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lavoro pubblicato domenica 2 aprile 2017
ultima lettura giovedì 16 luglio 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il viaggio per il Bunker - Capitolo Nove

di evelyn80. Letto 310 volte. Dallo scaffale Amore

Capitolo Nove Non appena l’ultimo cane fu sparito tra la bruma che ancora ci circondava da ogni lato, rimisi in tasca la pistola accingendomi a scendere dall’albero. Luca mi strinse un polso, costringendomi ad alzare lo sguardo verso d...

Capitolo Nove



Non appena l’ultimo cane fu sparito tra la bruma che ancora ci circondava da ogni lato, rimisi in tasca la pistola accingendomi a scendere dall’albero. Luca mi strinse un polso, costringendomi ad alzare lo sguardo verso di lui. Stava facendo cenno di no con la testa, ma io lo ignorai. Con uno strattone liberai il braccio e scesi lungo il tronco, con fatica, le lacrime che mi impedivano di vedere bene.
Fausto si era inginocchiato accanto ad Andrea e gli aveva sollevato la testa usando la sua giacca come cuscino. Costringendomi a non abbassare lo sguardo verso la parte inferiore del suo corpo mi accucciai dall’altro lato, senza riuscire ad emettere altri suoni oltre ai singhiozzi causati dal pianto.
Andrea alzò faticosamente una mano e me la posò su una guancia, asciugandomi le lacrime con il pollice. La strinsi convulsamente tra le mie portandomela alle labbra, incurante del sangue che la imbrattava.
Un tonfo alle mie spalle mi fece capire che anche Luca era sceso. I suoi scarponi da montagna entrarono nel mio campo visivo, seguiti subito dopo dal resto del suo corpo quando si chinò al mio fianco.
Fausto passò una mano sulla fronte del batterista, poi gli accarezzò dolcemente i capelli. Andrea liberò la mano dalla mia stretta e si volse lentamente verso di lui.
«Guarda che… anche se sto per morire… non sono mica diventato omosessuale…» ansimò con fatica, trovando comunque la forza per dire l’ultima spiritosaggine. Un rivoletto di sangue gli sgorgò dal labbro inferiore, macchiandogli il mento.
«Andrea… è tutta colpa mia…» esalai, colpita a morte dalla sua ironia.
Fausto parve sul punto di vomitarmi addosso tutta la sua rabbia, ma l’altro lo fermò con un faticoso cenno della mano.
«Non è… colpa di nessuno» mi rispose, fissandomi di nuovo negli occhi. «Devo solo chiedervi… qualche piccolo favore…»
«Siamo tutto orecchi, amico» gli rispose Luca, piegandosi ulteriormente verso il basso e facendolo voltare dalla sua parte.
«Mister…» mormorò Andrea, un pallido sorriso ad illuminargli il viso macchiato di sangue e sporcizia. «Ti ricordi quando ho cominciato a chiamarti così? Quella sera volevi a tutti i costi suonare la batteria… anche se sembravi sparire in mezzo a tutti quei tamburi.» Luca annuì, scoppiando improvvisamente in lacrime. «Anche se ci conosciamo solo da due anni… ne abbiamo combinate un sacco, io e te…» riprese Andrea. «Vai al Bunker… e saluta tuo fratello da parte mia…»
Il giovane chitarrista, in preda alle lacrime, poté solo annuire vigorosamente, andando a sbattere con il mento contro il musetto di Tobia che, finalmente calmo, aveva fatto capolino dal suo giaccone.
«Evelyn…» continuò il batterista, portando entrambe le mani al collo e togliendosi la catena d’oro cui era attaccata una piccola medaglia, «porta questa a mia figlia… e dille che sarà sempre nei miei pensieri.»
Mi affidò il piccolo gioiello: sulla medaglia erano incisi il nome e la data di nascita della ragazzina. Io stessa ne portavo una molto simile con il nome di mio figlio. Annuendo brevemente la allacciai subito intorno al collo, facendola scivolare sotto allo strato di indumenti fino a che non la sentii bruciare sulla pelle.
«Fausto…» mormorò infine Andrea, voltandosi verso l’uomo più anziano, «a te devo chiedere il favore più grande… Non voglio attendere la morte soffrendo a questo modo… magari guardando negli occhi i cani che torneranno a mangiarmi…»
Nell’udire quelle parole non riuscii più a trattenermi e lo sguardo mi cadde, inesorabile, sul suo ventre martoriato da cui il sangue continuava a sgorgare, permeando l’aria con il suo odore ferruginoso.
«Che cosa vuoi che faccia?» gli rispose Fausto, la voce resa ancora più cupa dalle lacrime che stava ricacciando in gola.
«Voglio che sia tu ad uccidermi… e lo farai con quello.» Con l’indice indicò il proiettile che mi era sfuggito di mano mentre tentavo di ricaricare la pistola, prima di salire sull’albero.
Il cantante scosse vigorosamente la testa. «No, Andrea. Non puoi chiedermi questo!»
«Ti scongiuro, Fausto… Preferisci forse farmi divorare dai cani?»
«No…»
«Allora fallo... subito, ti prego!»
Alzandosi lentamente in piedi, come un automa, il cantante tese la mano verso di me. Riluttante, misi la mano in tasca e gli porsi la semiautomatica. Andò poi a raccogliere il proiettile caduto, estrasse il caricatore e lo inserì al suo posto, continuando a muoversi meccanicamente, come se le sue membra non stessero obbedendo al suo cervello ma ai comandi di qualcun altro. Luca si alzò e, afferrandomi per un braccio, mi costrinse a fare altrettanto.
«Andrea…» mormorai ancora mentre il chitarrista mi trascinava via, facendomi voltare e cingendomi le spalle con un braccio. Affondai il viso nel suo collo, scossa dai singhiozzi.
Sentii Fausto mormorare: «Signore, perdonami… Abbi pietà di me!» poi il colpo di pistola risuonò secco nell’aria immobile.
Il silenzio che seguì fu talmente innaturale da farmi credere di essere diventata sorda. La strana sensazione fu subito annullata dal grido del cantante: un urlo pieno di rabbia e frustrazione. Scagliò via la pistola, facendola finire in mezzo ad un mucchio di foglie secche. Non mi mossi: non volevo più saperne di quell’arma maledetta. Mi sentivo in colpa, terribilmente in colpa. Non solo eravamo finiti in quella situazione per causa mia, ma era stata proprio la mia pistola ad uccidere Andrea. Non avrei mai più potuto tenerla in mano.
Fausto gridò di nuovo, prendendo a pugni il tronco dell’albero che aveva salvato noi e condannato il batterista. Luca mi lasciò da sola per andare dal suo amico. Non ebbi il coraggio di voltarmi, ma udii l’uomo più anziano scoppiare in lacrime, il suono subito smorzato. Il giovane chitarrista lo aveva abbracciato, facendogli posare la testa sulla sua spalla.
Continuammo tutti a piangere per diversi minuti finché Fausto non si riscosse.
«Dobbiamo seppellirlo, per evitare che gli animali…» non riuscì a finire la frase, ma non ce ne fu alcun bisogno per capire ciò che intendeva.
Luca scosse la testa. «Non abbiamo l’attrezzatura per farlo. Non possiamo scavare a mano.»
«E allora, cosa suggerisci di fare?»
«Potremmo fare un tumulo di pietre e sassi» suggerii, la voce ancora frammista alle lacrime.
Fausto mi si avvicinò, ruggendo. «Non ho chiesto il tuo parere! Sei stata tu a condannarlo a morte!»
Luca lo trattenne per le spalle, cercando di calmarlo. L’uomo si dimenò per alcuni istanti, poi mi puntò l’indice contro. «Faremo come hai suggerito tu, ma solo perché non ci sono altre alternative. Ma non osare avvicinarti a lui!» sibilò, puntando l’indice contro la sagoma immobile di Andrea, ancora steso ai piedi dell’albero.
Annuii. Non avevo nessuna intenzione di guardare il suo corpo straziato, vittima delle mie decisioni sbagliate. Mi allontanai un poco, quindi, in cerca di pietre che, fortunatamente, in quella zona abbondavano.
Dopo che ne avemmo raccolte un buon numero, Luca e Fausto di misero ad erigere il tumulo. Mi sedetti su un tronco caduto voltando le spalle ai due, dedicandomi ad un’operazione altrettanto delicata. Durante la ricerca mi ero procurata una grossa pietra piatta, sulla quale mi misi ad incidere il nome del batterista utilizzando un piccolo sasso dall’aspetto granitico. Tobia, accucciato vicino a me, lanciava ogni tanto degli uggiolii disperati, come una sorta di lamento funebre.
Una volta terminata la costruzione del tumulo incastrai la pietra sulla cima di esso, il mio misero contributo alla degna sepoltura di Andrea.
Dopo aver suddiviso il contenuto dello zaino del batterista, lasciando ciò che giudicammo superfluo, ci apprestammo a rimetterci in cammino. Stavo già lasciando la piccola radura asciugandomi il naso con la manica quando Luca mi raggiunse in tutta fretta.
«Evelyn, stavi dimenticando questa!»
Mi voltai ed inorridii quando vidi la semiautomatica tra le sue dita lunghe ed affusolate. «Non la voglio più neanche vedere!» esclamai, scuotendo la testa.
«Non possiamo permetterci di rinunciarci, Evelyn. Ci serve per difenderci!»
«Fino ad ora non è servita ad altro che a portare morte…»
«Mors tua, vita mea» declamò il chitarrista, in tono cupo. «Lo so che è brutto da dire, specialmente ora… ma è la cruda realtà.»
«Tienila tu, allora.»
«Io non la so usare.»
Strinsi i denti ma ripresi la pistola, facendola scivolare nella tasca destra del giaccone.


Per quanto fosse duro da ammettere, il nostro viaggio cominciò a procedere molto più speditamente. Avrei dato qualunque cosa perché non fosse stato così, per avere Andrea ancora tra noi, con il suo sorriso contagioso e la sua pungente ironia; ma dovevo anche riconoscere, nel profondo di me stessa, che ardevo dalla voglia di raggiungere il Bunker e riabbracciare mio figlio.
Quando ci fermammo al calar del buio avevamo percorso una bella distanza. Presto avremmo trovato la strada carrozzabile che ci avrebbe condotto agilmente in pianura, circa all’altezza di Cuneo. Ripiegai la cartina stropicciata e già mezzo strappata per poi dedicarmi alla raccolta della legna per il fuoco, che Fausto accese con abilità. L’uomo non mi aveva più rivolto la parola e continuò imperterrito ad evitare persino il mio sguardo. Non lo biasimavo: in fondo aveva tutte le ragioni per essermi ostile.
Da qualche parte, non lontano dal nostro accampamento, sentivamo gorgogliare un ruscelletto. Luca si annusò il giaccone per l’ennesima volta, poi si alzò in piedi. «Ho un disperato bisogno di farmi un bagno e di togliermi questi abiti puzzolenti.»
L’orina che Tobia gli aveva spruzzato addosso durante l’assalto del branco si era oramai asciugata, lasciandogli addosso un fetore quasi insopportabile, ma non mi pareva assolutamente una buona idea quella di denudarsi e farsi un bagno nell’acqua gelida, con una temperatura dell’aria altrettanto rigida.
«Non puoi aspettare fino a domani? Una volta sulla strada troveremo di sicuro qualche casa dove poter fare un bagno. Sempre meglio che non farlo qui fuori all’addiaccio, non ti pare? Con la prospettiva di passare una notte al gelo, oltretutto.»
«Non lo capisci, Evelyn? Non posso più sopportare questo odore! Mi ricorda…»
Non fu necessario che concludesse la frase. Alzai un braccio per interromperlo, continuando a perorare la mia causa. «Corri il rischio di prenderti un malanno, Luca!»
Scrollò le spalle, come a voler scacciare quell’eventualità. Senza parlare, Fausto frugò nel suo zaino, traendone fuori vestiti ed un giubbotto di ricambio. Feci per dire qualcosa ma l’occhiata che mi lanciò, sfidandomi a protestare, fu sufficiente a zittirmi. Mi abbracciai le ginocchia e rimasi ad aspettare il suo ritorno accanto al fuoco, con Tobia accucciato vicino ai miei piedi.
Luca tornò dopo parecchi minuti, indossando gli abiti puliti e con i lunghi capelli dorati ancora grondanti acqua. Voltò le spalle al fuoco per farli asciugare, sfregandosi energicamente braccia e gambe con le mani per infondersi un po’ di calore nelle membra intorpidite.
«Sono quasi congelato» mormorò, battendo i denti. Gli lanciai un’occhiata torva che diceva: “Te l’avevo detto”, ma non pronunciai parola. Mi limitai a porgergli una delle tute da sci, che portavo ancora nello zaino, per farlo stare al caldo, pregandolo con gli occhi di indossarla.
Cenammo in silenzio e ci preparammo per la notte, coprendoci con i tappeti di pelliccia di capra. Benché avessimo decimato il branco di cani selvaggi era più che probabile che i superstiti fossero ancora sulle nostre tracce, quindi Fausto fece il primo turno di guardia. Mi accoccolai al fianco di Luca perché lo sentivo tremare, nonostante la tuta da sci e benché sotto alle pelli si stesse relativamente bene. Parve rilassarsi alle mie tenere carezze: dopo pochi minuti lo sentii russare lievemente e quel rumore mi accompagnò dolcemente fino all’oblio del sonno.
Quando Fausto mi svegliò, due ore dopo, il riposo del giovane chitarrista si fece di nuovo agitato. Prese a rotolarsi nel sonno e nemmeno il contatto con il corpo del cantante parve acquietarlo. Disturbato da tutti i suoi movimenti, l’uomo più anziano si alzò e mi raggiunse accanto al fuoco, tenendo lo sguardo fisso sul suo amico.
«Avevo ragione a dire che non doveva farsi un bagno all’addiaccio. Secondo me gli sta salendo la febbre» mormorai, osservando i movimenti convulsi di Luca sotto alle pelli.
A quelle parole, Fausto si voltò di scatto verso di me e mi abbrancò per le spalle, scuotendomi come una bambola di pezza. Spaventato, Tobia andò a nascondersi nel giaciglio al fianco del giovane chitarrista.
«Ma non ti rendi conto che è tutta colpa tua?! Andrea è morto, Luca si sta ammalando, e la colpa è solo tua! Ti odio! Vorrei non averti mai incontrato!»
La sua voce alterata, piena di rabbia, rancore e frustrazione, mi colpì come uno schiaffo in pieno viso. Quell’uomo aveva ragione, pienamente ragione su tutto. Ero stata io la causa di tutto quello. Involontariamente, certo, ma comunque sempre colpevole.
«Forse sarebbe meglio… se me ne andassi» balbettai, mentre continuava a scuotermi.
All’improvviso mi lasciò andare, sibilando: «Finalmente una decisione su cui concordo pienamente!»
Luca, destato dal trambusto, si tirò faticosamente a sedere, gli occhi arrossati ed il respiro pesante ed affannoso. «No, Evelyn, non mi lasciare!» implorò.
«Andiamo, Luca, lasciala perdere!» esclamò nuovamente l’uomo più anziano. «Non capisci che è stata lei la causa di tutto? Ci sta portando solo sfiga! Sai quante ne troverai, di belle bamboline pronte a dartela, una volta nel Bunker?»
«Ma io non voglio una bella bambolina, Fausto! Io voglio lei!»
Barcollando, il giovane chitarrista si alzò in piedi e venne a cingermi le spalle in un abbraccio protettivo. Avrei tanto voluto abbandonarmi a quel tenero contatto, ma i sensi di colpa stimolati dalle parole del cantante mi impedivano di rilassarmi.
«Ci causerà soltanto altri guai!» riprese Fausto sputando nel fuoco, come a voler lanciare uno scongiuro.
«Se lei se ne va, me ne vado anch’io!» Luca sostenne lo sguardo del compagno, i verdi occhi febbricitanti che parevano risplendere alla luce delle fiamme. Dopo alcuni minuti di stasi, in cui avrei voluto essere ovunque tranne che seduta davanti a quel fuoco, Fausto chinò le spalle e si allontanò, sparendo nell’oscurità. Luca si rilassò, ma fu subito colpito dai brividi febbrili.
«Torna a dormire, Luca» mormorai, sospingendolo verso le pelli ammucchiate, «credo proprio che ti stia salendo la febbre.»
«Non preoccuparti, domani sarò fresco come una rosa. Vieni con me. Il mio giaciglio è così terribilmente vuoto, senza di te…»
Non potei trattenere un sorriso mentre mi accoccolavo di nuovo al suo fianco.


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