ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 18 aprile 2017
ultima lettura domenica 26 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Vacanza a Santorini

di Handrea. Letto 980 volte. Dallo scaffale Eros

Anche se sono trascorsi diversi anni, rivedo ancora quel momento durato ore durante il quale potei constatare come sia bello condividere un segreto. Eravamo in vacanza in Grecia, sull’isola di Santorini, spensierati nei nostri vent’anni .......

Anche se sono trascorsi diversi anni, rivedo ancora quel momento durato ore durante il quale potei constatare come sia bello condividere un segreto.

Eravamo in vacanza in Grecia, sull’isola di Santorini, spensierati nei nostri vent’anni di giovani appena usciti da tre anni di università ai quali, meritatamente, era stata concessa una vacanza estiva.

Con me c’erano Franco e Marisa, gli amici di sempre che, già da qualche anno, facevano coppia fissa dopo un lungo periodo di corteggiamento alternato tra me e lui.

Marisa è una bella tipina, un ovale perfetto incorniciato da lunghi capelli castani, la fossetta sul mento e due occhi dal taglio orientale. Franco è il più grande di noi tre di qualche anno, un ragazzo simpatico dall’aria furtiva e l’indole da commerciante, un pizzetto a incorniciarli il mento un po’ sfuggente e l’espressione di chi sa bene cosa vuole. Io, al contrario, ho l’aspetto di chi è sempre alla ricerca di un qualcosa che lo stupisca, con i miei riccioli ribelli che mi danno l’aspetto di un viaggiatore improvvisato che, a mala pena, mantiene i piedi per terra. Forse per questo Marisa ha scelto Franco dopo tanta indecisione.

Eravamo partiti all’avventura, tre zaini sulle spalle, pochi soldi in tasca, forti di una stagione calda che ci avrebbe permesso giornate senza meta e senza scopi se non quelli di vivere pienamente una settimana di mare e sole. Non avevamo neanche prenotato un posto in qualche casa vacanze, figuriamoci se nei nostri progetti era previsto un albergo o una pensione. Girovagavamo per l’isola senza un programma, trascorrendo giornate al mare e pomeriggi sotto l’ombra degli alberi che bordavano la riva, le serate trascorse a ballare nelle piccole discoteche dell’isola o seduti a tavolini a mangiucchiare qualcosa, facendo comunella con altri giovani in vacanza, anime sperse spinte dalla voglia di divertirsi.

Fu così che, una sera particolarmente calda, decidemmo di fermarci sulla spiaggia a conclusione di una serata passata intorno a un fuoco, una bottiglia di retsina passata da mano a mano, spinelli fumati sbuffando al cielo notturno volute di fumo dall’odore dolciastro e melodie locali suonate alle chitarre.

Quando nelle prime ore della notte che precedono, di poco, l’alba la stanchezza ci vinse, stendemmo i nostri asciugamani sulla rena come tanti altri intorno a noi avevano già fatto, addormentandoci l’uno a fianco dell’altro cullati dal rumore lento e ipnotico delle onde del mare che si rinfrangevano inseguendosi senza sosta.

Marisa al centro, io e Franco ai suoi due lati, come sempre del resto. Mi addormentai quasi subito, sognando le stelle che mi occhieggiavano in quel cielo nero come la pece, brillanti all’inverosimile sparsi per la volta celeste senza il contrasto di luci umane o di astri notturni, in una notte di luna nuova che oscurava tutto rendendo indistinti i nostri corpi sdraiati.

Mi risvegliò un sogno dolcissimo, troppo bello per non sentirlo vivido quasi stesse accadendo proprio in quel momento, nel quale mi scoprivo a correre sulla sabbia inseguendo l’ombra di un amore che si manteneva sempre alla stessa distanza da me. E subito sentii la pressione del capo di Marisa sulla mia spalla, il suo respiro regolare contro il mio orecchio sinistro, la sua mano mollemente adagiata sul mio braccio.

Franco russava in maniera sommessa dall’altra parte, il corpo che, al buio, intravedevo semi girato dandoci le spalle.

Feci scorrere il braccio verso l’alto, muovendo leggermente il capo di Marisa nella ricerca di una posizione più comoda poiché avvertivo un formicolio fastidioso nei muscoli là dove la testa dell’amica si era ricavato un improvvisato cuscino di carne. Come conseguenza Marisa si mosse nel sonno, inseguendo una posizione ideale il cui equilibrio avevo bruscamente interrotto, la sua mano appoggiata al mio petto appena coperto da una maglietta sottile.

Allungai l’altra mano per spostargliela leggermente, consapevole di non rappresentare un quadretto idealmente innocente casomai Franco si fosse svegliato girandosi dalla nostra parte. E nel fare quel gesto, le sfiorai involontariamente un seno. Questione di un attimo, eppure bastò per strappare un sospiro nel sonno a Marisa.

Passarono lunghissimi minuti duranti i quali, trattenendo il respiro, pensai a come sarebbe stato bello se la mia mano non avesse proseguito oltre, timorosa di contravvenire a una legge morale che, decisamente, in quel momento non sentivo di condividere.

E quasi come se fosse mossa da vita propria e desiderosa di compiacermi, la mia mano ridiscese verso il suo seno, accarezzandolo leggermente per poi fermarsi alla fine di un movimento, facendo si che pesasse interamente nel mio palmo.

Rimanemmo così per un po’, io immobile trattenendo il respiro, Marisa che continuava nel suo sonno quieto, il suo seno che, attraverso il suo leggero top, sentivo caldo nella mia mano, libero senza costrizioni alcuna di reggiseno o quant’altro. Non osavo stringere le mie dita, esercitare la minima pressione per paura che si svegliasse interrompendo l’incantesimo del momento: mi limitavo a tenerla ferma quella mano galeotta, muovendo appena la punta delle dita come se eseguissi un impercettibile massaggio.

E, probabilmente, anche lei, pur se addormentata, percepiva questo mio lieve movimento, tanto che cominciai a sentire il suo capezzolo diventare lentamente duro, spingersi contro la stoffa, calamitare le mie dita che, sempre con leggerezza, presero a sfiorarlo accarezzandolo.

La paura che Franco, svegliandosi, ci vedesse nella posa degli amanti addormentati era sempre presente, Tanto da indurmi a volgere costantemente il capo nella direzione di entrambi. E un po’ m’incuriosiva, da parte di Marisa, quel reagire d’istinto alle mie carezze mentre il sonno l’avvolgeva tra le sue braccia.

Fu così che, mentre ero perso nei mie pensieri a metà tra l’ardire e il timore di essere scoperto, sentii qualcosa muoversi dalle parti del mio basso ventre, avvertendo l’inizio di una timida erezione fino a quel momento sopita. Mi beai di questo mio risveglio, di quello spingersi del membro che, leggermente ma inesorabilmente, andava irrigidendosi all’interno dei miei boxer, non osando fare movimenti che avrebbero rotto l’incantesimo della natura umana.

Marisa si mosse nel sonno con un respiro prolungato, facendomi immobilizzare e interrompendo la carezza al seno che, sempre mollemente, continuava a essere adagiato nel palmo della mia mano. Passarono alcuni istanti di quiete finché, convinto dalla sua nuova immobilità, non ripresi a muovere dolcemente le dita, questa volta osando un po’ di più, spingendomi anche a prendere il suo capezzolo tra pollice e indice impartendogli una impercettibile rotazione che lo fece totalmente inturgidire.

A quel punto, forse, qualcosa la ragazza cominciò a percepire perché dalle sue labbra fuoriuscì un lieve gemito quasi impercettibile. Contemporaneamente, la sua mano scivolò dal mio petto finendo sul mio stomaco, a pochi centimetri da quel che ormai svettava tra le mie gambe come un robusto randello spingendosi verso l’alto.

Mossi la mia mano verso la sua come se le volessi impedire quell’involontario movimento di avvicinamento. Poi, colto da un improvviso desiderio, la proiettai verso il suo stomaco scoperto, facendola scivolare lentamente verso il basso, lungo la rotondità del ventre che s’incurvava pericolosamente verso la sua natura di donna coperta dai piccoli pantaloncini bianchi.

Le rubai una carezza improvvisa, facendo passare le mie dita sul suo sesso, sentendo distintamente la fessura della vagina dai bordi lievemente carnosi. Dopo due passaggi, vinto da un improvviso timore, tolsi la mano riportandola in su verso l’ombelico. Ma a quel punto sopraggiunse qualcosa che mi fece ritornare sui miei passi: un impercettibile gemito e un movimento del corpo m’indussero a ritenere che, nonostante il sonno profondo, Marisa avesse percepito la mia carezza. E che la sua assenza, ora, l’avesse in parte portata a un moto di protesta come se, anch’essa, stesse sognando qualcosa di piacevole che, di colpo, le venisse sottratto.

Allora, sollecitato da rinnovato coraggio, spinsi nuovamente la mano tra le sue gambe trovandole, questa volta, leggermente aperte come a offrirmi l’accesso alla sua conchiglia. E, con somma eccitazione, avvertendo attraverso la stoffa impalpabile un calore improvviso combinato a una sensazione di umido non imputabile alla serata.

La toccai lievemente ma con decisione, facendole scorrere l’indice lungo la fessura sempre con la leggerezza di una farfalla, finché non mi fu chiaro che il corpo della ragazza, se pur addormentato, stava reagendo al mio toccamento come previsto dalla sua natura. E l’umidore che sentivo stava aumentando, facendomelo percepire distintamente sul polpastrello man mano che lo spingevo in profondità all’interno della sua fessura, percorrendola lentamente dall’alto verso il basso e viceversa.

Sentii Marisa muoversi nel sonno, la gambe sinistra allungarsi mentre la destra si muoveva verso l’alto, allargando ancora di più la sua nicchia come a volermela offrire interamente.

La cosa mi spaventò alquanto perché pensai di aver osato troppo e che la ragazza si stesse svegliando; e ciò mi fece ritrarre la mano, che allontanai da quel corpo invitante. Rimase solo il suo seno nell’altra mano, immobile tra le mie dita mentre il suo petto, al ritmo del respiro, si alzava e abbassava.

Marisa emise un altro gemito muovendo il capo verso il basso, i capelli a coprirle la faccia come un velo morbido. E a quel punto sentii anche la sua mano muoversi lentamente, le sue dita sfiorarmi il pene, fermarsi alla sua punta, circondarlo in un abbraccio sensuale della durata di pochi attimi per poi scivolare lateralmente.

Quel fuggevole sfioramento mi elettrizzò e le strinsi il seno. Fu questione di pochissimo ma, evidentemente, bastò alla mia amica per innescarle un altro nuovo gesto, una carezza alla mia gamba che mi fece sospettare che non stesse più dormendo. Ma il velo dei capelli non mi permetteva di appurare il suo nuovo stato, dovendo fidarmi solo del suono del suo respiro quieto.

Provai allora a spingermi nuovamente con l’altra mano verso di lei, poggiandogliela sulla gamba nuda vicino all’inguine. Come reazione le sue dita si mossero lentamente, facendomi capire come Marisa non fosse del tutto addormentata.

La toccai lentamente, un centimetro per volta, invadendo il suo pube, posizionando la mano verso il basso ad avvolgerlo completamente, impossessandomene come farebbe un amante. La sentii muovere il capo, bisbigliare qualcosa. Poi la sua mano fu sul mio membro, una carezza lieve lungo l’asta lasciva e dolce al tempo stesso.

Ormai non avevo più dubbi: era sveglia. Ma non voleva che lo dessi per scontato, forse perché così sarebbe venuto più naturale qualsiasi gesto.

Strinsi con decisione il suo seno, il capezzolo ormai durissimo tra le mie dita. Con l’altra presi ad accarezzarle il sesso, il mio dito medio inserito nella sua fessura che sentivo sempre più bollente, più aperta, più bagnata.

Mi sentii afferrare il membro con decisione, la sua mano stretta intorno al tronco alla radice, il movimento verso l’alto impercettibile ma sicuro. Persi la testa….

Le mie dita sfiorarono la parte terminale dei pantaloncini, si infilarono al loro interno, raggiunsero la sua nicchia facendosi strada tra stoffa e pelle, i pochi e radi peli a solleticarmi l’epidermide. Le spinsi all’interno fin dove l’orlo dei pantaloncini me lo permetteva, sentendo la carne aprirsi come un fiore dai lunghi petali laterali, il bagnato delle sue mucose interne che le risucchiavano verso il centro del suo universo di femmina, verso che piccolo cratere nelle quali si stavano perdendo.

Marisa, dal canto suo, spinse la mano all’interno dei miei boxer fino a farla scomparire del tutto, afferrando il pene dall’alto con tutte le dita a formare un cancello inferriato intorno al cilindro nodoso, spingendo lentamente in giù la pelle della punta fino a mettere a nudo il glande.

Percepii il suo ansimare mentre entravo in lei, i sensi eccitati a tal punto da stringere il mio cazzo con forza mentre lo spingeva verso il basso, schiacciandomi le palle per poi liberarle appena la mano risaliva tirandosi tutto dietro.

Continuammo così per diversi minuti, i miei sensi incendiati che, comunque, non cancellavano del tutto la mia vigile attenzione verso Franco che, ignaro di tutto beatamente russava pochi centimetri più in là.

La toccai sempre più velocemente, sempre più in profondità, penetrandola con l’indice e il medio, spingendomi dentro di lei fino a sentire le sue pareti interne. Ormai sveglia, ma sempre col viso avvolto dai suoi capelli, Marisa muoveva la mano con perizia finché, vinta dal lussuoso sconvolgimento della passione, non me lo tirò fuori dai boxer cambiando angolazione e regalandomi una masturbazione convinta, spingendo il mio membro verso destra come a volerlo slanciare all’esterno estirpandolo dal suo nido, permettendogli di prendere il volo.

La sentii gemere forte, il capo finalmente voltato verso il mio, i suoi occhi due stelle spalancate a scrutare il mio interno, la mia anima. Venne convulsamente, strozzando il grido che la sua bocca voleva emettere, tradendosi solo nel movimento convulsivo della mano che, fermatasi nell’attimo dell’orgasmo, riprese con velocità raddoppiata e con nuova forza il suo andirivieni finché, con un moto sussultorio, anch’io non raggiunsi l’apice del piacere proiettando sul mio fianco prolungati getti di sperma, mentre lei ancora e ancora mi muoveva nell’intento di svuotarmi del tutto.

Rimanemmo alcuni secondi immobili, il respiro rotto nei petti che si sollevavano alla ricerca di un equilibrio nel respiro, mentre le mie dita uscivano dal suo femmineo centro di godimento e il mio sperma gocciolava dal mio fianco sull’asciugamano seguendo rivoletti che, data l’oscurità, percepivo senza vedere.

Dopo alcuni minuti la sentii rimettere all’interno del boxer un cazzo ormai afflosciato, ritirare la mano ancora bagnata di seme maschile che mi strofinò sulla maglietta in una carezza languida mentre le sue labbra mi davano un bacio veloce, quasi un frullare d’ali sulla mia bocca, prima di girarsi dall’altra parte dandomi le spalle.

Non seppi resistere e le infilai la mano sinistra nuovamente nei pantaloncini, carezzandole i glutei fino a toccarla nuovamente da dietro.

Rimanemmo così per tutta la notte, lei abbracciata al suo Franco, la mia mano a donargli nuovo piacere esplorandole tutti gli anfratti finché non la sentii nuovamente sussultare, segno di un secondo orgasmo squassante. Poi mi tolse la mano e me la allontanò, segno che il gioco complice tra noi due era finito.

La lascia al suo riaddormentarsi appagato abbracciata al mio amico, mentre un senso di appagamento pervadeva le mie membra facendo scivolare anche me in un sonno profondo.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: