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lavoro pubblicato giovedì 23 marzo 2017
ultima lettura lunedì 18 marzo 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Cronache di un Non Morto - Capitolo 2: Camminando nel Buio

di ColdIsBetter. Letto 199 volte. Dallo scaffale Fantasia

Bea aprì lentamente le palpebre, mentre gli occhi si abituavano alla luce. Si guardò intorno: era in camera sua, stesa nel letto. Istintivamente si portò una mano al collo, ma non vi era nessuna traccia della ferita. Tirò un.....

Bea aprì lentamente le palpebre, mentre gli occhi si abituavano alla luce. Si guardò intorno: era in camera sua, stesa nel letto. Istintivamente si portò una mano al collo, ma non vi era nessuna traccia della ferita. Tirò un sospiro di sollievo.

Che sogno orribile.

Notò, guardando dalla finestra, che era buio. Presa dal panico, controllò la sveglia elettronica poggiata sul comodino: segnava la mezzanotte.

“Cazzo, ho saltato il turno! Devo chiamare subito.” la ragazza si affrettò a prendere il cellulare dalla tasca dei pantaloni, ma sul display lampeggiava la scritta “Assenza di segnale”.

“Ma dai… proprio adesso?” commentò, frustrata. Dopo qualche istante si ricordò che avevano un telefono fisso in salotto, quindi uscì dalla stanza da letto e scese di corsa le scale. Quando impugnò la cornetta, però, la linea risultava occupata.

A quel punto Bea si fermò un attimo a riflettere. C’era qualcosa di strano nell’aria, qualcosa era diverso. Poi capì che il motivo della sua inquietudine era il silenzio. Non uno scricchiolio, non una sirena in lontananza, non il rombo di un’auto. Un dubbio tremendo la assalì. Corse in camera della sorella e spalancò la porta: vuota. Quindi prese a controllare stanza per stanza tutta la casa, col cuore che le batteva all’impazzata. Vuota. Allora uscì in strada e si trovò in una notte molto più buia di come doveva essere. L’unica casa con le luci accese era la sua, mentre qualche lampione sparso qua e là era l’unica fonte d’illuminazione. Anche lì fuori regnava il silenzio.

Bea si mise in cammino lungo la strada principale, l’unica illuminata, col cuore in gola. Continuava a scrutarsi intorno, terrorizzata dal pensiero che qualcosa uscisse dalle tenebre. Intanto la sensazione dei denti che affondavano nella sua carne, facendola a brandelli, e del sangue caldo che sgorgava bagnandole la pelle le tornavano vivide alla mente. Non era stato un incubo, aveva davvero visto Stefan trasformarsi in una bestia terrificante davanti ai suoi occhi, uccidendola alla stessa maniera di come aveva fatto con molti altri prima di lei. Un brivido le corse lungo la schiena. Dopo quello che era successo non era più sicura di cosa potesse trovarsi nelle tenebre intorno a lei. E se qualcuno… o qualcosa la stava osservando, come avrebbe potuto saperlo?

Bea vagò a lungo per quelle strade deserte. Esattamente quanto non sapeva dirlo, ma le sue gambe cominciavano a cedere per la stanchezza. La paura acuiva i suoi sensi, ma logorava terribilmente i suoi nervi. Si chiedeva se, forse, quello non fosse l’aldilà. D’altronde la ferita era mortale con ogni probabilità, e il luogo in cui si trovava non era sicuramente la sua città, seppure ne avesse l’aspetto.

I suoi occhi si riempirono di lacrime.

“Non è giusto. Non ho avuto niente nella mia vita, niente. Ho sempre dovuto guadagnarmi tutto da sola. Volevo solo una vita normale… e invece sono finita qui, ammazzata da un mostro. Non è giusto!” gridò, talmente forte che le fece male la gola. Singhiozzava e piangeva, in ginocchio in mezzo alla strada. La paura era stata sostituita dalla disperazione.

Fu allora che vide un lampo bianco in mezzo alle foglie di un cespuglio sul vialetto a fianco, insieme ad un fruscio. Non era sola. Fece alcuni passi indietro, con gli occhi sbarrati dal terrore. Fissò il punto da cui aveva sentito provenire i rumori e le sembrò di intravedere il viso di una bambina. A quel punto, più calma, provò ad avvicinarsi per vedere meglio, ma subito la sagoma bianca scappò via.

“Aspetta!” subito corse dietro a quella figura che schizzava in mezzo agli alberi piantati lungo il marciapiede.

Bea non sapeva perché volesse raggiungerla così disperatamente, forse per il semplice fatto di non voler stare sola in quel luogo ignoto. Le gambe che un minuto prima erano esauste adesso erano piene di energia, stava guadagnando terreno a vista d’occhio e quando fu abbastanza vicina si lanciò per placcare la sagoma.

“Non farmi male, per favore!” piagnucolò una vocina. Davanti ad Bea vi era una bambina di cinque o sei anni, dai lunghi e incolti capelli bianchi e grandi occhi verdi. Indossava solo una larghissima maglietta bianca lurida e teneva stretto in braccio un vecchio cane di pezza. I piedi scalzi erano tagliati e sanguinanti a causa della corsa sull’asfalto e negli arbusti.

“Non voglio farti nulla!” si affrettò a dire Bea, che si sentiva colpevole per come si era avventata su quella gracile figura. La bambina aveva le lacrime agli occhi e tremava.

“Io sono Bea. Tu come ti chiami?” aggiunse poi, sfoggiando il miglior sorriso che quelle condizioni le permettessero.

“Linda.” mormorò timorosamente la bambina.

“Linda, ci sei solo tu qui?”

La bambina scosse la testa. Il viso di Bea s’illuminò.

“Chi c’è, Linda? Chi c’è oltre a te?” chiese, impaziente.

La bambina indicò la ragazza con l’indice, che a fatica trattenne un’imprecazione.

“Oltre a me! Chi c’è oltre a me e te?”

“Nessuno.” disse Linda. Bea crollò a terra, sconsolata.

“Dimmi, Linda… questo è l’inferno?” domandò, ormai in preda alla disperazione. In tutta risposta, la bambina ridacchiò divertita. Ormai sembrava aver superato la paura nei confronti della ragazza.

“Che dici? Bea, sei divertente!” per la prima volta la bambina stava sorridendo.

“E dove siamo allora? Tu lo sai?”

Linda annuì con la testa.

“Questo è…”

Un’intensissima luce bianca accecò Bea. Una grossa lampada, di quelle che si trovano negli studi dentistici, era puntata dritta nei suoi occhi. Si trovava in una stanza dal soffitto bianco e c’era odore di disinfettante. Era stesa su qualcosa di morbido… un letto. Provò a muoversi, ma qualcosa di freddo e metallico le bloccava le caviglie e i polsi e qualcos’altro (cuoio?) non le permetteva di muovere il collo.

Qualcosa si mosse nella direzione dei suoi piedi, poi sentì una pesante porta metallica aprirsi.

“È sveglia.” annunciò gravemente una voce maschile. Un volto femminile le comparve davanti e due occhi di un color verde smeraldo la scrutarono attentamente per qualche secondo.

“È a posto. La slego.” dichiarò la sconosciuta, prima di procedere a liberare Bea dalla cinghia al collo e dalle manette. La ragazza si mise seduta, massaggiandosi i polsi dolenti. Davanti a lei vi erano due persone: la prima era una donna (molto affascinante, pensò Bea) intorno ai trent’anni, alta e formosa, dai lunghi capelli scarlatti raccolti in una coda. Indossava dei pantaloni verdi aderenti e una camicia bianca con le maniche ripiegate fino a poco sotto il gomito, mentre ai piedi portava degli stivaletti col tacco spesso.

Davanti alla porta, invece, c’era un uomo sulla quarantina, dall’aspetto autoritario e dall’espressione severa. Era alto e robusto, dalle spalle larghe. I capelli erano corti e neri con qualche cenno di grigio, ovvero le stesse tonalità della barba, lunga ma curata, che delineava una mascella squadrata. Gli occhi marroni esaminavamo Bea con uno sguardo impenetrabile, che non lasciava intravedere alcuna emozione.

“Qual è il tuo nome?” domandò l’uomo facendo un passo avanti verso Bea, che si sentì intimidire.

“Bea. Cosa mi è successo?” rispose, con una punta di timore nella voce. Le immagini di quello che era accaduto con Stefan erano ancora vivide nella sua mente.

“Io sono Sebastian, lei invece è Arianna.” l’uomo non smetteva di fissare Bea negli occhi, come a voler leggere dentro di lei.

“Ti abbiamo trovata in un nido di vampiri, incosciente e ferita mortalmente. Vogliamo che tu ci aiuti a ricostruire l’accaduto.” il tono di voce era calmo ma fermo. Sembrava più un ordine che una richiesta.

“Vampiri? Cos’è, uno scherzo?” fece, abbozzando un sorriso preoccupato. Gli altri due, però, rimasero seri.

“Nessuno scherzo. Non avrei mai immaginato che una ragazzina potesse uscire da sola da un nido di quelle bestie… fino ad ora.” Bea capì che l’uomo la stava osservando come si fa con un animale raro.

“Non ti preoccupare, ti spiegheremo tutto. Però vorremmo che tu rispondessi alla domanda. È molto importante.” disse la donna, mostrando un caldo sorriso. Bea, diffidente di natura, nutriva ancora qualche riserva, ma in quella situazione non aveva altra scelta che collaborare. Racconto quindi ai due tutto quello che le era successo quella sfortunata sera, per filo e per segno.

“Sono stata una stupida. Non avrei mai dovuto fidarmi.” commentò sconsolata Bea.

“I vampiri cacciano così, sono esperti a ingannare le persone. Non hai colpa, tutti hanno dei momenti di debolezza.” cercò di rincuorarla Arianna, mettendole una mano sulla spalla.

“Piuttosto, come hai fatto a uscirne? C’era davvero solo una persona?” interruppe Sebastian, ignorando completamente le parole della ragazza.

“Sì, almeno che io sappia.”

“Ne sei sicura?” Bea si risentì di questa insistenza, sentendosi offesa dal poco peso che veniva dato alle sue parole.

“Ho visto solo una persona. Di questo sono sicura.” dichiarò, con tono deciso. Sebastian e Arianna si scambiarono uno sguardo perplesso.

“Non è che non vogliamo crederti, Bea, è che… ecco, diciamo che non eri una bella situazione. Che una sola persona potesse…” vedendo che Arianna faceva fatica a trovare le parole adatte, Sebastian intervenne.

“Eri nel nido di una colonia di più di trenta vampiri, a giudicare dai corpi che abbiamo trovato sul posto. Non mi sarei mai aspettato di trovarti viva.”

“Seb!” esclamò Arianna, arrabbiata per la mancanza di tatto del compagno. Questi si limitò a scrollare le spalle.

“Secondo il tuo racconto, qualcuno ha sterminato la colonia, ti ha salvata e ci ha contattati per venirti a prendere. Vorrei davvero incontrare questa persona.” aggiunse, noncurante delle proteste della donna.

“Scusa, la sensibilità non è il suo punto forte. Sapresti descrivere questa persona?” chiese gentilmente Arianna, cercando di ricomporsi subito dopo aver lanciato un’occhiataccia verso l’uomo.

Bea era sconvolta. Il solo fatto di essersi trovata faccia a faccia con una sola di quelle creature l’avrebbe segnata per sempre, ma in realtà era entrata in un nido? Nella sua mente ripercorreva quelle scale lugubri e dietro ogni porta immaginava decine di occhi rosso sangue che la fissavano di nascosto, affamati e desiderosi di farla a pezzi. Forse tutti gli appartamenti di quel palazzo erano come in quello in cui era entrata lei? Non riuscì a trattenere un conato di vomito, che si schiantò fragorosamente sul pavimento. Il suo subconscio aveva forzatamente rimosso il contenuto di quella stanza, ma ora che era stata costretta a ricordare le era tornato in mente l’odore di escrementi, di putrefazione, vedeva chiaramente la carne sbrindellata e le ossa infestate dalle larve.

Arianna lanciò uno sguardo fulminante verso Sebastian, che scosse la testa e uscì dalla camera. Quindi cercò di calmare la ragazza, che ora aveva iniziato a tremare.

“Non ti preoccupare, sei al sicuro qui. Siamo tuoi amici.” le parole della donna furono stranamente efficaci, e subito Bea smise di tremare.

“Ora cerca di riposare, continueremo la conversazione più tardi.” come d’incanto una sensazione di torpore s’impossessò di Bea. Le palpebre si chiusero lentamente e lei cadde in un profondo sonno senza sogni.

Quando si svegliò, Bea si ritrovò una stanza diversa. Le pareti erano sempre bianche, ma più pulite di quelle della stanza di prima, e la stessa cosa per il pavimento. Sul muro di fronte a lei era fissata una piccola televisione, il cui telecomando era poggiato sul comodino di fianco al letto. Una grande finestra lasciava entrare la luce del sole, e da essa si potevano vedere le strade della città. Qualcuno le aveva tolto le scarpe e le aveva lasciate ai piedi del letto. Si alzò e aprì l’unica porta della stanza, ritrovandosi in un corridoio con molte porte come la sua e in cui persone in camice e in uniforme bianca facevano avanti e indietro. Senza dubbio quello era un ospedale.

“Che fa? Si sieda, si sieda!” la riprese impazientemente una donna grassottella vestita da infermiera.

“È un bene che si senta in forma, ma prima dev’essere visitata. Le chiamo la dottoressa, lei però si corichi!” esclamò la donna, spingendola verso il letto senza che Bea non avesse il tempo di dire nulla.

Cosa sta succedendo? si domandò la ragazza, stordita dagli avvenimenti.

Un paio di minuti dopo la porta si aprì nuovamente, e da essa entrò Arianna, vestita di un camice bianco con una targhetta che recitava: “Dott.ssa A. Vivaldi - medicina interna”.

“Come ti senti? Spero che ti sia rilassata un pochino.” fece Arianna, col suo solito sorriso dolce.

In effetti Bea si sentiva molto meglio, il sonno era stato ristoratore e calmante.

Arianna prese una sedia da sotto a un piccolo tavolino poggiato contro il muro della stanza e si sedette di fianco al letto di Bea.

“Ti senti di continuare la nostra conversazione?” chiese la donna. Bea annuì con il capo.

“Innanzitutto… qual è l’ultima cosa che ricordi prima di me e Sebastian? Lo so che è difficile, ma per favore fai uno sforzo.” non c’era bisogno di fare fatica, Bea ricordava lucidamente quel momento.

“Ero per stessa, ferita. Stavo morendo. Poi ho sentito una voce… era quel ragazzo.” disse, con lo sguardo perso nel vuoto, quasi sognante.

“Quale ragazzo? Puoi descriverlo?” chiese la donna, senza lasciar trasparire nemmeno un pizzico d’impazienza dalla voce.

“L’avevo visto nel ristorante dove lavoro, proprio quella sera. Capelli e barba neri e occhi azzurri come il ghiaccio.” a queste parole Arianna s’incupì.

“Età difficile da definire, ma apparentemente sui trent’anni? Alto, massiccio?” chiese, con il tono di chi sa già la risposta.

“Sì, esatto!” si stupì Bea.

“Lo conosci?” domandò. Arianna sospirò, appoggiandosi allo schienale della sedia con le braccia incrociate al petto.

“Sia io che Seb lo conosciamo molto bene. Anche se…” la donna s’interruppe di colpo e squadrò Bea dalla testa ai piedi, interlocutoriamente.

“Non importa. Se c’è di mezzo lui si spiega tutto.” quindi si fece silenziosa, evidentemente perdendosi in qualche pensiero. Bea aspettò educatamente in silenzio per qualche minuto, ma poi non riuscì più a trattenersi.

“Ricordo chiaramente che la ferita era molto grave. Se mi concentro sento ancora il sangue scorrere. Come ho fatto a salvarmi?” chiese la ragazza, che voleva porre questa domanda fin da quando si era svegliata la prima volta. Arianna la fissò per qualche secondo, e Bea notò della compassione nei suoi occhi.

“Quando siamo arrivati la ferita aveva appena cominciato a richiudersi e dici bene, era molto, molto grave. Nemmeno io avrei potuto fare niente per curarla e, credimi, sono la migliore.” aggiunse, con una punta di orgoglio.

“E allora…!”

“Ti ho esaminata mentre dormivi. Bea, mi dispiace… sei morta in quella stanza.”

Commento dell'autore: grazie a chi è arrivato fin qui, spero che la storia vi stia interessando. Commenti da parte vostra sono molto apprezzati, il vostro feedback è importante. Ricordo che potete seguirmi sul mio blog storietraighiacci.wordpress.com. Grazie ancora e alla prossima!



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