a chiedermi “perchè io”?

Perchè non un uomo di scienza o qualcuno più importante di un soldato semplice?

Attento a non rivelare ad alta voce questi pensieri, la mia mente comincia a fantasticare, immaginando un viaggio fra stelle all volta di un nuovo mondo.

I test fisici a cui siamo sottoposti non sarebbero durati più di qualche giorno.

Il viaggio che ci aspetta è per noi qualcosa che si differenzia totalmente dalle nostre esperienze terrestri, necessita dunque di un addestramento mentale per permetterci di sopportarlo, ma non è solo questo... le sedute servono anche per metterci in guardia riguardo il loro aspetto.

Dicono che non ci sia nulla di più terrificante, dicono che sia come guardare in un incubo.

Alle prime immagini mostratemi mi si gelò il sangue ed un brivido lungo la schiena mi paralizzò.

Desideravo solamente chiudere gli occhi.

Nonostante questo vengo comunque rassicurato riguardo le loro intenzioni.

L'umanità, anche se pochi eletti, li conosce già da secoli.

Un patto esiste fra umani ed alieni di cui il mondo non sa nulla, ma io ne sono parte.

Un patto che permetterà di arricchirci a vicenda.

Sono disposti a condividere con noi la loro conoscenza, la loro tecnologia.

Cresce sempre più in me l'entusiasmo.

La voglia di diventare qualcuno, sebbene fossi nato come un nessuno.

Tornare sulla Terra ed istruire, con i mezzi da loro forniteci, i popoli, le persone,

un'impresa degna dei libri di epica.

Nonostante siano molto più progrediti di noi, il generale dice che esiste una similarità fra le nostre due specie, tanto da condividere molte caratteristiche morali ed etiche.

“Questo non può far altro che aiutarci a costruire questo ponte fra noi e loro” - pensai.

Non sono poi così diversi da noi, dunque.

Così arriviamo al giorno della partenza.

Sebbene l'immagine che lasciamo trasparire sembra seria, posso confessare che dentro di noi abbiamo atteso questo giorno come un bambino impaziente che aspetta il Natale.

Ci incamminiamo verso la loro astronave, verso la più grande delle missioni spaziali,

ma non ci sono giornalisti, non ci sono persone presenti inneggianti il nostro nome o intente ad immortalarci in delle fotografie.

Degli eroi silenziosi, questo penso di noi tre mentre veniamo accompagnati al portellone da altri soldati.

Poi il portello si apre. Eccoli, li vedo.

Nonostante siamo stati preparati a questo, avverto nuovamente quella sensazione di terrore e quel brivido corrermi lungo la schiena.

Quei corpi così alti ed esili, ma soprattutto quegli occhi... mio Dio.

Quegli occhi grandi e neri, neri come quelli di uno squalo.

No, non posso essere vivi.

Mi fissano dritti nei miei ma non posso leggere nessuna emozione in essi.

Siamo terrorizzati.

Tre di loro si avvicinano, ci salutano semplicemente chinando il capo e qui, come avvenne in precedenza, la paura lascia nuovamente posto all'eccitazione.

Nascondendo un sorriso appena accennato di conforto, ricambio il saluto.

Ormai è davvero tempo di partire.

Mentre salgo seguendo i miei due colleghi e gli accompagnatori, arresto il mio incedere, mi giro e volgo un ultimo sguardo verso il generale.

Anche sul suo volto riesco a leggere un minimo di sgomento, lo stesso che affligge ognuno dei pochi presenti.

E' stato lui a scegliermi, sono gratto a quest'uomo, lo sarò per sempre.

Ci scambiamo un cenno di intesa e riprendo la marcia.

Decolliamo.

Il suolo, le nostre città, osservo tutto quello che abbiamo creato diventare sempre più piccolo sotto i nostri piedi. L'insignificanza dell'umanità che avverto ora vedendo la Terra rimpicciolirsi fino a scomparire del tutto mi tocca profondamente.

Da quassù, la percezione che abbiamo del nostro mondo cambia radicalmente.

Siamo soli.

Cerchiamo ancora conforto nelle parole del generale, tutti contano su di noi per questa missione,

questo ci da la forza per continuare.

Il viaggio sarebbe durato diversi giorni, ma già dopo alcune ore nello spazio aperto ci sembra di aver perso la cognizione del tempo.

Li vediamo di rado e, anche se le domande che vogliamo porre loro sono diverse, desistiamo quasi sempre dal farlo.

Comincio a capire sempre più col passare del tempo che il problema è quest'ultimo.

Trascorsa la prima e la seconda notte, tutto mi appare uguale, identico.

Perfino le nostre azioni ci sembrano susseguirsi e ripetersi in un loop infinito.

Uno di noi soffre particolarmente, la sua mente sembra in procinto di cedere, di collassare da lì a breve.

Eccoli, arrivano. Due di loro entrano nella stanza dove siamo e lo portano via immediatamente.

Noi due rimasti vediamo, sentiamo tutto, ma sento di non essere più tanto lucido.

Lo stesso vale per il mio compagno seduto poco lontano da me.

Dubbi e pensieri cominciano a farsi largo dentro di noi seguendo il solco tracciato dal nostro stato psico-fisico.

E' trascorsa qualche ora, credo.

La porta si apre nuovamente, il nostro collega fa ritorno in stanza.

E' lucido, ha un bell'aspetto rilassato.

Dice che lo hanno curato poiché è normale cadere in quello stato se non si è abituati ai viaggi spaziali.

Confesso che questa visione porta giovamento anche a noi, sollevandoci da ogni dubbio o pensiero.

Ci avevano aiutato, lo avevano aiutato.

Allora è vero, non sono poi così diversi da noi.

Se questo pensiero rincuora me ed il ragazzo da poco tornato, al contrario preoccupa il terzo componente della nostra missione.

Quando rimanemmo soli noi due, mi confessò che non si augurava questa eventualità, che loro dovevano essere la nostra seconda possibilità.

Disse che, a parer suo, l'umanità ormai era troppo vecchia per cambiare, lacerata da quella smania degli uomini di uccidersi a vicenda, le serviva un aiuto esterno.

Quando parlava nei suoi occhi c'era speranza.

Io non sono così pessimista e questa loro somiglianza a noi, che col trascorrere del tempo cominciamo a notare, mi rincuora.

Siamo qui per un grande scopo, inviati dal nostro popolo per rappresentarlo.

Ancora poco tempo e saremmo giunti.

Ancora poco tempo e tutto sarebbe cambiato, per sempre.

L'eccitazione è tanta, come l'impazienza di arrivare. Tanta da cominciare a non pensare ad altro.

Forse il vuoto dello spazio comincia a darmi alla testa?

Non sto bene, comincio a sentirmi in trappola, mi manca l'aria.

Tutto sta cambiando ai miei occhi lo avverto, anche il semplice ascoltare rumori e suoni della Terra non aiutava più a rilassarmi.

Anche a me sta accadendo la stessa cosa del mio compagno?

Qualche sintomo sporadico ed una crescente sensazione di ansia.

Neanche riesco a ricordare più il momento preciso in cui ho perso il sonno.

Perchè ricordare è così difficile?

I miei compagni non possono aiutarmi ed io percepisco la loro impotenza, come la mia del resto.

Cresce la frustrazione.

Comincio a non sentirmi più me stesso.

Il viaggio dura ancora poco, non penso ad altro che a tener duro, ma è più forte di me.

Non appartengo a questo posto, cosa sto facendo?

Devo andarmene, devo fuggire.

Se solo riuscissi a riposare, se riuscissi a dormire sino all'arrivo... se non fosse per quegli incubi.

Non devo chiudere gli occhi, ma sto perdendo di lucidità.

Sta accadendo di nuovo.

Accade sempre quando dormo, mi sveglio di soprassalto.

Loro? Dove sono?

No, no, non dovevo!

Non vengono se non penso a loro, ma non stavo pensando a loro poco fa lo giuro!

Lo sento, ho paura.

Fisso quell'angolo buio della mia stanza.

Non posso muovermi, sono paralizzato.

Voglio alzarmi, voglio muovere il braccio, non ci riesco!

So che lì c'è qualcuno, lo sento... sento che mi sta fissando.

Non avevo mai sperimentato tanto terrore.

E' lì, è lì nel buio, sta avanzando... oh mio Dio.

Se vedeste quello che vedo io allora capireste.

No, non voglio che si avvicini. Non posso far niente.

Eccolo.

E' sopra di me, mi fissa faccia a faccia.

Mi sta per prendere, non posso guardarlo, non posso!

E' la cosa più spaventosa che possiate mai immaginare.

Sono sveglio?

Non riesco più a capirlo.
Cos'è questo dolore che avverto dietro al collo?

Sembra una bruciatura.

Non sento alcun rumore.

Esco.

Fuori dalla stanza non c'è nessuno.

Siamo atterrati? Credo di sì.

Dove sono i miei compagni? Dove sono... loro?

E' buio, non riesco ad aprire il portellone principale.

Ah eccolo, si sta aprendo... quanta luce...

No... no non è possibile!

Dio ti prego...

Cos'è tutto questo?

Fuoco, fiamme, centinaia, migliaia di uomini lavorano a mani nude tra urla,

pianti e corpi senza vita ammassati uno sopra l'altro.

Vengo gettato al suolo da uno di loro come fossi un rifiuto.

Sporco di terra e di sangue provo a ribellarmi ma non c'è verso.

Guardo la morte ed il tormento di queste persone,

il medesimo che regnava nei campi di sterminio nelle prime delle nostre guerre mondiali e mi rendo conto di una cosa, avevano ragione: sono come noi.

Con gli occhi gonfi di lacrime e polvere osservo la fine dell'umanità nella disperazione e,

ancora una volta, mi torna alla mente la frase del generale, quella che ripeteva sempre:

“E' tutto una questione di scambi”... ora la capisco.







Simone Polverini



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