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lavoro pubblicato sabato 11 marzo 2017
ultima lettura lunedì 16 ottobre 2017

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La civiltà dell'empatia

di FRiccio14. Letto 480 volte. Dallo scaffale Filosofia

Le interpretazioni della teoria evoluzionista darwiniana propongono nella maggior parte dei casi un fattore ritenuto necessario ai fini della sopravvi...


Le interpretazioni della teoria evoluzionista darwiniana propongono nella maggior parte dei casi un fattore ritenuto necessario ai fini della sopravvivenza della specie, ovvero l'egoismo. La tesi del "Gene egoista" proposta dal biologo inglese Richard Dawkins, ad esempio, mette in luce il carattere individualista dell'uomo, arrivando a negare totalmente qualsiasi manifestazione di altruismo. Persino l'aiuto di un familiare, secondo Dawkins, ha uno scopo egoistico che in questo caso consiste nell'aiutare la propagazione dei geni.
David Sloan Wilson, evoluzionista della Università di Binghamton, nel suo libro "L'altruismo. La cultura, la genetica e il benessere degli altri", propone una visione totalmente diversa e probabilmente molto più ragionevole. L'idea rivoluzionaria di Wilson dimostra che la solidarietà è alla base dell'evoluzione: in un gruppo l'egoista probabilmente avrà la meglio, ma una lotta tra un gruppo di cooperatori con un gruppo di individui egoisti, a prevalere sarà sicuramente il gruppo più unito.
In quest'ottica l'altruismo è assolutamente necessario ai fini dell'adattamento.

Thomas Hobbes proponeva la formula “Homo homini lupus”, e così come il filosofo britannico, molti altri pensatori hanno promosso l'idea di una natura umana cattiva ed egoista. La versione proposta da Wilson, invece, ci mostra non solo che ai fini della nostra evoluzione l'altruismo gioca un ruolo fondamentale, ma dimostra anche che siamo arrivati ad uno stadio evolutivo in cui la solidarietà deve espandersi in maniera globale per necessità. Se la specie umana vuole preservarsi è, infatti, necessaria un'unità che permetta di far fronte a sfide che mettono in pericolo l'intera razza umana e non solo. Il problema ecologico nel futuro non ricadrà su singole nazioni ma sull'intero pianeta. La direzione verso cui bisogna dirigersi è quindi quella di costruire una civiltà basata sull'empatia.

L'idea di una civiltà empatica è stata proposta nel 2010 dall'economista Jeremy Rifklin, il quale vede l'umanità alle soglie di una grande mutazione, la terza grande mutazione della storia. Nel mondo agricolo, la coscienza umana era governata dalla fede, in quello industriale, dalla ragione. Con la globalizzazione della vita economica, sociale, culturale, e soprattutto con la nascita di nuove tecnologie che permettono maggiore condivisione e riduzione delle distanze, la nostra coscienza si fonderà sull’empatia, ovvero sulla capacità di immedesimarsi nello stato d’animo o nella situazione di un’altra persona.
Per Rifklin si tratta di un vero e proprio salto evoluzionistico da l'Homo sapiens sapiens all'Homo empathicus, che permetterà, quindi, una radicale trasformazione dell'intera società umana. Socializzazione e cooperazione saranno alla base dei nostri sistemi economici, politici e sociali.

A suffragare l'idee dell'economista ci sono le recenti scoperte nel campo della biologia e delle neuroscienze che dimostrano come il carattere empatico nell'uomo sia innato. Giacomo Rizzolatti, un neuroscienzato italiano inserito dal Corriere nella lista dei dieci scienziati italiani più importanti dall'unità d'Italia ad oggi, nel 1992 ha scoperto, insieme ad un team di ricercatori dell'Università di Parma, cosiddetti neuroni specchio. Tramite numerosi esperimenti fatti con dei macachi, i ricercatori osservarono che alcuni gruppi di neuroni si attivavano non solo quando gli animali erano intenti a determinate azioni, ma anche quando guardavano qualcun altro compiere le stesse azioni. Studi successivi hanno rilevato l'esistenza di tali meccanismi anche nell'uomo.
Il sistema specchio permette quindi di capire le azioni degli altri fin da subito e senza particolari ragionamenti. Ma il punto interessante di questi studi sta nel fatto che oltre alle azioni, siamo capaci di comprendere anche le emozioni altrui. Infatti, sempre grazie al lavoro di questi ricercatori, si è scoperto che quando osserviamo negli altri una manifestazione di dolore o di disgusto si attiva il medesimo substrato neuronale. I neuroni specchio rappresentano, quindi, la base fisiologica dell'empatia.
Non è un caso se uno dei più grandi neuroscienziati del mondo, Vilayanur Ramachandran, ha paragonato tale scoperta a quella del dna, ritenendo che essa sia destinata ad avere profonde ripercussioni nel nostro modo di concepire la mente.

Nel campo filosofico questa scoperta ha ovviamente avuto delle notevoli ricadute. Secondo la professoressa di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano, Laura Boella, la scoperta intacca un punto centrale del dibattito filosofico contemporaneo, ovvero la questione dell'intersoggettività. In particolare essa si connette alla filosofia del fenomenologo francese Maurice Merlau Ponty, il quale ha dedicato gran parte del suo lavoro all'analisi della percezione, considerata, tramite la corporeità, presupposto principale del nostro modo di relazionarci al mondo circostante e quindi anche con l'altro-da-me.
La capacità empatica riconosciuta da questi studi porta quindi a dare ragione alla concezione intersoggettiva propugnata da Merlau Ponty, che intende quindi non più l'altro come colui che mi sta difronte come corpo a sè stante ma altresì come qualcosa che mi abita.

L'insieme di questi studi scientifici e filosofici dimostrano che una civiltà basata sulla solidarietà e sull'empatia non solo è possibile, ma è anche qualcosa di naturale. L'umanità ha raggiunto uno stadio della sua evoluzione che rende necessaria, ai fini della sopravvivenza della nostra specie e di tutte le specie presenti sulla Terra, la riscoperta di valori come la cooperazione e il senso di appartenenza ad una razza che è unita difronte ad un unico destino. È questo l'unico rimedio alla catastrofe.



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