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lavoro pubblicato sabato 1 aprile 2017
ultima lettura venerdì 28 aprile 2017

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Immigrati

di Samuele. Letto 274 volte. Dallo scaffale Pensieri

Spesso mi trovo a passare per Via Mattei, com'è mia abitudine. Quella strada, rispetto alle altre di Bologna, ha qualcosa veramente di speciale: ogni volta che mi cade l'occhio sul marciapiede dall'altra sponda della carreggiata, noto la stessa,.........

Spesso mi trovo a passare per Via Mattei, com'è mia abitudine. Quella strada, rispetto alle altre di Bologna, ha qualcosa veramente di speciale: ogni volta che mi cade l'occhio sul marciapiede dall'altra sponda della carreggiata, noto la stessa, monotona, lunga, lenta processione di immigrati, che, come colonne di formiche, camminano lungo la medesima striscia di asfalto, in due file, a direzioni opposte, scambiandosi cenni di saluto con il capo e qualche parola in chissà quale lingua. Poco lontano, in un campo da calcio, gli stessi giocano a pallone, corrono, urlano, ridono, e semmai venisse a piovere, o se ci fossero quaranta gradi, non si muoverebbero da lì, perchè probabilmente quello è l'unico divertimento che si possono permettere. Poi, più in là, una cabina telefonica è da loro periodicamente invasa: non hanno nulla se non qualche spicciolo per chiamare parenti, amici e conoscenti abbandonati nei loro paesi d'origine, lontano, oltre il mare.. ma come mai sono così tanti? Da dove arrivano? Vicino all'incrocio con Via Martelli, che porta a casa mia, si trova l'ex CIE, che, da quando è stato trasformato nel CARA (ovvero "Centro di accoglienza per richiedenti asilo"), è perennemente pieno, così tanto che sui trecentottanta posti di capienza standard ne sono occupati seicento, quasi il doppio.
In questa enorme monotonia di sfollati i volti sono sempre nuovi: il tempo di permanenza non supera i quindici giorni, perciò si genera un flusso uomini, donne, bambini sempre diversi come persone, ma sempre uguali in atteggiamenti, abitudini e azioni, rendendo lo spettacolo di Via Mattei un perpetuo deja vu.
Ormai sono passati tre anni dall'apertura del centro, e se da un lato mi sono abituato a questa nuova realtà, dall'altro, però, sono stato spinto a riflettere su un particolare argomento: chi sa cos'è un immigrato? Ho notato come tantissime persone tendono a giudicare senza la benchè minima informazione situazioni di cui conoscono a stento il problema, finendo sempre per ripetere le stesse frasi già fatte e muovendo sempre le stesse povere critiche, spesso infondate, tipiche di chi non è in grado di concepire situazioni come questa: un immigrato non è altro che un essere umano, e con se porta tutte le virtù e i vizi tipici della nostra specie. So bene che queste persone non possono stare in Italia, che questa situazione andrà sempre peggiorando, che, se continueremo così, finiremo per non riuscire più a controllare tutto quell'ammontare di immigrati che si sta accumulando nel nostro paese, ma allora? Attraversano foreste, montagne, deserti e mari solo per essere felici, cercando di rendere migliore la stessa vita che mettono a repentaglio per raggiungere questi luoghi, la stessa vita che, se non partissero dalle loro case, sarebbe rovinata dalla guerra, dalla violenza, dalla povertà e dalla fame. Perció dovrebbero essere lasciati affogare in quel cimitero che è diventato il Mediterraneo? Bisognerebbe farli ritornare tra le granate, le percosse e la miseria di quei posti che vengono rinnegati dai loro stessi abitanti? No. Ma se delinquono, se loro stessi sono violenti con gli altri? Che vengano puniti, anche espulsi se è necessario: il crimine non è giustificabile, e la legge non deve guardare in faccia a nessuno: come ho detto prima, siamo tutti esseri umani, e come facciamo il bene facciamo pure il male, a prescindere dalla provenienza o dal colore della pelle.
Le persone che non hanno mai avuto contatti diretti con questi individui si sono sempre rivelate le più schive e chiuse nei loro confronti, in quanto il diverso, per nostra natura, spaventa molto. Da qui si ricava il vero problema, l'integrazione: se gli immigrati che si fermano nelle nostre città sono relegati nelle periferie, vengono a contatto con una realtà estranea alle regole e alla morale: nei quartieri di bordo e nelle zone malfamate si genera odio verso la chiusura e i pregiudizi degli stessi cittadini, e l'odio, come molti sanno, è il seme del crimine. Per questo i primi responsabili della nostra sicurezza siamo noi, e, di conseguenza, è nostro il dovere sia di preservare, che di insegnare il bene, una virtù che sta lentamente scomparendo nell'ombra dell'egoismo e dell'ignoranza. Ma chi è responsabile di questa situazione? Tentare di addossare la colpa allo Stato, ai politici e alle autorità è inutile ed è un segno di grande immaturità: gli unici colpevoli sono solo coloro capaci di giudicare superficialmente situazioni così fragili, allontanandosi sempre più da una possibile risoluzione del problema e avvicinando una fetta sempre più grande della popolazione a quel ramo ultraconservatore che mai ha portato tanto bene alla nostra Italia. Come ci ha insegnato la storia, se continueremo ad avere paura, chiuderci e rifiutare la realtà in cui noi stessi viviamo, cadremo in situazioni ben più gravi e pericolose da cui potrebbe essere estremamente difficile uscirne.


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