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lavoro pubblicato giovedì 9 febbraio 2017
ultima lettura martedì 25 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

I Ladri dell'Immaginazione Capitolo 3

di Amrani996. Letto 341 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Barcollo verso la porta, per qualche strano motivo le mie gambe sembrano macigni. Ero davvero messo cosí male da non poter camminare? “Sí” dissi, sorridendo piú tristemente possibile mentre cercavo di scendere le scale per uscire fuori il prima possibile.

Sono tutto nero. Camicia nera, pantaloni neri, scapre nere e umore nero. Dannatamente nero. É come portarsi sempre appresso un peso che non ti lascia un momento di respiro, che sgretola il mondo sotto i tuoi piedi. Sistemo le ultime cose, mi pettino i capelli e cerco nell’armadio la giacca piú triste che ho. Alla fine opto per un vecchio modello nero che non usavo da anni. Il tempo aveva reso il nero della stoffa spento e fiacco. Quel vestito esprimeva tutto quello che sono, che é rimasto.

Barcollo verso la porta, per qualche strano motivo le mie gambe sembrano macigni. Ero davvero messo cosí male da non poter camminare? “Sí” dissi, sorridendo piú tristemente possibile mentre cercavo di scendere le scale per uscire fuori il prima possibile. Forse l’aria fresca mi avrebbe aiutato ma non fu cosí, fuori era come dentro, il dolore non lo puoi lasciare da qualche parte, lui non ti abbandona mai, al massimo puó farsi un giro peró poi ritorna sempre.

Salgo in macchina mentre accendo la radio e una sigaretta. Uno, due ,tre, ne fumo cosí tante che mi viene la nausea con una dolce sensazione di rilassamento. Supero parecchi edifici finché non raggiungo un piccolo parcheggio. Scendo dall’auto e con fare deciso mi avvio verso la mia destinazione.

Tutti mi aspettano, c’é mio zio che tiene forte mia madre come se da un momento all’altro scappasse via e a dire il vero spero che accada, scapperei con lei all’istante; Mio fratello che é lí,circondato da persone ma solo con lo sguardo perso nel vuoto e tutti i miei amici, parenti e conoscenti. Saluto, abbraccio chi mi vede e prendo posto. Qualcuno inizia a parlare con un microfono, la sua voce é carica di sofferenza che mi rende ancora piú buio finché non sento il mio nome. Tremo e mi sudano le mani ma con grande sforzo mi trascino fin sú nel palco finché non mi accorgo che sono solo. Tutti hanno lo sguardo basso, potrei fare qualsiasi cosa e nessuno se ne accorgerebbe. Só perché lo fanno, non vogliono gurdare in faccia la realtá perché é di questo che devo parlare, é per questo che sono qui. Affero il microfono e azzardo qualche parola confusa. Nessuno alza lo sguardo. Mi agito fino ad irritarmi. Respiro fissando un punto nel vuoto, basta che lascio scivolare i pensieri fino a renderli parole...inizio.

Tutti ascoltano le parole che escono a forza dalla mia bocca, parlo di mio padre, di com’era gentile e orgoglioso di aver costruito un famiglia come la nostra e che non c’era nessun motivo di sparire nel nulla, che abbiamo aspettato a lungo il suo ritorno ma alla fine mamma si é arresa e ha ceduto, che non la biasimo, anzi la ringrazio perché non avrei mai avuto il coraggio di farlo. Ritorno a fissare la piccola folla davanti a me quando la bara commemorativa che mamma ha ordinato sparisce, inghiottita nel terreno. Vorrei urlare di no, che gli dentro c’é mio padre ma la realtá mi colpí nuovamente.

Tutti si alzano per raggiungere le proprie macchine come se dovessero rispettare un copione, c’é chi piange ancora e chi si fa forza camminando deciso io invece rimango immobile sul palco. Per qualche strano motivo, anche se lo volevo, non riuscivo a raggiungerli. Continuai a fissarli scomparire quando, ormai solo noto una figura ancora seduta infondo alle file di sedie disposte per l’evento funebre.

Stranamente, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a vedere i lineamenti della sua faccia o il colore dei suoi capelli o la lunghezza del suo corpo, quello che camminava verso di me era una specie di uomo sfuocato ma cosa piú assurda era che ora potevo muovermi. Scesi subito dal palco e senza perdere d’occhio la figura che avanzava verso di me corsi verso la macchina per scappare da tutto questo perché ad un certo punto lo capisco, tutto questo non é reale.

Mi alzai, buttando di lato le coperte con tale forza da sbatterle contro il muro, inspirando a pieni polmoni mentre cercavo di alzarmi appoggiandomi a qualsiasi cosa. Corsi subito in bagno per lavare via gli incubi della notte passata, per qualche strano motivo anche se ora sono sicuro che si trattava di un sogno ricordo perfettamente tutto, dall’inizio alla fine ma cosa peggiore ricordo chiaramente il dolore che ho provato.

Dopo essermi vestito e aver mangiato a forza qualcosa in cucina esco e salgo in macchina quando una chiamata improvvisa mi blocca sul partire.

“Pronto Mike ci sei? Sei tu? Sono Robert, dobbiamo incontrarci per parlare di un sacco di cose, ora che hai parlato con il capo non hai nessun’altra scusa...”

“Non sono dell’umore adatto al momento facciamo un’altra volta se non ti dispiace” balbetto sperando di convincerlo

“Avere gli incubi non é una scusa accettabile Mike, ricordati che non abbiamo tempo da perdere specialmente quando tuo padre é ancora intrappolato in un’altra realtá”

“Co...come fai a saperlo? Cioé come...” balbetto sbalordito

“Te lo ripeto, se fossi stato paziente al ristorante l’altro giorno ora sapresti tutto ma vedo che la pazienza non é il tuo forte, non sei cambiato di un virgola Mike...e tanto perché tu lo sappia io non lavoro per loro, sono uno speciale come te. Ci incontriamo al Palace alle due e vedi di non arrivare tardi...”

Spensi il telefono facendolo cadere nel sedile passeggero. Avevo ancora un ora prima delle due e quello che Robert mi aveva appena detto mi incuriosí anziché il contrario. Anché se sono ancora convinto che tutto questo sia solo un enorme scherzo fatto da qualche mente contorta e malata sento qualcosa di diverso...no, io sono diverso. Ad un certo punto succede. Mi si anebbia la vista e sento un formicolio lungo tutto il corpo finché non mi muovo da solo. Affero deciso il volante e metto in marcia la macchina alla massima velocitá. Supero parecchie macchine zigzagando per la cittá. A momenti sono tentato di urlare ma l’adrenalina me lo impedisce. La mia coscienza era sveglia ma per qualche ragione il mio corpo non rispondeva ai miei comandi.

Dopo quindici minuti di corsa parcheggiai davanti al Palace finché finalmene non ritornai me stesso. Mi asciugai la fronte dal sudore e mi diedi un occhiata sullo specchietto, a parte il viso completamente pallido il resto era stranamente normale.

“Che sta succedendo!” urlo mentre esco dalla macchina finché non vidi la risposta. Appoggiato a una delle colonne del Palace c’era Robert che fumava una sigaretta mentre mi osservava quasi divertito quando, come previsto scoppio a ridere.

“Ahahahah dovevi vedere la tua faccia quando guidavi Mike...impagabile!” aggiunse piegandosi dalle risate

Io lo fulminai con gli occhi mentre lo raggiungevo con un irrefrenabile voglia di dargli un pugno dritto in faccia

“Ehi che significa? Sei incazzato? Questo é per avermi lasciato solo al ristorante senza darmi ascolto, la prossima volta non mi trattero dal usare le mie abilitá ricordatelo!”

Io mi calmai improvvisamente senza darlo a vedere. Dimentico sempre che é riuscito a farmi guidare per quindici minuti quando,ricordai qualcosa che proprio lui mi aveva detto riguardo questo

“Avevi detto che potevate controllarmi solo per pochi secondi allora tu come hai fatto?”

“Oh...dimentico sempre che con te non devo abbassare la guardia come faccio con tutti loro..si, ricordo di avertelo detto ed inefetti é la veritá. Quelli della nostra stessa ‘specie’ non possono controllarsi tra loro...”

“Chi sei in realtá Rob, non ti riconosco piu...” chiedo fissandolo dubbioso

Lui mi fisso sbigottito, alzando le mani in segno di resa “Frena amico, ma che dici!? Non saltare a certe conclusioni cosi affrettate, in realtá io funzionavo da chiave per le tue abilitá, diciamo che essendo come me posso aiutarti ad usarle ma ho dovuto prendere il controllo sul tuo corpo...non sai ancora come usare le tue abilitá o sbaglio?”

Io annui diffidente. É sempre stato cosi con Rob, aveva sempre quell’alone di mistero che lo circondava.



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