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lavoro pubblicato giovedì 16 marzo 2017
ultima lettura lunedì 22 aprile 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Cronache di un Non Morto - Capitolo 1: Cena al chiaro di Luna

di ColdIsBetter. Letto 195 volte. Dallo scaffale Fantasia

Bea è una ragazza normale con una famiglia difficile. Uno sfortunato incontro le aprirà le porte di un mondo popolato da creature terrificanti di cui gli esseri umani ignorano l'esistenza.....

Capitolo 1
"Come cazzo sei conciata?" il suono di uno schiaffo risuonò nella stanza, sovrastando il rumore della televisione. La ragazza barcollò all'indietro, sbattendo la schiena contro il muro della cucina.
In piedi di fronte a lei vi era una donna sulla cinquantina, vestita di un maglione vecchio e sgualcito e dei jeans sporchi. Tra i capelli neri, legati in una coda disordinata, si potevano notare vistosi ciuffi bianchi. Gli occhi erano spalancati, ma in essi vi era una sconcertante mancanza di lucidità; inoltre profonde occhiaie violacee ne segnavano il contorno. I denti erano digrignati come fosse un cane rabbioso, la mascella serrata.
La ragazza che era stata colpita da costei aveva poco più di vent'anni. Il motivo dell'esplosione di rabbia della madre era una maglietta bianca a maniche lunghe aderente che, secondo la donna, metteva troppo in mostra il fisico atletico della figlia. A parte questo Bea, questo era il nome della giovane, vestiva dei semplici blue jeans un po' sbiaditi e delle sneakers usurate, seppur pulite.
Il suo sguardo non incrociò quello della madre, ma si posò a terra sommessamente. Sapeva che rispondere avrebbe solo peggiorato le cose e, seppur perfettamente in grado di avere il sopravvento su quella donna gracile ed emaciata, non aveva intenzione di ricorrere alla violenza.
"Che figura ci facciamo coi vicini? Vuoi che pensino che abbia cresciuto una troia?" sbraitò la madre, sputando una buona quantità di saliva sul viso di Bea nel processo.
Si sentì spalancare una porta nella stanza contigua.
"Cosa succede? Ti sento urlare da fuori." disse stancamente un uomo, allentando il nodo alla cravatta.
Il padre di Bea era della stessa età della madre, e aveva la stessa aria trasandata. I capelli erano corti e brizzolati, la barba nera non veniva tagliata da un paio di giorni. Indossava un completo marrone dall'aria economica abbinato ad una camicia bianca e ad una sbiadita cravatta rossa.
"Già a casa? Almeno sei andato a lavoro oggi?" attaccò la donna, dimenticandosi completamente di Bea.
"Fanculo, lo sai a che ore sono? Ho appena finito." rispose lui. Il suo sguardo si posò quindi su Bea, ancora contro il muro e con il labbro gonfio e arrossato, ma la sua espressione non cambiò di una virgola.
"Cosa c'è per cena?" domandò, come se nulla fosse.
"Tua figlia si veste come una zoccola e tu non dici niente? Che padre sei?" urlò ancora la donna. L'uomo stava per rispondere quando il campanello suonò.
Lentamente andò ad aprire, facendo cenno alla moglie di zittirsi. Bea riconobbe la voce del vicino, venuto a lamentarsi del rumore, e ne approfittò per squagliarsela dalla porta sul retro.
"Non abbiamo finito." ringhiò la madre sottovoce, ma rimanendo immobile. Bea tirò dritto, sapeva che non avrebbe osato far nulla davanti ad un estraneo. Uscendo lanciò un'occhiata alla bambina sul divano del soggiorno, una piccoletta dai lunghi capelli castani legati in una treccia e dai grandi occhi verdi. Stava giocando con una bambola di plastica, con uno sguardo incantato. Bea le poggiò una mano sulla spalla per attirare la sua attenzione e, con un gran sorriso, la avvertì nel linguaggio dei segni che stava uscendo e la salutò. La bambina rispose con uno sguardo dolce e un saluto con la mano.
Una volta chiusa la porta alle sue spalle, Bea tirò un sospiro di sollievo, come se si fosse liberata di un peso immenso dallo stomaco. Erano le otto di sera e per lei questo significava l'inizio del turno al ristorante. La paga era pessima, i turni sfiancanti e non era assunta regolarmente, ma almeno poteva allontanarsi da quella casa infernale per qualche ora.
Bea non era il tipo che passava inosservata. Alta e dal fisico scolpito dagli anni passati a praticare atletica leggera, dal viso ovale e femminile in cui erano incastonati due grandi occhi verdi, avrebbe potuto tranquillamente trovare lavoro come modella. Tuttavia quello era un mondo per cui non aveva mai provato attrazione, anzi, il contrario. Era una ragazza semplice di natura, alla mano e molto pratica, e semplicemente quegli abiti sfarzosi che vedeva sfilare sulle passerelle in televisione e sui giornali le sembravano ridicoli.
Nonostante il contrattempo coi genitori riuscì ugualmente ad arrivare al locale in orario. Si gettò di corsa nello spogliatoio e si legò i corti capelli biondo platino, quindi fissò il ciuffo sopra all'orecchio sinistro con un fermacapelli. Infine nascose alla buona il segno sul labbro con un tocco di rossetto.
Appena uscita dalla stanza, una voce amichevole richiamò la sua attenzione.
"Ciao, Bea! Tutto bene?"
"Buonasera, Stefan. Tutto bene, grazie! Tu?" rispose lei, sorridendo dolcemente.
Stefan era un ragazzo poco più grande di lei che lavorava al bar del ristorante, dai capelli neri e occhi azzurri e dal sorriso ammaliante. Una sera di qualche mese prima l'aveva sorpresa a piangere fuori dal locale, ancora in uniforme dopo la fine del turno, in crisi poiché non voleva tornare a casa. Lui era stato gentile e comprensivo, l'aveva consolata, e da allora si fermavano ogni sera a parlare e confidarsi a vicenda. Non vi era una relazione amorosa vera e propria, ma con nessun'altra persona Bea si sentiva di potersi esprimere così liberamente.
Il proprietario lanciò loro un'occhiataccia, chiaro invito a smetterla di chiacchierare e mettersi a lavorare, e così i due si scambiarono un cenno e uno sguardo e si diedero appuntamento a dopo.
Bea era abituata a trattare con molta gente diversa e raramente faceva caso alle stranezze o all'eccentricità dei clienti, ma quella sera una persona attirò la sua attenzione. Si trattava di un uomo, o forse era meglio dire un ragazzo? Dai lineamenti e dalla pelle sembrava non aver superato i trent'anni, ma un profondo sguardo di un azzurro glaciale, un'espressione seria e disillusa, insieme alla barba incolta e ai capelli scuri, corti ma spettinati, contribuivano a creare attorno a lui un'aura di mistero e saggezza allo stesso tempo.
Andò a prendere la sua ordinazione con un po' d'esitazione. Era seduto solo al tavolo, e il suo sguardo vagava pigramente per la stanza fin da quando era giunto lì, senza fermarsi nello stesso punto per più di pochi istanti. Non aveva nemmeno aperto il menù. Solo quando la ragazza gli domandò se avesse deciso sembrò che uscisse dal mondo dei suoi pensieri. Per poco, però: il tempo di due parole pronunciate in fretta e senza entusiasmo.
Lo strano ospite si fermò per poco, lo stretto necessario per consumare il pasto senza fretta né calma eccessiva, e in breve scomparve anche dalla mente della ragazza.
La serata passò e come era ormai abitudine Bea e Stefan si trovarono sul retro del locale a bere un bicchiere di vino rigeneratore fissando il cielo, seduti sugli scalini d'ingresso. Poco importava se le luci della città impedissero di vedere le stelle.
"Ho notato il labbro." disse Stefan, con fare preoccupato.
"Pensavo di averlo nascosto bene." fece Bea, toccando istintivamente il punto in cui era stata colpita.
"È così, infatti. È stata tua madre?" Bea annuì con un cenno del capo.
"Quando ti deciderai ad andartene da quella casa?" aggiunse Stefan, con un tono di preoccupato rimprovero.
"Lo sai che non posso. Se me andassi chi si prenderebbe cura di mia sorella? I miei genitori sono... quello che sono. Ha solo me." disse, sospirando. Bea era incredibilmente legata a sua sorella, vittima innocente delle circostanze. Sorda fin dalla nascita, era trattata come un peso dalla madre e ignorata dal padre. Il pensiero di abbandonarla a quel destino la faceva rabbrividire.
Gli occhi di Bea si riempirono di lacrime. Abbandonò il volto tra le mani, singhiozzando.
"Non voglio tornare in quella casa." esclamò, con voce spezzata. Le sue vere emozioni erano venute a galla.
Stefan le mise una mano intorno alla spalla e la strinse al petto.
"Puoi stare da me, se vuoi. Almeno per stasera." sussurrò il ragazzo.
Bea rimase in silenzio ad osservare il vino che girava nel bicchiere. Sicuramente sua madre non gliel'avrebbe fatta passare liscia, ma avrebbe fatto i conti con lei la mattina seguente. Accettò, e un enorme peso si sollevò dallo stomaco.
La città, già grande e popolata di per sé, nel fine settimana diventava particolarmente vivace e luminosa. Molta gente confluiva lì dai paesi circostanti, approfittando della moltitudine e varietà dei locali. Tuttavia alcune zone, soprattutto in periferia, rimanevano poco trafficate e mal illuminate. Era questo il caso della strada che Bea e Stefan stavano percorrendo. I due erano saliti su un tram e scesi al limite della città, in una zona in cui sembravano sorgere solo vecchi mostri di cemento e magazzini.
"È una zona tranquilla..." commentò Bea, guardandosi intorno lievemente preoccupata.
"Non ti preoccupare, non succede mai nulla qui. E poi ci sono io con te." ribatté il ragazzo, sfoggiando con un sorriso suadente che calmò immediatamente la ragazza.
"Scusa, sono fatta così. Mi faccio sempre dei trip ment..." Bea ebbe un sobbalzo al cuore: il riflesso di uno specchio stradale l'aveva resa consapevole del fatto che ci fosse una persona dietro di loro, a una decina di metri di distanza. Niente di strano in questo, ma non aveva per nulla sentito i rumori di passi, seppure non fosse così lontana. Forse era stata distratta dalla conversazione, pensò. Aguzzò quindi l'udito e si concentrò: nulla! Neppure un filo di vento rompeva il silenzio di quella afosa notte estiva. Era come se fossero seguiti da un fantasma. Non era riuscita a vedere il volto dello sconosciuto, che dalla stazza doveva essere un uomo, a causa dell'infelice posizionamento dei lampioni, molto distanti l'uno dall'altro.
"Ti sei accorto che abbiamo qualcuno dietro di noi?" sussurrò Bea ad Stefan. Il ragazzo gettò subito uno sguardo alle sue spalle con la coda dell'occhio. Bea poteva giurare che per un attimo aveva intravisto un'espressione infastidita sul volto dell'amico.
"Sarà uno che abita qui intorno. Non ti preoccupare, siamo quasi arrivati." i due svoltarono in una strada secondaria, ancor meno luminosa della precedente. Lo sconosciuto, invece, andò dritto.
Bea tirò un sospiro di sollievo.
"Va meglio ora?" chiede Stefan, che aveva recuperato la solita calma.
"Scusa, sono paranoica." rispose Bea sorridendo e stringendosi dolcemente intorno al braccio del ragazzo.
"Eccoci." annunciò il ragazzo. I due si erano fermati davanti un condominio che sembrava abbastanza vecchio, date le condizioni pessime dei serramenti e della facciata.
D'altronde ci pagano uno schifo - pensò.
Una volta varcato il portone in legno rovinato dalle intemperie, i due salirono sei rampe di scale percorse da un pericolante corrimano in ferro battuto, illuminata solo da una lampadina sfarfallante, fino ad arrivare a un portoncino molto più nuovo del resto dell'edificio. Sembrava inoltre molto robusto.
"Prego." Stefan invitò la ragazza ad entrare con un sorriso dopo averle aperto la porta. Bea non se lo fece ripetere due volte e varcò la soglia.
Una volta dentro, con le luci ancora spente, un odore acre e pungente risalì le narici della ragazza, che dovette sforzarsi per trattenere un conato di vomito.
"Qualcosa è andato a male." dichiarò, stringendo con la punta di indice e pollice per tapparsi il naso. La serratura scattò dietro di lei.
"Non ti preoccupare. Ti ci abituerai." una lampadina penzolante dal soffitto illuminò la stanza, e subito Bea desiderò che ciò non fosse mai successo.
Le pareti, prima dipinte di giallo, erano coperte di chiazze rosse che arrivavano al soffitto, incrostate insieme a pezzi di carne. Sul pavimento vi erano ossa, intestini, capelli e sangue misti a brandelli di stoffa, scarpe, orologi, cellulari e altri accessori. Tutta la stanza, che non si poteva dire piccola, era ricoperta di cadaveri umani. Un teschio con ancora inserito un occhio marcescente e pieno di larve giaceva ai suoi piedi. Un nugolo di mosche ronzava per la stanza, mentre vermi e altri insetti necrofagi sguazzavano nell'urina, negli escrementi e in altri fluidi corporei.
"Scusa il disordine." fece Stefan, con un ghigno sinistro.
Bea vomitò immediatamente tutto ciò che aveva in corpo. Se avesse potuto avrebbe rigettato anche lo stomaco.
Stefan rise sonoramente.
"Reagite sempre allo stesso modo." disse. Bea fece due passi indietro per allontanarsi dal ragazzo, ancora piegata in due e con gli occhi lacrimanti per l'odore nauseabondo.
"Lo sai, di solito le persone che porto qui sono reietti, barboni, gente che non ha nessuno. Che nessuno cerca. Ogni tanto, però, faccio un'eccezione."
Bea era terrorizzata, ma si fece forza e analizzò il luogo in cui si trovava. Le uniche vie d'uscita erano la porta da cui erano entrati e due finestre, entrambe bloccate da pesanti assi di legno inchiodate al muro. Si trovavano al terzo piano, ma se fossero state aperte avrebbe seriamente pensato di gettarsi. Doveva guadagnare tempo.
"Perché?" riuscì a chiedere, mentre a stento si era rimessa dritta in piedi.
"Eri perfetta. Senza amici, in cerca di consolazione, in balia degli eventi. Sono bastati un sorriso e qualche parola dolce. Non potevo certo rinunciare a una preda così facile." Bea imputò il fatto al proprio stato d'animo e alla scarsa illuminazione, ma le sembrò che le iridi degli occhi di Stefan si tingessero di un colore rosso sangue.
"E poi... quelle gambe muscolose, le braccia atletiche, la pelle bianca... volevo assaggiarle dal primo momento che ti ho vista." Stefan era cambiato completamente. Lo sguardo era pervaso da una luce folle, mentre il sorriso comprensivo aveva lasciato il posto a un largo ghigno da cui spuntavano i denti.
Bea rimase pietrificata dopo aver sentito l'ultima frase.
"Cosa...?"
"Inizierò a strapparti le cosce. Voglio sentirti urlare mentre ti sbrano viva. E non ti preoccupare, non c'interromperà nessuno. Ci siamo solo noi qua."
"Tu sei malato!" gridò Bea, che aveva definitivamente perso la lucidità che aveva faticosamente provato a mantenere fino a quel momento. Stefan spalancò la bocca, e vide che era innaturalmente grande e costellata di denti triangolari, vere e proprie zanne, sia sopra che sotto. Fu come se qualcuno avesse aspirato tutte le forze alla ragazza: si bloccò, senza nemmeno urlare, con gli occhi sbarrati. Doveva essere un incubo. Si sarebbe svegliata da un momento all'altro, ne era certa. Tuttavia, quando sentì l'alito caldo del mostro sul viso, un primordiale istinto di sopravvivenza le fece afferrare un femore spezzato e appuntito e con violenza trapassò l'occhio sinistro di Stefan. Questi emise un grido da bestia ferita e fece un passo indietro.
"Brutta troia...!" spinto dalla rabbia, in un battito di ciglia si avventò su Bea e la morse alla base del collo, strappando un boccone di carne. La ragazza cadde a terra, in mezzo agli escrementi, alle ossa e ai vermi, mentre sentiva il sangue tiepido sgorgare copiosamente dalla ferita. Vide Stefan masticare la carne che le aveva strappato.
"Buona. Le ragazze giovani sono sempre le migliori." poi estrasse il femore conficcato nella cavità oculare mugugnando.
Bea giaceva con gli occhi spalancati verso il soffitto. Sentiva che la vita la stava abbandonando velocemente. Aveva molti rimpianti. C'erano molte cose che avrebbe voluto fare, vedere. Forse quella volta in quarta superiore sarebbe dovuta andare a Parigi con le sue amiche... e forse avrebbe dovuto uscire con quel ragazzo che le faceva la corte quella sera al bar... ma forse era meglio così. Non avrebbe più dovuto tornare in quella casa, né vedere quelle persone che erano i suoi genitori. Sua sorella avrebbe dovuto cavarsela da sola, ma lei sarebbe stata libera. Non si meritava forse anche lei un po' di pace? Sì, era meglio così. Avrebbe finito di soffrire, finalmente.
Le sembrò di sentire dei colpi, qualcuno che batteva sulla porta. Molto forti. Ma forse se li stava immaginando. Un urlo, la voce di Stefan. Poi qualcosa di pesante che rotolava per terra. Era così difficile tenere le palpebre aperte. Un volto le comparve davanti. L'aveva già visto... ma chi era? Ma certo, il ragazzo del ristorante. Stava dicendo qualcosa... ma cosa?
"...vere?"
La voce era distante.
"Vuoi vivere?" le parole riecheggiarono nella testa della ragazza come il suono di una campana, risvegliando la sua coscienza per un attimo. A quella domanda tutta la sua risolutezza nell'accettare la morte crollò come un castello di carte al vento.
"Sì..." riuscì a mormorare con le ultime forze, prima che la luce si spegnesse e il suo cuore smettesse di pulsare per sempre.
-Fine primo capitolo. Se quello che avete letto vi ha interessato, per favore trovate il tempo di un commento! Se volete seguitemi anche sul mio blog storietraighiacci.wordpress.com


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