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lavoro pubblicato sabato 11 febbraio 2017
ultima lettura mercoledì 24 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Visioni - 2

di rlbrtlzz. Letto 380 volte. Dallo scaffale Generico

Inizialmente, non fu in grado di percepire niente altro che il buio. C'era soltanto l'oscurità intorno a lui, un'oscurità calda e umida, densa di vita invisibile, popolata da rumori attutiti e da fruscii nascosti. Non poteva vedere nulla,...

Inizialmente, non fu in grado di percepire niente altro che il buio. C'era soltanto l'oscurità intorno a lui, un'oscurità calda e umida, densa di vita invisibile, popolata da rumori attutiti e da fruscii nascosti.
Non poteva vedere nulla, ma percepiva infinite forme, che si muovevano incessantemente intorno a lui, strisciando, forse, o volando, o spostandosi rapide nel fitto della tenebra.
Insetti.
Pensò che dovevano essere insetti, una miriade di insetti, di tutti i tipi e di tutte le dimensioni. La cosa lo fece rabbrividire dal ribrezzo.
Enrico, infatti, provava un'invincibile avversione per gli insetti, per il loro rapido brulicare scomposto, per gli inquietanti rumori che essi erano in grado di produrre, per la velocità con la quale riuscivano a spostarsi e la capacità di nascondersi ovunque, di penetrare attraverso ogni più piccola fessura, ogni più piccolo foro.
Era paradossale, ma abbinava a questa sua invincibile repulsione un'innaturale capacità di individuarli, un'incredibile abilità nel rilevare i loro piccoli corpi repellenti, una formidabile facoltà di cogliere i loro rapidi movimenti furtivi. Non avrebbe voluto vederli, ma non poteva evitare di farlo.
Eppure, la condizione presente era in qualche modo addirittura peggiore. Non riusciva a vederli, infatti, ma sentiva che si muovevano nel buio attorno a lui, non aveva dubbi circa la loro disgustosa natura. E non potendo vederli, non poteva nemmeno evitarli, scansarli da sé. Già più di una volta aveva sentito le loro immonde propaggini che lo sfioravano, nel tentativo di colonizzare il suo corpo.
Era immerso nel buio, un buio denso e vischioso, umido, brulicante di vita.
Gli venne da pensare a un'immensa e calda foresta, una foresta tropicale, così fitta e impenetrabile, da non lasciare passare nemmeno il più piccolo raggio di luce.
Le invisibili creature si muovevano incessantemente intorno a lui, come infiniti rivoli di pioggia, che scorressero senza tregua dalle alte cime di grandi alberi, giù giù per i rami, le liane, le radici, le pallide erbe del sottobosco. Un caldo umido, un ambiente appiccicoso, un'atmosfera irrespirabile.
Egli era come sospeso nel vuoto, gli sembrava di non poggiare su nulla. Eppure non stava cadendo. Non riusciva a percepire né a vedere direttamente il suo corpo, aveva soltanto quell'istintiva consapevolezza di sé, che si ha abitualmente nei sogni.
Improvvisamente, nell'immensa tenebra che si allargava intorno a lui, gli parve di scorgere una piccola luce lontana, una luce che non aveva il potere di rischiarare lo spazio oscuro che la circondava, ma soltanto di segnalare la sua remota presenza, come una stella, che brilli nel nero profondo dell'Universo.
Il suo sguardo fu attratto irresistibilmente in quella direzione, i suoi occhi puntarono la fioca luminescenza ed egli percepì che il suo corpo aveva iniziato a muoversi verso di essa.
Si stava spostando rapidamente, nonostante l'oscurità. Mano a mano che si avvicinava, la luce cresceva in intensità e invadeva il suo campo visivo.
Nella vaga consapevolezza del sogno, egli sentì di conoscere già ciò che avrebbe trovato una volta che l'avesse raggiunta. Non era in grado di darsene una rappresentazione razionale, ma sapeva che avrebbe trovato qualcosa che non avrebbe voluto vedere, qualcosa che il suo inconscio oscuramente temeva e rigettava con impulsivo terrore.
Non aveva alcun modo di fermarsi o di governare altrimenti il suo moto, attraverso la fitta foresta. Continuava ad avanzare nella direzione della luce, non poteva deviare dalla sua traiettoria, non poteva evitare di vedere, non poteva evitare di udire.
Né di comprendere.
Il tempo sembrava ora scorrere con regole completamente diverse da quelle alle quali egli era abituato. Esso forse aveva semplicemente smesso di fluire, ogni cosa rimanendo indefinitamente sospesa in una statica gelatina temporale, in cui tutto esisteva allo stesso momento.
Mano a mano che si avvicinava alla meta istintivamente aborrita, gli inquietanti rumori della foresta si affievolivano. Lo stesso brulicante fermento di vita, che aveva mosso poco prima il suo disgusto, sembrava ora fuggire, così come egli stesso avrebbe voluto, quel luogo maledetto e gli orrori che in esso si annidavano.
Infine il suo movimento cessò ed egli si ritrovò fermo, in prossimità della zona luminosa.
Si accorse che la luce, che scolpiva la notte di mobili ombre cangianti, saliva dal basso, da sotto di lui. Avrebbe potuto essere un fuoco, pensò, sì era probabilmente un gran fuoco, acceso a terra, in una vasta radura illuminata, nel mezzo di una nera foresta di tenebra.
Egli poteva osservare la scena da un luogo elevato, come se si trovasse sul ramo di un alto albero, affacciato sulla radura illuminata dal fuoco.
Sentiva che non avrebbe dovuto guardare verso il basso, era certo che ciò che avrebbe visto lo avrebbe atterrito. E che l'orrore che avrebbe suscitato in lui non lo avrebbe più abbandonato, nemmeno quando avesse lasciato per sempre la terra dei sogni.
Ma non poté trattenersi dall'abbassare lo sguardo.
Ciò che vide con i suoi occhi fu una specie di bivacco, un fuoco acceso, attorno al quale nere sagome, dalle forme abominevoli, si muovevano lentamente.
Emettevano cupi suoni profondi, sgradevoli al suo orecchio: forse, in quel momento, stavano comunicando tra di loro, in una sorta di orrendo, esecrabile idioma.
Dalla distanza alla quale si trovava, Enrico non poteva distinguere bene le loro fattezze. Considerò questo limite della sua consapevolezza alla stregua di un pietoso decreto della divina misericordia. Pur dalla distanza alla quale si trovava, infatti, di una cosa era certo: quegli esseri non erano umani, ciò era al di là di ogni ragionevole dubbio.
Era un gruppo abbastanza numeroso, nel quale sembravano convivere due razze significativamente diverse tra di loro, per aspetto esteriore e per comportamento.
Alcuni, quelli che apparivano più grossi e meglio organizzati, avevano forme particolarmente abominevoli e aliene. Enrico non riusciva a comprendere completamente come fossero fatti e ciò non soltanto a causa della distanza e dell'oscurità, probabilmente c'era anche qualcosa che non andava con la loro geometria, non rispettava gli usuali canoni terreni.
Si rese conto che l'insopprimibile senso di inquietudine che egli provava nel fissarli derivava in parte dal fatto che non riusciva a delimitare in maniera certa l'estensione dei loro corpi. Li riconosceva come individui distinti, ma non sapeva dire esattamente dove terminasse uno e cominciasse l'altro, sembravano connessi in qualche modo. Guardandoli, gli veniva da pensare ai movimenti indipendenti delle dita di una medesima mano.
Per quanto poteva discernere dalla posizione in cui si trovava, il loro aspetto sarebbe stato del tutto insostenibile per un essere umano. Con le miriadi di insetti che popolavano l'immensa foresta, essi sembravano condividere, almeno in parte, la forma esteriore, l'orrendo busto segmentato e catafratto e una sorta di mobili antenne, perennemente e orrendamente ronzanti, che venivano probabilmente utilizzate per comunicare.
Enrico riconobbe nei loro modi una forma di intelligenza e la cosa ebbe il potere di sconvolgerlo completamente, data l'abominevole forma nella quale essa pareva albergare.
Sembravano eccitati da qualcosa, qualcosa catturava evidentemente il loro comune interesse. Pareva che ci fosse uno stesso argomento di discussione, al quale tutti i membri del gruppo partecipavano, con attenzione ed entusiasmo.
Enrico non poté naturalmente comprendere di che cosa si trattasse, ma istintivamente ebbe la netta percezione che si stesse discutendo di qualcosa di esecrando, di orribile, di spaventosamente disgustoso. Un consesso di orchi, di neri orchi abominevoli, che godevano nel condividere la loro stessa perfidia, nel vederla riflessa e amplificata negli occhi e nell'anima deturpata del proprio vicino.
Attorno a loro si muovevano esseri di una razza diversa, esseri più piccoli, striscianti o saltellanti, orribilmente bestiali, impazienti, frenetici, smaniosi di azione.
Enrico non riuscì ad avvicinarli a nulla che avesse precedentemente conosciuto.
Il loro aspetto era, se possibile, ancora più orrendo di quello dei mostri catafratti, i loro versi più terrificanti, la loro ferocia istintivamente più cieca.
Le nere figure attorno al fuoco, tuttavia, sembravano non darsene cura. Li trattavano come schiavi, esseri completamente asserviti, creature a loro totale e completa disposizione.
Era una scena abominevole quella che si presentava ai suoi occhi. Enrico avrebbe voluto distogliere lo sguardo, allontanarsi da lì il più in fretta possibile.
Ma le sue membra non rispondevano, costrette e impastoiate dall'invincibile inerzia dei sogni. Improvvisamente, un secco rumore proveniente dal bivacco lo fece sobbalzare, poi un altro simile e un altro ancora, in veloce sequenza.
Guardò verso il basso, per scoprire la ragione di quei colpi. Le nere figure, emettendo un sordo e terrificante ronzio di soddisfazione, stavano ora battendo sopra un freddo e affilato arnese rilucente.
Una lama pensò Enrico, una lama dalla forma bizzarra.
Forse la stavano affilando, per qualche atroce empietà.
Colpi su colpi, cadenzati, costanti. Enrico si coprì le orecchie, per evitare di udirli, ma il loro suono secco sembrava rimbombare direttamente all'interno del suo cervello, lo stava conducendo alla pazzia.
Ma gli sembrò di impazzire veramente, quando quegli esseri alzarono la testa verso di lui e lo scorsero in alto tra i rami. Quando se lo indicarono a vicenda, con i loro arti abominevoli e gesticolanti, emettendo un feroce ronzio di trionfo e di scherno. Quando lo additarono alle orrende creature che avevano accanto e queste immediatamente lo fissarono, con occhi spietati e crudeli, protendendosi verso di lui e latrando, con sanguinosa brama omicida. Quando infine dai loro orribili corpi dispiegarono nere elitre ripugnanti e iniziarono a sollevarsi in volo, cercando di raggiungerlo. Fu allora che perse coscienza di sé e si ridestò finalmente dal suo incubo.


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