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lavoro pubblicato martedì 4 aprile 2017
ultima lettura martedì 11 settembre 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

COME UNA PIUMA DI FERRO

di kidanemariam. Letto 217 volte. Dallo scaffale Generico

L’ambiente era malsano, l’aria fredda, nessuno di noi emanava calore. Il culo era ghiacciato su quelle anguste scale condominiali, ero ansioso di farmi, e di farmi trasportare. Era strano questo pensiero, volevo volare da fermo volevo spari...

L’ambiente era malsano, l’aria fredda, nessuno di noi emanava calore. Il culo era ghiacciato su quelle anguste scale condominiali, ero ansioso di farmi, e di farmi trasportare. Era strano questo pensiero, volevo volare da fermo volevo sparire senza lasciare traccia né spostamenti di vento, o di qualche oggetto mosso di conseguenza. Niente era ciò che ero, e niente era ciò che volevo lasciare.

Il primo che si fece fu Marco, poi Nicolò, Nik per gli amici.
“ Gran botta!”. Disse Nik, come a rincuorarmi di aver fatto la scelta giusta, Nik si fece subito dopo seduto di fianco a me, infine, ansioso al pensiero di quell’attimo, preparai tutto l’occorrente.

Qualcosa però mi distolse, qualcosa che non doveva succedere se non in uno di quei film da giovedì sera. Un rumore, come un sussulto, un raschiare di gola interrotto, era questo che emanava Nik nell’accasciarsi sulle scalinate, il tutto terminato con un colpo sonoro del cranio contro il gradino. Rimbombò , rimbombò per tutto il palazzo, rimbombò dentro il mio orecchio, l’eco si dissolse come lo stesso Nik, ma non dentro di me.
Quel tonfo persisteva, quel rauco grido di anima che continuava a graffiargli la gola mi stava perseguitando. Mi guardai intorno in cerca di un qualcosa che mi potesse aiutare: un amico, un’amica, un fratello, un genitore, una mano che non fosse mangiata dall’impotenza , dall’impossibilità di agire.

Provai goffamente a toccarlo spostandogli la testa e, come in uno di quegli stupidi film, provai a stenderlo di lato finché ne avevo il coraggio. Ma questo tentativo non fece altro che proiettarmi di fronte il volto di Nik ancora più chiaramente; il suono cambiò, diventò come un soffocare, come uno stringersi della gola, un fischio, una dogana d’ossigeno, uno svanire della vita.
Ancora, in maniera più altalenante , qualche tentativo di eloquio che si dissolse e scivolò nel cuore di Nik prossimo all’arresto.

–Volevo essere al suo posto-
-Marco!!??-

Urlai dentro la mia testa, che velocemente si voltò in cerca di quella mano tanto bramata. Era lì, di fronte a me, steso, impassibile lungo il muro, come se stesse dormendo. Non era tormentato, era tranquillamente ceduto. Gli corsi incontro, i tre scalini e il piccolo pianerottolo erano interminabili, mi sembrava lontano, troppo distante, dovevo correre!
Il corpo non rispondeva, cercai all’ora conforto nell’incrocio degli sguardi, che, fino a quel momento temevo così tanto nella vita, ma ora erano segno di salvezza, risposta.
Non fu questo ad accogliermi ma bensì una bianca schermaglia inanimata, come se in quel momento quegli occhi ribaltati stessero guardando dentro , facendo il resoconto della propria esistenza, lasciando fuori chiunque volesse capire e sapere. Era strano, inverosimile. Distolsi lo sguardo, ma non ci riuscii, continuai a fissarlo, mi sentivo paradossalmente osservato. Cominciai ad inquadrare il tutto, comincia a notare il grigiume della pelle che si distaccava con spicco dalla violacea consistenza delle labbra che prepotentemente riconducevano; come abbinate a quelle nere occhiaie, contorno di quello sguardo vuoto di ogni futuro. Un sussulto improvviso , un lieve rantolo intestinale, qualche piccolo movimento del viso prettamente involontario. Fu questa la presentazione che antepose quel rivolo bavoso che sgorgò dalla bocca; un altro rumore, altro liquido , questo rosso. Come a ricordarmi la gravità della situazione. Scivolò lungo il pianerottolo. Non c’era niente di stupido che potessi fare, era già steso lateralmente sopra il proprio braccio, restavo io, i suoni, i colori , la morte , e quell’ultima pera che, come quella mano amica che tanto desideravo, mi afferrò. Pensai, elaborai, paragonai, constatai, cercai ingenuamente di trovare il lato positivo in tutto ciò. Non ci riuscii, presi il telefono – 118 - dissi dentro di me.

I tasti continuavano ad incastonarsi nella mente. Composi il numero, sarebbe finito tutto finalmente. Feci per chiamare. Spinsi il verde, verde speranza. Sorrisi macabramente dentro di me.
Nel frattempo ricominciai il giro di domande; questa volta cominciarono a trovare risposte, risposte a loro amiche, qualcosa cominciò a graffiarmi la testa. Spinsi il rosso, lasciai cadere il cellulare; questa volta il rumore fu subito dimenticato.
Cominciai a scaldare la roba. Intanto i ragionamenti continuavano.
-Kid non aspettavi altro-.
Il tutto cominciò a bollire con simpatici schioppettii, non staccai mai la mano dall’accendino, tanto sarebbe stata l’ultima ustione.
-Nik e Marco avrebbero voluto la stessa cosa –
Tirai su, cercai qualcuno per stringermi il braccio ma non c’era nessuno. Nik, Marco erano lì stesi;
-Quanto li invidiavo-
-I miei cazzo! fa lo stesso dai, morto, i sensi di colpa non sono contemplati-
L’ago frugava tra le vene .
-Sono ancora in tempo per cambiare tutto ho solo 16 anni , scuola, ragazze, basket, è tutto lì, se il mio problema è il passato, e dai va bè troverò una soluzione-
Un altro schioppettio, una rottura mi avvertii che la soluzione era stata trovata: veloce, immediata, calda accogliente un poco dolorosa , ma cosa nella vita viene regalato!?
-Finalmente hai trovato la situazione il coraggio, l’opportunità che la vita offre poche volte-
Il piacere cominciò a trasalire; l’eroina bianca ha una particolarità, non è istantanea sale lentamente, accarezza tutto il corpo, sorride ad ogni muscolo a cui passa vicino.
-Speriamo accada-
Arriva alla testa, non smette, continua a salire, non so dove, ho finito i centimetri. I muscoli cominciano a essere difficili da gestire, lenti. Aspetto, non so se sarà mortale lo spero.
Nel frattempo mi sdraio di fianco a Nik, lo guardo nelle palpebre chiuse , penso che sia morto, spero di raggiungerlo, chiudo gli occhi. Chiudendoli sicuramente riuscirò a distogliere il cuore da tutti questi stupidi rimorsi umani.

Penso a centinaia di cose, è questo forse che si intende, tutta la vita davanti. Cerco di pensare ai momenti belli, voglio morire con un bel ricordo, penso alla luce; un’ombra l’oscura, nessuna bella rimembranza. L’attività rallenta, rallenta tutto, il pensiero è più fluido, più calmo, come arreso al futuro. Mi raggomitolo di fianco, la testa appoggia sul gradino, duro inizialmente quanto morbido poi, quando nella totale perdita cominciai ad immaginare, a pensare, a concludere capitoli aperti, a chiudere finestre ancora spalancate. Non ricordo nessun rimorso di quell’attimo, tutto era così perfetto, forse molto probabilmente perché era tutto per l’ultima volta. Pacato e calmo pensavo a come nel fior della gioia giovanile potessi svanire così, in una palazzina bolognese in mezzo ad anguste mansarde condominiali. Nascosti dalla neve che, con altrettanta calma , si stava adagiando su tutta la città. Sapete, non avevo programmato nulla, non mi ero divertito la sera prima con ragazze ed amici , non avevo baciato nessun familiare, non avevo mai sorriso della vita. Ero pesante nel mio essere leggero perché quasi morto , ed ero leggero nel mio essere pesante perché ancora vivo. Avrei preso il volo, ma sarei rimasto lì insieme al mio pensiero.

Così tartassante…….
Mi tratteneva….
Ondeggiavo nell’idea di poterlo fare…
ma io no..
non avrei mai potuto…
c’era ancora qualcosa da fare….
Il tempo passava amaro….
Finalmente….
Svanisce tutto……..
È lo stesso………..
volo ma ricado giù…..
Come una piuma di ferro………



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