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lavoro pubblicato domenica 12 febbraio 2017
ultima lettura domenica 21 luglio 2019

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di Roberto98. Letto 345 volte. Dallo scaffale Generico

I settant'anni vissuti dentro quel corpo erano un grosso peso per le gambe di Alberto, invece, per la signora Claudia, aiutare il marito a salire quell'ultimo gradino era un privilegio. Era da così tanti anni che si sforzava per far dimenticare.............

I
I settant'anni vissuti dentro quel corpo erano un grosso peso per le gambe di Alberto, invece, per la signora Claudia, aiutare il marito a salire quell'ultimo gradino era un privilegio. Era da così tanti anni che si sforzava per far dimenticare al proprio caro di quel vecchio trauma in ascensore, eppure, gli bastava scorgere una punta di imbarazzo nei suoi occhi per essere disponibile ad accompagnarlo anche in cima al palazzo più alto. La sala d'attesa al quinto piano dell'ospedale sembrava il ripostiglio di un bar. Dopo aver sfiorato la mano della moglie per alcuni minuti, la lucida curiosità di Alberto l'aveva già spinto contro il gelido vetro della finestra, inaggirabile come il grigio delle fabbriche distese fino all'orizzonte. Lo sguardo di Alberto scese quindi verso il basso come a cercare una risposta dai passanti, imprigionati da quei contorni così sfocati. L'unico cenno che ottenne fu il pallore di quell'intonaco giallo che soffoca il palazzo, costretto a mostrarsi nudo per colpa di qualche strappo di troppo. Quei grigi mattoni si soffocavano a vicenda come tante lapidi. Per Alberto, la porta immaginaria che conduce su un'isola di gioia era uno scherzo da aprire, ma il respiro affannato della propria cara lo fece tornare sul seggiolino d'acciaio al suo fianco. I minuti trascorsero in silenzio, quello di un amore ormai congelato, il fragile rimasuglio di anni passati a spargere colori su pareti così lontane. Nulla li avrebbe mai più condotti in quelle stanze appassite; il sorriso della dottoressa li destò da quello stallo solamente per prendere Alberto e visitarlo. Passando davanti agli occhi di Claudia dopo averle fatto cenno d'aspettare, il morso frenetico dell'ennesima angoscia spinse Alberto a scrutarsi dentro. Quell'amore era così profondo: lanciato in avanti senza mai cercare la fine, prossimo a spezzarsi dilaniando un cuore; l'unico problema era scoprire quale sarebbe stato il primo. Scrutando le dita della dottoressa che s'imbiancavano premendo su quei freddi tasti, Alberto pensò che in fondo era da sciocchi credere che il mondo potesse concedere gioie senza un prezzo: suo figlio Davide avrebbe pianto la morte dei genitori magari accudendo la propria moglie incinta, Alberto stesso, o forse Claudia per prima, avrebbe pianto la morte del proprio caro, maledicendolo per avergli lasciato un simile fardello. E' un conto salato che tutti spingono alla fine del gioco: in continuo aumento per ogni gioia vissuta. Dopo essersi riallacciato i pantaloni e aver studiato per bene la mimica della dottoressa che gli parlava di tante cose confuse, Alberto si diresse rinvigorito fuori dalla stanza. Questo suo umore frizzante trovò il benvenuto nello sguardo aperto di Claudia, alzatasi ad attenderlo con apprensione; Alberto strinse la sua mano con la gioia di un fidanzato, lanciò delle occhiate severe agli altri signori nella stanza e condusse la propria cara davanti all'ascensore, pregustando la saporita colazione che avrebbero ordinato di lì a poco. - "Dì, sei impazzito?" Esclama Claudia a bassa voce per non sforzare il fiato. "Ma ti sei sentita come respiri? Stai morendo!" - "Dici? Adesso dovrai rincorrermi per le scale, allora!" - Alberto afferra con forza la spalla della moglie per fermarla, poi, con perfetto tempismo, la invita a entrare per prima nell'ascensore. - "... Prima o poi, dovevo pure diventare adulto." - Il sorriso di Claudia fu l'unica cosa che colorò l'ascensore in quel Lunedì così tetro.

II
La luna era alta, umiliava il grigiore del cielo. Alberto portava dentro un senso di frustrazione. Nella sala d'aspetto dell'ospedale, molti s'abbandonavano al sonno ignorando il rumore delle macchine in giro per la città. Nessuno aveva forza di uscire da quelle stanze e cercare un'altra cura invisibile. Il pensiero di Alberto andava oltre le inferriate di quella stanza, raggiungendo la luce della luna, dimenticando quel rumore continuo. Cosa provava Claudia nella loro casa vuota a metà? Nessuna fantasia l'avrebbe condotta nel letto al fianco della solitudine di Alberto. Quel compagno di stanza somigliava a un manichino mal riuscito: cinto da quei tubi che pompavano regolarmente aria nei suoi polmoni, era quel respiro artificiale che Alberto non avrebbe mai voluto essere. Arrivato a quel punto nemmeno l'orologio che portava in tasca sarebbe più stato suo, pensava. Sarebbe stato un morto da tenere in un angolino del mondo, in attesa della sua scomparsa. - "Aspetti, devo chiederle una cosa." - Sussurrò Alberto all'infermiera affacciatasi nella stanza per un controllo. Ella si avvicinò, rubando la luce della luna dalla faccia dell'anziano. - "Qual'è il problema?"- "Vede, mi sento molto meglio oggi. Riesco anche a mettermi seduto." - Alberto si issò faticosamente su un lato del letto. - "Non faccia sforzi, signore..." - "Sarei perfettamente in grado anche di guidare la mia macchina. E' parcheggiata qui fuori, mia moglie non ha la patente. Vorrei vestirmi e uscire." - L'infermiera si teneva le mani sempre più imbarazzata. - "Signore, lei è... Lei è ancora malato, lo sa. Domani mattina potrà vedere tutti i suoi cari, non le serve che fare una piccola dormita." - Osservando Alberto compulsare nelle tasche della sua giacca in cerca dei documenti, la giovane ragazza iniziò a percepire del sudore sui propri polpastrelli. - "Ecco, questa è la mia carta d'identità. Voglio dimettermi dall'assistenza medica." - Egli si alzò bruscamente per andare a raccogliere le scarpe poste sotto il termosifone, ma l'infermiera gli strinse le ossa delle spalle, guardandolo negli occhi spalancati dalla luna. - "Signore, non... non si agiti. Torni a sdraiarsi sul suo letto." - Alberto si scansò della presa della ragazza, avanzando di altri due passi veloci. Lei tornò a fermarlo, terrorizzata dal suo sguardo infuocato. "Signore! Devo..." - Le diede una flebile spinta contro il lettino, al che la donna, credendola il massimo della sua forza, lo afferrò per i polsi. - "Ti ho detto di lasciarmi andare!" - Alberto le diede un pugno che colluse contro gli incisivi della sua bocca semi aperta. La ragazza si accasciò a terra con un lieve singhiozzo, rinunciando a porre ulteriori resistenze e rimettendo il compito nelle mani degli infermieri nel corridoio. Però, accecato dalla rabbia, Alberto sbattè le ginocchia sul duro pavimento, afferrando i capelli della donna per continuare a percuoterla nello stesso punto. Benchè si dibattesse con forza, la ragazza non riusciva a liberarsi dalla presa violenta di Alberto, così dolorosa per le sue ossa anziane quanto determinata dalla confusione che portava negli occhi. La porta della stanza si spalancò dopo le prime grida della donna, due infermieri si gettarono su Alberto mentre continuava a colpirla senza accennare a fermarsi. Il signore più grande aprì la mano per assestare uno schiaffo ad Alberto, il ventaglio si chiuse però gradualmente, infrangendosi sulle sue gengive al punto di staccarne la dentiera. Il sangue schizzò sul pavimento sopra le gocce perse dalla giovane ragazza. Alberto aveva già esaurito tutte le sue forze, iniettare calmanti nel suo braccio duro come un banco fu un gesto del tutto formale. Dopo aver condotto la loro collega in infermeria, i due chiesero un aiuto al dottore di turno e attaccarono i polsi e le caviglie di Alberto a lacci di cuoio ancora più freddi. Trasportarono l'anziano direttamente nel reparto adibito alle cure palliative, adagiando i vestiti vicino alle ruote del suo lettino. Il coinquilino di Alberto si ritrovò a passare la notte solo, rimase terrorizzato da quei rumori ma riuscì soltanto a sbattere le palpebre.
III

Gracia guidò Claudia fino al posto a sedere benché il deambulatore la aiutasse più che a sufficienza. I tempi in cui poteva permettersi di salire le scale erano ormai lontani; uscire da quell'ascensore senza il proprio marito le fece ricordare di quel giorno in cui gli accadde la dolce stranezza di prenderlo insieme. La sala di aspetto era rimasta la stessa: i seggiolini di acciaio erano gli stessi posti davanti alla camera ardente, le persone erano diverse ma tutte portavano negli occhi lo stesso sguardo. Gracia estrasse un pacchetto di caramelle dalla propria tasca e agitandole attirò l'attenzione di Claudia, offrendogliene una. Ella elargì un grande sorriso alla donna, afferrando con le proprie mani tremanti una delle pastiglie. Dopo quel periodo di grande dolore, i sorrisi di Claudia si erano fatti più frequenti quanto sinceri; talvolta bastava chiederle gentilmente del suo umore per ricevere un'espressione gioiosa che dopo interi momenti ancora stentava a esaurirsi. L'unica presente a quasi tutte le sue manifestazioni d'affetto era proprio Gracia, la sua badante. Claudia stentava a capire perché quella donna fosse stata cacciata da così tante famiglie: i segni vicino ai polsi confermavano le dicerie sui suoi numerosi tentativi di suicidio, ma che una donna tanto aperta agli altri fosse stata più volte costretta a dormire su un marciapiede le sembrava fuori dal mondo. - "Hey, guarda quel ciccione davanti a noi." - Disse Gracia sporgendosi verso l'orecchio dell'anziana. - "La differenza fra lui e il suo cellulare fa ridere, sembra stia aprendo una merendina!" - Le due scoppiarono a ridere guardandosi a vicenda, destando per alcuni secondi la severa attenzione dell'uomo. - "Gracia, dopo la visita vorrei andare a fare la spesa. Non ho più niente da cucinare per il pranzo. Tu sei vegetariana, ricordo bene?" - La donna assunse una posa più ordinata, allietata da quelle attenzioni. - "No! Ricordi bene, ma... Mangiare solo verdure mi dà noia! Ieri sera dopo averti salutata sono andata a cucinarmi una bistecca. Non sono brava a imparare!" - Le due tornano a ridere. - "Fai bene, sei brava comunque! Allora potrò mostrarti la ricetta con cui stendevo sempre Alberto. Dirai per sempre addio ai vegetariani!" - Gracia annuì di gusto. Dopo aver riflettuto sulle cose da comprare, Claudia distese lentamente il proprio sorriso pensando ai giorni in cui Alberto era lì, in quella stanza: vivo. Illuminato da quella fredda finestra. Ella osservò gli altri presenti, poi unì le proprie mani tremanti e le adagiò a fianco dell'orecchio destro come una bambina. Malgrado non avesse più il pieno controllo sul proprio corpo, riuscì comunque a riposare per qualche minuto. Quella sera, dopo aver cucinato dello stufato di patate per sè e per Gracia, passò diverse mezz'ore sveglia nel letto. Si addolorò il braccio sfiorando la fredda metà non più abitata da Alberto. Mentre la notte s'inoltrava nella solitudine e sbocciavano sempre più pesanti gocce di tristezza, Gracia si chiuse nella cucina per tentare l'ennesimo suicidio. Il mattino successivo, entrato per salutare la madre, il figlio di Claudia trovò la badante stesa sul pavimento e la licenziò sulla soglia di casa.

IV
Davide entra nella stanza dove soggiorna la madre. E' seguito da Donatella, quella ragazza somigliante a una maestra d'asilo che accudì Claudia nel periodo prima del suo ingresso in clinica. Tutti quei giorni passati assieme non riuscirono a unire le due salvo che per i saluti di circostanza. Davide ispeziona i guanciali sul letto - un piccolo letto singolo - per controllare che tutto sia mantenuto in ordine, poi si avvicina a baciare le guance di sua madre. Dopo di lui, Donatella si piega su Claudia per fare lo stesso gesto, ricevendo in cambio un flebile sorriso. L'anziana è seduta vicino al proprio letto, accompagnata dalla sua bombola di ossigeno che somiglia a uno strano robot. I due ospiti prendono una sedia da sotto il tavolino vuoto e si sistemano vicino a Claudia, come preparandosi a una cocente discussione. Passano alcuni secondi prima che qualcuno spiccichi la prima parola. - "Allora, mamma, ti stai trovando bene qui? Paola mi ha detto che passi diverso tempo con gli altri..." - Claudia alza gli occhi pesanti verso il figlio. Riacquistano vitalità con il dissiparsi delle ragnatele e il riaffiorare dell'affetto che prova per quella parte di se stessa. - "Mi trovo bene qui, ho i miei tempi. Posso fare... posso fare ciò che voglio." - "Se c'è qualche problema ricorda che ti basta dirlo a me." - "Non c'è niente che non vada, non mi viene in mente nulla." - La signora segue gli occhi di suo figlio ritrovandosi a scrutare dei biscotti adagiati sul letto. "Oh, sì. Ce li hanno dati oggi a pranzo. Non avevo voglia di finirli lì e allora me li sono conservati per merenda!" - Di tanto in tanto, un'ombra di cupezza smorza il sorriso di Claudia - "A volte mi manca cucinare. Là dentro non mi vogliono, preparano tutto loro." - Donatella interviene con la propria voce stridula - "Allora non è vero che puoi fare proprio tutto!" - Sorride da sola alla propria battuta, Davide la squadra con gli occhi di un assassino. - "Mamma, ti fa piacere che Donatella sia venuta a trovarti? Le mancavi." - Claudia direziona un cenno di circostanza alla ragazza, la quale è ancora intenta a scrutarsi perplessa le mani intrecciate. "Certo che mi fa piacere, ti ringrazio tanto. Hai tagliato i capelli o sbaglio?" - "Sì, che occhio attento signora!" - Le due sorridono lievemente per poi tornare ad abbassare lo sguardo. Davide continua a scrutare la stanza, battendosi nervosamente le dita sul ginocchio. Passano altri secondi prima di una nuova parola. - "Mi dispiace non avere niente da offrirvi, ma se volete, ho proprio questi biscotti. Sono deliziosi..." - Anticipando Donatella, la quale stava per afferrare la punta di un coniglio di pasta frolla, Davide traccia un grande segno con la mano. - "No grazie, mamma. Gustateli pure tu!" - I tre annuiscono tutti insieme. Dopo altre manciate di secondi in silenzio, ogni sguardo è perso su un punto diverso della stanza. Davide rompe la stasi lanciandosi in piedi e battendo le mani sulle tasche. - "Beh, mamma. Siamo passati qui giusto per un saluto. Sono felice tu ti trovi bene!" - Donatella lo segue e s'inchina leggermente annuendo all'anziana. - "Anch'io sono contenta ti trovi bene e sono stata felice di vederti!" Claudia sorride ai due, alzando leggermente il capo senza sforzarsi. Il figlio si china nuovamente a baciarle le guance. - "Ci vediamo presto." - Donatella si limita ad agitare la mano all'altezza del petto come chi saluta i cari da sopra una nave. - "Arrivederci signora. Stia bene!" - "Grazie cari. Ci vediamo presto. Copritevi bene prima di uscire!" - I due lanciano un ultimo sorriso alla signora sistemandosi i colletti delle giacche, poi le danno le spalle uscendo dalla stanza. Ritrovando il silenzio, Claudia continua a guardare dinanzi a sè, pensando sul vuoto. Se qualcuno fosse stato davanti ai suoi occhi, avrebbe potuto vedere per qualche istante una lacrima fare capolino sulla loro superficie. Correndo ad altri pensieri, Claudia riesce per un soffio a mantenere l'apatia di qualche minuto prima, calmandosi. Dopo alcuni secondi, l'anziana muove la mano tremante fino al letto, afferra da dentro il tovagliolo un biscotto a forma di chioccia e inizia a morderlo. Il respiro della donna e il rumore dei denti vestono la stanza di un nuovo sottofondo. Fuori dalla grande vetrata che illumina tutto del solito colore, le fabbriche fumano come sempre fino all'orizzonte.



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