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lavoro pubblicato domenica 12 febbraio 2017
ultima lettura martedì 9 luglio 2019

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COLINE

di patagheia82. Letto 433 volte. Dallo scaffale Storia

L’aria mattutina di Parigi era insolitamente frizzante il 10 Termidoro: era da poco passata l’alba e il lento, ma rumoroso stropiccio degli stivali del carceriere svegliarono Coline. Le passò un attimo per la mente che quelli potevan...

L’aria mattutina di Parigi era insolitamente frizzante il 10 Termidoro: era da poco passata l’alba e il lento, ma rumoroso stropiccio degli stivali del carceriere svegliarono Coline. Le passò un attimo per la mente che quelli potevano essere i passi del diavolo che veniva ad annunciarle quello che non voleva sentire. La Conciergerie era avvolta da un silenzio irreale e questo rendeva ancora più sinistri quei passi. Coline sapeva cosa l’attendeva, il tribunale era stato chiaro: pena di morte…Tre parole pronunciate tra l’indifferenza della gente presente in aula e anche tra i risolini di scherno. Non aveva dormito molto in quei giorni, sette ne erano passati ma ormai che importava? Ogni gesto era diventato inutile e finalizzato al nulla. Quei passi la rendevano ora insolitamente tranquilla, li aveva sempre attesi e le provocavano un sollievo mai provato prima. Coline osservò i pochi oggetti presenti nella cella, la brocca che usava la mattina per rinfrescarsi – l’afa era insopportabile in quelle quattro mura – il tavolino che cominciava a proiettare le prime ombre sul pavimento e la scodella scheggiata da cui aveva trangugiato l’ultimo pasto. Coline era abituata ad altro, ma il ricordo della sua magnifica casa ora sbiadiva. Quel poco che le rimaneva era una cuffia e un fazzoletto ricamato da cui non si separava mai. Il tratto che stavano percorrendo quei piedi così rumorosi non era poi così lungo, ma ogni passo equivaleva a un battito che Coline sentiva sopraggiungere fino alla gola. Il suo stupore fu accentuato dal trovarsi di fronte, con aria dimessa e sbattuta un semplice carceriere invece che l’atteso boia Sanson; Coline si insospettì ma aspettò che il primo parlare fosse quel ragazzo. Prese fiato, come se avesse corso a pieni polmoni: - Signorina, devo avvertirvi di quanto mi è stato riportato. Il deputato Robespierre è stato arrestato ieri e sta per essere condotto qui alla Conciergerie. Aveva un vago accento della Normandia quando parlava, o almeno questo era ciò che Coline avvertiva; quel nome la fece rabbrividire: Robespierre! Arrestato! Un breve bagliore di luce le passò davanti agli occhi: Robespierre condannato a morte, il suo grande accusatore, voleva dire per lei la salvezza. Ma la speranza durò il battito di un ciglio, giusto il tempo di ascoltare quello che aveva ancora da dire il carceriere: - La vostra condanna rimane confermata! E non disse null’altro, la lasciò con quella frase fredda e tornò lentamente alla sua postazione, fischiettando quasi impercettibilmente la Carmagnola: La, la, la, la….dansons la Carmagnole, vive le son du Canon…Coline lo osservò allontanarsi e capì tutto; il fatto di essere nobile, di avere avuto frequentazioni, seppure brevi, con la regina Maria Antonietta erano state la sua rovina e ora doveva raggiungere il patibolo insieme a chi l’aveva fatta rinchiudere in quella cella. Il momento giunse presto, il carretto era fuori dalla Conciergerie e attendeva di portare i condannati a Place de la Revolution, dove li attendeva Sanson. A Coline furono tagliati in fretta e furia i bei capelli che amava tanto pettinare, riuscì a stento a riconoscersi nel vetro della finestra di fronte alla cella. La carretta procedeva adagio, l’afa del primo mattino era opprimente: Robespierre si muoveva a scatti, la faccia orribilmente sfigurata dallo sparo, la parrucca incipriata sporca di sangue. Coline era calma e guardava avanti a sé con fierezza, ora perdeva tutto, anche la vita, ma la dignità no, quella doveva rimanerle impressa. La rue Saint Honorè era un tripudio di tricolori, la gente inveiva contro il “tiranno”, ma la piccola e sconosciuta Coline non ispirava sentimenti. La figura alta e inquietante di Charles-Henri Sanson dominava la piazza: la prima a scendere dal carretto fu proprio Coline, fu aiutata da un assistente del boia ma rifiutò con decisione. Finito l’ultimo scalino, si voltò verso la folla assiepata di fronte a “petite-Louise”. Un leggero vento caldo le accarezzava il volto. Il silenzio era così assoluto che si sarebbe potuto sentire anche il battito del cuore di Coline. La lama della macchina rifletteva la luce del sole: fu l’ultima immagine che vide, si fece coraggio e si avvicinò al boia. Nel silenzio, sentiva più forti i suoi pensieri. Capì che tutto era realmente finito, quando Sanson le legò le mani dietro la schiena: i due sguardi si incrociarono, Coline sembrò scorgere della pietà negli occhi dell’esecutore. Ma non voleva questo, si voltò verso la macchina e attese la sensazione fredda della lama.


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