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lavoro pubblicato martedì 7 marzo 2017
ultima lettura mercoledì 9 ottobre 2019

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Il piccolo Albert

di StorielleDiPsicologia. Letto 398 volte. Dallo scaffale Storia

-Lei è sicuro che questo esperimento sarà di slancio per il comportamentismo?- chiese Rosalie.-Questo è indubbio, mia cara: se funziona con gli animali, come ci ha insegnato il Professor Pavlov, potrebbe funzionare con i bambini e ...

-Lei è sicuro che questo esperimento sarà di slancio per il comportamentismo?- chiese Rosalie.
-Questo è indubbio, mia cara: se funziona con gli animali, come ci ha insegnato il Professor Pavlov, potrebbe funzionare con i bambini e se funziona con loro, varrà lo stesso per i loro genitori. Il condizionamento classico sarà un paradigma universale, capace di interpretare buona parte del comportamento di tutti gli esseri viventi.- disse con tono saccente il Dottor John B. Watson seduto sulla sua poltrona.
Quel pomeriggio lo studioso aveva invitato la signorina Rosalie Rayner, sua allieva e collaboratrice, nella sua lussuosa casa comprata con il prestigioso lavoro di professore universitario. La moglie del professore era in visita dai propri genitori troppo vecchi e malati per rimanere soli a lungo.
Era decisamente fiero dei progressi della sua teoria: pochi anni prima, nel 1913, si ricordava com'era febbricitante all'idea che tutti i più grandi autori avrebbero letto il suo sconcertante articolo. Quest'articolo avrebbe rivoluzionato il modo di concepire la psicologia: trattava di una teoria scientifica per eccellenza; si sarebbe parlato solo di quello che era puramente osservabile, puramente oggettivo, nello specifico, si sarebbe agito e osservato solo il comportamento.
Non si sarebbe più sentito parlare di Wundt, Freud e di tutti quegli stupidi autori che filosofeggiavano ed avevano creato prima di lui dei costrutti teorici così deboli e così indimostrabili. A cosa serve riferirsi all'inconscio se non si può provare la sua esistenza? A cosa serve utilizzare il metodo dell'introspezione se non si può determinare che quello che ci riferiscono i pazienti sia oggettivo?
-Lei lo sa perfettamente, se n'è parlato molte volte, il comportamentismo ha piantato dei paletti teorici rigidi: non si parla della black box e non si indaga sul ragionamento o sulla psiche, si concepisce solo ciò che è osservabile. Questo è indubbiamente un limite, ma è anche una certezza! Da secoli l'uomo farnetica su come è organizzato il pensiero; noi daremo al mondo delle certezze, non delle grossolane illusioni! E questo esperimento ci avvicinerà ancora di più al traguardo- disse John sempre più impettito.
-Professore, perché non parliamo di cose più serie ora? Perché non mi invita a restare per cena?- lo esortò Rosalie ammiccante, che non aspettava altro che un po' delle sue attenzioni.
Alcune settimane dopo il soggetto per lo studio fu trovato, era un bambino di 9 mesi, figlio di una conoscente di John, una madre sola che lo guardava sempre con quel rispetto ricco di speranza.
Era il 1920, un anno che avrebbe segnato per sempre la vita di John e della sua allieva Rosalie.
Il primo giorno dell'esperimento il professore mostrò al piccolo Albert (così i suoi resoconti si sarebbero riferiti al bambino) una serie di stimoli: un ratto bianco, un cane che la sua collaboratrice teneva strettamente al guinzaglio, un coniglio anch'esso bianco, diverse maschere e un giornale che bruciava. Nella maggioranza dei casi Albert reagiva con curiosità o indifferenza e non mostrò mai paura per nessuno di quegli stimoli.
I ricercatori avevano tutto il tempo per dedicarsi al bambino e registrare le sue reazioni comportamentali.
La madre, ogni volta che il bambino era chiamato per un esperimento, lo affidava al Dottor Watson e gli prometteva che sarebbe tornata a riprenderlo non appena avrebbe finito di lavorare, detto questo scappava via. Non fu mai risentita degli esperimenti (o questo è solo quello che apparve), neanche dopo la loro conclusione, quando John li abbandonò al loro destino.
Le prime sessioni della ricerca passarono così, nel tentativo di familiarizzare il bambino agli stimoli proposti. Un giorno però, mentre Albert stava guardando Rosalie, inaspettatamente John colpì con un martello una grande sbarra di acciaio, producendo un forte frastuono. Com'era prevedibile Albert cominciò a piangere, ma John non se ne impietosì, anzi trovò la cosa così esaltante che esclamò -Ecco! Sarà questo lo stimolo da associare!- la sua collaboratrice si girò verso di lui ancora scioccata dal rumore, ma il professore continuò -Useremo questo stimolo per condizionare l'esposizione degli altri stimoli neutri! Un ratto o un coniglio sono innocui per Albert, ma se noi riusciremo ad associare questi stimoli neutri ad uno stimolo forte, agghiacciante e pauroso, il ratto farà paura! Il coniglio farà paura!- Rosalie non disse una parola, ma nei suoi occhi si sarebbe potuto osservare quel luccichio di inquietudine ed eccitazione che l'avrebbe legata a John per sempre.
Nelle sedute successive maestro e allieva guidarono il piccolo Albert attraverso le fasi per l'acquisizione di un condizionamento classico. Mostrarono al piccolo il ratto bianco, ma non appena il bimbo allungava la mano per toccarlo, il professore colpiva la sbarra d'acciaio. Questo abbinamento fu ripetuto più e più volte nel corso di numerose sedute e con tutti gli stimoli a cui Albert, prima, sembrava così neutro.
Alla fine, alla sola vista di un ratto bianco, il piccolo faceva un balzo all'indietro per il terrore, piangeva e gridava per farsi portare via da lì. Qualcosa di pauroso era stato abbinato a un coniglio innocuo, in modo che diventasse uno stimolo condizionato e facesse paura; non era più necessario il martello per terrorizzare il bambino.
Il piccolo Albert nell'ultima sessione dell'esperimento mostrò anche il fenomeno della generalizzazione: anche le più comuni cose bianche, come un cappotto, gli causavano terrore, ed una qualsiasi maschera era diventata insopportabile, anche quella di Babbo Natale.
Il Professor John B. Watson, con affianco la sua collaboratrice e amante, riassunse così la sua posizione nel 1930: -Datemi una dozzina di bambini piccoli sani, ben formati e la possibilità di allevarli in un mio mondo specificamente organizzato, e vi garantisco che potrei prenderne uno a caso e addestrarlo a diventare qualunque tipo di specialista io decidessi: medico, avvocato, artista, commerciante e, sì, persino mendicante e ladro, indipendentemente dai suoi talenti, inclinazioni, tendenze, capacità, vocazioni e dalla razza dei suoi antenati.-

Bibliografia:
D. Schacter, D. Gilbert, D. Wegner: Psicologia generale, 2010, p-195-196

Blog:
https://storielledipsicologia.wordpress.com
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