ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato venerdì 24 febbraio 2017
ultima lettura sabato 17 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Sono morto a vent'anni. (in corso)

di milofox. Letto 389 volte. Dallo scaffale Generico

Un ragazzo che vive in prima persona i drammi della post-adolescenza in ambienti che vanno dalle metropoli alle periferie. Traumi che fanno riflettere, insicurezze, ansie e dubbi di una generazione nichilista..

CAPITOLO 1

“Non posso ricordarmi tutto nonostante il mio egocentrismo. Sono qui disteso su un letto e la prima impressione che ho è quella di aver raggiunto una scissione completa del mio pensiero dal suo supporto fisico, ovvero il mio corpo. Non riesco a capire dove mi trovo e la visione distorta che mi offre il soffitto mi ricorda quella delle interferenze dei vecchi televisori: un continuo friggere di masse informi, ronzii e puntini di varie tonalità di grigio, da quello più tendente al bianco fino ad arrivare alle tonalità che si avvicinano al nero. Rifletto, provo a ricordare. E’ la memoria ad essere la prima piaga della nostra umanità. Senza la preoccupazione di ricordare qualcosa, qualsiasi cosa, non faremmo quello che facciamo costantemente. Nessun monumento, nessun impegno, nessuna ricorrenza. Il nulla. E senza il bisogno di ricordare, di cosa potremmo preoccuparci allora? Se provassi a immaginare la conseguenza di tale dono penso che forse staremmo a fissare un canale che attraversa un paese per ore, guardandone il suo flusso continuo, potremmo guardare per ore tutto ciò che facciamo con l’inconsapevolezza di non poterlo ricordare, con l’ingenuità e la curiosità di un neonato. Potremmo contemplare. Non per niente la contemplazione sta alla base di molte pratiche spirituali orientali e non. Almeno è quello che ho sentito dire; forse l’ho letto da qualche parte. La memoria, la sua conservazione, ci spinge a lasciare un segno. Per chi? E per quale motivo? Il continuo susseguirsi delle conclusioni tratte da questi ragionamenti sta creando in me la convinzione che noi, sì noi esseri umani, noi siamo quel canale che fluisce ed evidentemente abbiamo un senso solo fluendo. Perdendo di vista per un secondo il filo del mio ragionamento, mi rendo conto di quanto sia inutile l’immaterialità di conclusioni come questa. Sono steso su un letto pieno di angoscia e penso che la notte sia priva di memoria.” Mi svegliai pensando a queste parole e nel farlo mi convinsi che mi era valsa tutta la notte per formularle. Questa massa di concetti mi aveva trascinato via con sé come un’onda scura, inghiottendo tutto me stesso senza provocare alcun rumore. Mi sembrava che il tempo fosse un mare calmo che ogni tanto ha delle increspature, ogni tanto si alza e si abbassa, ma rimane sostanzialmente lì. Potevo girarmi di colpo per cercare qualche oggetto famigliare come avevo già fatto decine di volte, potevo finalmente capire dove ero, rassicurarmi, tornare nuovamente a capire chi ero e cosa dovevo fare senza dover badare alle voci che vagavano senza meta nella mia testa, ma era nella notte che mi piaceva vivere e in cui forse ogni tanto mi sentivo attivo. Nella notte ogni movimento non è altro che un inerziale flusso di pensieri inconcludenti. Siamo oppressi dalle conclusioni: una convinzione comune è che la morte sia un’interruzione della vita e non una sua parte, allora mi chiedevo come sarebbe stato vivere la notte ogni giorno. Essere uccelli notturni (nottambuli), ogni giorno.

Mi sentivo una statua, ero diventato la statua della mia vita. Una polverosa statua che sentiva di aver già letto tutti i finali possibili, di un libro già scritto e che non sarebbe stato letto.

Proprio quando il grigiore del soffitto si espandeva in tutta la stanza distorcendo il volume dei mobili e di tutta l’area circostante decisi di alzarmi dal letto e una grande quantità di ossigeno mi andò alla testa così velocemente da farmi vacillare. Avevo vent’anni. Mi sentivo così fragile in quei momenti, quasi come se avessi già vissuto cosi tante vite da non sentire la necessità di accogliere le novità che potevano arrivare l’indomani. Ero fottutamente saturo di opzioni e le uniche sorprese che avevo dalla vita le ricevevo quando non mi creavo aspettative e ad essere sincero ero cresciuto proprio senza di esse. Sognavo, sognavo costantemente, cosciente che nulla di quel che sognavo si sarebbe realizzato. Rantolavo nel buio ma ormai avevo capito dove ero, era la casa dei miei genitori e volevo accendere la luce per capire che ore fossero e quanto avessi dormito. Dalle tapparelle grigie della mia stanza fuoriusciva una luce densa e calda che illuminava a malapena la parete opposta alla finestra.

Avevo dormito sei ore ma erano sembrati sei giorni. In testa avevo “220 Hours” degli Hot Water Music, insomma era una di quelle mattine in cui la mente ti gioca qualche scherzo e fa affiorare suggestioni senza un senso logico annesso al contesto che stai vivendo in quell’esatto momento. Mi diressi verso la cucina, la quale sembrava una scatola di pesante cartone, immacolata, rimasta chiusa da tempo. Odorava ancora di notte e non mi dispiaceva affatto. Si. In quel momento avevo solo bisogno di un caffè anche se ne avevo bevuto fin troppo in quel periodo. Armeggiando con la moca cercai maldestramente il contenitore del caffè sulla solita mensola di legno, accesi il fuoco sul fornello e nell’attesa mi sedetti su una delle sedie accanto al tavolo da pranzo. Mi massaggiai le tempie. Volevo solamente che il dolce e tiepido odore proveniente da quell’arnese usurato e luccicante mi risvegliasse donandomi chissà quale rivelazione mistica su ciò che avrei dovuto fare della mia vita in quella giornata così particolarmente asettica. “Mi sono davvero rotto il cazzo di pensare così tanto che a volte vorrei essere uno di quegli idioti ai talk show” pensai. Ne stavo giusto guardando una replica mattutina per cercare di coprire le voci che brancolavano nelle mie tempie e che digrignavano i loro denti con forza, rendendomi incapace di adeguarmi alla superficialità quotidiana a cui ero felicemente abituato.

Impossibile.

La tazza la lasciai piena per metà, proprio non mi andava giù quel caffè. Il mio collo era dolorante ma cercai di fottermene e pensare a qualcosa da mettermi addosso, quindi presi la solita t-shirt nera dei Black Flag, i miei short neri, i miei calzini neri, le mie scarpe, nere.

Fuori c’era un sole che mi rendeva la persona meno estiva del mondo (ancora più del solito) e non trovavo nemmeno gli occhiali da sole, il che permetteva a quella mattinata particolarmente soleggiata di accentuare il mio grugno. Aprii la vecchia porta in vernice rossa dell’ingresso principale e presi una prima boccata d’ossigeno a pieni polmoni per alleviare la pesantezza dell’aria respirata in quella casa ancora dormiente. L’aria che respiravo in quel momento non era più la stessa di dieci anni prima, era sporca, mi rendeva difficile distinguere i luoghi a cui ero abituato da bambino: il profumo dell’erba tagliata che proveniva dal giardino della mia vecchia casa, quello delle pietre che compongono la pavimentazione del cimitero quando il sole le asciuga dalla pioggia, quello dei copertoni lasciati al sole accanto al negozio di biciclette. Era affascinante pensare a come i luoghi che segnano la nostra infanzia vengano così serialmente idealizzati e posizionati nelle vetrine tanto luccicanti quanto fatiscenti della nostra memoria. Una volta sognai di passeggiare proprio su quella strada, di notte, mentre venivo seguito da un’ombra inquietante di cui non riuscivo a scorgere la vera forma. Mi rifugiavo nella mia vecchia casa, gli infissi dorati dell’ingresso principale risplendevano più del solito. Io ero ancora bambino e chiudendomi in me stesso, chiudendo quella porta dorata che potevo aprire solo io, mi sentivo finalmente salvo. La realtà era diversa. Non mi sentivo al sicuro in nessun luogo. Chiusi la porta rossa e accarezzai le venature appena visibili del legno della quale era composta, quindi mi apprestai ad uscire di casa.

Si, non c’è dubbio, la densità dei miei pensieri e la velocità con cui scorrevano era davvero impressionante e questo fluire di informazioni non mi permetteva di capire di cos’avessi bisogno davvero.

Senza pensarci troppo mi resi conto che i miei piedi sapevano dove dirigersi senza dover essere guidati. Avevo bisogno di andare alle poste per ritirare un pacco che stavo aspettando da tempo.

C’era un caldo davvero insostenibile e avevo paura che una volta tornato a casa avrei dovuto cambiarmi nuovamente per farmi una doccia. La mia camminata era ancora meccanica.

-Dovrei sgranchirmi le gambe a dovere facendo una passeggiata dopo aver ritirato quel pacco.-. Dissi tra me e me, ma la temperatura così alta rendeva l’aria irrespirabile.

In lontananza vidi una mia vecchia conoscenza, si, una mia vecchia compagna di classe delle scuole elementari. Istintivamente mi prese il panico e cominciai a chiedermi quale sarebbe stata la cosa giusta da fare, nel mentre continuavo a camminare per non assumere di colpo un andatura innaturale. Ma era troppo tardi. Sentii di camminare in modo talmente impostato da sembrare un soldatino caricato a molla. Simulai una telefonata, cominciai a parlare a vanvera mentre nel frattempo la ragazza si avvicinava sempre di più. Mi resi conto che distavamo non più di una cinquantina di metri l’uno dall’altra. Volsi lo sguardo dalla parte opposta della strada, guardai distrattamente le automobili passare sperando che a tempo debito lasciassero il passaggio pedonale libero. Corsi distrattamente con il telefono ancora appoggiato all’orecchio.

-Oggi allungherò la strada per le poste.-.

Ecco che la passeggiata che dubitavo di fare prese la massima priorità. La strada che presi per evitare quella ragazza era una strada sterrata che costeggiava il canale. Quello scenario mi diede tempo per riflettere sulla cazzata appena fatta. Mi sentivo una persona orrenda, non mi costava niente salutarla. Chissà se mi avrebbe riconosciuto. Mi fa sempre un certo effetto rivedere persone di cui in fondo non mi interessava molto. Lei era davvero una ragazza insipida, una di quelle casa e chiesa che seguivano a bacchetta tutto quello che dei genitori troppo impostati le dicevano e che avevano a loro volta imparato dai loro stessi padri. Non era per niente carina ed era così insignificante per me che non sentivo né il bisogno di stringerci una solida amicizia né di renderla oggetto di scherno, anche perché diciamocelo, non ero di certo il leader della scuola, né alle scuole elementari, né alle medie, né al liceo. Mentre una lieve tachicardia ansiosa accompagnava la mia “passeggiata” forzata, l’odore dell’erba incolta mi arrivava alle narici cercando di calmarmi e di colmare quei pensieri inutili ed egoistici.

Arrivai finalmente alle poste. La coda era lunga ma non quanto mi aspettassi. Le persone che attendevano caoticamente in fila se ne stavano per conto loro in un silenzio quasi religioso che le faceva apparire come delle grandi statue in ceramica, dei soprammobili puramente decorativi in quell’asetticità sprigionata dall’ambiente circostante.

Il padre di un mio amico d’infanzia di cui avevo perso i contatti raccontava a una signora alcuni fatti riguardo all’impiego del figlio che all’epoca aveva trovato lavoro presso un’officina meccanica; le raccontava di come quest’ultimo si trovasse a suo agio in un luogo a cui aspirava di lavorare sin dall’inizio dei suoi studi. Ero contento in parte, ma il padre del mio vecchio amico sembrò non riconoscermi o non curarsi della mia presenza.

Dopo aver ritirato fuori incessantemente il mio smartphone per controllare chissà quale inutilità dell’ultima ora, dando varie occhiate evasive verso l’uscita, ritirai finalmente il pacco che conteneva tre dischi in vinile: “Can I Say” dei Dag Nasty, “On the Impossible Past” dei The Menzingers e “Fuck World Trade” dei Leftöver Crack.

Ero veramente soddisfatto.

Qualche tempo prima lessi di un sondaggio dove era risultato che tra le persone che acquistano vinili, solo una percentuale bassissima li ascolta appena dopo il loro acquisto. D’altro canto non c’è da biasimarli, una volta arrivato a casa non avrei fatto altro che toglierli dal loro involucro, controllarli accuratamente e leggere qualche booklet per poi riporli in un ripiano del mobiletto dove tengo il giradischi, aspettando l’occasione giusta per ascoltarli. Pensavo a queste cose mentre mi apprestavo a tornare a casa, pensavo che il sole rende l’aria piacevole dato che non era ancora estate e l’afa non regnava ancora sovrana recludendo qualsiasi individuo sano di mente nei propri scrigni di cemento, risucchiando ogni particella d’aria fresca emessa da quei condizionatori luccicanti che ci salvano nelle ore più calde del giorno.

Tornato a casa dei miei genitori, lasciai una nota sul tavolo della cucina dicendogli che sarei tornato a casa mia e che avrei pranzato lì. Chiusi nuovamente la porta di vernice rossa. Presi le chiavi della mia Golf e, dopo essermi seduto comodamente feci un sospiro per prendere aria e premei play. Il mangiacassette sopra la radio fece partire le prime note di “Myage” dei Descendents. Mi diressi verso casa con un mutismo senza eguali, che mi rese quasi difficile riconoscere me stesso data la mia usuale attività canora al volante. Era un mutismo anche mentale, i viaggi in macchina ti svuotano sempre in un certo senso, lunghi o brevi che siano.

E allora la mia mente viaggiava, viaggiava come faceva la mia automobile, viaggiava e vedeva scorrere davanti a sé immagini. Nessuna parola, concetto o suono aleggiava nella mia mente. Solamente fotografie che scorrevano piatte come diapositive, un po’ sfocate, di una qualità mediocre, incapaci di rappresentare le emozioni di quello che dovrebbero rappresentare. L’aria condizionata mi permetteva di rimanere estasiato e concentrato alla guida mentre osservavo le strade e le case brillare al sole. In realtà non ero sicuro di quale fosse la mia direzione.

Frequentavo il secondo anno di università. Avevo appena concluso la sessione estiva, riponendo tutte le nozioni apprese in quei mesi in chissà quale antro oscuro della mia mente. Non ero sicuro mi sarebbero servite. Gli amici che non studiavano più ti dicevano che con tutto l’impegno che ci mettevi quelle cose ti sarebbero servite, che un lavoro per uno come te sarebbe stato facilmente reperibile. Balle, eravamo tutti sulla stessa barca, o non si trovava un lavoro o si trovava un lavoro di merda di quei giorni. Ma che senso avrebbe avuto farmi tutte quelle seghe mentali sull’alienazione del lavoratore moderno, sulla felicità? Sempre i soliti discorsi inconcludenti. Quante persone hanno davvero tempo di andare oltre queste domande? -Queste domande ce le poniamo unicamente quando abbiamo un momento di respiro-, pensavo. Poi niente. Ricomincia tutto da capo. Una soluzione non c’è. O meglio, una soluzione comune non c’è. Ero convinto ci fossero tante piccole soluzioni personalizzate per chiunque e la mia in quell’esatto momento era quella di non pensarci, vivere ogni giorno come se fosse stato l’ultimo, apprezzando l’apprezzabile, essendo felici per ciò che si aveva, senza scappare da ciò che faceva male.

Arrivai a un incrocio non poco distante da casa mia, il semaforo era rosso e in quel momento pensai di non essere sicuro di volere tornare a casa. Il sole mi bruciava gli occhi a tal punto da farli quasi lacrimare. Appoggiai la mano destra sulla fronte e dopo aver riposato gli occhi per qualche secondo li riaprii. Le foglie degli alberi che mi circondavano si muovevano leggermente, mantenendo la loro statica risolutezza.

Un rumore fortissimo sovrastò quello di “Kabuki Girl” dei Descendents e mentre cominciava a farsi man mano più forte tornai a smettere di pensare. La mia mente si svuotò di nuovo, era quello che succedeva ogni volta che ero in auto d’altronde. Ero in uno stato di allerta ma ero in qualche modo calmo. I finestrini della mia Golf tremarono. Vidi un lampo blu arrivare dalla mia sinistra, a destra un auto color grigio metallizzato arrivava a velocità modesta. Mi bloccai. La mia mente capì subito, ma mi ci volle un attimo per smettere di sperare che tutto ciò non accadesse. Sentii un botto che mi perforò i timpani. Un formicolio pervase le mie ossa che diventarono leggere, quasi come se fossero cave. Le mie orecchie non avevano mai sentito un rumore così forte. Un’onda d’urto fece indietreggiare la mia auto. I due veicoli che mi stavano passando davanti si erano scontrati e ora, entrambi con i cofani visibilmente disintegrati, si muovevano leggermente a causa della forza d’inerzia creatasi nello scontro. Le mani mi cominciarono a tremare e il desiderio che mi assalì fu quello di scapparmene via il più velocemente possibile, sì, nell’angolo più remoto del pianeta.

-Sto bene- mi dissi. Stavo davvero bene?

Mi girai e non c’era nessuno. E’ un incrocio di periferia, uno di quelli che in quell'orario era praticamente deserto. Sentivo di dover fare qualcosa eppure ero terrorizzato. Girai la chiave per spegnere la macchina. La cintura di sicurezza mi si impigliò tra le braccia e mi sentii impigliato in una fitta rete. Una fitta rete che mi trascinava giù, dentro l’onda scura. Riuscii ad uscire e mi diressi con una corsa leggera verso i veicoli. Il silenzio più totale mi avvolse. Mi resi conto di avere dimenticato il telefono sul sedile e correndo a più non posso lo presi e digitai il numero del pronto soccorso. Mentre il segnale di chiamata riempì il silenzio che mi stava attanagliando, pensai più volte a come comporre la frase che dovevo dire e ovviamente arrivato il fatidico momento sbagliai più volte a pronunciare correttamente le parole, invertendo più volte il loro ordine nella frase. I centralinisti mi assicurarono che i soccorsi sarebbero arrivati al più presto. Mi chiesero qual era lo stato delle persone coinvolte nell’incidente. Nel veicolo blu che correva all’impazzata, c’era un uomo sulla quarantina: del sangue gli colava sulla fronte macchiando la sua camicia bianca. Aveva chiaramente perso i sensi, forse era già morto. Nell’auto grigia metallizzata, ridotta leggermente peggio di quella blu, vi era un ragazzo che non poteva avere più di venticinque anni, era in stato di shock: gli occhi spalancati, il respiro affannoso, le mani lungo i fianchi, gli occhi fissi sull’altra auto.

“Tutto bene?” gli chiesi io stupidamente. “Stai male? Hai bisogno di una mano? Guarda che ho chiamato l’ambulanza!” dissi io con un rantolo di voce, come se le batterie delle mie corde vocali stessero per esaurire la loro energia. Sapevo che se lo avessi aiutato a fare qualche movimento avrei potuto peggiorare la situazione. Non c’era altro da fare se non aspettare l’arrivo dell’ambulanza. Non avevo mai assistito ad un incidente, specialmente d’auto. Stavo cercando di scavare nella mia memoria il più affondo possibile per cercare di capire se un’esperienza così l’avessi già vissuta, se avessi potuto avere abbastanza esperienza per sapere come comportarmi in un frangente del genere.

Nulla.

Ricordai di un viaggio in auto quando avevo tredici o forse quattordici anni, un auto si fermò davanti a quella di mio zio e noi ci fiondammo contro il suo lato posteriore. La velocità di guida era molto bassa poiché eravamo in un centro abitato e nessuno si fece male, tralasciando qualche ammaccatura sui due veicoli. Non sapevo decisamente come comportarmi e mi sentii davvero inutile. Due persone stavano rischiando la vita e io continuavo a vedere immagini di morte, immagini di incidenti, immagini fittizie che la mia mente stava confezionando a regola d’arte per incrementare il mio terrore. Ma qui quello terrorizzato non dovrei essere io. “Tra poco arriveranno, ti prego stai tranquillo.” dissi al poveretto nell’auto grigia. Mi inginocchiai sull’asfalto come se mi mancassero le forze per rimanere eretto, per rimanere presente su questo pianeta. Tirai un pugno per terra.

L’ambulanza sembrava non arrivare più e mi chiedevo se fosse mai esistita una persona più inutile di me.

Mi alzai e corsi verso l’auto blu. Sospirai. Provai ad aprire la porta dell’auto ma era incastrata. Provai dalla parte del sedile del passeggero. Continuavo a tirare ma niente. Continuavo a tirare. Continuavo. I miei occhi fissavano il cofano dell’auto che rifletteva i raggi del sole per poi guardare il semaforo che regolava il flusso di traffico nel senso in cui stavo guidando io. Era giallo. Dopo pochi secondi diventò rosso.

Tornai verso l’auto grigia e sentii una sirena. Era quella dell’ambulanza. Sospirai.

Ero talmente scioccato che non avevo fatto nulla per rendere sicuro il luogo dell’incidente, per evitare che altre auto non si accorgessero di ciò che era successo. Fortunatamente non ne passò nessuna. Era un incrocio di periferia e a quell’ora era raramente trafficato.

I soccorritori scesero dal veicolo e il mio cervello subì un black out.

Mutismo mentale.

Guardavo le immagini di me stesso interpellato dai paramedici.

Guardavo me stesso impietrito.

Guardavo me stesso illuminato dalle sirene dell’auto della polizia e dall’ambulanza.

-Devo trattenermi per rilasciare la mia testimonianza- mi dissi, ripetendo a pappagallo le parole dell’agente.

-Devo rimanere disponibile per ulteriori dettagli- .

Guardavo le mie mani sul volante, era tardo pomeriggio.

Immagini scorrevano.

Il cielo aveva assunto un grigiore che veniva riflesso dal paesaggio circostante e in quel momento riuscii finalmente a scorgere il cancello di casa. Mi resi conto per davvero che non esisteva un posto dove volessi stare.

Parcheggiai l’auto e mi fermai al supermarket vicino.

Comprai una cassa di birra da 66. Ne aprii una appena varcata la soglia di casa. Versai un po’ di birra sullo zerbino cercando di trovare la giusta chiave tra quelle attaccate al portachiavi. Scaraventai le chiavi sul tavolo della cucina e sentii che il mio corpo stava diventando sempre più pesante, così mentre continuavo a portare la cassa di birra con me mi buttai sul mio divano.

Continuai a bere.

Il collo della bottiglia diventava un prolungamento del mio corpo, qualcosa di essenziale, l’orlo della bottiglia era paragonabile a un seno materno.

Finii una bottiglia e mi misi comodo, accesi la tv e ne aprii un’altra, quindi continuai a bere.

Odiavo la tv, continuavo a cambiare canale e l’audio era talmente basso che rendeva incomprensibile ogni parola che arrivava dall’apparecchio. Sfregai sui pantaloni la mano che si era bagnata a causa della condensa creatasi sulla bottiglia e feci un lungo sorso. Non stavo guardando la tv, guardavo ciò che era successo oggi in loop, secondo per secondo. Lo schermo non faceva altro che riflettere quello.

L’alito diventava finalmente pesante, il respiro affannoso, finii la seconda bottiglia.

Con un movimento lento e confuso cercai tra le fessure dei cuscini del divano l’apri-bottiglia.

Cercai il mio telefono. Guardai l’ora, sono le sette e sette minuti. Passai i successivi dieci minuti a bere la mia terza bottiglia di birra, ma verso la fine diventò troppo sgasata per poterne bere ancora. Alzai il mento e appoggiai la mia nuca disorientata sullo schienale del divano, quindi aprii la bocca e chiusi gli occhi. Cercai a tentoni una nuova birra e feci cadere una bottiglia vuota. Finalmente la trovai e la aprii. Feci un sorso e riappoggiai la testa sullo schienale del mio vecchio e usurato divano. La bocca mi si aprì appena e lentamente cominciai a non capire più nulla.

La mia bocca era aperta e rimaneva poca saliva al suo interno. Aprii a fatica gli occhi e mi sembrò quasi impossibile riuscire a sollevare la testa. Con uno scatto sollevai il collo dallo schienale del divano. Guardai il televisore. Era spento. Fuori si sentiva il rumore dei grilli. Presi in mano il telefono e guardai l’ora.

-Sono le nove e trenta, wow- .

Ricevetti un messaggio di Mike, mi avvisava che entro un’oretta avrebbe staccato dal lavoro.

-Devo assolutamente dirgli che cazzo mi è capitato oggi- .

La birra che avevo cominciato era sgasata. Ne aprii un altra e portai con me la rimanente.

Uscito di casa le luci che illuminano la strada stavano prendendo il sopravvento sulla luce naturale come violenti parassiti artificiali.

Ero stordito.

Ero davvero stato lo spettatore di un incidente d’auto?

Tutto mi sembrava così lontano. Tutto mi sembrava ricoperto da quel pulviscolo di cui sono impregnati i ricordi più densi. Io stesso, che camminavo tra il cemento di quelle strade così avvolgenti, mi sentivo perso in un ricordo che non mi apparteneva, che non aveva modo di essere collegato alla mia persona. E invece era tutto reale. Mi muovevo lentamente, sguardo rivolto a terra, la mia ultima birra in mano. Speravo che Mike me ne avrebbe offerta una una volta arrivato lì.

Dovevo proprio raccontargli cos’era successo.

Merda.

-La reazione ad un trauma è paragonabile a quella della registrazione di un suono.- mi misi a pensare. -Le onde arrivano penetrando il silenzio e la puntina comincia ad incidere la tua mente. Ma in quel passaggio, nel momento in cui il suono compie la sua transizione, il disco è ancora intonso.- Quel momento era durato qualche ora per me e in quel momento la puntina stava incidendo i ricordi nella mia testa, pungente come una lama affilata. Il risultato finale dipendeva solo dal supporto di riproduzione, ovvero la mia testa confusa.

Play.

CAPITOLO 2

Arrivato davanti la pizzeria trovai Mike che stava fumando una sigaretta, i suoi occhi erano chiusi e la mano sinistra in tasca.

“Uè!” disse lui, in tono pacifico.

“Allora che si dice?” dissi io, imbastendo un classico teatrino di convenevoli di cui entrambi conoscevamo l’inutilità.

“Non ti sei ancora rotto il cazzo delle vacanze estive? Dovresti trovarti un lavoretto.” Rise.

“Dai dai. Piuttosto com’è andata oggi?”, ripresi io.

“Solita merda, stavo per dirti che ho intenzione di mollare per cercare qualcos’altro, quando poi mi sono accorto che te l’ho detto pure il mese scorso.”

Sospirai.

Non mi ero ancora soffermato su di lui da quando ero arrivato lì. Posai gli occhi sulle sue mani, poi sui vestiti, sporchi di farina e macchiati di chissà quali pietanze.

Silenzio, sospirai di nuovo senza farmi vedere.

“Senti devo dirti questa cosa, non c’è modo di girarci attorno, comunque ho visto un incidente oggi.”

Silenzio numero due.

“Ma che cazz… Un’incidente di che tipo?”

Mi consolò enormemente vedere come il suo corpo si irrigidì nel sentire quelle parole, la sua classica posa rilassata aveva lasciato spazio ad una più rigida. Si passò la mano sui capelli e si grattò la nuca. Buttò per terra la sigaretta.

“Aspetta che mi cambio un attimo e poi mi racconti.”

Gli raccontati tutto come lo ricordavo, premettendo più volte che la mia mente era offuscata dall’impatto che quell’evento aveva avuto su di me.

“Vorrei sapere come stanno quei due tipi che guidavano le due automobili.”

“Come vuoi che stiano?” riprese seccato lui. “Il tizio che è arrivato sparato era sicuramente ubriaco, spero solo che quell’altro poveretto se la sia cavata con poche ferite.”

“Sai…” dissi io, “Io… quando ho visto quel tizio nell’auto mi sono reso conto che la sua espressione aveva qualcosa di diverso da quel che mi sarei aspettato, non mi sembrava né ubriaco, né di certo fatto. Era semplicemente, non so, rassegnato direi.”

Si, stavo facendo scorrere la puntina del mio giradischi mentale daccapo, il tutto cominciava a suonare più chiaro.

“Capisco… bè alla fine eri molto scosso, ma ricordati che era pur sempre un uomo senza sensi”, Mike si grattò la tempia destra e si ripassò la mano tra i capelli. Non sembrava affatto che avesse lavorato in una pizzeria fino a quindici minuti prima, ma la sua stanchezza era palpabile come la nebbia di novembre.

“Ma sì chiaro, era solo un’impressione, una di quelle che ti balenano in testa al momento, una suggestione forse.” dissi io.
“Senti Milo, vuoi spaccarti una birra? Tanto io devo guidare e quando torno a casa alla fine son da solo e non bevo mai anche se il proprietario mi offre sempre due tre lattine.” Era chiaro volesse distrarmi da ciò che gli avevo raccontato.

Annuii.

“Ma tu non vorresti mica andare a vedere qualche band suonare? Ho sentito che al C.S.O. Butcher c’è una serata Crust.”

Sentivo come se dovessi ad ogni costo gettarmi in balia degli eventi per non rimanere soffocato dalle immagini di quell’incidente, quindi non potevo per niente dire di no, ero stanco.

Mi diressi verso il suo Pandino bianco del ’97 con la solita pacca sul lato sinistro del cofano posteriore.

Quella pacca era lì da anni.

“Quando cazzo la sistemerai quella botta?” Borbottai io con un filo d’ironia.

“Finchè ‘sto cesso a quattro ruote va avanti poco mi importa”.

Rimasi zitto e partimmo.

A me quella Panda piaceva, anche con quella pacca lì.

Abbozzai un sorriso mentre i miei occhi venivano trafitti dalle luci dei lampioni.

Parcheggiata l’auto avevo già cambiato idea, volevo tornare a casa, volevo affogare nel mio letto, volevo annullarmi dal mondo intero.

Si, dovevo alimentare nuovamente la mia sbronza, stava sicuramente scendendo.

“Dai dammi quella birra prima di entrare.”

Mike si era acceso un’altra sigaretta e io aprii la birra, una doppio malto bella fresca che faceva al caso mio.

Stavamo lì davanti il grosso portone in legno di quell’edificio occupato, precedentemente era un ex-macello, da lì “Butcher”.

Guardavamo la gente che passava, tanti conoscenti, tante persone che avevi modo di vedere perlopiù ai concerti.

Pensavo a quando avevamo cominciato ad andare a vedere i concerti, a quella volta che andammo a vedere i NOFX a Padova, avevamo quasi tutti appena sedici anni e lì ci sembrò tutto chiaro, non saremmo riusciti a fare a meno di tutto quel panorama musicale. Eravamo andati in auto col padre di Tim e quello di Greg, due macchine con otto ragazzi gasatissimi.

Greg mi mancava, mi mancava da morire.

“Quand’è che ci troviamo per ricordare Greg?” chiesi a Mike.

“Guarda che ci eravamo messi d’accordo per domani scemo, ci troviamo a casa sua. Penso che quando si farà tardi andremo a bere da qualche parte.” incalzò Mike, facendo un’ultimo rapido tiro dalla sua sigaretta.

Cominciavamo a sentire i fischi provenienti dalla sala piccola dove si sarebbe dovuto tenere il concerto, la gente che era all’esterno come noi cominciava a diradarsi per entrare nella venue. Faceva parecchio caldo ed era umido, l’aria era leggermente impregnata dall’odore di muffa.

Un suono di charleston ruppe il silenzio, tagliò l’aria, squarciò l’atmosfera.

Me ne fregava poco.

I blast beat suonati dal batterista martellavano i mattoni a faccia-vista che ricoprivano la parete della sala.

Greg.

Il ragazzo dell’auto grigia.

L’onda scura mi trascinava su e giù, morbosamente e lentamente, facendomi ricadere puntualmente in mare aperto, senza alcuna speranza di vedere la riva.

Dei blast-beat si udivano in sottofondo.

La prima band della serata era composta da tre ragazzi probabilmente solo di qualche anno più grandi di me: il capo più gettonato era il denim nero. Giacche in denim nero, pantaloni di jeans neri, tutti visibilmente usurati.

Fa molto boy-band pensai.

Il che non aveva un cazzo di senso, ero a un concerto Crust-core.

Mi immaginavo di prendere il microfono e dire: “Ehi sembrate una boy-band” per poi venire picchiato dal batterista coi dreadlocks che me le avrebbe “suonate” a suon di blast-beat in muso.

Il pubblico cominciava a scaldarsi, dei ragazzi in prima fila cominciarono con del crowd-killing, non proprio il mio paio di maniche, ma risposi come molti altri cominciando a moshare all’impazzata.

“Sono in balia degli eventi” - Pensai. E in quel momento ero anche in balia di quell’instancabile scontro di corpi frustrati, liberi e violenti.

Ero frustrato, libero e violento? Continuavo a pensare mentre venivo spinto qua e là a ritmo di musica, mentre io spingevo qua e là a ritmo di musica.

I blast-beat lasciavano spazio a una parte strumentale più lenta ma ugualmente violenta, alcuni ragazzi urlavano in faccia un testo incomprensibile al cantante, avrei voluto sapere le parole.

Avrei voluto saperne il significato.

L’incidente di oggi.

L’incidente di oggi significava qualcosa?

Greg mi manca.

Col fiato corto mi girai verso Mike e gli dissi: “Senti io dopo questa band qui me ne torno a casa.”

“Ma io vorrei stare ancora, dai!” disse lui.

“E’ ok me la faccio a piedi”.

“Sicuro?”

“Sicuro.”

Non aspettai nemmeno l’ultima canzone, mi comprai una birra nella sala dove c’era il bar e cercai l’uscita tra la folla.

Nella penombra, una ragazza esile, con un bomber nero, catturava la mia attenzione.

Le luci della sala erano rosse e flebili ma le marcavano bene gli occhi grandi e vitrei, le illuminavano il viso, innocente ma sicuro di sè. Portava un caschetto nero, ma i capelli erano raccolti con una coda molto piccola che non toccava nemmeno la nuca. Mordicchiava le sue labbra piccole ma morbide spesso, non in modo malizioso, in modo pacifico avrei detto.

Volevo sorridere, forse sarei voluto rimanere. Lei, accortasi di me mi lanciò un’occhiata veloce, io mi girai dalla parte opposta e andandomene via sorrisi.

Ma ero così triste.

Non c’era più nessuno ad aspettarmi quando tornavo a casa ed era così da circa un anno. Certo, c’erano sempre i miei nella loro casa, ma non era lo stesso. No, non era lo stesso.

Era passato un anno e quella giornata era stata una merda. Ripensavo a Greg, pensavo all’incidente e in quel momento cominciai a pensare anche a Kim.

Mi venivano in mente i suoi capelli. Erano color nocciola, fini e lunghissimi. La sua pelle era davvero morbida.

Scaraventai la birra per terra e ruppi la bottiglia, sperando che nessuno mi avesse visto.

“Devo dormire.”

Volevo solo premere il pulsante di stand-by, anzi, resettare tutto, si volevo resettare tutto.

Mi sentivo così solo.

Avrei voluto tornare a casa, piangere sulla spalla di Kim come quella volta che dopo aver fatto l’amore nella mia terrazza coperta dalle tende, sulla vecchia sedia sdraio, mentre fuori pioveva, ho avuto un attacco d’ansia. La pioggia era davvero fitta e io le poche volte che piansi lo feci con lei accanto. Non ricordo nemmeno il motivo per cui piansi. Il più delle volte piangeva anche lei. Non per solidarietà ma perché quei sentimenti erano così pesanti che da soli era impossibile trattenerli e per osmosi infierivano anche sul suo umore. Era un tardo pomeriggio d’estate, di quelli che normalmente portano una leggera brezza. Tutta la mia tristezza era solo per lei, tutte le mie debolezze e paure, poteva vederle solo lei. Io tutto sommato non affidavo a lei la mia felicità, ma lei c’era in qualsiasi momento e perciò ci ritrovavamo a sostenere le cose belle e inevitabilmente quelle brutte. Mentre camminavo invece mi sentivo ancora intrappolato in quel mare scuro, che da blu notte si faceva grigio, come la stanza in cui mi ero svegliato quella mattina.

Camminavo sotto dei portici a passi svelti e leggeri.

Tirai un pugno a una colonna del porticato e mi feci molto male, ma non me ne fregava un cazzo.

Ero stufo, stufo marcio.

Tremai dalla rabbia, non vedevo l’ora di tornare a casa, ma non avrei mai voluto farmi vedere da Mike così.

Cercai di consolarmi pensando alla ragazza dal caschetto nero, era così carina.

CAPITOLO 3

Mi risvegliai con i vestiti addosso e le lenzuola per terra.

Prima di addormentarmi mi ero fatto una tisana e ci avevo aggiunto della grappa completamente a caso, per poi berne altra direttamente dalla tazza.

Mutismo mentale.

Sentivo che il mio corpo era esso stesso diventato un’automobile, una macchina nella quale viaggiavo e che mi provocava un mutismo spettatoriale.

Sapevo benissimo che ora fosse, l’orologio posizionato sopra la porta me lo comunicava sempre austeramente.

Mezzogiorno.

Odiavo sprecare le mattinate, ma l’hangover si faceva sentire.

-Le sbronze erano più facili a quindici anni.-. Pensai.

Ma non era un cazzo vero e poi mica a vent’anni si è vecchi per poter azzardare frasi del genere. Mi facevo pena da solo a volte.

Le sbronze erano sempre state orribili. Il tempo di ripresa era quello che cambiava davvero nel corso degli anni.

Ovviamente quella della sera precedente non era stata una delle mie performance alcoliche migliori e sapevo perfettamente che entro ora di cena sarei stato meglio e avrei avuto più appetito.

Era domenica.

Odiavo terribilmente le domeniche, le avevo sempre odiate.

Non c’era mai nulla da fare, mai nulla a cui pensare davvero.

Continuavo a riflettere su come le domeniche rappresentassero il fallimento della nostra società, tanto occupata, ma mai a tal punto da nascondere appieno la nostra effimerità.

-Trova qualcosa da fare. Trova qualcosa da fare.- continuavo a pensare. Quel pensiero mi tormentava. Mi tormentava da matti.

Continuava a rimbalzare tra le mie tempie, le martellava e le martoriava.

Ecco.

Non ci pensai due volte, mi sciacquai appena il viso per poi farmi una doccia velocissima e mentre il mio corpo era ancora umido mi rimisi i miei short neri, mi infilai addosso una maglia nera dei Cro-Mags e uscii di casa.

Non sapevo dove andare. Anzi, forse lo sapevo. Sarebbe stata una cosa sensata da fare? Continuavo a chiedermelo e a negare la possibilità di farlo.

Volevo comprare un quotidiano per leggere un qualche stralcio di notizia riguardante l’incidente a cui avevo assistito il giorno prima.

Continua



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: