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lavoro pubblicato domenica 5 febbraio 2017
ultima lettura venerdì 21 giugno 2019

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Visioni - 1

di rlbrtlzz. Letto 350 volte. Dallo scaffale Pensieri

Inizialmente egli provò la sensazione di un lungo, infinito precipitare in un abisso di tenebra. Teneva gli occhi chiusi. Sentiva che il suo corpo stava proiettandosi verso il basso, un basso non meglio identificabile, a causa della totale manca...

Inizialmente egli provò la sensazione di un lungo, infinito precipitare in un abisso di tenebra.
Teneva gli occhi chiusi.
Sentiva che il suo corpo stava proiettandosi verso il basso, un basso non meglio identificabile, a causa della totale mancanza di ogni minimo elemento di riferimento intorno alla sua persona.
Eppure la sensazione di un suo progressivo inoltrarsi verso il basso era netta, indubitabile.
Egli sperimentava sul suo corpo l'inesorabile richiamo di un misterioso e potentissimo centro di gravità, generato da una qualche smisurata e invisibile mole - materiale o spirituale, non avrebbe saputo dire - la quale stava attirando verso di sé ogni singola parte del suo essere, con forza proporzionale alla loro reciproca affinità.
Provava distintamente l'effetto dell'accelerazione sulle sue membra abbandonate, il crescente innalzarsi della velocità di caduta del suo corpo, con una progressione che sempre superava di un soffio la sua istintiva estrapolazione razionale.
Sentiva di non avere alcun controllo del suo stato, di essere completamente e inevitabilmente risucchiato dall'abisso: una sensazione che gli provocava un senso di nausea, un doloroso spasmo allo stomaco.
Aprì gli occhi, ma poté contemplare solamente il buio. Abbassò e sollevò più volte le palpebre, ripetutamente, con rapidità, finché il movimento divenne automatico, al di fuori del suo controllo razionale, fino a giungere al punto di non essere più in grado di dire se i suoi occhi fossero aperti o chiusi, mentre il suo sguardo si perdeva nella tenebra.
Ora la sensazione che provava era di quiete, di ovattato silenzio, di impotente abbandono.
Il suo corpo stava precipitando e la cosa era al di là di ogni ragionevole pretesa di controllo da parte sua.
La velocità con la quale si stava allontanando dal suo punto di partenza, da tutto ciò che lì aveva lasciato e che lì forse ancora lo stava aspettando, continuava a crescere con un ritmo sempre di poco superiore alla sua facoltà di comprendere, impedendogli qualsiasi organizzazione razionale del proprio pensiero, qualunque congettura in merito alla sua traiettoria, al suo punto di caduta, al momento e alla velocità del suo impatto imminente.
Era come se ogni singola parte di sé precipitasse in modo indipendente, totalmente separata dalle altre, sotto l'azione di una forza, con la quale condivideva, intimamente e segretamente, le ragioni di un'invincibile attrazione reciproca.
Ogni singolo arto, osso, tessuto, atomo del suo corpo, nel quale si fosse annidato un qualche barlume di coscienza di sé come individuo, una qualche forma di coordinamento con gli organi e le membra circostanti, sembrava ora completamente sciolto dal resto, libero e indipendente, finalmente inerte, inanimato, precipitante, precipitante in modo ineluttabile.
Si scoprì meravigliato della lunghezza infinita della sua caduta.
Può una caduta essere infinita?
Che cosa è una caduta, se non un percorso di avvicinamento a ciò che irresistibilmente ci attrae? Alla meta del nostro desiderio struggente, recondito, inconfessabile, sconosciuto talvolta a noi stessi, ma allo stesso tempo irreprimibile, incondizionabile, improcrastinabile? E se l'obiettivo del nostro desiderio si dimostra inattingibile, sfuggente, a noi vietato, per quanto sempre più rapidamente, sempre più ineluttabilmente tendiamo a esso, non diventa infinita per noi la caduta?
Forse si può passare una vita intera cadendo, precipitando fatalmente e asintoticamente verso ciò che dall'abisso ci reclama a gran voce. Una vita intera o una nera eternità, pensava Andrea, nel suo moto inarrestabile.
A che cosa, a chi si stava avvicinando col suo precipitare infinito?
Finalmente anche l'accelerazione gli divenne familiare. La repentina variazione nel tempo della sua velocità di caduta non riusciva più a stupire la sua mente e si chiese, incerto, se per caso i suoi sensi non fossero in grado di rilevare, allo stesso modo, una regolare alterazione temporale dell'accelerazione stessa, sempre che questa non si mantenesse invece costante, così come ricordava avrebbe dovuto necessariamente essere per una caduta fisica.
Il tessuto della tenebra intorno a lui sembrava ora meno fittamente intrecciato.
Per quanto la sua velocità dovesse essere oramai pazzescamente elevata - ma infine era o non era un sogno quello nel quale egli stava vivendo? - lunghe striature di piccole luci disperse seguivano talvolta, per breve tratto, il suo indiavolato percorso.
Piccole luci nel buio profondo.
Stelle magari - pensò Andrea - con mondi a cui davano vita. Mondi di luce, di bene, di azioni operose, di alacre fermento di vita, di inconsapevole gioia.
Ma inutili, privi d'effetto, dispersi in un mare di tenebra, in un mare infinito di notte, di gelo e di buio. Sentì la tristezza stringergli le viscere, facendo salire ai suoi occhi lacrime, che iniziò a piangere in una sconsolata e silenziosa consapevolezza.
Tutto era dunque disperso in un buio infinito? Era dunque la luce a terminare nel buio e non viceversa?
La tenebra che attraversava sembrava inghiottirlo, senza alcuna speranza di poter rivedere il chiarore del giorno.
Era forse uscito da quella tenebra il mostro che lo aveva braccato nel suo appartamento, era lì la sua tana? Era forse verso di essa che egli stava precipitando in quel momento?
La bestia aveva poteri sovrumani, di ciò aveva fatto esperienza diretta. Quella sua facoltà di accedere a inconcepibili dimensioni spaziali, la capacità che aveva di trascinarvi le sue vittime, irretendole con la melodia arcana del suo misterioso lamento...
Un essere dello spazio profondo, un abitatore del buio, disceso nel suo piccolo mondo di luce, spinto dalla fame, dal desiderio di sterminio. Come un lupo rapace, che lasci la nera, sterminata foresta in cui vive, per razziare la sua preda nel piccolo villaggio, nella piazza illuminata dai deboli fuochi, accesi per tenere lontana la notte.
Dove avrebbe avuto termine la sua corsa, che cosa lo stava aspettando alla fine di essa? Non sapeva più se stava guardando con gli occhi o se era una percezione diretta del suo spirito, ma non riusciva a distogliere l'attenzione dalla tenebra nera, che si allargava intorno a lui, come un buio mare minaccioso, punteggiato di piccole luci.
Oramai stava attraversando l'abisso alla velocità stessa del pensiero, pure esso continuava a estendersi con immutata vastità tutto intorno a lui, da qualunque parte orientasse i suoi sensi indagatori.
Un mare, un oceano di tenebra.
E poi, ecco, avvenne ciò che non avrebbe mai potuto immaginare, mentre ancora vagava nel buio.
Una di quelle piccole luci, la più lontana forse, o la più fioca, quella che come miliardi di altre avrebbe dovuto trascorrere rapida e insignificante davanti ai suoi occhi, quella, ecco, non scomparve nella notte, non esplose in minuscole, luminose scintille, inseguite una a una e inghiottite dalla tenebra densa e vischiosa.
Restò ferma invece e presto Andrea comprese che proprio verso di essa si dirigeva la sua inarrestabile corsa, verso quella egli stava cadendo, con irrefrenabile brama di impatto.
Con rapidità inconcepibile, la piccola luce si allargò davanti a lui, invadendo progressivamente il suo orizzonte, respingendo la tenebra ai margini del suo campo visivo, inglobandola, infine, in uno sconfinato oceano luminoso.
Il mare di tenebra, che aveva attraversato per un tempo che gli era parso infinito, era ora dietro di lui, poteva vederlo, abbracciarlo completamente con lo sguardo.
Un mare, un lago, uno stagno, una pozza.
Una piccola macchia, infine, una piccola macchia di inchiostro, in uno sterminato oceano luminoso. Una piccola macchia d'inchiostro, attraverso la cui trama incoerente la luce già iniziava a trasparire, a farsi largo, a dilagare.
Distolse lo sguardo dalla trascurabile screziatura scura o forse, semplicemente, non riuscì più nemmeno a distinguerla nell'abbagliante chiarore che lo circondava.
E fu inondato di luce.
La sua corsa era terminata, non stava più precipitando. Di nuovo fu fermo e inondato di luce. Allora aprì gli occhi e si ritrovò nella sua stanza da letto.


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