ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 8 febbraio 2017
ultima lettura mercoledì 19 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Manuale Tecnico 52-Capitolo 2

di Argon. Letto 383 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Tutti noi abbiamo sognato di ricevere un'eredità da un parente sconosciuto. Se ci capitasse sul serio, forse sospetteremmo si tratti di uno scherzo. Vincent parte alla ricerca della verità, che però coinvolge gatti parlanti e Rettiliani.......

2

Quel sabato mattina la signora Bonnie Carter non si era alzata alle sei e quarantacinque. Non aveva fatto colazione con pane, burro e marmellata, né aveva dato da mangiare al suo gatto Napoleon.

Non aveva spalancato una singola finestra della casa, non aveva ritirato il latte fresco abbandonato sull’uscio, e non aveva notato il fiume Serve che minacciava di uscire dal letto.

Non si era vestita con il suo classico vestito nero a fiori bianchi, e non era uscita di casa.

Non si era presentata a messa, non si era attardata sul sagrato della piccola chiesetta di Quietwaters per chiacchierare con le amiche, non aveva guardato con affetto i bambini che strillavano con gioia giocando a pallone, e non aveva dato loro le solite caramelle alla fragola che si trovano solo nelle case delle nonnine dolci. Non aveva preparato pranzo, né aveva fatto il suo sonnellino pomeridiano.

Non aveva chiamato la figlia alle sei di sera, né il figlio alle sette. Non aveva visto il quiz delle sette e mezza, non aveva scaldato il brodino, non aveva bevuto il suo bicchiere di vino rosso in cartone, non aveva preso le sue pastiglie per il cuore, né quelle per i reni.

Alle nove di sera non si era coricata nel suo letto e non si era addormentata sognando la sua gioventù trascorsa a ballare con i soldati, quando era in servizio nell'esercito come infermiera.

Non si era svegliata affatto alle sei e trentadue, quando il fiume Serve era uscito dagli argini, e non si era nemmeno accorta dell'acqua che aveva invaso casa sua, che si trovava accanto al ponte principale di Quietwaters.

La signora Bonnie Carter non aveva potuto rispettare la sua routine, come mai aveva fatto e mai farà.

La signora Bonnie Carter, vedova Smith, di anni settantatré, residente a Quietwaters in via Blue Bridge 1/10, non esisteva, non era mai esistita e non esisterà mai.

Eppure, a Quietwaters esiste un gatto che si chiama Napoleon. Viveva proprio nella casa vuota di fianco al ponte, in via Blue Bridge 1/10.

Per fortuna, la mattina in cui il fiume straripò, il suddetto gatto era già in salvo su un jet privato che aveva da tempo acquistato per ogni evenienza; perché, nella vita, un felino non sa mai cosa potrebbe accadere.

Hilda guardò trasognata la sottile scia di vapore lasciata da un lontano aereo solitario. Il suo sguardo si spostò sulle nubi, che ancora riempivano il cielo, e cercò in tutti i modi di trovare un segno della tempesta che poche ore prima aveva colpito la sua amata cittadina.

Le nuvole, però, non avevano più nulla di minaccioso, erano bianche e soffici, e le restituivano uno sguardo innocente, come innocui batuffoli di cotone. Eppure, giusto il giorno prima, il cielo era coperto da nuvoloni carichi di tonnellate d'acqua, che avevano fatto straripare il solitamente placido fiume Serve, che a sua volta aveva trasformato il sonnacchioso paesino di Quietwaters in un infernale centro di accoglienza.

A dire la verità, la situazione non era affatto così tragica. Non c'erano state vittime, eccetto un grosso gatto che viveva nella vecchia casa vicino al ponte e che era stato dato per disperso. La folla accampata a Quietwaters era composta da curiosi e giornalisti, e Hilda non sapeva dire se fossero più fastidiosi i primi o i secondi.

Una mano si posò sulla sua spalla. "Hildegard, non stare troppo nei paraggi di quelle scie. Sai che sono piene di robaccia”. A parlare era stato suo zio Ferguson, un omone tutto d’un pezzo, la cui calvizie era quasi interamente compensata da un paio di imponenti baffoni. Era un complottista, una di quelle persone che tentano in tutti i modi di dimostrare come i più grandi eventi storici siano stati falsati, come l'acqua sia piena di sostanze chimiche che ci rimbambiscono, come lo Stato ci impianti dei microchip sotto la pelle per monitorare ogni nostra mossa. Niente che non sia già stato debitamente smentito da commissioni di importanti esperti: peccato che i complottisti siano certi che ogni personalità importante sia posseduta da una sorta di lucertoloni umanoidi, il che spiegherebbe la predilezione da parte dei potenti per le isole tropicali. Quale rettile non ama intiepidire il suo viscido corpo freddo sotto la luce del sole?

Hilda fece roteare gli occhi e sbuffò. "Come diavolo farei, Fergie, a stare nei paraggi di qualcosa che si trova a dieci chilometri di distanza dalla mia testa?” disse. “E non chiamarmi Hildegard” aggiunse, vagamente minacciosa. "E tu non mi chiamare Fergie" rispose l'uomo strizzandole l'occhio e facendole una linguaccia.

Il motore di un aereo rombava in lontananza, facendo da sottofondo ai due, che si muovevano per le stradine ancora umide del paese. La prima cosa che si notava era la slavatura dell’ambiente circostante: ogni cosa sembrava essere passata in lavatrice, più e più volte, per poi essere messa ad asciugare, scolorendosi al sole.

Hilda non resistette alla tentazione di saltare in una pozzanghera, sentendosi per un momento la bambina di una volta; ma subito dopo si ricordò di avere venticinque anni, età in cui s'inizia a pensare a una famiglia piuttosto che a giocare con il fango, e la sua piccola, momentanea bolla di felicità le esplose intorno.

Arrivarono alla piazza principale, dove erano state allestite le tende d'emergenza. Proprio in mezzo all'accampamento si ergeva speranzoso un vecchio cartello, che era lì più o meno da sempre: QUIETWATERS, IL PAESE PIÙ TRANQUILLO DELLA NAZIONE. Tutt'intorno, il rumore assordante di soccorritori, sfollati e curiosi smentiva miseramente quelle parole. All'avvicinarsi della ragazza mora e dell'omaccione calvo, un gruppo di giornalisti che stazionava vicino al tendone della mensa si mosse come un branco di piranha all'attacco. I due si ritrovarono circondati da bionde reporter e avvenenti anchorman con il microfono in una mano, il registratore tascabile nell'altra, e un caffè in tazza di cartone incastrato tra l’ascella e il fianco.

"Signorina soccorritrice" abbaiò una secca giornalista, quasi accoltellando la gola di Hilda con il microfono "ci dia le sue impressioni sull'accaduto! A quanto ammontano le vittime? A quanto i danni? Avete salvato gattini e cagnolini?" Hilda non era mai stata una persona paziente: inspirò molto profondamente, passando in rassegna tutti gli insulti che conosceva: sanguisughe, maleducati, cafoni... passando poi a quelli più maleducati, e cercando nel mentre di non ingoiare nessuno degli aggeggi che le venivano sporti contro dai reporter. Per fortuna suo zio Fergus intervenì, spazzando via i microfoni con un gesto e trascinando via la nipote attraverso il banco di telecamere. Arrivati alla stazione meteorologica provvisoria, la rabbia di Hilda era già svanita. "Grazie, zio. Non li sopporto, quei ficcanaso. Sembra che si tratti di un attacco terroristico, più che di un innocuo straripamento". Gli occhi neri e profondi di Fergus fissarono i suoi, blu e altrettanto profondi.

"Non ti preoccupare, piccola mia, passerà presto. Quando torneremo alla normalità, ripiangerai tutto questo movimento” rise. “Ne dubito…” commentò Hilda, amareggiata. “Credo che andrò a vedere se sia arrivato qualcuno a dare una mano con le riparazioni... Anche se ormai, qui a Quietwaters, siamo rimasti quasi solo noi vecchi" soggiunse poi zio Fergie, sorridendo dolcemente. Poi si voltò, e uscì dal campo sfollati, sovrastando tutti con la sua stazza imponente. Hilda tirò un sospiro di sollievo, ed entrò in una tenda, alla sua destra. Al suo interno, strani congegni monitoravano instancabilmente le condizioni atmosferiche; un ometto canuto faceva la spola da un lato all'altro dell'ambiente, analizzando e classificando i vari risultati. Quando Hilda lo salutò, l'uomo alzò la testa e la esaminò da dietro gli occhialini sottili. "C'è molto fango là fuori, vero? Su, gli strumenti dicono che il peggio è passato. Per un bel po' niente più pioggia!" Disse con una vocina melodiosa. Hilda sorrise. "Perfetto, non ne posso più di tutta questa umidità, caro Paul".

Improvvisamente qualcuno le picchiettò una spalla. Hilda sobbalzò sorpresa, e si voltò incollerita. "NO, NON INTENDO RISPONDERE A NESSUNA DELLA VOSTRE STUPIDE DOMANDE, PER QUANTO MI RIGUARDA I VOSTRI MICROFONI POTETE ANCHE METTERVELI NEL... ". Si fermò, perché la persona che aveva avuto l’ardire di toccarla sembrava voler sotterrarsi. Vincent, dal canto suo, voleva che la terra si aprisse e lo inghiottisse, perché si sarebbe trovato meglio in un lago di lava che in quel paesino umido, con una ragazza isterica che lo attaccava senza ragione. Hilda lo guardò stranita per un momento, e poi decise di assumere un atteggiamento accomodante, per non mettere ulteriormente a disagio quell'uomo già palesemente imbarazzato. "Mi scusi tanto, signore" disse con calma "pensavo fosse un giornalista." Disse, gettando un'occhiata fuori, dove un nugolo di giornalisti era riunito intorno ad un volpino avvolto da una coperta, filmandolo con attenzione, quasi a voler catturare il preciso momento in cui avrebbe cacciato un solenne starnuto. Vincent, a queste parole, si rilassò un poco, ma si rivolse comunque alla ragazza con voce esitante. "Io, ehm… Vede, non intendevo disturbarla… Non era nelle mie intenzioni, insomma, io non sono un giornalista, e nemmeno voglio esserlo… Voglio dire, nemmeno avrei saputo che qui c’era stata… non sono neanche di qua... Però ho ricevuto quella lettera, e, vede, sono a Quietwaters solo perché a quanto pare una mia parente ignota è deceduta nell'alluvione, e allora sono venuto a informarmi... Perché vede, lei… Ehm, la lettera… Nella… " Il blaterare di Vincent si perse come se una mano invisibile avesse lentamente girato la sua manopola del volume, di fronte all’espressione di Hilda. Pregò che non si rimettesse a urlargli contro. "Deceduta?!? " esclamò Hilda, sorpresa. "Beh, sì, ma io non sapevo di avere questa zia, un signore mi ha consegnato una busta nera e... Cioè, non pensi che io mi sia interessato a lei solo per, insomma, questioni di eredità, sono sicuro che fosse una persona squisita e vorrei esserne venuto a conoscenza in circostanze…" abbozzò Vincent, cercando di riparare ad ogni apparente mancanza di delicatezza nel suo discorso, e dimostrandone in tal modo almeno il doppio. Hilda lo interruppe di nuovo: "Nessuno è morto nell'alluvione, ci sono solo alcuni feriti" rispose secca. Vincent sospirò. Possibile che tutto debba essere così complicato? La posta, la comunicazione sociale... "Senta, in questa lettera mi è stato detto che una certa Bonnie Carter, che a quanto pare è mia parente, perché, vede, il mio cognome è Carter, residente nella casa vicino al ponte... " Vincent si bloccò di nuovo: perché quella ragazza lo fissava come se stesse dicendo che aveva visto un cane andare a far la spesa in bicicletta?

Hilda, intanto, non credeva alle sue orecchie. La casa vicino al ponte? Quella dove viveva Napoleon? Pensò. "Ma signore, la casa del ponte è disabitata da anni". Vincent non capiva più niente, e considerava seriamente l'idea di lasciare tutto lì e tornare alla sua calda casetta, dove il suo amato bollitore per il tè lo stava sicuramente aspettando sul suo fornello. Va bene, si disse, ci riprovo un'ultima volta. Se questa tipa insiste a dire che non esiste nessuna Bonnie Carter, io me ne torno a casa, sta pur certo, Vincent, che te ne torni a casa, dove nessuno ti strilla addosso, dove non ci saranno alluvioni o nessun’altro uomo nero che, per giunta, consegna lettere nere. "Mi è stata recapitata questa lettera, dove c'è scritto che una mia parente, mia zia, di nome Bonnie Carter, è morta nell'alluvione che ha colpito questo paese domenica. Io non ho idea di chi sia, perciò sono venuto qua per sapere qualcosa in più" disse, porgendo la busta nera a Hilda. Questa la prese, la aprì e la scorse velocemente. “Reparto Amministrativo Catastrofi e Calamità? E cosa diavolo sarebbe?" esclamò poi. “Io so solo che un uomo in completo nero e occhiali da sole è rimasto completamente immobile per svariati minuti alla porta di casa mia, per consegnarmi questa maledetta lettera di condoglianze per la morte di una zia che neanche sapevo esistesse, e allora mi sono precipitato qui in questo posto in mezzo al nulla, mente potevo pedalare in una tranquilla stradina all'ombra dei pioppi senza la minima preoccupazione in testa! " disse Vincent, perdendo la pazienza, e alle sue ultime parole la voce gli si fece più stridula, e un permeabile alone di noia e stanchezza si diffuse dalla sua figura: voleva assomigliare a uno di quegli attori famosi, che di controvoglia si mostra, in un gesto caritatevole, alla folla gaudente; ma, con quel broncio, pareva più un bambino strappato dai suoi giochi per accompagnare la madre in posta.

Hilda in quel momento capì tutto. Quel poveretto era stato vittima di uno scherzo ben congegnato, e c'era cascato come un pollo. Prese in alternativa l'idea di mandarlo dai giornalisti con la sua storia, per levarselo dai piedi e tenerli occupati. Due piccioni con una fava. Eppure, non se la sentiva di fare una cosa così inumana, condannandolo a una figura da scemo sulle reti nazionali.

Nel silenzio che seguì, entrambi cercarono degli appigli di conversazione. Vincent aveva bisogno di una risposta valida, o di un motivo per abbandonare la sua ricerca; Hilda aveva bisogno di una scusa per rifilare Vincent alla competenza di qualcun altro, magari uno psicologo, e di un caffè macchiato. Solo il rombo lontano un aereo rispose alle loro silenziose suppliche.

Vincent guardò fuori, attraverso una finestrella della tenda meteo, e vide alcune gocce leggere che carezzavano il terreno, come le pennellate rapide di un pittore impressionista che dipinge un paesaggio. "È la pioggia, la maledetta pioggia" pensò, insensibile ad una figura tanto poetica quanto poco pratica, per la seconda volta in quella domenica. Aveva sempre difettato di gusto artistico, il povero Vincent.

Il rombo dell'aereo continuava, e sembrava stranamente più vicino.

Si poteva però captare un altro rumore, un ribollio di sottofondo che in situazioni normali neanche si noterebbe.

Ora, se avete un orologio lì vicino, provate a sentirne il ticchettio. Non sarà facile all'inizio, ma una volta catturato il suono continuerà a ripetersi, insistente e sempre più forte, finché non vi ritroverete a leggere la stessa frase per più volte senza capire neanche una parola, perché il vostro cervello è riempito da quel tic tac demoniaco che aumenta sempre di più, sempre di più... questo è lo stesso effetto che fece il rombo misterioso a Vincent e Hilda.

In verità quel rombo si stava veramente facendo più forte, e tutto d'un tratto si sentirono delle grida di allarme. Hilda seguì il suo istinto di soccorritrice e si gettò fuori dalla tenda, temendo il peggio. Vincent uscì subito dopo di lei, sperando in uno sviluppo interessante.

Lo spettacolo che si presentò davanti ai loro occhi poteva definirsi interessante, se siete un produttore di quei film catastrofici che oggi vanno tanto di moda: il fiume Serve, che era rientrato negli argini ormai da ore, stava per uscire di nuovo dal suo letto come un bambino capriccioso.

Hilda si fermò, sbalordita: "Ma non è possibile! Non piove da ore!" Urlò, più a sé stessa che ad altri. Vincent la raggiunse e le disse, con un tono a metà fra piagnucolio e principio di collera: "Senti, so che è una situazione d'emergenza, ma conosci il proprietario di quell'aereo? Mi ha appena schiacciato la macchina!". Hilda si girò esasperata e strillò: "Ne ho abbastanza delle sue cavolate! Là sotto ci sono tutti i campi base e... aspetti, quale aereo?", e guardò la direzione che il dito di Vincent indicava. Una decina di metri più in là, in un campo piuttosto grande, si era appena posato un jet nero.

In quello stesso istante, un broooooom di intensità inimmaginabile squarciò il velo di incanto che si era formato all'atterraggio del jet: il fiume Serve esondò calpestando ogni cosa al suo passaggio come un branco di cavalli galoppanti. Hilda si stava per buttare giù in un impeto a metà fra il coraggio, la disperazione e l'idiozia, ma senti una mano afferrarle il braccio e strattonarla con forza, costringendola a correre.

"Che sta facendo, idiota, mi lasci andare, c'è il paese in pericolo! " urlò, cercando di divincolarsi. Ma Vincent correva come un dannato, e la sua mano era stretta attorno al polso della ragazza come una morsa. "Corri e basta!” le rispose, ansimando vigorosamente. Corsero entrambi verso il campo dove era parcheggiato il jet, e ad tratto un portellone si aprì dalla fiancata. Il fiume si stava avvicinando a una velocità vertiginosa: i due non sarebbero mai riusciti ad eludere quell’inesorabile massa d’acqua. Il portellone dell'aereo rimase spalancato, la scaletta che era scesa alla sua apertura deserta e come in attesa. In quel momento, Vincent seppe che quel jet era arrivato lì per lui, per la ragazza, e fu l'unica volta che fu veramente certo di qualcosa. Eccetto, ovviamente quando andava in stazione: in quel caso era sicuro che il suo treno, qualunque fosse, sarebbe stato in ritardo.

I due fuggitivi si avvicinarono sempre di più a quell'ancora, o meglio, aereo di salvezza, finché non risalirono le scale veloci come mai in vita loro, e non entrarono nell'oscurità del jet. Vincent inciampò, e con un "Auch!" cadde, sbattendo contro il muro: Hilda, il cui polso era ancora ammanettato nel suo pugno, fece una fine analoga, e si ritrovarono stesi sul freddo pavimento di metallo uno accanto all'altra, rintronati ma salvi, per il momento.

Uno scossone li sballottò, e il vuoto d'aria che si creò poi indicò che l'aereo era decollato. Hilda si alzò per prima, e guardò subito fuori dal finestrino. La tenda metereologica era stata completamente sommersa. Paul... pensò, con un nodo alla gola. Il resto, però, era tutto intonso, come se il fiume fosse straripato solo per lei, o per loro... Con questo si accorse che Vincent era ancora steso. "Stai bene?” Gli chiese, chinandosi a guardarlo, e passando dal tu al lei senza accorgersene."Mhmmr" rispose lui con aria intontita. Però prese la mano che Hilda gli porgeva, e si alzò, un po' barcollando. "Beh" disse, guardando anche lui fuori "immagino che un passaggio fino a casa potrebbero darmelo". "Dartelo, chi? " chiese Hilda. Si sentì un fischio da altoparlante attivato, e una voce profonda e suadente scandì: Vincent Carter e Hildegard Baker, siete pregati di venire avanti fino alla sala di comando. I due rimasero interdetti per qualche secondo, poi Vincent disse: "Immagino che Hildegard sia tu, vero?". "Chiamami Hilda e basta" sbottò lei. "E comunque non capisco, che cos'è questa storia?". "Probabilmente sto sognando, e mi sveglierò quando il mio telefono squillerà, il mio capo mi chiama sempre a delle ore disumane per affibiarmi incarichi anche fuori dal lavoro. Ora che ci penso, forse un viaggio in jet non è poi così male".

"Non è un sogno, mi sa" sospirò Hilda. "Forza, andiamo in questa stramaledetta sala di comando, e vediamo che cosa voglia quella voce da noi”. Hilda e Vincent si incamminarono verso l'interno dell'aereo, che sembrava smisurato: solo alcune frecce dipinte sulle pareti consentivano loro di seguire la direzione giusta. Non parlarono, occupati com'erano a guardarsi intorno. "Cavolo, chissà che diavolo sta succedendo oggi" si lasciò scappare Hilda. "Me lo sto chiedendo da stamattina alle sette" disse Vincent. "E hai avuto almeno una risposta?". "No, solo altre domande".

Arrivarono davanti a un portone su cui campeggiava la scritta SALA DI COMANDO - NON DISTURBARE. Hilda si fece avanti, e bussò lievemente sulla superficie d'acciaio. Questa risuonò e si schiuse di un poco. Hilda gettò un'ultima occhiata a Vincent e scomparve nella fessura fra i due battenti. Vincent gettò un'ultima occhiata a se stesso e la seguì a ruota. L'ambiente dietro la porta era oscurato e ombroso, permeato da uno strano aroma non identificabile: un misto di bergamotto, benzina e pelo animale. Nell'oscurità si delinearono i contorni netti di una consolle di comando, piena di tasti luminosi, e di una sedia nera di pelle girata dalla parte dello schienale. Fu da quella che provenne la Voce, che disse: "L'intervento è stato un po' caotico, ma mi sembrate tutti e due sani e salvi. Datemi cinque minuti e vi spiegherò tutto". La sedia fece un mezzo giro su se stessa, e quello che c'era seduto era qualcosa che non nessuno si aspetterebbe mai in un jet, ma piuttosto sulle gambe di un'anziana signora, una Bonnie Carter in poltrona che cerca di risolvere le parole crociate.

"Un gatto?!?" esclamò Vincent.

"Napoleon?!?" esclamò Hilda.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: