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lavoro pubblicato martedì 18 aprile 2017
ultima lettura mercoledì 4 dicembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La Battaglia della Montagna Rossa I

di Argail. Letto 222 volte. Dallo scaffale Fantasia

Un regno diviso in due. In cui tutti devono scegliere da che parte stare prima dello scontro risolutivo. La Battaglia che deciderà il futuro di una terra.

Tirava un vento tiepido nella steppa incolta, il sole sarebbe uscito solo poche ore dopo, il buio permetteva alla fuggiasca di scappare senza che nessuno potesse vederla.
La sua pelle nera le consentiva di mimetizzarsi senza problemi al buio, se da quella dannata nave qualcuno l'avesse inseguita, difficilmente l'avrebbe potuta scorgere. Cercava di raggiungere la foresta dove sarebbe stata al sicuro. Almeno ci sperava.
Il suo fisico non l'aiutava purtroppo, si muoveva male, per troppo tempo era rimasta incatenata. Per sua fortuna conosceva bene il territorio: il grande regno del Candervell, il più grande ed il più potente degli Otto Paesi, sia economicamente che militarmente. Certo non stava passando il suo periodo migliore, ma aveva già dato una certa dimostrazione di forza nella Guerra dei Cinquant’anni. Mentre faceva questi pensieri la ragazza dalla pelle nera, aveva scorto il bosco, di fronte a lei, circa un centinaio di metri di distanza. Forzò l’andatura, era stanca, e negli ultimi due mesi era stata malnutrita. Correva a piedi nudi e sentiva le piccole pietruzze e i rametti spezzati che si trovavano sparsi sulla steppa, penetrarle le piante dei piedi, ma ben poca cosa rispetto a quello che aveva subito in quei due mesi.
Mentre correva per raggiungere la foresta, falcata dopo falcata, riprendeva le sue reminiscenze sulla storia del regno:
Per cinquant’anni, gli invasori degli altri paesi avevano cercato di piegare il regno del Candervell. Ci provarono con tutte le loro forze, arrivando a coinvolgere altri paesi ancora, oltre alle popolazioni barbariche delle foreste e delle montagne che ogni tanto scendevano per saccheggiare e partecipare ai massacri. Del resto il Candervell era detestato da tutti, e tutti lo volevano veder cadere; la responsabilità di un odio tanto viscerale era da ricercare nella persona del Regnante.
Re Haward era un uomo che amava i giochi di potere, usava la forza del suo paese per distruggere o opprimere i paesi vicini. Questo comportamento, negli anni, aveva reso il Candervell nemico di tutti. Proprio questo era il volere di Re Haward: la lotta contro tutti. Si divertiva ad usare i soldati come marionette. Per cinquant’anni si divertì così.
Dopo i primi trentatré anni di guerra, il Candervell arrivò quasi sull’orlo della caduta, poi per fortuna il figlio del Re, Luk Haward, prese in mano la situazione. Cresciuto unicamente per combattere, cominciò a guidare strategicamente il quasi inesistente esercito del paese. Con una serie di buone tattiche e con l’appoggio delle sei Casate Guerriere, riuscì a riportare una serie di importanti vittorie. Questi successi, insieme alle sue grandi doti di guerriero, gli portarono il rispetto del popolo e dell’esercito.
Ma parte del merito per la vittoria finale, avvenuta diciassette anni dopo, durante la quale vennero riconquistati i vari territori persi e cacciati una volta per tutte gli invasori, era attribuibile ad Aleandro Haward: il fratello di Luk. Quest’ultimo con la sua diplomazia era riuscito ad attirare dalla propria parte alcuni dei paesi invasori più piccoli, promettendo loro di farli diventare parte del Candervell stesso, questa brillante azione permise al paese di scacciare gli invasori e di allargare i propri confini, ottenendo anche un ritorno monetario. Grazie a questo suo acume, anche Aleandro Haward, ottenne i favori del popolo, di alcune delle Casate Guerriere, e parte dell’esercito. Come si poteva prevedere la cosa non piacque a Luk. Ma non era quello il tempo delle dispute.
Dopo aver scongiurato la caduta del regno giunse il tempo della ricostruzione. Ma la rivalità tra i due eredi risultava fin troppo evidente…
I pensieri della giovane fuggiasca s'interruppero all’improvviso: era ormai a pochi metri dal bosco, quando vide uscire dalle piante una strana e gigantesca forma.
Si fermò quasi all’improvviso, nel farlo scivolò a terra cadendo di schiena, la figura titanica stava venendo verso di lei. Più si avvicinava più ne riconosceva la forma feroce. Illuminato dal chiaro di luna che si mostrava tra le nuvole nere: un animale pericoloso se affamato, un orso bruno, e in quel momento sembrava proprio in cerca di cibo. La ragazza dalla pelle nera respirò affannosa e rassegnata. Ora davvero non sapeva che fare. Nella sua vita aveva già affrontato animali del genere, ma non priva di forze e disarmata com’era in quel momento. Non poteva neanche scappare data la possibilità che la stessero inseguendo. L’orso era sempre più vicino, e anche se forse non la vedeva bene, l'aveva sicuramente intercettata col fiuto. Sentiva l’odore della ragazza: il suo istinto gli diceva che era stanca, quindi era la preda ideale. A grandi passi si avvicinò alla sua preda che tentava di indietreggiare. Gesto inutile… Non poteva fuggire. Quando l’orso le fu davanti, si alzò su due gambe. Da vicino e in piedi, appariva ancora più grosso. La ragazza non dimostrò paura, nemmeno quando l’animale lanciò un tremendo ruggito che risuonò nella notte. Le dispiaceva solo di non poter pareggiare i conti con colei che l'aveva fatta catturare.
L’orso stava per lanciare una tremenda zampata contro la donna dalla pelle nera che non distolse lo sguardo dall’animale. All’improvviso, una freccia colpì l’orso su quella che si poteva definire la sua spalla. Questo cessò il suo attacco, poi un’altra freccia, colpì l’animale sul fianco.
Vedendo i due lanci, la ragazza concluse che chiunque fosse: o aveva una pessima mira, oppure non voleva uccidere l’animale. Vide l’orso, infatti, girarsi e scappare. Per fortuna! C'era mandato poco. La ragazza dalla pelle nera si girò e vide, su un cavallo grigio, un uomo con una giacca rossa e i capelli radi. All’improvviso avvertì una strana spossatezza, non riusciva più a stare in piedi, l’oscurità s'impadronì dei suoi occhi e le forze la abbondarono del tutto. La sua grande resistenza, alla fine, si era esaurita.

Riaperti gli occhi, la ragazza si ritrovò nuda, sdraiata su di un manto nero, vicino al fuoco. Illuminata dalle fiamme vide la figura dell’uomo che l’aveva salvata. Istintivamente, si coprì le intimità. Nel farlo, alzò la testa verso il suo salvatore, cercando di guardarlo negli occhi neri illuminati dai bagliori di fuoco. Aveva i capelli radi e biondo scuro, sbarbato, indossava una giacca lunga e rossa, pantaloni neri con stivali e una maglia. Seduto anche lui vicino al fuoco. I due si guardarono per qualche istante.
-So cosa stai pensando-, disse ad un tratto il giovane. -Ma ti assicuro che non ho approfittato del fatto che fossi svenuta-
La sua voce era calma, sembrava che stesse dicendo la verità.
-Allora perché mi hai tolto i vestiti?- Chiese con tono rozzo, la ragazza dalla pelle nera.
-Se per vestiti intendi quei due stracci che ti coprivano appena, eccoli là-, fece indicando un ramo di albero vicino al fuoco, dove erano appesi due fasce di seta rossa. La ragazza le aveva usate per coprirsi mentre era schiava.
-Erano umidi e li ho messi li ad asciugare, puoi usare quel manto per coprirti-
La ragazza si mise addosso il manto nero badando a coprirsi per bene, non lo faceva per vergogna, semplicemente non voleva che quel ragazzo la credesse qualcosa che non era.
Mentre si copriva si rese conto che non aveva più gli anelli di ferro ai polsi e alle caviglie.
-Sì, te li ho levati. E' vergognoso che una donna sia messa in catene come un cane-
Parlò fieramente il ragazzo.
-Ti ringrazio-, fu la risposta pronta della ragazza. Questa volta la sua voce fu più gentile.
-Figurati. Allora, mi vuoi dire chi sei?-
La ragazza si avvicinò un po' di più al fuoco.
-Mi chiamo Laura Valentine, figlia di Joseph Valentine-
Il ragazzo aggrottò le sopracciglia.
-Cosa? Il Casato dei Valentine! Appartieni a una delle Sei Casate Guerriere?!-
-Esatto. Proprio come te-
Il ragazzo sorrise.
-Come te ne sei accorta? Se posso chiedere?-
-La giacca rossa che porti. E' il tipico indumento della famiglia dei Gangrel, impossibile non notarlo-
-In effetti è vero. Il mio nome è Lucius Gangrel, fratello di Desmond Gangrel-
-Figli del defunto Lorenz Gangrel, giusto?- Vide il ragazzo annuire. -Non sapevo che Lorenz Gangrel avesse due figli-
-E invece è così. In tutta franchezza, non mi importa molto di portare avanti il Casato. Quella è una responsabilità per mio fratello Desmond, io voglio solo fare la mia parte in questo scontro, in modo che cessi-
-A proposito. La guerra civile come sta andando?-
-Nel modo in cui vanno tutte le guerre, con la gente che soffre e muore- Rispose cupamente Lucius Gangrel.
-Ho capito-, commentò tristemente Laura Valentine.
-Tu piuttosto, come mai eri in quella situazione? Tu. L’erede della famiglia Valentine, una delle Casate più potenti che ci siano, ridotta ad una schiava. Come è potuto accadere?-
Laura si guardò i polsi e poi incominciò a parlare.
-Come ben sai: dall’inizio dello scontro tra i due eredi al trono del defunto Re Haward. Le Sei Casate Guerriere, con le rispettive truppe, si sono divise, come il popolo e l’esercito Imperiale. Due famiglie, compresa la mia, si sono messe dalla parte di Aleandro Haward. Le altre tre, a parte la famiglia Kastlet che è rimasta neutrale finora, si sono messe dalla parte di Luk Haward-
-Quindi, teoricamente, io e te saremmo nemici visto che la mia famiglia è dalla parte di Luk-, intervenne Lucius, senza però il minimo cenno di aggressività.
Laura comprese che cercava di scherzare.
-In teoria sì. Ma in pratica credo che da ora starò dalla vostra parte-, fece una pausa. -Comunque. Non sono mai stata d’accordo con le idee di Aleandro Haward. Ma tutti i miei soldati erano ipnotizzati dalla figura di Wolfer Haward, il giovane figlio di Aleandro, un guerriero forte e coraggioso; da sempre circondato da un alone carismatico. La sua forza in battaglia è superata solo dalla sua crudeltà, una delle cause del mio infelice destino è stato lui-
Lo sguardo di Lucius si faceva sempre più interessato.
-Devi sapere che Wolfer, da qualche tempo ha allacciato dei rapporti con un misterioso personaggio, si dice che quest'essere abbia dei poteri occulti, e lo appoggia non so per quale motivo. E’ stato questo personaggio a offrire alle truppe di Aleandro Haward delle strane maglie. Dure come l’acciaio, ed incredibilmente leggere, in grado di deviare le frecce e di frenare spade e lance. Sono compresi anche degli strani copricapo dello stesso materiale con le ginocchiere, spalliere diverse altre cose-
-Vuoi dire che ci sono interi abiti fatti di questo materiale?- Chiese Lucius, preoccupato.
-Esatto. Non so come se li sia procurati, ma quell’essere ne ha portate migliaia. Credo che presto tutte le truppe di Aleandro Haward, si vestiranno con quegli strani abiti-
Laura sorrise.
-Personalmente, considero un guerriero che si infili quegli abiti un vigliacco, ma evidentemente Aleandro e Wolfer vogliono solo vincere questa contesa. In qualunque modo. Ovviamente, ero contraria all’utilizzo di quegli strani abiti, ma era inutile. Nessuno voleva ascoltarmi. Prima fra tutti la moglie di Aleandro che frequenta anche il figlio di nascosto, Amidel-
-L’aspirante regina Amidel, o meglio, la manipolatrice-, commentò ironicamente Lucius.
-L’hai detto! Quella donna guida il marito come una marionetta. Non so se le riesce anche con Wolfer, ma comunque è lei che ha fatto in modo che quegli strani abiti venissero utilizzati. Quasi a dimenticarsi che anche se la battaglia venisse vinta sarebbe una vittoria senza valore…-
-Il Candervell è sempre stato guidato da uomini valorosi, ma quella donna non può capire... Vuole solo il potere. In realtà questo conflitto è stato anche colpa sua-, intervenne di nuovo Lucius Gangrel.
-Io volevo impedire che questo succedesse e mi misi personalmente ad indagare su questo misterioso aiutante, perché so bene che nessuno fa mai niente per niente. Ho seguito i movimenti di Wolfer ed ho potuto ascoltarlo mentre dialogava col suo misterioso alleato. Ed allora ho capito…- S’interruppe.
-Cosa?-
-Wolfer vuole spodestare il padre e prendere il suo posto-
-Capisco. Vuole diventare lui Re-
-Già… E secondo me è stata la madre a mettergli quest’idea in testa. Ad ogni modo avrei voluto denunciare questo tradimento ad Aleandro, ma sono stata scoperta da una delle due eredi della famiglia Shuker. La sorella minore, Livian Shuker. Lei mi ha sorpreso e mi ha catturato. Non ci eravamo mai piaciute, quindi, insieme a sua sorella Nigél, mi ha spogliato delle armi e fatto sbattere in cella senza neanche sentire cosa avevo da dire. Una tale sveltezza mi induce a credere che loro siano d’accordo con Wolfer. Infatti nella stessa notte: mi hanno giudicato colpevole di tradimento, tolto il comando dei miei uomini, e imbarcata insieme ad altre schiave su una nave di mercanti di armi.
Sono rimasta su quella barca lavorando come una schiava per due mesi, sapevano chi ero, e non hanno mai osato cercare di violentarmi. Temevano per la propria vita quei vili. Ma quegli esseri immondi, mi costrinsero a vedere quello che facevano alle altre ragazze-, concluse singhiozzando per un attimo. -Poi, stanotte, ho approfittato del fatto che si fossero ubriacati e sono riuscita a liberarmi. Ho liberato le altre schiave e abbiamo dato fuoco alla loro nave, erano troppo storditi dall’alcol per poterci fermare, penso che molti di loro siano morti bruciati vivi, o almeno lo spero. Poi siamo scappate ognuna in una direzione diversa nel caso, gli scampati all'incendio della nave, ci avessero inseguito. Stavo cercando di raggiungere il bosco per nascondermi e riposarmi… E il resto lo sappiamo-
-Già-, incrociò le gambe Lucius, voltandosi meglio verso di lei. -Compreso il fatto che tu domani verrai con me, al campo di Luk Haward e gli dirai tutto quello che hai detto a me. Lui sicuramente ti arruolerà, sapendo che ci servirà tutto l’aiuto possibile-
Gettò un legno sul fuoco che si ravvivò.
-Dormiamo ora. Domani andremo al suo campo-
Non attese nemmeno la risposta, non era necessario. Sapeva che quella ragazza era piena di ira vendicativa. Un’ira da sfogare. Infatti lei non disse nulla, annuì e basta.
I due si addormentarono.

Nella stessa notte, da un’altra parte del regno del Candervell, una persona stava pregando su una tomba. Essa aveva come lapide una vera e propria statua: la scultura di un guerriero con ali d'angelo, armato di una spada, una Katana incredibilmente lunga. Il guerriero raffigurato non portava una corazza, le corazze erano sconosciute in quel mondo, ma una lunga giacca che arrivava fino ai piedi. Alta circa due metri, imprimeva soggezione e rispetto. Era la tomba più grande del cimitero, nonché l’unica cosa rimasta in piedi, e faceva parte di un castello che era stato abbandonato a sé stesso. In quella parte del regno infatti, i villaggi erano finiti tutti distrutti a causa delle tante battaglie.
Il castello, una volta sede di una delle Sei Casate Guerriere più potenti, era ormai in rovina. La Casata dei Waves. Si trattava della famiglia che aveva sempre messo la spada al servizio della gente, e agiva sempre fedele ai propri ideali di giustizia. Gli eroi del popolo, così venivano chiamati. E per il popolo essi si sacrificarono durante la Guerra dei Cinquant’anni. Fu soprattutto grazie al loro contributo e al loro agire disinteressato che gli invasori di quella parte di paese vennero sconfitti. La famiglia Waves riuscì a tenere a bada gli invasori per più di quarant’anni: fino a quando quest'ultimi, scoraggiati dalle continue sconfitte, decisero di mollare. Ma l’impresa era costata cara alla famiglia Waves: i suoi componenti, tutti uomini, morirono in battaglia. Le loro truppe si sacrificarono insieme ai loro comandanti. La maggior parte della gente che viveva con loro, abbagliata dal loro coraggio, li avevano accompagnati più volte in battaglia morendo valorosamente. La Casata cadde quindi in rovina, la gente sopravvissuta si spostò da un’altra parte e il castello divenne un luogo disabitato. Ora come ora, della famiglia Waves era rimasta solo una persona. Quella che ora stava pregando sulla tomba di famiglia, il loro erede: Orlando Waves. Il più giovane della famiglia Waves che di loro aveva conservato il coraggio, gli ideali di battersi per il popolo, nonché il loro spirito guerriero e la loro forza invincibile in battaglia.
Orlando Waves era ancora piccolo quando il padre e i fratelli, incominciarono ad addestrarlo, insegnandogli tutto: dagli ideali, alla strategia in battaglia, alla capacità di battersi. Infatti quando raggiunse i 13 anni, venne iniziato agli insegnamenti della Tecnica di Spada Invincibile dei Waves. Occorrevano certe qualità per impararla che pochi, persino tra i discendenti dei Waves, possedevano. Orlando dimostrò di possederle, e in pochi anni aveva già imparato tutto quello che doveva sapere. Ma la sua crescente abilità non fu sufficiente ad impedire che i suoi famigliari morissero eroicamente in battaglia. Come già successe ai loro vecchi parenti, in quella lunghissima guerra. Orlando aveva solo 17 anni quando partecipò alla sua prima battaglia, ma il suo contributo fu relativo, quelli erano gli anni della fine della guerra, ormai ridotta a qualche schermaglia. Tuttavia, tutti erano d’accordo nel dire che in battaglia era come posseduto da un demone, agiva con grande fermezza e senza esitazione.
Orlando Waves, però, sapeva solo combattere; nient’altro. Non fu in grado di far rinascere lo splendore della sua famiglia. La cosa neanche gli interessava, cresciuto lontano dagli agi, in mezzo alla gente semplice, voleva solo vivere come uno di loro. Un semplice uomo di popolo. Ma poi ecco lo scoppio della guerra civile. Era incredibile… Dopo tutto quello che c’era stato, la gente non ne aveva ancora avuta abbastanza di battaglia e sangue.
La sua figura, snella e alta, si distingueva per la giacca blu come la notte lunga fino ai piedi, sul retro della quale, in mezzo alla schiena, era disegnato con striature dorate il simbolo della famiglia: una spada con la lama a forma di croce rivolta verso il basso. Pantaloni neri con stivali marroni, maglia scura a copertura del busto, completavano il suo abbigliamento. I capelli color nero, erano corti e tirati in avanti. Il viso giovane e sbarbato, ed occhi azzurri che contribuivano a dargli uno sguardo glaciale. Aveva in mano la spada del padre, la lunga Katana simile a quella raffigurata nella statua; apparteneva alla famiglia da generazioni. Ora era sua, e lui era consapevole di cosa significasse.
La teneva in un fodero nero, senza separarsene mai.
Era in piedi di fronte alla tomba, con la testa abbassata in segno di rispetto.
-Immagino che mi odierete, se ho deciso di muovermi solo adesso. Ma mi perdonerete se ho avuto dei problemi ad accettare che… C’era già un'altra guerra da combattere-, disse senza alzare la testa e con gli occhi chiusi.
-Adesso è giunta l’ora di tornare a lottare. Perché ho visto che il popolo soffre per questa guerra fratricida, ed tempo che smetta. Vorrei che siate al mio fianco, forse mi sentirei più tranquillo- Sospirò ricordando quando rivide per l'ultima volta i corpi senza vita dei fratelli e del padre, anni prima.
-Mi mancate così tanto, fratelli miei-
La sua voce era triste. Poi riaprì gli occhi lacrimanti: nessuno l'aveva mai visto piangere.
-Ora capisco meglio gli ideali che avete tentato di trasmettermi, e vi prometto che ne farò tesoro-
Alzò quindi la testa guardando la sommità della statua. Il simbolo tombale della sua famiglia.
-Vi prometto che questa guerra finirà tra due giorni-, concluse accentuando un sorriso. -Almeno quando morirò e verrò da voi, non mi riproverete troppo-
Orlando Waves, alcuni minuti dopo, era uscito dal cimitero del suo castello. Fuori lo attendeva un uomo vestito con una lunga giacca rossa, come quella di Lucius Gangrel, si trattava di suo fratello maggiore, Desmond Gangrel. Somigliava molto al fratello, tranne per il fatto che portava i capelli lunghi e aveva gli occhi marroni, sotto la giacca indossava una maglia bluastra. Osservò Orlando Waves mentre si avvicinava. Si trovava sopra un cavallo nero, vicino vi era un secondo destriero senza nessuno, l'aveva portato per Orlando supponendo che accettasse di aiutarlo.
Quando, dopo essersi avvicinato, vide Orlando salire sul cavallo senza dire una parola, il biondo
sogghignò.
-I tuoi avi ti hanno saputo ben illuminare-, disse Desmond.
-Faccio solo quello che è giusto. Chiudere questo maledetto scontro-, replicò Orlando.
-Bene-, disse Desmond Gangrel ampliando il sorriso. -Lieto di vedere che hai scelto la nostra parte-
-Una vale l’altra. Luk Haward e suo fratello Aleandro, sono solo due uomini assetati di potere, purtroppo uno deve vincere. Altrimenti non la finiremo mai con questa storia-
-In tal caso preferisco vincere io-, affermò, prepotentemente Desmond.
-Non ti illudere-, affermò freddamente Orlando Waves. -La tempesta deve ancora scatenarsi, e dopo che sarà accaduto. Nulla sarà più come prima-
Desmond smise di sorridere stavolta. A pensarci, in effetti, le cose potevano finire male. Molto male. Sperava tuttavia nel contrario, altrimenti per la sua Casata sarebbe stata la fine.
I due quindi andarono al trotto avviandosi, avevano molta strada da fare.

Continua.

Potete seguire altre storie sul mio blog: http://raccontidibarx85.altervista.org.



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