ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 5 aprile 2017
ultima lettura giovedì 11 ottobre 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Le bombe buone

di Buenaventura. Letto 190 volte. Dallo scaffale Generico

Le bombe buone ( 20 febbraio 1943) La veloce e moderna "littorina", orgoglio e vanto della tecnica fascista, stava affront...

Le bombe buone

( 20 febbraio 1943)

La veloce e moderna "littorina", orgoglio e vanto della tecnica fascista, stava affrontando sferragliando forte, l'ultimo tratto di salita prima di arrivare alla stazione di C****.

Il sole del primo pomeriggio filtrava tra i giganteschi ulivi creando degli effetti di luce particolari. Un tepore diffuso sembrava preannunciare l'avvento di una precoce primavera. Nei giorni precedenti aveva piovuto, ma ora, finalmente, il cielo era terso e solo sulle creste più alte delle montagne stazionavano delle nubi nerastre che, certo, non facevano presagire nulla di buono, ma sembravano così lontane quasi da poter dire che appartenessero ad un altro cielo.

Dal treno si vedevano le donne chine a raccogliere le ultime olive che il vento, aveva buttato giù, mentre gli uomini si affannavano a caricare i pesanti sacchi scuri sui carri per portarle al più presto al frantoio.

Salvatore Malerba, seduto accanto al finestrino, si godeva quei raggi di sole che giocavano con gli alberi. Si rese conto che il viaggio stava terminando: aggiustò l'ingombrante sacco che aveva di fronte, allungò le gambe, si stiracchiò alla meglio, preparandosi a scendere.

D'istinto portò la mano sul cuore per tastare quel foglietto, gelosamente custodito nel taschino della camicia, che attestava una licenza per ferite di guerra di ben cinque mesi. Contava di più quel foglietto che lo squarcio che aveva rimediato sul fianco destro e che ora aveva ripreso a dolergli maledettamente.

Non era stato necessario convincere il vecchio colonnello medico dell'ospedale militare di Messina; era stato sufficiente mostrargli la ferita e lasciare che lui la esaminasse con tanta cura e con molta apprensione. Gli aveva rivolto decine di domande e aveva voluto sapere tutti i particolari del ferimento e, ogni tanto, scuoteva la testa, incredulo, forse, di poterlo vedere ancora vivo.

Gli occhi dell'anziano ufficiale avevano avuto un lampo quando gli aveva raccontato delle applicazioni di erbe che un vecchio contadino, reduce della grande guerra, gli aveva praticato su richiesta e per le insistenze di sua madre. Al medico era sfuggito un "ah, capisco" come per dire ecco l'elemento che mi mancava e poi aveva ripreso il suo meticoloso esame.

Tutti i soldati che lo avevano preceduto erano stati rinviati al corpo e alcuni, addirittura, in zona di operazioni; Salvatore no. Quando il colonnello gli comunicò la decisione non sapeva se rallegrarsi o accettarla come l'estremo regalo ad un povero condannato a morte.

Mentre stava firmando il foglio il colonnello gli disse:

- "Di a quel tale di continuare con l'applicazione di quelle erbe e la prossima volta che torni fammi sapere con precisione di che erbe si tratta".

- "Signorsì, signor colonnello. Allora non morirò", chiese Salvatore, impalato sull’attenti.

- "Non per il momento e non a breve scadenza; americani permettendo, ovviamente".

In uno slancio di riconoscenza, Salvatore si era buttato addosso al Colonnello per abbracciarlo e questi aveva lasciato fare; poi con gesti frenetici aveva tirato fuori dallo zaino due pagnotte e le aveva consegnate all'ufficiale. Il colonnello stringeva nelle mani i due pani come se non ne avesse mai visto prima ed aveva mormorato solo "grazie, Dio ti benedica".

A questo punto sembrava che il favore glielo avesse fatto Salvatore tanto il pane, quello vero, fatto di farina vera e buona, era scarso e presso chè introvabile. Si salutarono con una calorosa stretta di mano, come non si doveva fare.

Cinque mesi di convalescenza, incredibile si ripeteva Salvatore e senza dover ricorrere a quella lettera del maresciallo dei carabinieri. Era tanto contento e con la testa così per aria che, uscendo dalla caserma, era andato a sbattere contro una signora, buttandola per terra.

L'aveva fatta rialzare con tutta la grazia di cui era capace, continuando, impacciato, a mormorare parole di scusa e poi le aveva consegnato, ancora una volta d'impulso, la terza delle sue preziose pagnotte. La signora, elegante e raffinata come si poteva essere in periodo di guerra, continuava a guardarlo con la bocca aperta e, anche lei incredula, stringeva al petto quel pane bianco e morbido. Al vestito sembrava non pensarci più, cercava affannosamente nella borsetta e ripeteva "non è niente, non è niente".

Gli mise in mano un sacchettino di carta con fare molto circospetto, sussurrando: "è caffè, vero! di quello brasiliano". Gli diede poi un pacchetto di sigarette americane e scomparve, inghiottita dal sole.

Salvatore era rimasto stralunato. Aprì furtivamente il sacchetto, quasi avesse addosso gli occhi di un intero reggimento, e richiuse subito, estasiato da un profumo esotico che veniva dall'infanzia. E chi se lo ricordava più quell' aroma inebriante? Quando era piccolo suo padre e zio Vincenzo, qualche volta, lo portavano con loro a Reggio e tra tutti gli odori della città quello che gli rimaneva dentro era proprio quello della torrefazione dei Mauro sul corso Garibaldi. Quando, finalmente, aveva raggiunto l'età giusta per poterne bere, il caffè era scomparso lasciandogli solo il ricordo di un profumo, come quello di una bella donna che ti passa accanto. Ora, con questi chiari di luna, si ritrovava in mano un intero sacchetto; lo soppesò, lo accarezzò e poi lo fece scomparire nelle capaci tasche dei pantaloni.

Non restava che andare a comprare le cozze, al cui acquisto erano destinate le tre pagnotte superstiti, che nel frattempo, però, a causa di quell’imprevisto, erano diventate due. Pazienza, si disse, vuol dire che ne prenderò di meno.

Non c'era il tempo per andare fino a Ganzirri, così dovette accontentarsi dei venditori che sostavano lungo il molo. Ne adocchiò uno il quale aveva diverse ceste ricolme.

La contrattazione fu breve.

L'apparire del pane sbloccò la situazione, ma il venditore pretese, vedendolo in divisa, anche un pacchetto di mility che Salvatore gli diede senza fare storie. Si sarebbe ben consolato con le americane. Riempì il capace sacco che l'ometto gli porse e s'avviò a prendere il ferry-boat, poco più che una zattera, che l'avrebbe sbarcato dall’altra parte.

Che giornata! pensava Salvatore. Tutto era andato fin troppo bene. La mamma sarà felice di avere a casa almeno uno dei suoi quattro figli per così lungo tempo e papà e il nonno potranno contare su un grosso aiuto nel forno. Si stiracchiò di nuovo e con maggiore voluttà.

Diede un'occhiata intorno: pochi passeggeri e nessuno di C******* e tutti con ceste e gerle voluminose per cui il suo sacco passava inosservato. Era il caso di accendere una sigaretta e di godersela in pace.

All'improvviso il rombo familiare degli aerei venne a squarciare la quiete di quel pomeriggio. La littorina si fermò di colpo e, in un attimo, tutti fuggirono disperdendosi tra gli ulivi. Salvatore non reagì.

Dal finestrino aveva notato che erano solo dei ricognitori e che non c'era pericolo immediato. Tuttavia non aveva fatto in tempo a comunicare queste sue informazioni che il vagone si era completamente svuotato. Erano rimaste solo le gerle.

Scese dal treno seguendo con lo sguardo il volo di quei due aerei, mentre in lontananza, verso Gioia Tauro, si udivano degli scoppi.

- Stanno bombardando la marina - pensò Salvatore - ed è pure logico visto che lì ci sono le batterie costiere; forse le hanno avvistate; ma qui che ci vengono a fare? Ma ci sono anche le ferrovie… e… il ponte sul….

Le persone che erano scese, stavano riavvicinandosi lentamente alla littorina. I più audaci risalivano sul vagone e, raccattato frettolosamente il bagaglio, se la davano a gambe per la campagna. Il macchinista ed il bigliettaio erano scomparsi. Gli aerei sorvolavano adesso proprio il centro abitato e sembrava si dirigessero verso la fiumara.

- Ma che ci vanno a fare lì, non c'è niente, solo pietre e sabbia - diceva tra se Salvatore. Voleva gridarglielo forte che stavano sbagliando obiettivo, ma quelli sembravano sicuri dei fatti propri.

- E, tutto sommato,- si ripeteva tra se - non era meglio che sbagliassero?

Gli scoppi alla marina si facevano più forti e più continui. Fu assalito dal desiderio di raggiungere subito l'abitato. La stazione poteva essere ad una distanza di due, massimo tre chilometri, non era molto, ma con quel sacco sulle spalle e la ferita che gli faceva un male cane sarebbe stato un calvario. Nè c'era qualcuno che poteva dargli aiuto, chè tutti erano scappati. Si incamminò lungo i binari, era scomodo camminare tra le pietre però, almeno, avrebbe avuto una buona visuale. Quei due uccellacci rombanti non promettevano nulla di buono.

- Vuoi vedere - e non si accorse di parlare a voce alta - che questi sono in avanscoperta? Quelli finiscono a Gioia e si dirigono qui.

Li senti dietro di se. Un gruppo di sei bombardieri americani in formazione, dei quadrimotori, passandogli sulla testa, puntava decisamente sull’abitato di C******.

Salvatore buttò il sacco, si inginocchiò e pregò che la sua famiglia e la sua casa venissero risparmiate. Si sentì egoista e ripregò che gli aerei sganciassero veramente le bombe nella fiumara, senza danni.

Dall'alto, tentava di consolarsi, l'avranno presa per una pista di atterraggio ben mimetizzata e perciò cominciò ad urlare verso il cielo,

- “dai sfogatevi, sganciate, buttate giù tutto, ma buttatelo nella fiumara.

Non è difficile sbagliare, da lassù le cose si vedono in modo deformato. Lui lo sapeva. Quando era partito per la Libia, dall’aereo il mondo gli era apparso diverso, irriconoscibile, così bello da fargli perfino scordare la paura. Speriamo non pensino che nascondiamo chissà quale base segreta, elucubrava Salvatore.

Ora era inutile affrettare il passo. Si sistemò, invece, su un muretto dal quale poteva vedere meglio il volo degli aerei.

Udì un primo fischio lacerante, come un sibilo, e poi un unico, continuo, prolungato, insistente, assordante stridore fortissimo da perforare i timpani; vide cadere i primi grappoli di bombe, venire giù dal cielo dei grossi cilindri, alcune rotolando altre decisamente a picco puntando verso il basso quasi avessero urgenza di toccare il suolo. Avvertì i terribili scoppi, vide alzarsi colonne di fumo denso prima grigiastro poi nero e qui e là s’intravedevano, tra le case che venivano giù, bagliori di incendi. Imprecò e stramaledì la guerra.

- Certo così è facile, diceva a voce alta e con tono ironico, tanto non c'è contraerea. Bravi - e batteva le mani ad un'immaginaria platea di piloti americani. Faceva inchini e riverenze, saltellava, accennava a qualche passo di tarantella, gridando "dai, Jo!; dacci dentro Jo".

Si buttò per terra ansimando e singhiozzando.

Ormai non c'era dubbio stavano bombardando l'abitato, anche se, da dove si trovava lui, sembrava fossero proprio sulla traiettoria della fiumara.

Durò un tempo che gli parve interminabile, poi indisturbati gli aerei si allontanarono fino a che il loro rombo divenne solo un'eco lontana.

Salvatore, con il sacco in spalla, voleva correre, ma riusciva solo a marciare con un'andatura goffa e pesante come una papera grassa pronta per natale. Ansimava forte e dovette fermarsi più volte per prendere fiato.

La stazioncina era completamente deserta, vuota, abbandonata, anche il cane del capostazione era sparito. Si sedette sul marciapiede dando le spalle all'abitato; non voleva vedere quelle colonne di fumo nero che preannunciavano solo morte. Un odore acre, irritante, pungente, che prendeva alla gola, si stava stendendo sotto forma di una nube avvolgente.

Si coprì istintivamente la bocca, gli veniva da tossire, sentiva la gola arsa ed irritata, andò a bere alla fontanella della stazione. Riacquistando la calma, pensò che sarebbe stato inutile passare da casa poichè, sicuramente, tutti i suoi si erano rifugiati in campagna.

Decise che avrebbe depositato il sacco sul retro del forno e poi sarebbe andato a vedere gli effetti del bombardamento, anche per dare una mano d’aiuto. Grosso modo era durato meno di una ventina di minuti, forse ancora di meno, tuttavia, lui aveva visto bene e aveva esperienza di bombardamenti, non tutti gli aerei avevano sganciato bombe altrimenti, a quest'ora, il paese non esisterebbe più.

I danni, dunque, non dovrebbero essere gravissimi, almeno così si augurava.

Se poi, veramente, avevano sganciato le bombe nella fiumara, allora potevamo dirci fortunati, se così fosse, bisognava accendere un cero a tutti i santi di tutte le chiese del paese, concluse Salvatore. Non era vero, e lo sapeva.

Comunque, di nuovo sacco in spalla e via.

La parte bassa del paese era completamente deserta; nel silenzio del crepuscolo poteva ascoltare il suo ansimare ritmato che scandiva i suoi passi di marcia. Spinse la porticina del retro del forno e gettò il sacco accanto alla legna, richiuse e finalmente leggero si diresse verso la zona bombardata. Ci ripensò e per puro scrupolo passò da casa: tutto sbarrato, come aveva immaginato.

Il quartiere sul quale, presumibilmente, erano cadute le bombe si trovava nella parte alta del paese, nei pressi della grande villa comunale.

- Magari, pensava Salvatore, avranno sganciato sui giardini comunali; avranno abbattuto qualche albero e qualche palma, ma quelli si ripiantano. Però mi dispiacerebbe molto perdere il cedro del Libano, i platani, le querce rosse e quei pini pluricentenari che somigliano, tanto sono giganteschi, alle sequoie. -

Lui non le aveva viste mai le sequoie, glielo aveva raccontato il nonno che era stato in America a fare proprio il boscaiolo.

- E se avessero, invece, distrutto, diceva tra se, il bel viale delle robinie dai fiori bianchi ed odorosi? Quello si che un albero che non si trova facilmente. Le aveva piantate don Carlo Ruggero più di sessant’anni addietro ed ora erano nel loro momento migliore; meglio gli alberi che le persone.

Il fumo nero e quel fuoco in mezzo alle case, però, non lasciava margini di speranza, avevano sicuramente sganciato degli spezzoni. Come un lampo, mentre risaliva per i vicoli deserti, gli venne in mente che quello era proprio il quartiere dove abitava Gino, non ci aveva ancora fatto caso. Affrettò il passo.

Le prime macerie gli vennero incontro sulla Via Filangeri, la principale strada del paese.

Le case poste lungo le traverse della via principale non esistevano più; il quartiere era stato spazzato via. L’odore acre diventava sempre più penetrante, gli veniva da vomitare.

Non appena imboccò il corso principale vide una marea di persone che urlava, piangeva, imprecava, bestemmiava, scagliava maledizioni contro gli americani, gli inglesi, la guerra. Gente che andava avanti e indietro senza meta alcuna, che si agitava, donne che si strappavano i capelli, altre inginocchiate per terra, piegate su se stesse, che piangevano disperate. Alcune persone si premevano le mani sulle orecchie, scuotevano la testa, spalancavano la bocca come se cercassero di far entrare più aria possibile, qualcuno sanguinava da un orecchio, sembrava non sentisse più alcun suono.

C'era un assembramento davanti a quella che fino a qualche ora prima era la bottega di mastro Mico Lanzetta, il ciabattino. Si avvicinò. Il povero uomo era li, inchiodato alla sua seggiola, con ancora il martello in mano. Lo spostamento d'aria, provocato dall’onda d’urto di una bomba, non gli aveva dato il tempo di scappare e la morte lo aveva fissato per sempre alla sua sedia. Cosi dicevano, in realtà poteva anche essere morto per lo spavento; oramai non faceva differenza.

- Sembra una statua del presepe, mormorava un ragazzino e tutti annuivano.

Nessuno aveva avuto il coraggio di staccarlo dalla sedia e di ricomporlo. Così non sembrava neanche morto, era la sua posizione naturale e di sempre. Salvatore si fece il segno della croce, si annodò un fazzoletto alla bocca e s'inchinò, poi lo prese in braccio come si fa con un bambinello addormentato e lo adagiò sul selciato, pregando una donna che abitava di fronte, di coprirlo con un lenzuolo.

Poco sopra una bomba aveva centrato in pieno una casa, distruggendo un'intera famiglia.

La madre, nel tentativo di salvare i suoi tre figliuoli, si era buttata addosso a loro ed una trave li aveva orrendamente schiacciati tutti.

In quella confusione, in quell’andirivieni di formiche impazzite, l'opera pietosa e tempestiva dei tanti soccorritori improvvisati stava consentendo il recupero di parecchi feriti.

Il professore De Cristo, massima autorità scientifica del paese, docente di Fisica ed appassionato studioso di meteorologia, stava spiegando ad un gruppo di persone che quel disastro era tutta colpa del vento. Le bombe non erano destinate all'abitato, l'obiettivo era quel lungo nastro bianco costituito dalla fiumara, scambiato, dall'alto per una pista di atterraggio.

Questo non giustificava certo gli americani, diceva il professore, tuttavia poteva rassicurarci: una volta accortisi dell'errore non sarebbero più tornati. Salvatore si compiacque con se stesso e si allontanò, ma ad ogni passo cominciava a cambiare opinione e sapeva che quella detta dal professore non era altro che una bugia consolatoria.

Bisognava pensare a Gino. Se non era morto, sicuramente, lo avrebbe ritrovato tra i soccorritori e lui gli avrebbe spiegato le vere ragioni del bombardamento.

Non poteva definirlo un amico, era molto più grande di lui e non c'era quella confidenza che è alla base di un'amicizia. Ma gli piaceva stare con Gino. Era un abilissimo falegname, molto intelligente e con una discreta istruzione. La gente diceva che parlava come un avvocato e s'intendeva di tante cose. Era stato lui, infatti, sotto la direzione del Principale S****, a stendere l'antenna della prima radio ascoltata a C******.

Se lo ricordava quel giorno. Era la prima volta che vedeva Gino, non lo conosceva e non ne aveva sentito mai parlare. Lo aveva ammirato arrampicarsi, agile e rapido come uno scoiattolo, sul campanile della Chiesa di S. Rocco per piazzare l'antenna, per orientarla, per sistemarla. Con quale maestria manovrava quei fili, dava ordini, ascoltava, attento, i consigli ed i suggerimenti del Principale. Che gioia quando la radio, dapprima gracchiante poi via via sempre più chiara, diffondeva le musichette del Trio Lescano.

Tutti erano andati a complimentarsi con lui e Gino, modesto, diceva che il merito era solo del Principale, lui aveva eseguito. Poi, quando aveva cominciato a frequentarlo, gli aveva confessato, quasi fosse un segreto da custodire gelosamente, che studiava radiofonia e che dopo la guerra avrebbe messo su un negozio di radio. Salvatore era affascinato da quei racconti, anzi da quelle "lezioni" durante le quali gli spiegava come è possibile trasmettere la voce sulle onde radio e come, presto, molto presto, perchè gli inglesi ci erano già riusciti, sarebbero state trasmesse anche le immagini.

- Come al cinematografo, aveva detto Gino entusiasta e Salvatore, quella volta, non gli aveva creduto.

Poi era partito per la guerra, come tanti; era stato in Africa, era stato prigioniero degli Inglesi, che lui ammirava. Era tornato, non si sa come, e non si sa da dove, trasformato.

Il gran parlatore di sempre, affascinante, accattivante, ammaliatore, ma freddo. Non parlava più di radio, parlava della guerra, del governo, del Duce; ce l'aveva a morte con i tedeschi e faceva strani discorsi sulla democrazia, le elezioni, l'assemblea costituente, i partiti, il suffragio universale. Quando aveva sentito questa espressione per la prima volta, Salvatore aveva pensato a Noè ed al diluvio, all'arca ed alla colomba. Si rendeva conto che non c'entravano niente, ma non aveva osato domandare spiegazioni, chè Gino era diventato intollerante.

Non voleva essere interrotto, non amava più ripetere, non era disponibile, come prima, a chiarire, a spiegare, anche ad uno zuccone come Salvatore, le cose che andava dicendo. Parlava sempre lui ininterrottamente e respingeva con fastidio le rare osservazioni, alcune molto sensate, in verità, dei suoi interlocutori.

A poco a poco si erano allontanati tutti i suoi vecchi amici ed anche i ferventi ammiratori di un tempo lo sfuggivano. Salvatore no. Salvatore si legava sempre di più, lo ascoltava estasiato, aveva imparato a non fare domande ed a rivolgersi a lui dandogli del tu. Ce n'era voluto, dato che suo padre gli ripeteva sempre che le persone più grandi vanno rispettate e dare del voi è un segno di rispetto. Gino, invece, aveva insistito, ci teneva a quel tu, anche se Salvatore ricordava benissimo che prima l'appellativo di "maestro", accompagnato da un solenne "voi", Gino lo incassava con un certo compiacimento. Cosa fosse successo in quegli anni di guerra non era mai riuscito a capirlo, nè Gino parlava mai della "sua" guerra.

Dicevano che era diventato "antifascista", che era una spia degli americani, che per questo lo avevano liberato, che un giorno o l'altro lo avrebbero arrestato. Qualcuno diceva che lo avrebbero fucilato come disertore e disfattista. Praticamente un traditore, un nemico della Patria, un infiltrato, uno spione.

Qualcun altro diceva, e nel dirlo usava tutta la cautela possibile, che era diventato comunista. Salvatore quella parola non riuscì più a dimenticarla. Quando suo padre, rarissimamente, pronunciava la parola “socialista” prima si guardava intorno e poi, dalla bocca gli usciva un sussurro che potevano percepire solo quelli che gli stavano vicini. Il termine “comunista” non l’aveva mai sentito in famiglia. Con quella parola venivano indicate alcune teste calde, per lo più perdigiorno, ubbriaconi, delinquenti, straccioni senza arte né parte che di solito stazionavano in piazza ad importunare le brave persone. Gente che entrava ed usciva di galera, che aveva sempre qualche conto in sospeso con la Giustizia. Gino non poteva avere nulla da spartire con costoro.

Gino aveva imparato l'inglese o meglio, questo lo sapevano in pochi, lo aveva perfezionato in quanto lo studiava già da prima della guerra, data la sua passione per la radiofonia.

Ora anche la conoscenza di questa lingua nemica era diventata un'ulteriore aggravante per cui, alla fine, i militi avevano cominciato a tenerlo d'occhio sul serio. Il padre di Salvatore si era allarmato, non voleva grane, lui che aveva perso il posto di guardiacaccia, al tempo di Giolitti, proprio a causa di beghe politiche alle quali era completamente estraneo.

Padre e figlio avevano litigato e Salvatore si era fatto sfuggire un "non capisci che la guerra è oramai perduta" che aveva fatto imbestialire ancora di più suo padre. Al vecchio non importava niente delle questioni politiche, nè del fascismo, non gli interessava chi vinceva e chi perdeva, l'unica cosa cui pensava era che al fronte c'erano ancora tre figli. Associava, perciò, l'idea della sconfitta militare alla perdita dei figli, quasi che la vittoria garantisse, di per se, la vita dei suoi ragazzi.

Comunque Salvatore non solo non aveva smesso di frequentare Gino, ma, nei due mesi di convalescenza, lo aveva visto quasi tutti i giorni. Era diventata una necessità incontrarlo, sentirlo parlare, sproloquiare, imprecare e raccontare.

A poco a poco aveva cominciato a dividere con lui tutto, perfino quei piccoli piaceri di gola che l'astuzia e le infinite risorse delle donne riuscivano a procurare. Come quella volta che aveva sottratto un bel trancio di stoccafisso alla mamma, che a sua volta lo aveva abilmente sfilato da una balla da consegnare all'ammasso. Le aveva fatto credere che era stato rosicchiato dai topi e la mamma bonariamente era stata al gioco. Lo avevano poi mangiato di notte, discutendo della guerra e della sua prossima fine, che Gino valutava come disastrosa per l'Italia e, tuttavia, salutare.

Il suo ultimo argomento preferito era proprio questo; ne parlava così tanto e con tanto accanimento che a Salvatore veniva da pensare che era diventata una vera e propria ossessione. Quasi tre anni di guerra erano insopportabili per tutti, ma per Gino la guerra era diventata una malattia dell'animo, un tarlo che lo stava rodendo giorno dopo giorno.

Adesso che, inspiegabilmente, era lontano dai campi di battaglia e, quindi, dal pericolo immediato, sembrava ancor di più roso da un'ansia interiore che lo rendeva intrattabile e, in alcuni momenti, insopportabile.

- Dobbiamo perderla ‘sta guerra maledetta che non abbiamo voluto; l’Italia deve essere distrutta solo così potremo rinascere, hai capito?

E glielo gridava in faccia al povero Salvatore, manco fosse responsabilità sua.

"Un pazzo lucido", lo aveva definito l'avvocato Tramonti, quella volta che Salvatore era andato a consultarlo a proposito della visita medica cui doveva essere sottoposto all'ospedale militare.

Quella definizione, netta, secca ed inequivoca, lo aveva sorpreso perchè esprimeva ciò che lui pensava realmente di Gino senza avere il coraggio di ammetterlo neppure a se stesso.

Dopo aver sentito Gino, però, le cose gli apparivano più chiare e si sentiva dentro, perfino, il coraggio di guardare dritto negli occhi i militi fascisti, i quali sembrava stessero perdendo, via via che i giorni passavano, la baldanza di un tempo. Lo confessò a Gino non senza riluttanza e questi aveva ridacchiato dandogli una bella pacca sulle spalle.

- Stai cominciando a capire, finalmente!

Si sentì tirare dalla giacca: era Sarinuzza, una vecchietta totalmente sorda, che domandava: "

- ma chi fu? terramotu?".

Evidentemente non aveva sentito nè il rombo degli aerei, ne aveva visto le bombe cadere ed ora si aggirava smarrita tra quelle inspiegabili macerie.

Salvatore rispose di si, tanto per lei non cambiava niente e lui non vedeva l'ora di raggiungere i soccorritori. La vecchietta si allontanò e, agitando le braccia al cielo e battendosi il petto, andava dicendo: "'U signuri sapi, 'u signuri sapi".

I soccorritori, man mano che estraevano i corpi da sotto le macerie, stavano allineando i cadaveri ai bordi delle strade per procedere al riconoscimento, mentre qualcuno provvedeva a coprirli alla meglio con roba raccattata alla meglio.

Erano arrivate le autorità politiche nella persona del Podestà, del Segretario del fascio, del Pretore e quelle militari, due capitani ed un colonnello della Territoriale.

La confusione era enorme. Tutti si sentivano in dovere di impartire ordini a destra e a manca mentre la gente si aggirava tra le macerie alla ricerca di parenti, dei vicini, degli amici, dei conoscenti ed andava a cercarli tra i vivi, ostacolando il lavoro di quelli che scavavano senza sosta.

L’arrivò dei tedeschi riportò d’incanto l’ordine. Si fece di colpo silenzio e un maggiore, con un cappellaccio nero in testa, mentre i soldati scendevano dai camion, abbaiò ordini secchi ai suoi uomini e questi aprirono, quasi sfondarono, le porte di una chiesetta poco utilizzata facendo intendere che i cadaveri sarebbero stati ricomposti in quel luogo consacrato.

Salvatore, a primo impatto, non vide la casa di Gino, non riconobbe il posto; c'era solo un ammasso di rovine fumanti.

Cominciò a passare in rassegna la fila dei cadaveri allineati lungo la strada che conduceva alla villa comunale. Lo vide in fondo tra quelli non ancora coperti. Si avvicinò: il volto era intatto, fisso, la solita maschera beffarda, volitiva e sprezzante. Non ebbe il coraggio di guardare il resto. Si guardò attorno e notò che il parroco, don Micuzzo Cannavusa segnava su un quadernetto le persone riconosciute. Salvatore gli fece un cenno e quello accorse e scrisse subito le generalità di Gino, poi, d’impulso, gli diede l'estrema unzione e lo benedisse.

Forse Gino non l'avrebbe gradito poichè non lo aveva mai sentito parlare di Chiesa, di preti o di religione, di salvezza dell’anima, di Dio.

Che importava, ora non poteva reagire.

Non l'avrebbe sentito sbraitare contro qualcosa che non gli andava a genio.

Se c'era una cosa che Gino non riusciva a mandare giù era proprio il dover fare qualcosa per forza o per tradizione o, semplicemente, perchè lo facevano tutti.

Adesso si fa come dice Salvatore, e lo guardò con compassione, ma con gli occhi asciutti, chè non gli veniva da piangere. Un suo conoscente gli portò un lenzuolo e lui lo coprì lasciando fuori la faccia ed una mano. Gli si sedette accanto a mò di veglia funebre.

- Mi ero procurato il caffè, quello vero, caffè brasiliano mica la cicoria del bar “Impero” e sigarette americane, tabacco fine. Mi hai sentito? Stasera avremmo fatto bisboccia, oggi è carnevale o forse no?, francamente non lo so più. E, pensa un pò, avevo trovato pure le cozze. Da quanto tempo non ne mangiavi? Sarai contento dei tuoi amici inglesi, che bello scherzo che ci hanno fatto. Perché se la sono presa con noi? Ragioniamo, come dici tu, ma io una ragione non riesco a trovarla.

E fece la mossa di tenersi il mento tra il pollice e l’indice appoggiando il gomito sulla coscia come per assumere la più classica delle posizioni del filosofo.

- Dunque, dall’alto di un aereo – ed io ci sono salito su un aereo - tu pure, per quello che ne so - per quanto ci si possa confondere non si può scambiare il letto di una fiumara completamente a secco per la pista di un aeroporto militare e non ci si può confondere al punto di ritenere che il tendone di uno scalcinato circo sia un accampamento nemico. Non venirmi a raccontare balle, dai! Il campo tedesco esiste, ma è così ben nascosto che gli americani non lo noterebbero neppure se ci passassero sopra a volo di falco. Quindi, non scherziamo, non raccontiamoci – aspetta, come le chiami tu? – ah, si, “pietose bugie”. Se sono venuti fin qua è perché volevano bombardare la Territoriale, la sede della Territoriale e il Comando della Milizia, Palazzo Grimaldi insomma, cento metri più in là, ma non l’hanno neppure sfiorato, vero Gino? Ci pensi, si sono sbagliati di cento metri, questo non lo avevi messo in conto neppure tu. E che saranno mai cento metri da lassù? Gli Inglesi, secondo te, non sbagliano mai… si, lo so, me l’hai spiegato tante volte. Gli inglesi hanno il radar…ho capito che cos’è il radar… lo so, non possono sbagliare e invece guarda che macello che hanno combinato, non te lo aspettavi, dì la verità, manco tu te l’aspettavi. Tu aspettavi le bombe buone, quante volte le hai invocate, e guarda, invece, che cosa è arrivato? Sono arrivate le bombe stupide, quelle che non guardano in faccia a nessuno. Ma poi cosa ha di buono questa guerra? Un volta mi hai spiegato con calcoli complicati che parlavano di tratto ascendente, tratto discendente, impatto al suolo, radice quadrate, equazioni varie che le bombe vengono sganciate a caduta libera ed io, per farti capire che avevo capito, ti ho detto se questo voleva dire che cadevano dove volevano, dove capitava, dove li portava il vento o le correnti d’aria. E tu con la tua solita spocchia, hai cominciato a dire “ e che credi che vengano lanciate a mano?” e poi hai cominciato a disegnare un aereo e a dire che le bombe vengono sistemate su una rastrelliera e che c’è la torretta del puntatore, che hanno una barra stabilizzatrice e che è tutto calcolato. Hai visto quanto è tutto calcolato? Quello che brucia ancora che cos’è? fosforo? Pure gli spezzoni incendiari ci hanno buttato.

A proposito tu lo sapevi che i loro bombardieri adesso li chiamano "Liberator", si lo

sapevi, tu sai tutto, ma non mi pare che sia questa la liberazione che aspettavamo, eh

Gino? Non parli? Vuol dire che me lo spieghi la prossima volta.

Salvatore si accorse che i cadaveri riconosciuti venivano caricati su dei camion o su vecchi carri per essere portati in quella chiesetta. Si affrettò a coprire Gino, prese dal sacchetto del caffè due chicchi, gli aprì la bocca e glieli ficcò sotto la lingua.

- Non ho altro di prezioso per il tuo ultimo viaggio – mormorò.

Il vento portava un velo di polvere scura, un misto di calcinacci, fuliggine, carne bruciata ed un odore insopportabile che sembrava di benzina, a tratti di sangue e di morte, odori dolciastri e nauseabondi.

Si sedette sul marciapiede, accanto a Gino, e cominciò a piangere.

(20 febbraio 2015)



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: