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lavoro pubblicato mercoledì 1 marzo 2017
ultima lettura domenica 10 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

la dama inesistente

di Enrico1971. Letto 398 volte. Dallo scaffale Storia

 Il vento smuoveva gli scaccia spiriti di legno. Le reti erano state tirate sotto gli ulivi dagli addetti alla raccolta. La contessa camminava elegante tra quelle sculture di legno fatte dalla natura, tra quegli antichi ulivi aveva tanti ricordi, ...

Il vento smuoveva gli scaccia spiriti di legno. Le reti erano state tirate sotto gli ulivi dagli addetti alla raccolta. La contessa camminava elegante tra quelle sculture di legno fatte dalla natura, tra quegli antichi ulivi aveva tanti ricordi, così una lacrima le scivolò veloce lungo il viso.

Gli occhi della contessa erano d'uno splendente verde veneziano, il suo modo di muoversi subacqueo regalava bellezza e fertilità.

La contessa Virginia era una gran bel pezzo di donna, erano tanti i corteggiatori: banchieri, latifondisti, industriali, orefici, nobili in auge e nobili in declino, ma anche servi, giardinieri, cuochi, pure il maniscalco si era presa una bella cotta per lei.

C'è chi asseriva che solo un re poteva permettersi quella statua di carne dove la femminilità eruttava spontanea come lava da un cratere.

Gli occhi che si appoggiavano sulle sue curve finivano per perdere la pace, era un'immagine difficile da dimenticare.

Virginia amava camminare per i sontuosi giardini della villa, lo faceva con il buono e il cattivo tempo, quei giardini labirintici la rilassavano.

La nobildonna faceva parlare l'incanto dei suo incarnato, delle sue espressioni, del suo corpo, la bocca e gli occhi però rimanevano spesso scultorei, fermi in una figura enigmatica.

Qualcuno la chiamava la contessa triste, ma in fondo anche il suo carattere un po' malinconico risultava piacente su di lei.

Incedeva tra quei dedali guardandosi attorno come una bambina, ogni volta trovava qualche particolare nuovo, quei giardini erano davvero infiniti. Quando rincasò la cena era a tavola, mangiò da sola, suo padre e sua mare erano nella villa in campagna e ci sarebbero stati per tutto agosto.

Quella sera Virginia era irrequieta, così dopo il quarto bicchiere di vino si slacciò il corpetto, avrebbe voluto denudarsi completamente, lì, davanti ai tre servi. Per lei quei tre cortigiani fino ad allora erano stati solo ombre, figuranti, ma ora avrebbe voluto vedere i loro copri olivastri muoversi sotto il suo fiele, sentire il loro odore selvaggio, avrebbe desiderato essere posseduta tra quella selva di mani.

Ora la contessa si era ricomposta, i servi erano tonati ombre, i rumori di corte si stavano affievolendo. Virginia salì per le regali scale. Adesso guardava la sera della finestra del palazzo, passato presente e futuro si fusero in quell'acquazzone d'imbrunire. Quel giorno Virginia aveva compreso che non sarebbe mai stata ciò che ambiva suo padre, il Marchese Aragona, nobile di Volterra, cavalier della Legion d' onore, membro dell'ordine dei cavalieri di S Stefano e ora pure conte di Montecerboli.

La finestra era aperta, il vento le parlava dell'indifferenza delle persone, di un mondo prestabilito dove lei faticava a esistere.

Osservava il giardino nella luce lunare. Al di là della recinzione muraria una terra arida e polverosa, basse colline con gruzzoli di case storte sparse qua e là. Da laggiù giungeva il grugnire dei maiali, voci di bambini e rumori di un mondo a lei lontano.

Dormì con la finestra aperta, tra il tocco elegante della pioggia. Le tende di raso si agitavano, il viso di Virginia era soave, il turchese dei suoi iridi nascosti sotto le palpebre erano immersi tra eroi e marinai, sogni e libertà, sesso e inquietudini.












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