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lavoro pubblicato domenica 12 febbraio 2017
ultima lettura mercoledì 20 novembre 2019

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LACRIME DI GHIACCIO

di patagheia82. Letto 416 volte. Dallo scaffale Storia

-Tutto è finito! – Sono le ultime parole che ho udito a bordo del dirigibile Italia prima del tremendo impatto con la banchisa polare dell’Artico. Cercavo i volti attoniti e spaventati dei compagni poco prima della catastrofe, quas.....

-Tutto è finito! –

Sono le ultime parole che ho udito a bordo del dirigibile Italia prima del tremendo impatto con la banchisa polare dell’Artico. Cercavo i volti attoniti e spaventati dei compagni poco prima della catastrofe, quasi per trovare un conforto, per sperare che nulla succedesse. Sapevamo tutti che ormai la navicella era a pochi metri dal pack e ci si preparava al peggio. Guardavo Pontremoli e Alessandrini affaccendarsi nelle manovre e tra di me pregavo. Poi d’improvviso l’urto, un rumore spaventoso e orribile che penetrò a fondo nelle mie orecchie. Fui sballottato da una parte all’altra dell’involucro e cercai di afferrarmi a qualcosa. Fu tutto chiaro: il dirigibile, tremendamente spostato verso poppa, stava volando via senza controllo. Mi ritrovai vicino a Ciocca, uno dei motoristi che, dopo aver osservato la sconfinata banchisa polare allontanarsi da noi, mi afferrò per la giacca e, piangendo, mi urlò parole incomprensibili. Nell’aria solo gli inquietanti soffi del vento e il rumore del tessuto che si squarciava pian piano. L’orologio si era fermato durante l’urto: segnava le 10,33 del mattino. Funi e armature pendevano da ogni parte. Cominciavano ad allontanarsi dalla mia vista i compagni caduti a terra nell’impatto: riuscivo ancora a scorgere il generale Nobile, ovunque era un cumulo di rottami e di vernice rossa, fuoriuscita dalle bocce di rilevazione altimetrica. Quei momenti in cui il dirigibile, alleggerito della cabina, ci portava lontani dai compagni furono interminabili. Fu inevitabile che il mezzo si appesantisse di nuovo. Aiutai Arduino a scaricare tutto quello che era rimasto di inutile a bordo per frenare la discesa: vidi l’altro motorista, Caratti, gettare i serbatoi di benzina, inservibili. Cominciai a tremare, non volevo morire in quel modo orrendo, sapevo che era alto il pericolo che il dirigibile si incendiasse in volo, ma non volevo pensarci. La mente andò alla mia Noto, alla casa, la mia famiglia. Presi la penna per scrivere, i compagni mi presero per pazzo. Andavamo incontro alla sorte più misteriosa e volevo scrivere, forse un’ultima volta. Ora ero calmo, l’aria gelida mi accarezzava la faccia: scrivevo con difficoltà, non capivo se fossero più bianche le mie mani o la neve che ci accecava dallo squarcio dell’involucro. Avevo perso i guanti nell’impatto e si erano formati dei taglietti nella pelle; nonostante questo, scrissi. Ne ero consapevole, sarebbe stata la mia ultima cronaca, stavo perendo con l’argentea aeronave. Ora potevano distinguersi le voci dei miei compagni: Ciocca piangeva e batteva i pugni contro il dirigibile, Pontremoli e Alessandrini cercavano di mostrarsi calmi e di non farsi prendere dal panico, Caratti e Arduino avevano lo sguardo perso nel vuoto. Avevo lasciato sul foglio solo dei segni incomprensibili, non capivo nemmeno io il senso delle mie frasi. Intuii che potevo essere più utile nell’aiutare gli altri. Mi sforzai di mostrare un sorriso a tutti e riuscii a smuovere Caratti e Arduino. Sotto di noi il pack si avvicinava minaccioso, ormai avevamo perso la cognizione del tempo, potevano essere passati minuti, ore, giorni… quel volo alla deriva, oltre ogni confine di quelle terre desolate stava per avere termine. Ci abbracciammo tutti: Aldo, Calisto, Renato, Ettore, Attilio ed io ci eravamo avvicinati. Tutti piangevano: erano lacrime fredde, come quella neve che ci circondava, quasi di ghiaccio e venivano giù a fatica. Strinsi il piccolo crocifisso che portavo sempre con me e pensai alla mia vita. Non sapevo cosa mi attendeva e pensavo alla vita, era come estraniarsi da tutto il resto. Dai nostri cuori, improvviso, proruppe un grido: Il Piave mormorava calmo e placido, al passaggio dei primi fanti, il ventiquattro maggio! Cantavamo in un momento così tremendo, i volti rigati dal pianto. Tenevo ancora con me il foglio su cui avevo tentato di scrivere, lo piegai in quattro e lo lanciai dallo squarcio dell’involucro. Forse qualcuno l’avrebbe trovato e capito. Fu il mio ultimo pensiero, vidi chiaramente il pack e aspettai il momento.

Ugo Lago Circolo Polare Artico

25 maggio 1928


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