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lavoro pubblicato sabato 1 aprile 2017
ultima lettura lunedì 24 febbraio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il Sorriso di Giovanna

di Giorgio. Letto 812 volte. Dallo scaffale Amore

                   Il s o r r i s o di Giovanna « Giorgio: perché tutti quelli che incontriamo mi sorridono?Forse perché hanno compassione nel vedere una sullacarrozzina?&r.....


Il s o r r i s o di Giovanna
Ultimi giorni in 48 anni di
vita vissuti insieme con
amorevolezza
Giovanna e Giorgio
« Giorgio: perché tutti quelli che incontriamo mi sorridono?
Forse perché hanno compassione nel vedere una sulla
carrozzina?».
« No Giovanna. Ti sorridono perché tu stai sorridendo».
Rispondono col sorriso nel vedere la gioia che hai sul volto.
« Ma che gioia e gioia, con tutti i sobbalzi che mi fai fare
arriverò a casa con la schiena rotta. Perché non stai attento a
dove passi con le ruote. Non vedi le cunette».
E intanto sorrideva.
Era finita in carrozzina a causa di una caduta con la rottura
del femore alla gamba sinistra che glielo avevano rimesso a
posto con l’innesto di tre chiodi chirurgici.
Diabetica da più di vent’anni, osteoporotica, periartritica con
dolori forti, ipotiroidea ed epatite C (però latente) e con tutte
quelle magagne, lei continuava a sorridere. E io non capivo il
perché. Anche quando la fotografavo di nascosto lei sorrideva.
Poi quando incontrava le sue nipoti (diceva mie non nostre)
Martina e Alessia, il suo sorriso era solo di felicità.

Leggeva Harmony, in continuazione. Ne avrà letti più di
trecento e anche durante la lettura sorrideva. Io ho provato a
leggerne uno ma dopo poche pagine volevo strapparlo e buttarlo
via.
« Giovanna ma che roba è quella che leggi. Per me sono
orrendi».
« Non capisci niente, mi rispose, continua a leggere i tuoi libri
dove c’è solo orrore e sangue. Quelli sì che mi fanno schifo, i
miei sono sentimentali. Lasciameli stare altrimenti li sciupi».
E nel dirlo sorrideva.
- - -
« Accendi la tele che voglio vedere uomini e donne e speriamo
che la Tina non si accanisca contro la bella del Giorgio.
Ma guardala, ha sempre da dire su tutto. Esiste solo lei».
« Spegni altrimenti rompo la tele. Che stupida la Tina».
Così riprende a leggere il suo libriccino sorridendo.
E io continuo a non capire perché sorride. La mia capacità di
comprensione, se mai ne ho avuta una, sarà forse venuta meno?
Perché continua a sorridere?
« Giovanna, ti sei forse raccontata una barzelletta che
continui a sorridere?».
« Io sorrido perché mi va di farlo, sei tu che non capisci,
bamba».
- - -
« Giovanna, domani siamo al Bassini per la terapia del dolore
e dobbiamo alzarci alle sette. È meglio che andiamo a letto
presto».
« Non preoccuparti che io mi sveglio in tempo, cosa credi che
non sappia cosa devo fare? Non sono mica vecchia come te che
non ti ricordi più di niente. Hai perso la memoria. Perché non
vai a farti vedere dal medico che ti darà qualcosa per fartela
tornare».
E sorrideva.
« Ma se io dovessi perdere la memoria, ci sei comunque tu che
ricordi tutto, anche per me».
« L’hai capito finalmente che la mia memoria è più forte della
tua».
« E si, cosa vuoi farci, io comincio a diventare anziano. Però
alzati dalla poltrona che andiamo a fare il bagno».
« Uffa lo sai che faccio fatica ad entrare nella vasca. Però mi
raccomando: l’acqua non deve essere troppo calda».
« Va bene, ti laverò con l’acqua fredda visto che il freddo
conserva».
« Smettila di fare lo scemo, deve essere tiepida».
« Andiamo dai, altrimenti si fa tardi».
« Non bagnarmi i capelli».
« Lo so, altrimenti dice che anneghi».
« Attento che scivolo».
« Ti tengo ecco, prima la gamba destra. Bene e adesso quella
sinistra. Ecco fatto, sei fuori. Infila l’accappatoio se no prendi
freddo e ci mancherebbe che ti venisse anche il raffreddore.
« Perché, anche se lo prendo, poi tu mi curi e mi fai guarire».
E sorrideva beata.
« Hai preso il pannolone che mi sono asciugata bene?».
« Prendi anche la maglietta e la camicia da notte quella
azzurra senza colletto e le mezze maniche».
« Non Quella rosa che mi tira un po' sotto le ascelle».
« Ho preso tutto, ti porto in camera così ti metto un po' di
crema per i dolori».
« Bravo, ti sei ricordato che cosa manca ancora?».
E sorrideva.
« A si l’acqua. Adesso te la porto subito e anche le pastiglie
quella del cuore e quella per dormire. Ti metto a posto il cuscino
così sei un po' più alta con la testa».
« Giorgio, mi fai qualcosa di caldo?».
« Certo, the o tisana?».
« Tisana digestiva e guarda che ti sei dimenticato la bustina
per lo stomaco, senza memoria. Mettimi un po' di crema anche
sulle spalle e dietro al collo che mi fanno male».
Gli faranno anche male ma continua a sorridere.
Sarà mica demenza senile? Non può essere, legge ragiona,
comanda a bacchetta e si ricorda quello che io mi dimentico.
Non riesco proprio a capire il perché del suo sorriso.
Dunque: acqua, Pastiglie, crema, tisana, occhiali, libriccino.
« Ti ho dato tutto?».
« Si quando vieni a letto?».
« Vedo il telegiornale poi arrivo».
« Ok io intanto leggo un po'. Ciao».
E sorride.
Finito il telegiornale, metto il pigiama e vado a letto.
« Oh sei arrivato finalmente. Ci sono novità?».
« No, non è successo niente di nuovo».
« Lo sapevo, smettila di guardare il telegiornale che tanto più
che disgrazie non fanno vedere e fanno sentire le boiate che
dicono i politici. Mai che facciano o dicano cose positive e belle.
Eppure di persone buone e gentili che aiutano gli altri, ce ne
sono. Però non ne parlano mai. Cosa leggi stasera?».
« Un libro del terrore».
« Così stanotte avrai gli incubi».
« Ma va, che dormo lo stesso. Ti sono passati i dolori?».
« Si per adesso».
E sorride. La guardo di soppiatto e continua a sorridere.
Boh, non capisco proprio.
« Giovanna, mi si chiudono gli occhi, io dormo. Tu continua
pure a leggere che la luce non mi dà fastidio».
« Va bene, mi manca poco poi spengo. Buonanotte».
« Ciao ci vediamo domani».
Io la vedo che sorride.
« Giovanna, stai dicendo le preghiere?».
« Certo, non sono un diavolo come te».
« Ma io ci sono?».
« Certo, te, Martina, Alessia, Marco, Anna, le mie sorelle,
Luigino e tutti quelli che mi conoscono. Prego anche per Papa
Francesco affinché nessuno gli faccia del male. Ora spengo e
dormo. Ciao, ciao».
- - -
« Giovanna sveglia, sono le sette. Siamo quasi in ritardo.
« Vai, preparami la colazione e le pastiglie che arrivo subito».
« Bene, ora siamo pronti. Se ci sbrighiamo facciamo a tempo a
bere anche un caffè al bar del Bassini».
« Ma guarda non c’è nemmeno un posto per gli andicappati.
Allora parcheggio a pagamento».
In carrozzina dal parcheggio all’ospedale Giovanna mi dice:
« Giorgio, ho forse la faccia sporca che tutti quelli che mi
incontriamo mi sorridono?».
« No». Faccio io dopo averla guardata.
E lei mi guarda e sorride.
« Andiamo, spingi che è tardi. Vorrà dire che il caffè me lo
porterai dopo».
« Va bene. Padron comanda che caval trotta rispondo».
E lei sorride.
Distesa sul letto con la flebo attaccata per due ore, inizia a
chiacchierare con la vicina di letto, sorridendo.
Dopo averle portato il caffè emesso sul comodino occhiali,
libretto, acqua e fazzoletti gli dico: « Adesso vado a fare un
giro, ci vediamo dopo, ciao».
« Guarda se in edicola ci sono i nuovi Harmony, non andare
troppo lontano e fuma poco».
E sorride.
Terminata la flebo e ringraziandomi per i nuovi libriccini, mi
chiede: « Passa dal solito prestinaio che ho voglia di mangiare
la pizza perché li la fanno alta e morbida, e naturalmente a me
il centro soffice e a te la crosta intorno».
Lo dice guardandomi sorridendo, forse pregustando tutti i
sapori concentrati nel mezzo della pizza.
Ho capito che, come sempre, la crosta attorno alla pizza è solo
mia.
- - -
Ma perché continua a sorridere.
È forse una leggera ironia?.
Non riesco proprio a capire. Una volta gliel’ho chiesto.
La risposta è stata: «Perché mi va».
- - -
Dopo aver pranzato, mi dice: « Mi metto in poltrona. Tu vai dove
vuoi a fare quello che vuoi. Sei sempre in casa ma vai a fare un
giro».
E sorride.
Scendo nel giardino condominiale, strappo l’erbaccia e poto la
siepe.
Ci saranno volute un paio di ore e Giovanna era sul balcone e
vedere dove ero e cosa facevo.
Nel vedermi, sorrise e disse: «Non ti ho visto, anche dall’altro
balcone non ti vedevo, dov’eri?».
« Dietro a strappare l’erba, non potevi vedermi».
« Contamela giusta, non prendermi per i fondelli. La prossima
volta scendo e ti curo».
E così fece. La volta successiva me la trovai alle spalle mentre
raccoglievo le foglie.
« Ma sei matta, le dissi, sei scesa senza deambulatore, senza
bastone e se cadevi?».
« Mi sarei rotta anche l’altra gamba, così saresti stato sempre
in casa».
Ma lo disse sempre sorridendo, orgogliosa di avermi fatto vedere
che era riuscita a scendere senza l’aiuto di nessuno.
- - -
« Stasera pasta in bianco, formaggio e mela grattugiata».
« Va bene, perché sai che come gratto io la mela non la gratta
nessuno».
« Ma va là, grattati i pidocchi». Mi rispose sorridendo.
Dopo cena si mise in poltrona a leggere fino alle nove, e non
voleva coricarsi per la notte.
« Giovanna è tardi, devo darti le medicine, spalmarti la
pomata, farti l’insulina e tu sei ancora qua».
« Ue non sei mica il mio padrone e se sei stufo di questa vita
prendi una badante, vabbè, andiamo a letto così continuo a
leggere, tanto in tv non c’è niente di bello. Tu guarda quello che
vuoi».
E me lo concesse sorridendo.
- - -
Tutti i giorni il solito tram-tram, che io facevo con piacere,
perché chi lo riceveva era Giovanna che sorrideva.
- - -
« Perché piangi Giovanna? Hai troppi dolori?».
« No piango per le mie sorelle che sono alla Pelucca. Piango per
Luigi che è conciato».
« Giovanna, le tue sorelle sono curate, ci sono medici e
infermieri e il Luigino va ancora a ballare. Sopporta bene la
sua situazione. Cosa vuoi farci siamo vecchi e pieni di problemi.
Dai Giovanna non piangere più, se no piango anch’io e poi chi
ci consola che siamo sempre qua da soli».
« Hai ragione, adesso telefono alle bimbe per sapere come
stanno».
« Ma se hai telefonato un’ora fa».
« Ue, io ho la mia pensione, il telefono se vuoi lo pago io perciò
smettila perché le voglio sentire».
« Va bene chiamale. Ti porto il telefono e se non riesci a fare il
numero te lo faccio io».
« Per chi mi hai preso, per una rimbambita?».
« No volevo solo aiutarti».
« Sono buona anch’io. Ho sbagliato, chi è questo che mi ha
risposto? Rifammi il numero».
« Ecco fatto, aspetta che rispondano».
E mentre parlava con le nipoti, quasi ripetendo le stesse cose
dette un’ora prima, era tutto un sorriso.
- - -
« Cosa mangiamo stasera?». Chiedo.
« Minestrina, formaggio e mela grattata. Ma che sia dolce».
« Come faccio a sapere se è dolce, la devo forse assaggiare e se
per caso è un po' brusca la butto via?».
« No, ci mettiamo un po' di zucchero e mi fai un po' più di
insulina».
« Va bene, dico io, e mentre tu leggi ti preparo tutto e quando è
pronto ti chiamo».
Di nascosto la guardo e la vedo sorridere.
Mi sta forse prendendo per i fondelli?.
Non l’ho ancora capita.
« Giovanna, ti ho preparato tutto sul comodino pastiglie e
acqua. Adesso ti metto il pannolone e poi a nanna».
« Va bene, però guarda che su la5, c’è uomini e donne che oggi
non l’ho visto perché dormivo, perciò guardo quello».
« Va bene, però volume basso».
« E no, io voglio sentire bene e se ti dà fastidio mettiti i tappi
nelle orecchie o dormi in cameretta».
E tutto ciò non lo diceva da arrabbiata ma con il solito sorriso.
E io che sono il capofamiglia, ho imposto la mia volontà e… mi
sono messo i tappi nelle orecchie.
Il suo sorriso è diventato luminoso.
Ma poco dopo decise di spegnere la tv perché era una boiata. E
dopo le solite preghiere e il reciproco ciao ciao, spense la luce e
dormimmo.
- - -
« Giovanna, dobbiamo andare al “piede diabetico”, vieni che ti
lavo i piedi».
« Perché, credi che io non ce la faccia da sola?».
« Certo che ce la fai, ti starò solo a guardare e se hai bisogno, ti
aiuto».
« Va bene vado».
« Giorgio, non ci arrivo mi aiuti?».
« Arrivo, dammi prima il sinistro, fatto e adesso il destro. Ecco
fatto. Lavati, asciugati, profumati e baciati».
« Smettila di fare il molle, aiutami con i vestiti che sono un
po' anchilosata».
Pronti in carrozzina e andiamo alla Multimedica. Certo che
questa porta girevole è una bella rottura, si ferma sempre sul
più bello. Passati.
Ora chiamano: «Belotti Giovanna».
« Buongiorno come va?».
« Bene dottore».
« Vediamo, i piedi sono a posto nessuna piaga solo un po' di
funghi sotto le unghie degli alluci, ma bastano poche
pennellate di questo prodotto, che spariranno».
« Giorgio, ma se i miei piedi non hanno niente, perché
continuiamo a venire qua?».
« Perché hai il diabete ballerino e se per caso iniziano le piaghe,
sono dolori. È meglio farsi visitare ogni quattro mesi».
« È già, non voglio finire come il mio papà senza le gambe,
sarebbe meglio morire prima. Beviamoci un caffè macchiato -
mi chiese sorridendo - che poi ci fermiamo a prendere le ciabatte
ortopediche».
« Va bene gioia mia, speriamo di trovarle che ti piacciano».
« Fatto. Queste vanno bene, sono comode e mi piacciono. Ora
andiamo che sono un po' stanca».
« Ci fermiamo a prendere la pizza dal solito panettiere?».
« No, non ho voglia di pizza. Solo un po' di pasta in bianco.
Una fettina di arrosto e poi mi gratti una mela».
E il sorriso gli aleggiava sul viso e si spandeva tutt’attorno a
lei.
Se le mele grattate, pensavo io, la rendono così felice, allora
gliene gratto cinque o sei al giorno pur di vederla contenta. Era
un pensiero da marito-badante che non aveva ancora capito
nulla.
- - -
« Giorgio, ma se mi tolgono l’accompagnamento in questa
visita di controllo, ce la facciamo a pagare il mio funerale?».
« Non pensare al funerale e comunque i soldi che abbiamo
sono abbastanza, se mancassero mi metto ai semafori a
chiedere la carità. Qualcosa riesco a tirar su».
« Smettila, hai sempre voglie di dire bambanate, spingi la
mia auto che tocca a noi».
Sorrideva, forse perché mi aveva dato del bamba? Se fosse così,
di bambanate ne posso sfornare a tonnellate, oppure è un altro
motivo il suo sorriso?
- - -
« Giovanna, l’INPS ti ha confermato definitivamente
l’accompagnamento».
« Lascia stare quello, vado a letto che son piena di dolori».
« Andiamo, ti porto le pastiglie, ti provo la pressione e ti metto
la crema».
« Bravo, non dimenticarti l’acqua che ho sempre la gola
secca».
« Per forza, a letto respiri sempre con la bocca aperta, per quello
che è sempre secca».
« Stupid, perché non ti ricordi mai che sono stata operata al
naso e una “nasella” non funziona più».
« Scusa, mi era andato fuori di mente».
« Curati, vai dal dottore e fatti dare qualcosa per la memoria
prima di rimbambire del tutto. Visto, hai dimenticato di
portarmi l’acqua smemorato».
Ma lo disse con il sorriso.
Tornato con l’acqua, Giovanna piangeva.
« Perché piangi Giovanna?».
« Non ce la faccio più, voglio morire, Signore ti prego tirami
su, voglio morire, Giorgio fammi morire».
« Giovanna, non posso farlo. Posso solo darti le medicine. Vuoi
che chiamo il 118?».
« No lascia stare. Portami la Tachipirina mille e poi mettimi
ancora un po' di pomata».
« Corro a prendere la Tachipirina».
«Non correre che se cadi e ti fai male chi è che mi cura?».
« Ci penserà Marco».
«Cosa vuoi che faccia Marco che sviene tutte le volte che gli
prelevano il sangue e che è contrario alle medicine. Per lui solo
erboristeria. Cosa credi che è capace di mettermi la supposta e il
pannolone? Lascia stare è mio figlio e gli voglio un bene
dell’anima ma, per certe cose non ha imparato ancora nulla».
« Bene, sta passando. Ora leggo un po' e forse poi dormo. Puoi
andare dove vuoi». E sorride.
« Va bene, io sono di là, se hai bisogno chiama. Ciao».
Com’è prima piangeva e voleva morire e ora sorride. Sarà mica
la demenza senile che galoppa?.
Dopo un po' mi chiama.
« Giorgio, ho un peso sullo stomaco, fammi una tisana
digestiva».
« Subito. Ecco pronta sta attenta che è bollente».
Mentre la poso sul comodino, guardo allibito il suo viso. Era
radioso. Un’aura di così grande felicità non gliela avevo mai
vista. Era già capitato di vederla più contenta del solito ma una
luminosità così intensa non gli era mai comparsa sul viso.
Mi dice: « Grazie amore». E sorride.
Non sono riuscito a scuotermi immediatamente e solo dopo
qualche minuto sono riuscito a sbiascicare poche lettere
gutturali.
E Giovanna sempre sorridendo: « Cosa dici, sembri un turco.
Non ho capito nulla. Va, va di là, che devo continuare a leggere
intanto che la tisana finisce di scottare. Va di là turco».
E sorride
Giovanna, Giorgio
e altri della mutua

Quattro giorni dopo, (4 dicembre 2016), siamo seduti in sala,
io sul divano e lei sulla poltrona.
« Giorgio, mi sento svenire, aiuto svengo».
Mi alzo di colpo e la vedo priva di sensi è piegata sul lato
sinistro. La tocco e la chiamo.
« Giovanna, Giovanna, dimmi come ti senti».
Sarà stata svenuta non più di quindici secondi, poi socchiude
l’occhio destro e mi chiede flebilmente:
« Giorgio, portami a letto».

« Giovanna come faccio a portarti a letto. Io chiamo il 118».
« No lascia stare, portami a letto».
« Stai ferma».
Compongo il 118 al telefono.
« Qui 118 pronto intervento, un operatore si metterà in
contatto con voi».
« Aiuto, aiuto». Grido nella cornetta.
Mi ripetono la frase in inglese e a metà frase di un’altra lingua
urlo: «Sono italiano, mia moglie è svenuta e tutta storta a
sinistra».
« Lei è il signor Bolognese Giorgio e abita in via Pisa 84 a
Sesto San Giovanni?».
« Si sono io, presto è svenuta e piegata sulla sinistra».
« Le passo il medico dell’ambulanza».
« Pronto, l’ambulanza arriva subito. Cosa è successo?».
«Mia moglie è svenuta e la parte sinistra del corpo è come
morta».
« Prepari la documentazione medica precedente che
l’ambulanza è partita».
« Giovanna, resisti, stanno arrivando».
« Bruu, gruu».
Sono i soli suoni inarticolati che gli escono dalla bocca.
Dopo quindici minuti suonano al citofono.
« Chi è?».
« Ambulanza, che piano?».
« Primo».
« Che scala?».

« Ce né una sola».
Entrano.
« Cos’è successo?».
« È svenuta e sembra morta sulla parte sinistra del corpo.
Mentre due addetti attaccano il monitor per l’E.C.G. e il
rilevatore dell’ossigeno su di un dito della mano destra, il
capopattuglia medica chiede: «Patologie, libretto sanitario,
terapia, ultimi ricoveri e quant’altro utile a fare una prima
stima diagnostica. Sua moglie è diabetica, non me lo aveva
detto».
« Diabetica, insulina dipendente quattro volte al giorno,
epatite C latente, ipotiroidea, periartritica alle due braccia e
osteoporotica all’ultimo livello. Glielo dico adesso perché non me
lo aveva chiesto prima. Mi aveva chiesto solo gli incartamenti.
« Provategli la glicemia».
« E.C.G. a posto e nella norma, ossigenazione a 97, glicemia
126».
Provano a chiamarla.
«Giovanna, Giovanna, signora Giovanna».
Niente non risponde. Provano a scuoterla lievemente. Nulla».
« Caricate e andiamo.
Usciamo dallo stabile e il capopattuglia si mette in contato con
la centrale operativa. Descrive la situazione e via per la
destinazione. Partenza per il pronto soccorso dell’ospedale
stabilito.
Dalla mia chiamata all’arrivo in P.S., quasi un’ora di tempo.
Per fare circa 5 km con la sirena.

Il ricevitore al P.S. mi chiese perché l’anno portata li. Rispondo
che in quel posto l’hanno operata al femore e al cuore. La
domanda fattami mi lascia un po' perplesso. Ma ci penso poco.
Avevo altri problemi. Pensavo a Giovanna.
La portano a fare la T.A.C. e scoprono una emorragia cerebrale
profonda che giudicano inoperabile.
Subito dopo la riportano in sala medicazione del P.S. per i
preparativi al ricovero.
Mentre parlo con la dottoressa sui dati utili a Giovanna, sento:
« Giorgio, Giorgio devo fare la pipì».
« Giovanna, falla ti hanno messo la cannuccia, puoi farla
tranquillamente».
Sono state le ultime sue parole che ho sentito, poi si è
addormentata.
Terminate le operazioni per il ricovero nel reparto, usciamo dalla
sala medicazioni per recarci al reparto degenza.
Il barelliere che spinge la lettiga con Giovanna, in corridoio
incontra un suo collega, si ferma e si mette a parlare di cavoli
suoi e di calcio.
Volevo ucciderlo, volevo fare cessare l’evidente menefreghismo
dell’assistenza mutuata, cioè quella non a pagamento.
Come arriviamo in reparto, dopo aver percorso un corridoio
sotterraneo lungo circa trecento metri, Giovanna viene messa a
letto senza la presenza di materasso antidecubito, assumendo
l’inumano titolo di n° 34.

Il fastidio della sua presenza è apparso subito evidente
attraverso modi scostanti e boriosi di chi, col camice bianco, ci
interpellava.
La giravano 5 o 6 volte durante il giorno e penso anche la notte
per evitare il formarsi di piaghe da decubito togliendole, nel
farlo, l’ossigenazione attraverso il naso, staccando la
rilevazione dell’ossigeno nel sangue dal dito e spegnendo il
monitor per l’E.C.G.
Dovevano farlo per operare in modo corretto e giusto ma poi
ripristinateli. No!!
Trovavo le apparecchiature staccate e disinserite e
l’ossigenazione attraverso il naso, addirittura buttata per terra.
La alimentavano col sondino nasale con un prodotto che
conteneva, tra l’altro, il 13% di glucosio portando la glicemia a
valori che sfioravano i 500 (valore normale 80/120). Io quando
la curavo e la nutrivo aveva valori sempre al di sotto dei 200.
Chiedendo spiegazioni agli addetti la risposta era che poi
avrebbero aumentato le unità di insulina.
Parlando con l’assistente sociale del posto sul nominativo da
dare per l’amministratore di sostegno, la informai che
Giovanna non riposava su un materasso antidecubito. Il giorno
dopo (10 giorni dal ricovero) notai che glielo avevano
posizionato.
Ma siccome la sua presenza è stata giudicata ingombrante e
onerosa (così ho pensato) il giorno 22 dicembre l’hanno
trasferita a Rivolta D’Adda per il successivo ricovero fino a sei
mesi per poi, se fosse vissuta, trasferirla in altro luogo a lunga

degenza. Lo stesso giorno del trasferimento, nel cortile del
primo ospedale, da un camion scaricavano numerosi letti
elettrici per materassi antidecubito, con gli stessi. Che
coincidenza!! L’accoglienza e il decorso medico di Giovanna a
Rivolta D’Adda, fu come passare dal ferro ruggine all’oro, non
era più un numero ma una persona.
Giovanna non apriva più gli occhi, non parlava più e gli arti
erano come morti. Respirava, il sangue circolava e tossiva.
Solo la mano destra stringeva la mia quando ero da lei.
Andavo da lei tutti i giorni dalle 10 del mattino fino alle 13.30
/ 14 del pomeriggio, per colpa del traffico in tangenziale est che
solo in quelle ore, in andata e in ritorno, era un poco diradato.
Le raccontavo tutto quello che avveniva a casa. Che Alessia
andava bene a scuola e che Martina aveva trovato lavoro a
tempo indeterminato. Intanto le accarezzavo la fronte e le
stringevo la mano. E Giovanna rispondeva alla stretta con
colpetti di tutte le dita. I medici e la fisioterapista mi dissero che
la stretta di mano era solo un riflesso e non uno stimolo dettato
dal cervello. Poi ci fu un blocco totale ai reni. Le tolsero
l’alimentazione e l’idratazione perché ormai non poteva più
assorbirli e smaltirli.
Poi mi fecero parlare con una dottoressa delle cure palliative che
mi disse: «Ormai manca poco, è questione di ore, dobbiamo
immettere della morfina a lungo rilascio per fare in modo che si
spenga dolcemente senza dolore».
«Io nel piangere, le chiesi perché stringesse la mia mano
mentre le parlavo nell’orecchio. Non era diventata sorda?».

« No mi rispose, il senso dell’udito è l’ultimo a morire».
Tornai da Giovanna e le presi la mano ma ormai solo il pollice
mi dava dei piccoli colpetti.
Il respiro era ormai flebile e molto alternato da un alito all’altro.
« Giovanna, resisti dai che ce la fai». E lei con il pollice mi
dava dei piccoli tocchi.
Cercai di inumidirgli le labbra e di chiuderle la bocca, ma per
quanto mi sforzassi e spingessi, la sua bocca rimaneva
spalancata.
Iniziarono i miei singhiozzi e non volevo farglieli sentire così
mi avvicinai al suo orecchio e le dissi: «Giovanna scendo a
fumare una sigaretta aspettami che torno subito, non andare
via».
Quando tornai, la vidi con il viso girato verso la porta con tutti
e due gli occhi aperti che mi esprimevano: amore, tenerezza,
malinconia e gratitudine.
Mi ha aspettato. Le presi la mano e all’orecchio le dissi: «Amore
sono tornato, sono qui, mi hai aspettato. Hai gli occhi che
sorridono e mi dicono tutto».
« Grazie amore mio».
Piano, piano le palpebre si abbassarono mentre gli accarezzavo
la fronte, finché si chiusero sugli occhi.
Cercai nuovamente di chiuderle la bocca ma non ci riuscii.
Diventava sempre più bianca.
Allora capii.
All’orecchio le dissi: «Ciao amore, amore mio».

La sua bocca si chiuse e si riapri due volte e mi rispose: «Ciao
amore».
Poi si spense.
Allora capii, capii finalmente il perché del suo infinito sorriso.
Era amore e felicità verso di me, perché ero con lei.
- - -
Ora Giovanna dorme al camposanto di Sesto San Giovanni,
galleria A. sulla sinistra della cappella intitolata ai caduti per
la patria.
In una nuova casetta nella fila più in alto dove andrò anch’io
quando mi addormenterò.
C’è solo il posto per le mie ceneri perché così la burocrazia che
comanda ha voluto e imposto.
Ma questa volta che finalmente ho capito il perché del suo
meraviglioso sorriso, accetterò di starle accanto seppur in
polvere. Sono certo che Giovanna continuerà a sorridermi con il
suo amore.
Sulla lapide ho fatto scrivere quello che mi disse dopo averle
portato la tisana e che io avrei dovuto rispondergli se avessi
capito in tempo.
« Grazie amore» - «Grazie a te amore mio».
Tanto nessuno la leggerà, ma non importa.
È stato un nostro profondo e intimo sentimento.
Giovanna e io lo sentivano in noi.
Ciò è bastato a volare alto sopra le nostre piccolezze terrene.
« Ciao amore, mio amore».

« Giovanna, quando toccherà a me nessuno mi stringerà la
mano, non è importante, perché continuerò fino all’ultimo a
sentire la tua stretta e i tuoi piccoli tocchi».
« Grazie a te Amore Mio».




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