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lavoro pubblicato venerdì 24 febbraio 2017
ultima lettura sabato 6 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Starlight - Luce di stella (giorni ventunesimo - trentesimo)

di LMA. Letto 289 volte. Dallo scaffale Fantascienza

ANÀVOK 21.01.502 <Ti ricordi tua madre?>, Uli a Ley. I due sono seduti fuori dalla rimessa di Yon, nei raggi di quel sole calante, tanto da sembrare irrorati di rosso. <Sì, me la ricordo... Tu no?> <Non riesco pi&ug...

ANÀVOK 21.01.502


<Ti ricordi tua madre?>, Uli a Ley.

I due sono seduti fuori dalla rimessa di Yon, nei raggi di quel sole calante, tanto da sembrare irrorati di rosso.

<Sì, me la ricordo... Tu no?>

<Non riesco più a ricordarla... Ero piccolo.>

<Allora non ci conoscevamo ancora.>

<No. Allora c'era solo mio fratello>, Uli si accorge un attimo dopo di averlo nominato.

<...Non me ne hai mai parlato... Forse a Yon...>

<No>, lo interrompe.

Ley cambia argomento, <Ci pensi mai... a quale poteva essere la vita qui secoli fa? O da qualche altra parte, su altri pianeti?>

<Altri? Pensi che ce ne sia più d'uno?>

Ley lo guarda a metà tra la sorpresa e l'indulgenza, <Ma certo. Potrebbero anche essere sul pianeta Blu per quello che ne sappiamo.>

L'amico alza lo sguardo che tra i colori del giorno non riesce a scorgere il vicino pianeta, <Potrebbero essere lì... altre persone?>

Ley sorride, <Dobbiamo pur augurarci qualcosa.> Torna serio mentre anche lui si rivolge alla volta cangiante.


Quella sera, Yon preparerà da mangiare, Ley tornerà a letto, ma con gli altri, non si alzerà più per oggi, le costole gli fanno molto male nelle ore tarde della giornata e deve riposare, Uli canterà per gli amici.



ANÀVOK 22.01.502


Buio, tra qualche minuto sorgerà nuovamente. Un canto viene da lontano, trasportato dal vento notturno, accompagna la sabbia del Sud che sale. Nelle regioni equatoriali dev'essere in corso una gigantesca tempesta. Un canto incessante, un canto funesto, di morte, "Benedetta sia la malattia", "Benedetto sia il portatore". Non tutti la odono, coloro che si nascondono, coloro che dormono. Ley, Yon ed Uli la sentiranno e il loro sonno si farà agitato, di antiche creature posso vedere, mi mostrano i loro musi lunghi a scaglie ed una porta una corona, ma non so se sia quella o i loro denti affilati a spaventarmi di più. E il canto continua nella notte e chi può dormire non può più riposare. "Lode a colui che discende con le ali della malattia", ancora, "Ci innalzerà sul nuovo mondo."

La bambina bionda piange nel sonno, l'innocente è meglio che scappi, Uli trema come di un grande freddo, Ley si lamenta, Yon, gli occhi sempre chiusi, è paralizzato dal terrore... Il sole sta per sorgere...



ANÀVOK 23.01.502


La fasciatura è abbastanza stretta, si appoggia allo schienale per non far gravare il peso del corpo sul costato, il più possibile, deve restare dritto. Si allaccia con cautela la cintura di sicurezza ad X, ma se la slaccia subito dopo... Accende i motori.


<Come ti sembra?>, Yon.

<Bene>, Ley.

Solleva le sopracciglia con sguardo di ironica attesa il creatore.

<E' bella, molto bella... Sei soddisfatto?>

<Se lo sei tu...>, scherza Yon.

Ammette Ley, <Hai fatto un lavoro sorprendente.>

Yon è soddisfatto.

<Sai...>, cambia discorso il costruttore, <forse abbiamo lasciato Uli per troppo tempo da solo.>

<...Che vuoi dire?>

<Tutti questi anni...>

Ley riflette. <Ti è sembrato strano?>

Fa un cenno affermativo con il capo, <Ogni anno di più. Ci ho pensato... è così.>

<Lassù... è stato strano, ma... Mi sembra sempre lo stesso.>

Abbozza un mezzo sorriso, <Spero che tu abbia ragione.>


I tre si ritrovano a fine giornata, insieme, hanno portato fuori il tavolo, mangieranno all'aperto e fanno il punto della situazione. Ci scappa anche qualche risata. Non lo sanno, ma sono le tre persone più fortunate del pianeta.

La rotta è semplice sebbene un'incognita, attraversato il deserto nella fascia centrale del pianeta, prima grossa incognita, raggiungeranno l'emisfero Sud di Anàvok, e lì cercheranno le ultime città, quelle che rimasero, che non vennero abbandonate, ancora in vita mentre al Nord anche i centri più grandi si spegnevano. Questa è la prima tappa di quello che potrebbe essere un lungo viaggio, il più lungo della loro vita. Se davvero lasceranno... la superficie del pianeta, non potranno farlo senza una conoscenza scomparsa, presente ancora dove la civiltà ha perdurato.

E' di nuovo tempo di riposare.



ANÀVOK 24.01.502


Avanti, manda avanti questo posto da solo. Troppo giovane, abbastanza, ogni giorno farai quello che faceva lui, sei rimasto solo come lo rimase lui, quando tua madre tornò alla terra e al cielo, combatterai la battaglia per sopravvivere, ben sapendo che i pochi dissero ti avrebbero aiutato, ti sarebbero stati vicino, non lo faranno, come dissero a lui qualche settimana prima della partenza-senza-ritorno? "Veglierò io su tuo figlio. Non ti preoccupare." Falsi bastardi pensi ora. "Io sono qui, se ha bisogno di qualcosa..." Uno si trasferì, gli altri due si fotterono...


Uli il pensieroso ricorda ancora, ancora e ancora.


In un altro posto Yon fa lo stesso.


In un posto ancora diverso il pensiero di Ley si muove.



ANÀVOK 25.01.502


Primo vero volo. Ley percorrerà una distanza di cinque miglia e ritorno.

Si accendono i motori. Sanno che devono darsi una mossa, non è detto che qualcuno non si interessi a quello che stanno facendo. Forse se ne sono già accorti, poi dovranno capire, poi potrebbero fare domande, poi potrebbe essere tardi e quelli essere più di loro.

Nessuno sa con esattezza quanti esseri umani vivano ancora come topi tra le macerie di questa colossale città in rovina. Cade a pezzi un po' alla volta, proprio ora uno schianto lontano, il fragore annuncia che qualcosa di grosso ha incontrato il terreno.

<Ne è caduta un'altra... parecchio lontano>, fa Ley.

<Che zona?>, chiede semi-distrattamente Yon.

Ci pensa un attimo su, gli occhi nella direzione del rumore, <Direi un anello prima del centro, Sud>, conclude Ley.

Unità di misura della città, cerchi concentrici di macerie ammassati in modo da creare vie sgombre di passaggio, risalgono a parecchio tempo fa anche loro.


<Non è che sia difficile da guidare, ma io lo stabilizzerei meglio.>

<Ehi Ley, perché non lo fai tu allora?>

<Non sto criticando il tuo lavoro, non essere sciocco.>

<Vedi di rimangiarti quello che hai detto.>

Yon e Ley sono ai ferri corti verso la fine della giornata. Troppo nervosismo.

<Ragazzi finitela>, Uli.

Sono uno difronte all'altro, più vicini di un passo ora. Yon è il più alto, capelli scuri, magro, Ley di altezza media, un po' più muscoloso, capelli molto corti altrettanto scuri, carnagione egualmente scurita dall'opera dei due soli.

<Mi avete proprio rotto voi due>, Uli con calma ma decisione va a porsi tra loro. Dei tre è il più massiccio, sebbene il più basso. Appoggia le sue mani da contadino sulle spalle dei due, <E' stata una lunga giornata amici.>

Si calmano un poco.

<Siamo qua fuori a prendere troppo sole da troppe ora, non fa bene>, e stringe la presa sui due compagni.

Attimo di silenzio, si guardano, <Ma sì... è stata una lunga giornata di merda!>, ed alza la voce finendo la frase Yon. Poi si mette a sorridere.

Ley anche comincia a sorridere, si deterge il sudore dalla fronte con la manica arrotolata sopra il gomito. Comincia a ridere, ridono entrambi, si unisce anche Uli.



ANÀVOK 26.01.502


<Possiamo partire domani>, asserisce il pilota.

<...>, Yon pensa di chiedergli delle sue ferite, <Ok.>


Problemi risolti, tutti? No certo. Va bene così.

Caricato il necessario? Pollice alto.

Allora partiamo... Sì. Ma dammi ancora questa sera, una breve notte per ricordare e non scordare. Lascia che mi guardi intorno ancora, dopotutto è stata casa mia, giusta o sbagliata, per quasi trent'anni.


Restano in silenzio, comunque sono insieme, ma ognuno ha i propri ricordi da salutare. La via è impervia, è sconosciuta, possa il domani tanto atteso attendere ancora, nell'istante il tempo si dilata e poi scompare, la luce bianca e le ombre del passato più vividamente empiono la memoria dei tre ed ogni respiro è carico di realtà e destino.



ANÀVOK 27.01.502


L'aria sferza il metallo della navicella, di corsa passa attraverso la corrente.

<Siamo davvero staccati da terra...>, ammirato Uli da voce al pensiero di tutti.

Prendono quota un po', sotto la distesa di detriti e sudiciume appare in tutto il suo essere alle loro vite. Osservano ogni cosa, osservano davanti a loro, ora... solo giallo, in tutte le sfumature del deserto. Entrano dove gli uomini non possono andare, dove la terra è sbriciolata e ridotta in polvere dagli elementi e non uno che sia umano può sopravvivere.

<Guardate!>, Uli punta gli occhi su qualcosa di grande che fuoriesce dal terreno.

<Sono tanti>, fa Ley.

<Tantissimi...>, finisce Uli.

Zampillano fuori come lava da un cratere vulcanico, uno sopra all'altro, bianchi, tantissimi, bruchi della terra, un'intera colonia. Dopo pochi metri si risotterrano, tutto a grande volocità, vorticosamente, è quasi ipnotico, si muovono in un tutt'uno, apparentemente senza senso.

<Quanta strada abbiamo fatto?>, sempre Uli.

<Poca... direi...>, sembra di essere già in un altro mondo, risponde Ley.


Vanno e vanno, l'astro è sempre un po' più in alto e continua a salire.

Prendono ancora quota, sotto i venti sono rivelati dalla sabbia che si alza e sferza modificando le dune. Una corrente ne incontra un'altra, cominciano a girare insieme e cresce la danza in un turbine di sabbia.

Si guardano e si sorridono.


La nave regge. Non sanno quanto ci vorrà. Ley accelera. Si avvicinano, senza saperlo, alla fascia centrale del pianeta.


"Chiudi i tuoi occhi, china il capo a terra, porgi la tua vita al Signore della violenza, ne faccia ciò che vuole", ancora quella voce che di tante è un coro, ancora perpetua la minaccia, "Dovete morire perché Lui possa vivere per sempre, e noi vivremo per sua mano ancora, bevendo sangue e mangiando carne." Una luce balugina lontana, da tribordo, ad una distanza che non sanno calcolare, <E' come...>, vertigine, si avvicina, spalanca gli occhi, si avvicina solo nella sua mente, Yon e Ley sentono, lui riesce anche a vedere.

Una forma piramidale alta fino al cielo che avvicinandosi essa oscura, riflette la luce e d'oro risplende, aumenta il calore circostante come specchi a concentrazione. Nessuno, fa troppo caldo, ancora avanti, deve ridestarsi, vuole vedere... E' stato visto... "I suoi occhi vedono... vedono tutto... vedono me..." Scappa!


Fermi in mezzo al deserto... Il cielo di notte limpido brilla, brillano le stelle, brilla l'universo, calma piatta, attenti i ragazzi sono quasi pronti a ripartire. Al minimo segno dell'innalzarsi del vento prestano attenzione.

Uli si sente meglio, ha provato a spiegare agli altri due cosa ha visto, ma si è bloccato prima della fine. Forse potrebbe riuscire, ma non crede che quella sia la fine... Sente la testa pesante, più pesante che mai.

Le stelle cominciano a scomparire. <Andiamo>, Ley.



ANÀVOK 28.01.502


Quella luce intermittente ancora è visibile, si allontanano, cominciano a sentirci meglio, il brusio diminuisce, ora è solo un ronzio lontano. Non sanno cosa sia stato, ma proveniva senz'altro da là. Certe cose, nel cuore del pianeta, è meglio che rimangano un mistero. Eppure sono certi che le voci erano le stesse, le stesse di quella notte della quale non hanno mai parlato, certi sguardi sono più eloquenti di tutte le parole inventate. Mentre il timore in superficie va degradando verso la dissoluzione con esso si sopiscono sensazioni, qualcosa di nuovo, sconosciuto anche alla terra e nondimeno antichissimo, è presente al centro di Anàvok.


<Guardate!>, Yon indica laggiù, <Il deserto è finito!>

Costruzioni diverse difronte ai loro occhi appaiono, il sole ora alle loro spalle.



ANÀVOK 29.01.502


La pietra bianca di costruzioni basse, dalla forma arrotondata, fa uno strano effetto, non avevo mai toccato altro che non fosse di metallo scuro.

"Questa è pietra...", parlano senza parlare i tre ragazzi, o giovani uomini se preferite.

Un solo sguardo abbraccia più persone, affaccendate quali più quali meno, di quante mai viste prima insieme, sommando l'esperienza dei tre. Decine, una donna là, fuori da... un bambino o una bambina con il viso sporco, un uomo ne precede un altro che porta... che porta?

Si guardano intorno, che sensazione! Non che sia caotico, non è poi che di corsa vadano, è solo più vivo di quanto mai abbiano vissuto, è come un ritmo diverso, trasmesso da persona a persona.

"Wow!"

Si osservano e ancora osservano gli altri. Il sole scalda, qualcuno guarda loro, una donna alle soglie della vecchiaia, sulla cinquantina, su Anàvok si dura meno a lungo, li invita a ripararsi all'ombra tra le case. Sono proprio le loro case, è una comunità sul margine del grande deserto che ben oltre l'equatore da questa si estende.

Parlano la stessa lingua. Bene. Hanno lasciato la nave fuori, dove pensano non venga vista. Quando qualcuno chiede loro di dove vengano, la risposta lascia quelli sbalorditi. Guardano al deserto e... I loro occhi dicono che non è possibile. Camminano tra quella gente seguiti da molti sguardi, persone che non sanno cosa pensare di quei tre.

Quale fortuna è non conoscere altro? Non saprei la risposta. Ma forse puoi vivere anche serenamente senza sapere quali mondi e quanta magia, quante persone e quanto ancora c'è, al di là del tuo orizzonte e del mondo nel quale, a volte, sei imprigionato. Chiedilo a Uli, a Yon o a Ley, se qualche volta qualcosa dentro non ti dice che qualcosa manca, e sereno non puoi più restare.

I ragazzi esplorano il villaggio.


A sera avanzata. La luce irradia da uno, tanti fuochi, davanti alle piccole case, illuminano fiocamente la pietra bianca e i volti delle famiglie. Da quel che possono vedere da qui, nessuno ha più di due figli, non differentemente da quel che avviene, o almeno avveniva al tempo in cui erano bambini, al Nord.

Dalle informazioni avute, non esattamente al primo tentativo, devono dirigersi verso Sud e di qualche grado verso Ovest, ricordando di invertire i punti cardinali.


E' notte, l'aria è pesante e calda, a questa latitudine, ad occhio, l'oscurità non dura che una mezzora o poco più. Una voce serpeggia tra i bambini, due si muovono tra gli altri addormentati, parla di rettili, "I mostri che vivono nelle profondità del deserto", stanno facendo un gioco, uno si inginocchia la fronte a terra, simulata richiesta di clemenza, e viene ucciso, quell'altro lo sovrasta facendosi più grande.

Uli si volta dall'altra parte.



ANÀVOK 30.01.502


Il torpore lentamente si allontana, la nave scende, Ley l'avvicina al suolo. E' un po' stanco, Uli e Yon ora desti.

Dalla cabina di pilotaggio, ampia e separata dall'unico altro ambiente abitabile da una paratia la cui porta di comunicazione è sempre aperta in quanto mancante, possono vedere un panorama vagamente familiare. Edifici che salgono più si allontanano, molti caduti, alcuni addossati agli altri, la conosciuta sfumatura sul grigio, ne conoscono l'odore, lo stesso che ha la loro navicella. E' un'altra grande città ed è abbandonata e in rovina. A quella vista tutto in loro tende verso il basso.

Dentro non possono andare, tra quegli edifici immensi e pericolanti, con la loro nave, dovranno andare a piedi, devono trovare ciò che cercano.


E' difficile non chiedersi, non accettare un dubbio, quando si va oltre quello che eravamo pronti a trovare, o non trovare.

"Cosa è successo?", pensa Yon.

<Cosa è successo?>, chiede a nessuno Uli.

<Forse non era tutto vero>, risponde Ley, con un peso che aumenta dentro.

Le strade sono deserte, davvero non è molto dissimile da casa loro.

"Quella non era più casa mia", si ripete Ley.

Si guardano intorno.

<Avanti... Non fa differenza>, gli altri ascoltano le sue parole, <Non è qui che siamo diretti.>

Yon si fa animo, <Andiamo a vedere, può essere che troviamo qualcosa.>

<Forse non sono tutte così>, azzarda Uli.


<Non può essere di questa che parlavano... Dico quelli del villaggio>, Uli, camminando tra l'ombra e la luce.

<Io credo proprio di sì>, risponde Ley.

Yon sbuffa.

<Non passiamo per di qua. Sembra più sicuro di qui>, lo seguono, come sempre, e sbucano dall'altra parte, di nuovo fuori dall'ombra, risalgono su macerie sdrucciolevoli. Si accorgono, guardando in giù, che sono ora a diverse decine di metri da terra.

<Porca miseria!>, Yon ad un punto. <Come scendiamo?>

Una frana, una lunga discesa ripidissima ai loro occhi e piedi, sembra che il peso delle macerie cadute dall'alto da un palazzo più grande abbia fatto cedere ancor prima del tempo una porzione di quello sul quale camminano.

<Dobbiamo tornare indietro?!>, Uli sconsolato. Hanno camminato parecchio.

<...No>, Ley sta guardando qualche metro più in basso sulla destra. A meno di cinque metri sotto, oltre il bordo, si incontra il loro edificio con un altro tutto curvato, obliquo può fare da ponte, ma solo se non hai paura di discendere in quella bocca d'inferno metallico a trenta metri da terra e lasciarti scivolare. Lo indica agli altri due, i quali gli rendono lo sguardo ad occhi sgranati.


Tenedosi attaccati comincia la discesa, si calano aggrappati a quel che resta del fianco della costruzione per raggiungere l'altra. La mano di Uli comincia a sanguinare. Ley è il primo a poggiare i piedi alla congiuntura. Segue Yon.

Fasciata la mano di Uli, dentro e verso il basso. Attenzione a dove si mettono i piedi e le mani. Ogni cigolio così sinistro...


Perdono la strada migliore un paio di volte, ma Ley la ritrova. Ci mettono parecchio tempo, si aiutano ad ogni passo, Uli è il più impacciato, segue Ley e precede Yon. Passano per ampi saloni, poi cucine, uffici, tutto inclinato a quarantacinque gradi.

Infine toccano terra ed escono da una finestra schiacciata dal peso sovrastante, passando strisciando.

Fuori, <Bene>, sbuffano, <E ora?>, Uli a Ley.

Per un momento si sorridono.

<Ora...>, Ley tira fuori da una tasca interna qualcosa di ripiegata su sé stessa, la apre e osserva, gli altri due gli si avvicinano.

<E quella cosa...?>, fa Yon.

<E' una mappa>, li guarda tranquillamente Ley, <...della città. Era appesa alla parete di una stanza>, si volta all'imponente edificio appena disceso.

<Perfetto!>, Yon soddisfatto del vantaggio acquisito.

La studiano, seduti per terra, all'ombra di una lamiera conficcata nel terreno.

Passa così un'ora, recuperate un po' le forze e mangiato, devono trovare qualcosa anche perché non possono contare su grandi scorte, al piccolo villaggio di pietra hanno preso solo dell'acqua dal pozzo, gentilmente concessa loro, la direzione è decisa, verso il centro dell'agglomerato.

Si allontanano dalle due architetture appogiate l'una all'altra, da una diversa prospettiva, adesso, distanziandosi, sembrano solo la riproduzione in scala uno a quattro delle due che le sovrastano... macerie pronte per cadere dalla torre inclinata e appoggiata a quella difronte, una porta sul cielo spaventosa per dimensioni e per la promessa sospesa che rappresenta.


Camminano fino a sera.



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