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lavoro pubblicato venerdì 3 marzo 2017
ultima lettura giovedì 23 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

NB-352

di FrancescoGiordano. Letto 333 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Un robot relegato in un cimitero osserva curiosamente tutti i pochi umani che vengono a trovare i loro cari ormai passati a miglior vita...

Il mio nome è NB-352, un Necrobot di ultima generazione, creato per assistere gli umani in un unico scopo, la gestione di luoghi chiamati cimiteri. In questo posto venivano conservate le spoglie di coloro che passavano a miglior vita, anche se cambiava il tipo di tomba, tutti incontravano la stessa fine.

Quando venni creato dalla catena di montaggio dove sono nato, esistevano già molti miei simili. Ma mi era stato detto, o più precisamente, avevo ascoltato da alcuni umani, che in passato noi robot eravamo una cosa rara da vedere. Con il passare del tempo però, la situazione si era praticamente capovolta.

A quanto pare con il tempo le nuove generazioni avevano abbandonato la tradizione di visitare questi luoghi per onorare i loro cari ormai passati a miglior vita. Solo pochi continuavano a tenere vivo questo rituale, questo portò ad un crollo delle visite nei cimiteri.

Questo fu il motivo principale che portò alla nostra creazione, i Necrobot. Molte delle tombe erano incustodite, era nostro compito tenere sempre tutto in ordine e curato. In pratica, dovevamo eseguire un compito che spettava agli umani, ma che questi ultimi non sentivano più il bisogno di fare.

Non so con certezza quali fossero le cause di questo cambiamento, forse non ne avevano voglia o forse erano tutti occupati in faccende più importanti. Avere notizie del mondo esterno era difficile per noi, il cimitero veniva gestito in remoto da un umano, mentre quei pochi che ancora visitavano le tombe dei loro cari raramente parlavano.

Ma non potevo di certo biasimarli, da quello che le mie conoscenze suggerivano, i cimiteri erano luoghi dove il silenzio regnava sovrano, raramente ci si intratteneva con delle discussioni. Inoltre per la mancanza di umani, gli unici interlocutori disponibili eravamo noi Necrobot.

Solo quando due persone si incontravano ero in grado di ottenere delle informazioni, ma si trattava di un evento più unico che raro. Nonostante ciò, qualche volta succedeva, in questo modo potevo capire cosa stesse succedendo fuori. Il mondo esterno era per noi Necrobot un luogo sconosciuto, non lasciavamo mai il cimitero che ci era stato assegnato.

Anche se non lavoravamo ventiquattro ore al giorno, quando il nostro turno era finito, il sistema principale ci metteva automaticamente in modalità stand by. Riaprivamo gli occhi solo quando il nostro aiuto era di nuovo necessario. Proprio per questo motivo a volte non riuscivo nemmeno ad ascoltare per intero la conversazione tra due umani.

Anche la comunicazione con i miei simili era ridotta all'osso, come me sapevano ben poco di ciò che succedeva fuori dalle mura che ci imprigionavano. Il mio interesse non era però dovuto al mondo esterno in sé, quanto alla situazione generica degli umani. Mi ero sempre chiesto come mai ne vedessi così pochi, iniziai addirittura a pensare che fosse successo qualcosa di grave.

Probabilmente esageravo, perché anche di funerali ne venivano eseguiti ormai molto pochi, anche in questo caso la presenza umana non era alta. Capitava spesso di vedere un pubblico composto da soli Necrobot in occasioni del genere. Ma fu proprio durante un funerale che riuscì finalmente a capire cosa stesse succedendo.

‹‹Hai sentito? Sembra che il Progetto Xohar sia ormai vicino al completamento.›› disse una donna.

‹‹Davvero? Speriamo bene, sono anni ormai che stiamo faticando come bestie, la popolazione non ce la fa più.›› rispose un uomo.

‹‹Infatti molti dicono che dopo l'ennesima rivolta abbiano accelerato i tempi per evitare altri problemi.›› continuò a parlare l'umana.

‹‹Non posso dargli torto, capisco che la situazione è quella che è, però non possono trattarci in questo modo.›› aprì nuovamente bocca l'umano.

Quella fu l'ultima cosa che sentì prima di entrare in stand by, ma almeno ero riuscito a comprendere che stava succedendo qualcosa di grosso nel mondo esterno. Cosa fosse esattamente non potevo ancora saperlo, ma da quelle parole potevo intuire che gli umani non se l'erano passata bene durante quegli anni di assenza.

Una cosa però non tornava, tutte le persone che avevo visto fino a quel momento non sembravano passarsela male. Non mostravano segni di violenze sul loro corpo, forse si trattava di ferite psicologiche e mentali? Le mie conoscenze in tali ambiti erano molto basse, non essendo un robot medico.

Analizzai con più attenzione tutte le poche persone che passavano al cimitero, ma non riuscì a trovare nulla di concreto che avvalorasse una delle due ipotesi. Soprattutto per il lato psicologico, che non era osservabile ad occhio nudo. La situazione peggiorò quando anche quei pochi individui che spesso visitavano il cimitero scomparvero dalla circolazione.

Erano in pratica le mie uniche fonti di notizie dell'esterno, senza di loro non ero più in grado di avere informazioni. Nello stesso periodo di tempo tutti noi Necrobot notammo anche che il sistema principale non ci metteva più in stand by. A quanto pare anche l'operatore umano che comandava il terminale a distanza era scomparso.

Nessuno dei miei pari diceva nulla, ma eravamo tutti preoccupati. Anche se sapevamo bene che non potevamo provare davvero la sensazione di preoccupazione, essendo macchine, i nostri sensori non smettevano di inviare dei segnali al nostro cervello elettronico che simulavano una sensazione sgradevole.

Era nella natura di tutti i robot preoccuparsi dello stato degli esseri umani, tutti erano programmati in questo modo. Noi però non potevamo fare molto, eravamo vincolati al cimitero, anche uscendo non avevamo le conoscenze necessarie per affrontare il mondo esterno.

Poi, qualche giorno dopo, tutto tornò alla normalità come se nulla fosse mai accaduto. Anche se la cosa mi colpì, almeno i sensori era tornati ad uno stato neutrale, eliminando il fastidio che tutti noi Necrobot avevamo provato in quel periodo. Gli umani erano tornati, quindi non avevamo più ragioni per preoccuparci.

C'era stato anche un altro cambiamento, non solo i visitatori aumentarono, ma molti avevano un'espressione più felice. Per la prima volta in tutta la mia vita udì anche quella che doveva essere una risata. Un suono strano che mi lasciò senza parole, soprattutto perché non mi sarei mai aspettato di sentirlo in un luogo del genere.

Il tempo passò e la situazione si stabilizzò, i visitatori del cimitero diminuirono, tornando all'affluenza del passato.

Fu durante uno di questi giorni che incontrai un uomo anziano, il primo che mi rivolse direttamente la parola. Era un individuo alto nella media, con pochi capelli ed una folta barba, di carnagione scura e camminava con l'ausilio di un bastone.

Quest'ultimo punto mi lasciò perplesso, ero sicuro che ormai la razza umana avesse creato una cura per permettere all'uomo di camminare normalmente. Perché quindi utilizzava ancora uno strumento così obsoleto? Probabilmente aveva i suoi validi motivi, che ancora non conoscevo.

Probabilmente l'uomo si era avvicinato a me perché lo stavo fissando ormai da diversi minuti. Non me n'ero nemmeno reso conto, di solito osservavo persone che stavano andando via o che comunque parlavano con altri individui. Occasioni in cui la mia presenza non rappresentava un problema.

Non appena l'anziano mi si avvicinò, disse ‹‹Ehi tu, pezzo di latta, cos'hai da guardare?››.

Inizialmente non riuscì a replicare, feci finta di non essere operativo e, quindi, restai in silenzio ed immobile.

Diversamente dagli umani, per me era molto semplice non muovere nemmeno leggermente nessuna parte del mio corpo meccanico. Tale copertura, che ritenevo perfetta, a quanto pare non funzionò.

‹‹Credi di prendermi per fesso? Lo so benissimo che sei attivo!›› rispose l'uomo, picchiettando il mio braccio destro con il bastone che utilizzava per aiutarsi a camminare.

A quel punto mi arresi e gli rivolsi la parola ‹‹Le chiedo scusa, signore, non era mia intenzione recarle disturbo.›› quando parlavamo con gli umani ci veniva automatico porci con un tono gentile ed educato.

‹‹Bla bla bla! Non me ne faccio niente delle tue scuse! Inoltre ti ho chiesto come mai mi stavi fissando. Non sai rispondere, per caso? Voi robot dovreste essere abbastanza intelligenti per riuscirci...›› l'anziano non sembrava essersi ancora calmato.

Capendo che, per uscire da quella situazione, dovevo vuotare il sacco, lo feci ‹‹L'osservavo perché da quando sono qui non ho visto molti umani, signore. Quindi li osservo e li ascolto per sapere cosa succede nel mondo esterno.›› parlai senza però osservare il mio interlocutore negli occhi.

Questa volta l'uomo non sbraitò senza nemmeno finire di ascoltare, si accarezzò la barba bianca e mi squadrò da cima a fondo come se mi volesse analizzare. Solo dopo qualche secondo riaprì bocca ‹‹Hmm... Sei un tipo curioso... Come mai ti interessa tanto il mondo esterno? I robot lavoratori come te non dovrebbero avere questi pensieri...››.

‹‹Non c'è un motivo preciso, signore, sono solo in pensiero per gli umani. Ne vedo così pochi che ho paura che sia successo qualcosa alla razza che ci ha creati.›› risposi.

L'anziano si lasciò sfuggire una risata, prima di parlare
‹‹Per questo origli i discorsi degli altri, eh? Comunque se vuoi posso dirti quello che sta succedendo, ad una condizione, però.››.

‹‹Quale condizione?›› non ebbi nemmeno bisogno di pensare, volevo semplicemente sapere. Finalmente, dopo anni di attesa, tutte le mie domande avrebbero trovato delle risposte.

‹‹Devi custodire questo.›› l'anziano, dopo aver frugato nella tasca per qualche istante, tirò fuori un piccolo quadratino di colore blu.

Non avevo mai visto una cosa del genere in vita mia, sembrava un piccolo gioiello che non luccicava ‹‹Che cos'è, signore?›› chiesi.

‹‹E' meglio che tu non lo sappia, per il momento. Ma non avere paura, quando verranno da te in futuro, avrai tutte le risposte. Voglio inoltre che tu rimanga qui, qualsiasi cosa accada, sono stato chiaro?›› rispose l'uomo, senza però dirmi davvero nulla su ciò che volevo sapere.

‹‹Va bene, accetto questo scambio.›› dissi, prendendo l'oggetto dalla mano dell'uomo e riponendolo in una delle mie tasche robotiche. Ovviamente questo era solo un soprannome, in realtà si trattava di una piccola scatola che si trovava sul mio fianco destro.

‹‹Ottimo! Adesso passiamo al prossimo argomento, devo mantenere la mia parte della promessa.›› ribadì l'uomo, aggiungendo poi ‹‹Sarà una lunga chiacchierata, perché non facciamo quattro passi, nel frattempo?››.

Un'ottima idea, anche perché restare lì non era molto saggio, altri miei colleghi avrebbero potuto vedermi chiacchierare con un individuo senza svolgere la mia mansione, mettendomi nei guai. Accettai senza indugi, mentre l'anziano mi porse una busta.

‹‹Tienila per me, che sono anziano.›› disse, a quanto pare aveva già un piano.

L'uomo riaprì bocca solo dopo qualche minuto di passeggiata ‹‹Vedi, se ci sono pochi umani in questo posto è perché non ce la stiamo passando molto bene.›› iniziò, aggiungendo ‹‹Dovevamo risolvere alcuni problemi molto importanti, quindi tutti abbiamo dato una mano.››.

‹‹Quali problemi? L'inquinamento? Ne ho sentito parlare anni fa, quando venni costruito.›› risposi, avanzando l'unica ipotesi a cui potevo pensare.

‹‹Diciamo che l'inquinamento è solo uno dei tanti problemi, anche se ormai l'abbiamo praticamente risolto.›› dopo una breve pausa, l'anziano disse ‹‹Con la tecnologia a nostra disposizione ormai non è più un problema, ma ci sono cose che nemmeno la tecnologia può cambiare.››.

‹‹Cosa intende dire, signore?›› gli chiesi.

‹‹La natura umana, che è sempre imprevedibile. Anche se molti individui, con film e libri, hanno ipotizzato che la tecnologia potesse cambiarci dal profondo, a quanto pare non è successo.›› l'uomo si fece una risatina, prima di continuare ‹‹Vedi, il problema principale è che ci sono troppi piccoli problemi che, unendosi, creano non pochi grattacapi.››.

‹‹E quali sarebbero questi problemi più piccoli, signore?›› posi un'altra domanda.

‹‹Aumento della criminalità, disoccupazione, sempre più movimenti populisti governano senza avere le conoscenze adatte e atti terroristici, per farti un esempio, la situazione poi viene aggravata da un altro fatto, quello più gravoso...›› replicò l'anziano, abbassando lo sguardo.
Nonostante capii subito cosa voleva suggerire quell'espressione, non potei fare a meno di chiedere ‹‹Quale fatto?›› senza nemmeno concludere la frase con il solito "signore".

‹‹La manipolazione delle informazioni, mio caro. Ormai è da diversi anni che chiunque è in grado di scrivere e dire qualsiasi cosa e farsi anche prendere sul serio, questo ha creato molte situazioni disdicevoli, alcune anche molto pericolose.›› rispose l'uomo.

‹‹Come può un'informazione creare scompiglio, signore?›› tale domanda mi era necessaria per comprendere gli umani. Per noi robot le informazioni non erano un problema, sapevamo come analizzarle con cura ed evitare problemi.

‹‹Perché voi siete diversi, siete meccanici, gli umani invece sono esseri che provano emozioni, ed è su questo che giocano coloro che manipolano le informazioni. Cercano di far passare dalla loro parte chiunque e con qualunque mezzo, anche con informazioni false.›› ribadì l'anziano.

‹‹Posso capire il soggiogare le persone, ma come può una notizia falsa scatenare situazioni pericolose?›› domandai, per me una cosa del genere era impossibile da comprendere.

‹‹Ti ho parlato degli atti terroristici, vero? Bene, uno di questi gruppi è nato perché un tizio, divenuto il loro capo, è andato in giro a dire che una multinazionale vuole controllare gli umani e farli diventare dei manichini.›› l'uomo si fece un'altra risata.

‹‹Signore, ma come si può credere ad una cosa del genere?›› domandai, anche io avrei riso se avessi potuto farlo.

‹‹Beh, perché queste stupidaggini hanno sempre un fondo di verità, questo ci porta dritti al motivo per il quale non vedi spesso molti umani. Hai mai sentito parlare del progetto Xohar?›› questa volta fu il mio interlocutore a pormi un quesito.

‹‹Sì, ho sentito questo nome origliando una conversazione, ma non so cosa sia...›› risposi.

‹‹Immagino, è una cosa difficile da spiegare per molti. La versione corta è che in pratica abbiamo creato una sorta di computer organico, il primo della sua specie. Il suo scopo era quello di trovare una soluzione a questi problemi, viste le sue capacità, ci siamo affidati a lui...›› dopo una breve pausa, l'anziano aggiunse ‹‹Ma proprio per le sue potenzialità, abbiamo dovuto fare un gran sacrificio...››.

‹‹Quale sacrificio, signore?›› chiesi, a quanto pare i ruoli comunicativi erano tornati come quelli precedenti, dove io chiedevo e lui rispondeva.

‹‹Siamo diventati un tutt'uno con questo computer organico. Sia per farlo funzionare, ma anche per fargli capire meglio la situazione, tutti gli umani hanno indossato per molti anni un piccolo dispositivo. Grazie a questo, parte della loro energia celebrale veniva trasferita alla macchina.›› l'uomo mi spiegò tutto, lasciandomi senza parole, non avevo mai sentito prima di un macchinario con un funzionamento simile.

‹‹Ma... Questo cos'ha a che fare con la presenza di pochi umani e le notizie false di cui mi ha parlato prima?›› gli chiesi.

‹‹Per il primo punto, tale dispositivo diminuiva le energie degli umani, quindi di solito si cercava di non fare troppi sforzi. Un metodo utilizzato anche per diminuire la criminalità, cosa che ha funzionato, più o meno... Mentre per il secondo punto, stando a questo gruppo terrorista, è proprio tramite questo apparecchio che vogliono controllare gli umani.›› mi spiegò l'anziano, fermandosi.

‹‹Signore, non mi ha ancora detto una cosa però... Il computer ha trovato una soluzione?›› tale domanda nacque spontaneamente nella mia mente meccanica, era l'ultimo pezzo che mancava all'intera conversazione, dopotutto.

‹‹Così sembra, anche se non ne sono molto sicuro, ecco perché ti ho affidato quell'oggetto...›› l'uomo non rispose però completamente alla mia domanda.

Motivo che mi spinse ad essere più specifico con la mia seconda domanda ‹‹E quale sarebbe la soluzione proposta dalla macchina, signore?››.

‹‹Abbandonare la terra e colonizzare la luna...›› rispose, con evidente scetticismo, il mio interlocutore.

‹‹Quindi presto lascerete questo pianeta.›› fu l'unica cosa che riuscì a dire.

‹‹Sì, ormai è quasi tutto pronto, il lancio è previsto per il mese prossimo, ma io non andrò con loro, resterò qui.›› ribadì l'anziano.

Probabilmente aveva i suoi buoni motivi se voleva restare, dopo quella rivelazione però, nacque un problema ‹‹Signore, se gli umani vanno via non potrò mantenere la promessa che le ho fatto. Probabilmente presto ci disattiveranno.›› se fossi stato in grado di provare delle emozioni, quella più adatta in quel momento sarebbe stata la paura. La disattivazione equivale alla morte per i robot.

‹‹Non ti preoccupare, è per questo che siamo arrivati fino a qui.›› disse l'uomo, indicando il piccolo prefabbricato presente davanti ai due.

Si trattava della stanza dove era presente il sistema principale che poteva modificare le azioni di tutti i robot e dei macchinari presenti. L'addetto lo utilizzava a distanza, ma nulla vietava di utilizzarlo manualmente in quel posto, cosa che il mio interlocutore sembrava intenzionato a fare.

Entrambi entrammo e, dopo aver acceso le luci, l'anziano mi porse il bastone ‹‹Tienilo per qualche secondo, per favore.›› disse, per poi iniziare a pigiare velocemente i tasti della console.

Non passarono nemmeno dieci minuti che, dopo aver ripreso sia la busta che il bastone, tornò a parlare ‹‹Bene, adesso sei stato scollegato dal sistema, non ti possono più disattivare.›› per poi abbandonare la stanza.

Quando anche io mi trovai all'esterno, notai che l'uomo si stava dirigendo verso l'uscita, lo inseguì per dirgli quelle che, con molta probabilità, sarebbero state le ultime parole che avrebbe ascoltato per molto tempo ‹‹Grazie mille, signore.››.

L'anziano non rispose nemmeno, fece solo un cenno di assenso con il capo, per poi riprendere a parlare.

Come aveva predetto, un mese dopo quella chiacchierata tutti i miei colleghi robot vennero disattivati. Il giorno stesso vidi anche qualche nave spaziale allontanarsi dalla terra. Io non potevo far altro che mantenere la promessa fatta, restando lì ad aspettare che qualcuno tornasse.



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