ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 18 febbraio 2017
ultima lettura sabato 15 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

WBB - 1 - L’ascesa delle Bestie [cap 12]

di GhostWriterTNCS. Letto 381 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Leona e Alphard si sono diretti su Shytia, un pianeta controllato da criminali senza scrupoli. Lì hanno fondato una gilda, ma hanno bisogno di una grande impresa per dimostrare il loro valore: eliminare il fuorilegge che controlla la vicina città...........

12. Un colpo al cuore

Leona si guardò intorno, cercando di individuare il suo avversario. Per una volta era felice che il sole brillasse alto nel cielo sebbene fosse passata da poco la mezzanotte. I raggi caldi illuminavano perfettamente le strade ampie e gli edifici malandati, riducendo la possibilità di venire attaccati di sorpresa. La maggior parte delle costruzioni era ad un piano o due al massimo: la sede della gilda era l’unico condominio che si era salvato dai bombardamenti e svettava sul resto del quartiere come un gigante. Era anche uno dei pochi edifici abitati, il che voleva dire che Danray aveva molti luoghi in cui potersi rifugiare, sempre ammesso che non si fosse già dileguato.

La felidiana tese le orecchie, cercando di captare la benché minima traccia del nemico. L’istinto le diceva di avventarsi sul primo rumore che percepiva, ma non poteva abbassare la guardia: il licantropo era riuscito a tenere testa ad Alphard, di sicuro non era uno sprovveduto.

Una raffica di proiettili solidi la prese alle spalle, ma i colpi rimbalzarono inoffensivi per poi cadere a terra tintinnando. Paradossalmente quelli neutralizzati in maniera più netta furono quelli che impattarono direttamente sulla pelle, mentre quelli che colpirono il giubbotto antiproiettile vennero ammortizzati dalle fibre reattive. Del resto Leona lo aveva indossato non tanto perché bisognosa di protezione, quanto per il fatto che il materiale sintetico di cui era fatto era estremamente difficile da distruggere, quindi il rischio di restare mezza nuda si riduceva sensibilmente.

Danray, che si era nascosto all’interno di una villetta abbandonata, non ci mise molto per capire di essersi fregato da solo. Ebbe a malapena il tempo di far scomparire l’arma che già la giovane si stava precipitando verso di lui. La felidiana sfondò ciò che restava della finestra da cui il licantropo aveva sparato e in un lampo si avventò sul suo avversario. Questi deviò il pugno della ragazza e la colpì alla base del naso. Leona arretrò di un paio di passi, sbatté contro un tavolo impolverato e subito tornò alla carica. Provò con un sinistro, ma anche questa volta il subordinato di O’Neill fu più svelto e con una proiezione la scaraventò di testa contro una vecchia credenza, che si sfondò nell’impatto.

Il licantropo sollevò a sua volta il pugno e l’armatura si accese di energia. Il colpo che sferrò fu rapidissimo, ma Leona – seppur a testa in giù – riuscì a bloccarlo. L’impatto che ne scaturì fu talmente violento che le assi del pavimento si spaccarono e la giovane sprofondò nel terreno. Per qualche istante non riuscì a vedere nulla, poi i suoi occhi felini si abituarono al buio improvviso e riuscì a scorgere un gran numero di rottami: forse si trattava di un vecchio box. Ma non aveva tempo da perdere a guardarsi intorno. Con un balzo tornò al piano terra, tuttavia non riuscì ad individuare Danray. Dubitava che l’armatura del licantropo possedesse un sistema di occultamento, quindi con ogni probabilità se n’era andato.

Un terribile presentimento la mise in allerta e senza nemmeno verificare il suo timore si fiondò verso la finestra, saltando fuori più veloce che poteva. Non era ancora caduta a terra che un ordigno esplose nella casa e delle terrificanti vampate di calore si diramarono in ogni direzione. Una lingua di fuoco la inseguì attraverso la finestra, sciogliendo in pochi istanti i suoi anfibi. Il calore terribile cominciò ad incenerire anche i pantaloni, ma per sua fortuna non andò oltre le ginocchia. Ancora una volta la sua pelle non era stata intaccata.

Sempre più furiosa, si rimise in piedi. Non ebbe nemmeno il tempo di cercare il suo avversario perché Danray, appena la vide, si lanciò contro di lei dal tetto della villetta, il pugno dell’armatura pervaso di energia. La felidiana non ci pensò due volte e rispose allo stesso modo, scontrando il suo destro con quello del nemico. L’impatto tremendo squassò l’aria, l’onda d’urto affossò il terreno, e il muro della villetta venne attraversato da crepe. Ma non furono gli unici a venire danneggiati: il metallo della corazza si era deformato paurosamente, comprimendosi all’indietro, incapace di resistere alla potenza dell’impatto. Entrambi i contendenti vennero sbalzati all’indietro, ma era Danray l’unico a ritrovarsi con una mano a pezzi e un braccio rotto.

Leona serrò la mano, le cui nocche erano appena un po’ arrossate, e in un attimo tornò all’attacco. Era sicura che la grave e dolorosa ferita avrebbe messo in difficoltà il suo avversario, ma si sbagliava: il licantropo le afferrò il polso con la mano sana e con un balzo rapidissimo incrociò le gambe sulla sua spalla. La felidiana rimase in piedi nonostante il peso improvviso, ma questo a Danray non importava: da quella posizione poteva comunque eseguire una leva articolare al gomito.

L’armatura del licantropo, come tutti i modelli di fascia medio-alta, disponeva di una vasta gamma di sistemi di emergenza in grado di far ripartire il cuore, arrestare le emorragie, bloccare gli arti fratturati e all’occorrenza anche somministrare alcuni farmaci e anestetici, così da permettere all’utilizzatore di abbandonare il campo di battaglia per ricevere le cure adeguate. Ma il subordinato di O’Neill non intendeva fuggire senza aver almeno vendicato il braccio rotto.

Leona strinse i denti e i suoi muscoli si tesero nel tentativo di spezzare la presa. Danray fece forza con tutto il corpo, aiutato non poco anche dalle fibre paramuscolari dell’armatura, il cui indicatore di sforzo però si stava rapidamente avvicinando alla zona critica.

La felidiana mostrò i denti aguzzi in un subdolo sorriso. «Sai, non è stata una grande idea.»

Il licantropo non ebbe il tempo di metabolizzare l’avvertimento che la sua avversaria piegò di colpo il braccio e un fragore metallico echeggiò nel quartiere, seguito da un colpo tremendo che fece tremare il suolo. Alcuni pezzi dell’armatura caddero a terra tintinnando, ma Danray non ebbe modo di sentirli, bloccato com’era con la testa nel terreno. Anche con la protezione della sua corazza, il cranio e le vertebre del collo si sarebbero sbriciolati se non avesse attivato per tempo l’Armatura Invisibile. Quest’ultima era un’efficace tecnica difensiva di arti marziali; come di ogni tecnica ne esistevano moltissime varianti, ma il suo scopo era sempre lo stesso: indurire il corpo per minimizzare i danni.

Non senza fatica il subordinato di O’Neill si liberò da quella scomoda posizione e si mise carponi, cercando di riprendere fiato in fretta. La sua armatura era molto danneggiata, ma per fortuna non l’aveva ancora abbandonato.

Maledizione, quella felidiana aveva scelto il modo più difficile per spezzare la presa, eppure ci era riuscita senza il minimo sforzo: doveva farsi venire un’idea, e doveva farlo in fretta se voleva tornare a casa vivo.

«Ti sei intrufolato nella nostra base e hai cercato di uccidere i miei compagni nel sonno» ringhiò Leona. «Non posso sorvolare su una cosa del genere!»

Il licantropo non rispose. La felidiana provò a colpirlo con un pugno, ma lui lo schivò con una capriola. Fece comparire un tonfa e provò a sua volta un attacco, ma la sua arma non riuscì nemmeno a graffiare la pelle della giovane. Senza perdere tempo attivò il flusso di plasma e si lanciò in un affondo. Bloccato, impallidì. Leona aveva afferrato la lama con una mano, incurante del bagliore rossastro che, a rigor di logica, avrebbe dovuto vaporizzare carne e ossa al solo contatto. Lei serrò la presa e il metallo si piegò come burro, gli strappò l’arma di mano e la gettò a terra. Come a riprova del suo corretto funzionamento, il flusso di plasma fece affondare il tonfa nel terreno per diversi centimetri prima di disattivarsi automaticamente.

Ormai Danray si era reso conto di non avere alcuna possibilità: lui era un soldato esperto e la sua armatura era un ottimo modello, eppure tutto ciò non era minimamente sufficiente contro un mostro simile. Era eccitato e terrorizzato al tempo stesso, ma soprattutto sapeva per esperienza che era inutile lanciarsi in battaglie perse. Saltò all’indietro e lanciò una bomba fumogena che in un attimo coprì il campo visivo della sua avversaria. Leona, che ancora non aveva rinunciato all’idea di finirlo, cercò di individuarlo attraverso la densa coltre grigia, ma ben presto capì che era inutile. Scagliò un pugno a mezz’aria e una folata di vento spazzò via la cortina di fumo. Ormai però era tardi: il licantropo aveva giocato bene la sua mossa, era saltato sulla sua hoverbike e stava sfrecciando via a tutta velocità. La giovane sapeva che, se si fosse impegnata, forse avrebbe potuto raggiungerlo, tuttavia aveva cose più importanti a cui pensare.

Serrati i pugni per reprimere la rabbia, spiccò un grande salto e così raggiunse la finestra da cui era uscita. Lì trovò Kael ad attenderla.

«Come sta Alphard?»

«L’ho messo nella capsula incubatrice, come mi avevi chiesto. L’indicatore diceva “rigenerazione in corso”.»

La giovane non ebbe il tempo di rilassarsi che un terribile presentimento la ghermì. «E Gardo’gan? Dov’è Gardo’gan?!»

«Quel tizio gli ha sparato, però io…»

Il coleotteriano non ebbe il tempo di finire la frase che Leona era già scattata: attraversò di corsa il corridoio e si fiondò nella stanza del sauriano.

Ciò che vide le gelò il cuore. Le lenzuola erano sporche di sangue, ma del rettile nemmeno l’ombra. Dov’era? Cosa gli aveva fatto quel maledetto?!

«Asterion.»

«Dov’è?!» gridò lei senza dargli il tempo di parlare. «Dov’è Gardo’gan?» Aveva gli occhi lucidi, come se fosse sul punto di mettersi a piangere.

«Non ti preoccupare, era messo male, ma l’ho sigillato in una capsula dimensionale[24]. So che non si dovrebbe fare con i feriti, ma almeno così avremo il tempo di portarlo in ospedale.»

Tutta la tensione e la paura della felidiana finalmente si sciolsero e lei tirò un enorme sospiro di sollievo, abbracciando il coleotteriano senza nemmeno pensarci. «Grazie Kael! Grazie!»

L’uomo, un po’ in difficoltà per quell’inaspettato slancio emotivo, le diede qualche pacca sulla schiena. «Eeh… Sì, prego.»

Lentamente Leona divenne consapevole di quello che stava facendo e subito si staccò da lui. «Scusami, io…» Abbassò le orecchie, imbarazzata. «Non lo faccio più.»

Kael si concesse qualche secondo per ricomporsi, poi diede voce ai suoi dubbi: «Cosa facciamo? Quello era molto probabilmente un subordinato di O’Neill, e sono sicuro che nei prossimi giorni ne arriveranno altri. Dobbiamo sbrigarci a portare Gardo’gan in ospedale, ma non possiamo lasciare Alphard… in quello stato, e non dovremmo nemmeno dividerci.»

«Sì, hai ragione.» Leona si passò le mani sui capelli arruffati, come per cominciare a dare un ordine a tutto quello che era successo quella notte. «Adesso ci penso, io… Mi serve solo un momento.»

Sapeva che quella che aveva scelto era una vita pericolosa, ma non poteva non essere sconvolta dopo quanto successo. Lei era il capo e per questo si sentiva responsabile di quello che succedeva ai suoi compagni. Avrebbe voluto fare di più per proteggerli, non poteva accettare che rischiassero di venire uccisi perfino all’interno della loro base.

Ora che l’impeto del momento si era attenuato, sentì la gola secca. Il suo corpo le diceva di rifugiarsi nella sua stanza, aprire il frigo e scolarsi la bottiglia più forte che aveva, ma non poteva farlo. Già una volta aveva ceduto alle tentazioni dell’alcol, quindi sapeva che non avrebbe risolto nulla. Eppure il desiderio era così forte, magari poteva concedersi una semplice birra…

Gridò di rabbia, e con un pugno trapassò la parete che aveva davanti. Scatenare parte della sua forza l’aiutò a mettere a tacere l’alcolizzata che era in lei, ma non era abbastanza per sfogare l’ira che aveva dentro.

Rimase immobile per alcuni lunghi istanti, il braccio ancora conficcato nel muro, poi abbandonò la fronte sulla superficie ruvida, le orecchie basse. No, non era solo rabbia la sua. Si sentiva… Si sentiva in colpa perché i suoi compagni erano quasi morti mentre lei non aveva nemmeno un graffio. Non era la prima volta che un simile pensiero le attanagliava la mente, e ogni volta doveva fare uno sforzo immenso per reprimerlo.

Il coleotteriano, ancora immobile al suo fianco, cercò di pensare a qualcosa che potesse aiutare la felidiana a superare quel momento difficile. Non poteva permettere che Leona perdesse la testa, ma non aveva idea di cosa dire. Non era mai stato bravo a interagire con le persone.

«Kael, vedi se riesci a riattivare lo scudo» gli chiese la giovane.

Preso in controtempo da quelle parole, l’insetto rimase immobile. Lei si voltò e il coleotteriano venne come ipnotizzato dal suo sguardo: la burrasca negli occhi di Leona si era placata, lasciando spazio solo ad una spietata risolutezza capace di ammutolire chiunque. «Quel tipo ha trovato un modo per spegnere lo scudo, cerca di capire come ha fatto e se c’è un modo per impedire che capiti di nuovo.»

Superato lo stupore, Kael si affrettò ad annuire e si avviò lungo il corridoio, diretto verso il generatore del sistema difensivo. Per quanto cercasse di non darlo a vedere, tutte e quattro le sue mani erano scosse da leggeri tremiti: vedere quell’espressione sul viso di Leona lo aveva terrorizzato. Il ringhio feroce che aveva intravisto contro Danray gli aveva fatto un po’ di paura, certo, ma non era niente in confronto alla gelida razionalità di poco prima: la felidiana non stava più pensando a come togliere di mezzo O’Neill, stava studiando il modo migliore per vendicare i suoi compagni.

Se c’era qualcosa di più spaventoso di un mostro invincibile, quel qualcosa era senza dubbio un mostro invincibile capace di bramare vendetta con totale lucidità.


Note dell’autore

Rieccoci qua!

Questa volta Leona si è proprio arrabbiata, non vorrei essere nei panni dei suoi nemici.

Cambiando un po’ argomento, in queste due settimane mi sono messo al lavoro per cercare di migliorare ulteriormente L’ascesa delle Bestie, per la precisione ho aggiunto un po’ di descrizioni per dare più risalto all’ambiente in cui agiscono i personaggi.

In breve, queste sono le aggiunte più significative ai capitoli precedenti:

- il ciclo giorno-notte di Shytia dura circa 80 ore.

- Traumburg è stata costruita nei pressi di una miniera, dove lavora la maggior parte dei cittadini (o per lo meno la maggior parte di quelli che non si dedicano ad attività criminali). Stesso discorso per i vari quartieri di periferia: ognuno ha il suo ingresso alla miniera sotterranea.

- il treno magnetico usato dai protagonisti è l’unico mezzo che collega le zone di periferia e i vari quartieri di Traumburg. È piuttosto veloce, ma è composto sia da vagoni passeggeri che da vagoni merci, quindi ad ogni fermata perde tempo perché si viene a creare una sorta di mercato temporaneo.

- l’astroporto di Traumburg in realtà è solo uno spiazzo dove atterrano e da cui partono astronavi mercantili. Alcuni equipaggi accettano di dare un passaggio a chi è disposto a pagare, ed è così che Leona e gli altri hanno lasciato il pianeta per andare a Tradefield.

Bene, adesso è davvero tutto.

Grazie per aver letto e appuntamento al prossimo capitolo! ^.^

Segui TNCS: facebook, twitter, feed RSS e newsletter!


[24] Per chiarezza sottolineo che la capsula incubatrice e la capsula dimensionale sono cose completamente diverse. La prima è un’apparecchiatura medica, la seconda invece può contenere oggetti molto grandi in uno spazio molto piccolo grazie ad una tasca dimensionale.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: