ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 1 febbraio 2017
ultima lettura venerdì 12 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IN MISSIONE FRA DUE CONTINENTI II - Il viaggio delle cellule staminali da Boston a …….

di MariellaBergamini. Letto 1233 volte. Dallo scaffale Viaggi

Sono un volontario trasportatore di midollo osseo e cellule staminali. Questo è il racconto della mia missione a Boston. Si è conclusa bene, ma ci sono stati degli imprevisti. Come sempre, nel bene e nel male sono le persone che fanno la differenza.

Gli angeli della vita
(Questo paragrafo esplicativo è comune a tutti i racconti delle missioni)
Da qualche tempo svolgo attività di volontariato in qualità di trasportatore di midollo osseo e cellule staminali presso il Nucleo Operativo di Protezione Civile di Firenze (NOPC). Parto da Firenze, dove vivo, vado nella località di prelievo, che può essere in Italia o all'estero, e ritiro le cellule prodotte dall'anonimo donatore. Le colloco in un piccolo frigorifero a temperatura controllata e le porto nella città del paziente, a cui verranno trapiantate per la cura di una grave patologia ematica. Il mio compito consiste nel garantire la sicurezza di tutto il trasporto - con particolare riguardo ai controlli negli aeroporti, in quanto le cellule non possono passare attraverso i raggi X - e monitorare le temperature del frigorifero. Il frigo contiene alcune mattonelle per il ghiaccio, una sonda che registra le temperature e dei panni isolanti. Le cellule staminali devono essere conservate fra i 4 e gli 8 gradi centigradi, ma soprattutto non devono mai congelare. Se la temperatura non si stabilizza su un valore compreso nell'intervallo di riferimento devo intervenire per aumentarla o ridurla, a seconda dei casi. Non posso mai separarmi dal frigorifero contenente le cellule staminali e devo prestare massima attenzione ad eventuali criticità, perché da me dipende una vita umana. E' una grossa responsabilità, ma la soddisfazione di aver portato a termine con successo una missione è ancor più grande. Costituisce la molla che spinge noi volontari, "gli angeli della vita", ad andare sempre avanti, anche in contesti e momenti storici non facili, come quello che stiamo vivendo.
Tutti i passaggi cruciali della missione vengono comunicati in tempo reale alla centrale operativa, mediante un programma di tracciamento, il tracker. La centrale è autorevolmente diretta da Patrizia, che noi volontari affettuosamente chiamiamo "La Capa", o meglio, "La hapa", con la c e la p strascicate tipiche dei fiorentini. Ci supporta ininterrottamente, h24, 7 giorni su 7: un'attività di questo tipo richiede necessariamente un coordinamento forte e continuo.
Nell'ultima settimana del 2016 ho effettuato la mia prima missione oltreoceano, a Boston. Si è conclusa felicemente, ma non sono mancati gli imprevisti, fin dall'inizio. Ecco quindi il racconto di quella particolare settimana. Ho aggiunto anche qualche "appunto di viaggio" personale. Per ragioni di riservatezza ho omesso alcuni dettagli che possano identificare la località in cui ho consegnato le cellule staminali.

Chi volesse saperne di più su altre missioni e sulle attività del NOPC può trovare tutte le informazioni sul relativo sito e sulla pagina Facebook. E se chi legge volesse proporsi per diventare donatore o volontario ci contatti liberamente!

La missione che non avrebbe dovuto avere luogo

In realtà, questa missione non avrei dovuto svolgerla io. Infatti, quando Patrizia, la coordinatrice, mi chiede per la prima volta la disponibilità per Boston devo declinare, con molto dispiacere, poiché la missione cade in un periodo in cui altri colleghi in ufficio hanno già prenotato le ferie natalizie. Purtroppo non ci sono permessi per svolgere questa attività e io, che sono un funzionario pubblico, devo prendere ferie per svolgere le missioni. Inoltre in quei giorni viene a trovarmi un'amica svedese, Leona, alla quale ho assicurato che ci sarei stata e che ha già da tempo comprato i biglietti dell'aereo. Anche lei vuole diventare volontaria e viene per fare il colloquio conoscitivo. Infine, sono senza cat sitter, uno studente fuori sede col sacrosanto diritto di tornare a casa per le festività. Per tutti questi motivi, fin dall'inizio avevo dato la disponibilità all'associazione di volontariato per la settimana precedente, nella quale però a quanto pare c'è meno richiesta di missioni. Boston, nel frattempo, non è ancora stata assegnata e costituisce una tentazione troppo forte. Provo a chiedere nuovamente le ferie e devo davvero ringraziare il mio dirigente, che me le concede. Riorganizzo al volo la mia agenda, anticipando il più possibile le cose da fare con Leona. Boston aspettami!

Il primo passo consiste nell'ottenere l'autorizzazione al viaggio negli USA, dove non sono mai stata. E' la cosiddetta ESTA, che si richiede on-line. Fra le altre domande (es. paternità e maternità), chiedono se "Intende svolgere, o ha mai svolto, attività terroristiche, di spionaggio, di sabotaggio o genocidio". Un po' come da noi, quando ti chiedono se sei mafioso. La risposta arriva in 72 ore al massimo, però la procedura può concludersi positivamente anche in pochi minuti. Nel mio caso il programma si prende il suo tempo. Inizio a domandarmi cosa posso aver combinato io oppure i miei genitori, che erano persone tranquillissime, quando l'autorizzazione finalmente arriva.

Prima della partenza, prevista per S. Stefano, passo a prendere il frigo. A differenza delle altre volte, le mattonelle per il ghiaccio, che in Toscana chiamiamo "i siberini", non sono quelle azzurre classiche, ma sono solo due, bianche e grandi, in gel, adatte a mantenere la temperatura sulle lunghe distanze.

Odio la nebbia

Parto il 26 Dicembre all'ora di pranzo con un volo Lufthansa. E' previsto uno scalo a Monaco di Baviera. Luca, mio fratello, come di consueto mi accompagna all'aeroporto. La mattina ci siamo svegliati con la nebbia, che però fortunatamente si è alzata (o così pare). Quando siamo a circa 1 Km. dall'aeroporto mi chiama "la hapa" per sapere com'è la situazione meteo. Tutto OK, rispondo ottimista, strada sgombra, ottima visibilità. Appena però arriviamo a Peretola troviamo l'Amerigo Vespucci immerso nella nebbia. L'aeroporto è molto piccolo, stretto fra l'autostrada e Monte Morello. La maggior parte dei voli sono stati cancellati, in quanto non riescono ad atterrare. Il mio non è stato cancellato, ma viene continuamente posticipato. Patrizia segue la situazione dalla centrale operativa, mediante il programma che monitora l'andamento dei voli, e mi informa che il pilota sta cercando in tutti i modi di atterrare. Se l'aereo atterra poi riparte; non mi rimane altro che incrociare le dita di mani e piedi. L'eroico pilota prova per ben 4 volte ad atterrare, ma alla fine è costretto ad arrendersi. Il volo è dirottato su Pisa, la coincidenza a Monaco è persa.

Vengono predisposti due pullman per trasportarci al Galilei. Io salgo sul secondo, che parte per ultimo, in quanto manca un passeggero dalla lista. Viene chiamato più volte tramite l'altoparlante, ma sembra sparito. L'autista ed il personale di terra contano e ricontano i passeggeri sul bus. Mi ricordano quando faccio il Presidente di seggio e le schede elettorali, al primo conteggio, non tornano. Ne manca una, che poi riappare nel gruppo sbagliato. Alla fine il personale si convince che il passeggero deve essere salito sull'altro autobus; magari c'è stato un errore di conteggio all'inizio, a causa della confusione. Io invece ho il sospetto che l'abbiano lasciato a piedi, ma mors tua vita mea. Finalmente partiamo. Mi sono già un po' innervosita e questo stato d'animo aumenta quando mi accorgo di aver perso un orecchino, di perle rosa. Ovviamente quello abbinato a collana e braccialetto. Cerco di pensare positivo: è l'occasione per ricomprarmene un altro paio, magari più grande. Inoltre sarebbe stato peggio se la nebbia si fosse presentata durante il viaggio di ritorno, dopo il ritiro delle cellule.

Comunque nervosi e preoccupati lo siamo un po' tutti. Accanto a me è seduta una dottoressa italiana, che la mattina successiva, di buon'ora, deve essere in ospedale a Stoccolma. Vede il frigo e crede che anch'io sia un medico. Quando le rispondo negativamente si meraviglia che a svolgere un'attività così delicata siano dei volontari. Le spiego che comunque facciamo una formazione specifica. A metà tragitto il colpo di scena: una signora chiede all'autista di tornare indietro, perché ha lasciato i passaporti in aeroporto (non riesco a figurarmi dove). Sull'autobus scende il gelo. Nessuno ha il coraggio di dire niente, anche se il no è la risposta che tutti abbiamo formulato. Fortunatamente quasi subito interviene il figlio, che li ha trovati dentro la borsa. Il ragazzo è più sveglio della madre. Siamo in ritardo, l'altro autista chiama per chiedere come mai. Finalmente arriviamo a Pisa, dove veniamo scaricati di fronte all'aeroporto senza alcuna indicazione. Faccio un tentativo per farmi riproteggere da lì, anche se so che sarà inutile, come già era successo a Peretola. Devo comunque arrivare a Monaco, dove Lufthansa provvederà a riproteggermi su un altro volo per Boston. Le indicazioni della coordinatrice sono di cercare in tutti i modi di partire il giorno stesso, su un qualunque volo diretto verso uno degli Stati del nord della East Cost, e da lì verso Boston con un volo interno.

I controlli di sicurezza dell'aeroporto di Pisa, che deve farsi carico anche di buona parte dei voli di Firenze, perlopiù durante il periodo natalizio, sono al collasso. C'è una fila interminabile, non delimitata, senza una fast lane. Una bolgia infernale. Due gruppi distinti di italiani si infilano scorrettamente a metà della stessa, prima che inizino i paletti, entrando davanti ad alcuni francesi. Ci provano anche con me, ma li informo che non ho alcuna intenzione di farli passare avanti. Hanno anche il coraggio di pretendere di avere ragione e mi rispondono in malo modo. Dato che i tempi si allungano faccio vedere il frigo all'addetta ai controlli e chiedo di poter passare, altrimenti rischio di perdere il volo. Ci manca solo questa. Sull'autobus che ci porta all'aereo incontro un medico di Pisa, che lavora al centro trapianti ed in passato ha collaborato anche con la nostra associazione. Riconosce il frigo. Mi informa che, dopo aver fatto Pisa - Firenze e Firenze - Pisa, anche lui ha perso la coincidenza. Il suo era l'ultimo volo, non ce ne sono altri verso gli USA fino a domattina. Realizzo in quel momento che non so in che parte di mondo dormirò la sera. Splendido. Mentre arriviamo al velivolo vedo il comandante che ha tentato l'impossibile per atterrare a Firenze. Magari ci fosse riuscito! E' un uomo maturo, sicuramente di grande esperienza. Lo ringrazio col pensiero.

Dove dormo stanotte?
Arrivo a Monaco verso le 16. Scopro che Lufthansa, con la sua consueta efficienza, mi ha già riprotetta sul medesimo volo in partenza il pomeriggio del giorno successivo. Per me però è troppo tardi. Chiedo alla hostess di terra di aiutarmi prenotandomi un volo in partenza la mattina, da qualunque aeroporto. Sono disposta a dormire ovunque. La hostess è veramente brava, ma molti voli sono già al completo. Ad un certo punto mi chiede se va bene una qualunque città degli USA. Sì, purché vi sia un volo interno per raggiungere Boston. Scuote la testa, chiama un'altra collega per chiederle se ha qualche altra idea. Passa una signora e mi chiede incuriosita a cosa serva il frigorifero. Glielo spiego. Mi chiede se è per un parente. No, sono una volontaria, lo faccio per una persona che non conosco e non incontrerò mai. Nel frattempo l'impiegata ha trovato un volo per Boston in partenza da Londra la mattina successiva, abbinato ad un volo serale Monaco - Londra. Accetto subito. Mi dice di rivolgermi al banco Lufthansa di Heathrow, che lei avviserà del mio arrivo, per la prenotazione dell'albergo a Londra. Mi chiede anche se, comunque, avrei difficoltà a trovarmi un hotel da sola, anticipando il pagamento e poi chiedendo a Lufthansa il rimborso. La domanda mi pare strana, però le rispondo che non ho problemi in tal senso, viaggio con due diverse carte di credito proprio per far fronte ad ogni evenienza.

Arrivo a Londra alle 23. A quest'ora sarei già dovuta essere a Boston. Sono passate 12 ore da quando sono uscita di casa e sono arrivata solo a Londra. Non male. Il desk Lufthansa è in un altro terminal. Lì l'impiegato dell'assistenza ai turisti mi indica dov'è, ma mi fa anche presente che a quell'ora non ci troverò nessuno, in quanto chiude alle 19. Provo lo stesso, nel caso avessero lasciato un messaggio per me. Nulla, la hall è deserta. Torno al desk delle prenotazioni turistiche. L'impiegato non si sorprende nel rivedermi e mi fa cenno di sedermi, dicendo che chiamerà lui. Infatti nel frattempo è arrivata una famiglia piuttosto numerosa, per di più con una signora in carrozzina, che sta anch'essa cercando un alloggio last minute per la notte. Maledico Lufthansa per avermi fatto perdere tempo inutilmente. Sono stanca e nervosa e la missione è appena agli inizi. Finalmente l'impiegato si rivolge alla famiglia con un "I have good news for you", "Ho buone notizie per voi" ed è molto bravo a convincerli ad accettare la soluzione proposta, altrimenti io rischiavo davvero di dormire in aeroporto. Tocca a me, gli rispiego la situazione, chiedendo un albergo il più possibile vicino all'aeroporto, perché la mattina seguente devo ripartire presto. Si illumina: "Non ha problemi di budget, paga Lufthansa, vero?". Mi propone un'offerta speciale ad un prezzo eccezionalmente vantaggioso: una notte all'albergo più vicino, il Marriott, con colazione e servizio navetta dall'aeroporto sia all'andata che al ritorno alla modica cifra di 314 Sterline (quasi 400 Euro). Gli chiedo se c'è una soluzione più economica, ma bisogna allontanarsi parecchio e comunque è necessario utilizzare un taxi. Alla fine accetto, speriamo Lufthansa rimborsi senza problemi. Scopro poi che la navetta è addirittura un autista privato. Beh, certo, il Marriott, cos'altro ti aspettavi? Mi sento una principessa.

Il problema delle mattonelle per il ghiaccio
La mattina dopo riparto da Heathrow e devo rifare tutti i controlli di sicurezza. La coordinatrice mi ha istruita sulle criticità di quell'aeroporto. Infatti è possibile che "i siberini", ossia le mattonelle per il ghiaccio, ancorché congelati, non passino i controlli di sicurezza. Sarebbe la prima volta che mi succede. Non ho ancora ritirato le cellule staminali, per cui il frigo può passare sotto i raggi X. L'addetto ferma il frigo e me lo fa aprire. Finora non ci sono criticità, a volte lo chiedono. Chiama una sorvegliante, che mi dice che devo tornare al check in, per far imbarcare il frigo. Chiaramente non è possibile, non ho alcuna garanzia che non venga smarrito. Chiedo di parlare con un responsabile. E' un'altra donna, che insiste sulla necessità di imbarcare il frigo. Arriva anche a sostenere che è possibile dotare il frigo di una speciale targhetta, affinché vi sia la certezza che non sarà smarrito, e che comunque i bagagli non vengono persi. Ovviamente non mi fido, le rispondo che ho seminato bagagli in mezza Europa, sono un'esperta in questo. (Una volta per questo motivo ho dormito senza pigiama in Finlandia, meno male era fine giugno. Un'altra volta ho partecipato ad una riunione importante all'Unione Europea vestita come la donna delle pulizie. Avrei tanto voluto avere un cartello con scritto "lost luggage", "bagaglio smarrito". No, certo i bagagli le compagnie aeree non li perdono mai....)

Spiego alla responsabile dei controlli che senza la mia dotazione non posso effettuare il prelievo negli USA, mostrandole tutta la documentazione che attesta che il frigo deve sempre rimanere col trasportatore. Mi contesta che vale solo nel caso in cui ci siano le cellule, mentre al momento il frigo è vuoto, per cui mi ci posso separare. Ho capito, ma se non arriva il frigo, come faccio ad effettuare il prelievo? Dove metto le cellule, anche se ora non ci sono? Nessuna risposta, è un problema mio e non suo. Il suo è quello di impedire l'imbarco del frigo e, soprattutto, dei siberini. Vista la situazione di stallo, decido di cedere su questi ultimi. Sono disposta a lasciarli, ma il frigo no. La responsabile non sembra affatto convinta, però non ho altri margini di scelta. Si consulta con la prima sorvegliante, chiede se il frigo e il suo contenuto (come al solito il data log, ossia la sonda che registra la temperatura, sembra assai sospetta) sono "puliti". Mi sento sollevata solo quando, dopo averci pensato un attimo, la prima sorvegliante mi lancia un'occhiata e risponde che sì, è tutto OK. Trattengono i siberini, mi restituiscono tutto il resto e mi ringraziano pure per la collaborazione e comprensione. Mi allontano velocemente prima che ci ripensino.

Il frigo è salvo, ma i siberini sono andati. Appena arrivata negli USA dovrò risolvere il problema di trovare altre mattonelle per il ghiaccio in grado di affrontare un lungo viaggio.

Boston
E' il mio primo volo intercontinentale e mi preoccupa un po' la durata. Temo di annoiarmi a stare sempre ferma, io che sono iperattiva. In realtà il tempo vola, anche perché la Delta Airlines ha una spettacolare varietà di film con sottotitoli a cui accedere semplicemente toccando lo schermo. Fra un film e l'altro sei impegnato a mangiare. Scelgo un cartone animato, PETS, Vita da animali. Il film è divertente, però la scena finale mi fa venire il magone. Tutti gli animali protagonisti, dopo le loro scorribande, aspettano felici alla porta il rientro del rispettivo padrone. Penso con nostalgia ai miei gatti lontani, anche se sono ottimamente accuditi da mio fratello. Ieri sera mi aspettavano ed io non sono rientrata; mi attenderanno invano anche per le prossime tre sere. Solo chi ha e ama gli animali può capire la nostalgia che provo. Però la missione va avanti a tutto.

Arrivata a Boston per fortuna non ho problemi nel passare i controlli d'ingresso negli USA. Alcuni volontari mi hanno preavvisata che possono fare storie perché il fatto che siamo volontari e non dipendenti sembra poco credibile e quindi sospetto. Sì, certo, il fatto di regalare ferie ad estranei può sembrare un po' strano. Forse conviene dire che ci pagano ... Invece il poliziotto mi chiede solo cosa c'è nel frigo e quando riparto. Gli rispondo il giorno dopo e in cinque minuti sono fuori.

Il mio primo pensiero è risolvere il problema dei siberini. Prima di consegnarli in aeroporto li ho fotografati, per essere sicura di trovarli di analoghe dimensioni. Chiedo innanzitutto all'albergo dove posso comprarli. Mi rispondono che non hanno nemmeno idea di cosa siano e a cosa servano, figuriamoci dove si comprano. Spiego che servono per refrigerare. Nulla. Ma com'è possibile che qui non si usino? Sono cresciuta col mito degli orsi Yoghi e Bubu di Hanna e Barbera, che vivono al parco di Yellowstone e rubano i cestini delle merende. Come si mantenevano freschi i cibi nel cestino? Provo al negozio 7-Eleven. Hanno grandi buste di ghiaccio, ma di mattonelle refrigeranti nemmeno l'ombra. Come posso utilizzare tutto quel ghiaccio? Non mi viene in mente niente. Allora prendo un taxi e vado all'ospedale in cerca di aiuto. In portineria chiamano al telefono il centro prelievi. Spiego il problema. Mi assicurano che possono fornire loro i siberini. Tiro un sospiro di sollievo. Chiedo conferma che siano di dimensioni adeguate. La mattina dopo, quando telefono per fissare l'appuntamento, glielo richiedo per sicurezza, specificando anche che me li devono consegnare a zero gradi Farenheit, che corrispondono a -18 gradi Celsius. Li stresso così tanto che nel pomeriggio del giorno successivo, quando torno in ospedale per il prelievo, vedendo il frigo il medico esclama "Ah, lei è quella delle mattonelle refrigeranti", non "Ecco il corriere per il midollo".

Per colpa della nebbia mi sono rimaste solo due mezze giornate a disposizione per vedere Boston, proprio una toccata e fuga. Come mi ha spiegato una coppia italiana in albergo, è la città più europea fra quelle americane, che risente moltissimo dell'influenza degli irlandesi, da cui è stata fondata. Infatti ci sono trifogli ovunque. Boston mi piace. Purtroppo, a causa della giornata persa, riesco solo a visitare la zona del porto, il mercato Quincy e a fare una passeggiata nel parco. Qui ci sono degli scoiattoli molto belli, più grandi dei nostri, con la coda vaporosa, come Cip e Ciop. Sono molto socievoli, vengono a chiedere cibo senza aver alcun timore dell'uomo. Anche troppo intraprendenti. Uno di loro mi viene incontro di gran carriera. Non ho cibo da dargli e non vorrei mettere a repentaglio la missione a causa di un morso di scoiattolo offeso, per cui mi allontano. Il porto vale la visita, ed è carico di storia, poiché è da qui che scaturì la rivoluzione americana col famoso "Boston Tea Party", l'azione di protesta simbolica dei coloni della costa atlantica nordamericana contro il dominio britannico. I coloni salirono di nascosto su alcune imbarcazioni inglesi ancorate nel porto di Boston per poi gettare in mare l'intero contenuto di tè delle navi. Tutti i negozi di souvenir lo ricordano e le scatoline di tè celebrative vanno per la maggiore. Mi emoziona vedere dal vivo un luogo che ho studiato sui libri di storia americana.

Cerco un ristorante, ma è difficile trovarne uno simile ai nostri. C'è molto cibo spazzatura, fra cui pizze improponibili. Vedo il furgone di una delle numerose associazioni religiose presenti in città e chiedo un consiglio all'autista, una donna. Mi indica un ristorante lì vicino, dicendo che il cibo è ottimo, i pellegrini lo frequentano sempre con soddisfazione. E' un tipico locale americano (sono l'unica turista) e serve esclusivamente panini, in tutte le possibili varietà, accompagnati da patatine. La qualità è buona, però per me è impensabile mangiare in questo modo tutti i giorni. Purtroppo durante questo brevissimo soggiorno a Boston risento moltissimo del jet lag (siamo 6 ore indietro), per cui alle 19 crollo (in Italia sono le una di notte) ed in piena notte, quando da noi è mattina, sono già sveglia. Non riesco a prendere il giusto ritmo, mentre mi aspetta una giornata impegnativa. Oltretutto non riesco più a capire cosa e quando devo mangiare. C'era da aspettarselo, a me dà noia anche il cambiamento dell'ora legale... La cosa positiva, però, è che in un solo giorno non faccio in tempo ad adeguarmi ai ritmi americani, per cui al ritorno non ne risentirò affatto.

Zurigo

Il pomeriggio successivo mi presento in ospedale per il prelievo. Vedo che i siberini dell'ospedale sono esattamente uguali a quelli lasciati ad Heathrow, per cui mi sento più tranquilla. Ora un lungo viaggio aspetta me e le cellule. Viaggio con la Swiss, con scalo a Zurigo. Le cellule staminali mi sono state consegnate subito dopo il prelievo e quindi, come diciamo in gergo, "sono calde", devono ancora scendere alla temperatura prestabilita. Quando, invece, il ritiro viene fatto il giorno successivo al prelievo le cellule sono state conservate in frigo dall'ospedale, per cui occorre mantenere la temperatura. Quest'ultima inizia a scendere velocemente fino a raggiungere il range richiesto (4°-8°), però non si stabilizza. Seppur lentamente continua a scendere. Per questo motivo, pur essendo per il mio fuso orario il volo in notturna, non posso dormire, devo monitorare il frigo. Metto la sveglia ogni ora, ma fortunatamente la mia vicina di posto non protesta. Il viaggio procede bene, ma la temperatura scende ancora. A metà viaggio decido di intervenire per rialzarla un po' e continuo a monitorarla. Ovviamente ora inizia a salire. Sempre lentamente, tanto per non smentirsi, ma non si stabilizza ancora. Prima di scendere intervengo nuovamente sul frigo per riabbassarla di poco, con una procedura opposta rispetto a quella di prima.

Scendo a Zurigo per lo scalo. Sono già stata in questo aeroporto all'inizio del mese. E' tutto carissimo e non accettano gli Euro. Oltretutto i panini sono piccoli, anche se molto buoni, così come quelli che serve la compagnia di bandiera. A quanto pare gli svizzeri mangiano meno. L'altro problema della Swiss, oltre alle tariffe esorbitanti ed al fatto che sbarca passeggeri affamati, è la rigidità sul bagaglio a mano, sia come misura che come numero, ma solo se si viaggia in classe economica. In questo fa concorrenza alle compagnie low-cost. Per noi il frigo è un bagaglio a mano in più. Abitualmente viaggiamo con Lufthansa, che non ci fa problemi, sapendo che siamo trasportatori di midollo. Con la Swiss, invece, i problemi ci sono eccome. La volta precedente ho dovuto imbarcare il trolley proprio durante lo scalo a Zurigo, ma dato che stavo rientrando a casa non mi ha creato alcun disagio. In questo caso, invece, i problemi ci sono davvero, perché sono in consegna e quindi viaggio con le cellule. Il nostro protocollo operativo prevede che non possiamo imbarcare il bagaglio fino al ritorno a casa, perché in caso di smarrimento non possiamo perdere tempo al lost and found. Inoltre, visti i tempi di permanenza molto stretti, rintracciarci diventa davvero complicato. Infine, dobbiamo limitare al minimo le fonti di stress, al fine di concentrarci sul trasporto. Nel mio caso c'è un ulteriore grosso problema: non consegno nella città di arrivo del volo. Da lì mi aspettano altre 3 ore circa di viaggio con un treno veloce per raggiungere la destinazione finale. Sono treni tipo le nostre Frecce, ossia a prenotazione obbligatoria, altrimenti non puoi salire. E sono sempre molto affollati, per cui vanno prenotati con un buon anticipo. Soprattutto ora, che siamo in periodo natalizio, è altamente improbabile riuscire a trovare posto all'ultimo momento. Dall'aeroporto quindi devo raggiungere la stazione e da lì prendere il treno prenotato. Sono molto precisa coi tempi, non avrei nemmeno il tempo materiale di ritirare il bagaglio dal nastro trasportatore. Un intoppo mi bloccherebbe a 600 Km. dall'ospedale dove il paziente è in attesa del trapianto e ciò potrebbe pregiudicare l'esito della missione.

Con questa consapevolezza e la targhetta "admitted in cabin" sul trolley mi metto in fila per l'imbarco. Come temevo, si avvicina l'addetto dell'aeroporto, con in mano l'odiosa targhetta per l'imbarco del bagaglio in stiva. Gli spiego che non posso separarmi dal trolley né, tantomeno, dal frigo. Non mi ascolta nemmeno e mette la targhetta sul mio trolley. Allora mi avvicino al bancone, tiro fuori tutta la documentazione medica e la mostro al responsabile. Niente, nemmeno lui intende ragioni. Gli faccio vedere qual è la città di consegna e la prenotazione del treno, spiegandogli che non ho davvero il tempo materiale di attendere il bagaglio, ma devo schizzare subito fuori dall'aeroporto e raggiungere la stazione. Non posso assolutamente permettermi di perdere quel treno. La sua risposta mi manda in bestia. "It's not my problem". Non è un problema mio". Sono una persona tranquilla, ho una soglia di tolleranza molto alta (a volte anche troppo) e per questo è difficilissimo che mi arrabbi. Ma non sopporto le prevaricazioni e quando mi arrabbio divento una iena. Gli rispondo che se il paziente muore per colpa sua ne sarà chiamato a rispondere, perché io lo denuncio. E a quel punto il problema sarà più suo che mio.

Durante il nostro vivace colloquio si è avvicinata una passeggera, anche lei in attesa dell'imbarco. E' una bella signora elegante, che ha seguito tutta la scena fin dall'inizio. Non ha con sé nemmeno una piccolissima borsetta. Ha fatto subito presente che, non avendo lei alcun bagaglio, Swiss può effettuare una compensazione col mio, come se viaggiassimo insieme. Ma l'addetto non prende neanche in considerazione questa possibilità, scuote il capo e rifiuta. Un passeggero un bagaglio, non sono ammesse deroghe. Inoltre non la racconta giusta. Infatti sostiene che il mio bagaglio a mano è troppo grande, mentre in realtà è della misura standard, e che ho addirittura tre bagagli (li conta pure, additandoli: one, two, three), perché include anche la mia borsa, che non è affatto grande, mentre sul sito c'è scritto chiaramente che sono ammessi a bordo la borsa personale più un bagaglio a mano. Non capisco proprio perché voglia mettermi a tutti i costi in difficoltà. Somiglio forse ad una sua ex dalla quale è stato mollato? Oppure, più semplicemente, credo che alcune persone amino abusare della propria posizione di potere, di qualunque natura esso sia. La signora rimane sempre vicino a me e, quando capisce che la situazione si fa difficile, rinnova la sua offerta con maggiore insistenza. L'addetto fa orecchie da mercante.

Siamo in stallo. Io mi sto davvero arrabbiando davanti a tanta ottusità. C'entrerà qualcosa il fatto che siamo due donne che viaggiano da sole? Mi domando se con un manager con la valigetta del portatile ci sarebbe stata altrettanta rigidità. Comunque nemmeno l'intraprendente signora si fa intimidire, decide di passare all'azione. Prende il mio trolley ed insieme ci avviamo verso l'aereo. L'addetto ci insegue, dicendo che avvertirà il comandante di non accettarci a bordo senza aver imbarcato il mio bagaglio. Posso solo sperare che il comandante si dimostri più ragionevole di lui. Entriamo con noncuranza, non ci ferma nessuno. La signora ha ormai adottato il mio bagaglio, che ripone nella cappelliera sopra il suo posto, ubicato molto prima del mio. Non so proprio come sarebbe finita senza il suo provvidenziale intervento! Durante il volo mi alzo per ringraziarla e le regalo una penna col logo del NOPC. Con mia sorpresa, sta leggendo una rivista in francese. Mi scatta quindi la curiosità di indovinarne la nazionalità: non avrei mai detto che fosse francofona. Infatti parla un inglese perfetto, mentre di solito riesco a riconoscere sia l'accento francese che quello tedesco. Ma legge una rivista francese. Forse è svizzera? Ma perché allora si è rivolta all'addetto in inglese? Forse perché comprendessi anch'io? Mi arrovello durante il viaggio, ma rimarrò col dubbio, perché lei scende prima di me e quindi non si presenta l'occasione per chiederglielo.

Verso la destinazione di consegna
Da qui in poi il viaggio mi riserva solo sorprese positive e soddisfazioni. Innanzitutto la temperatura del frigo si è finalmente stabilizzata intorno ai 5 gradi. Dall'aeroporto devo prendere un taxi per raggiungere la stazione e non rischiare di perdere il treno: quando mi preoccupavo dei tempi non esageravo affatto. Conosco bene questa tratta, ma stavolta ho un biglietto di prima classe, probabilmente perché quelli di seconda erano già esauriti da tempo. Scopro con piacere che il servizio è di gran lunga superiore a quello delle Frecce. Mi rifocillano continuamente e, quando chiedo se posso avere un altro po' di caffè, mi dicono di attendere, perché entro pochi minuti passeranno con la merenda, che si rivelerà di qualità ed abbondante. Così compenso il vitto dell'aereo.

Arrivo finalmente nella città di consegna e raggiungo l'ospedale. Qui hanno la brutta abitudine di fare aspettare i volontari, anche se sono informati dell'ora di arrivo. Mi è capitato di attendere anche un'ora, di notte e dopo un viaggio pesante, per cui sono rassegnata. Invece la dottoressa arriva dopo pochi minuti. Non è la solita, è una più giovane. Consegno a 4,7° e ciò, anche considerando la lunghezza del viaggio, mi rende molto soddisfatta. Sono stata brava. Mentre controlliamo i documenti, squilla un cellulare. "Bau, bau, bau". Ha la suoneria di un cane che abbaia. La dottoressa arrossisce e si scusa. Le spiego che non ci sono problemi, capisco perfettamente, essendo l'orgogliosa "umana" di due magnifici gatti. Lei mi dice di avere ben 4 cani e numerosi gatti. Malgrado la stanchezza ci mettiamo un po' a parlare dei nostri amati animali. Sono molto contenta, perché riesco a conversare nella sua lingua madre, che ho studiato il primo anno di Università (quindi più o meno la preistoria) e che poi ho lasciato, essendo terza lingua straniera. Ma durante la prima missione da sola mi sono resa immediatamente conto che in questo paese, dove capito assai spesso, l'inglese è un optional. Più che in Italia, dove comunque non è che brilliamo. Per questo motivo, non appena rientrata da quella missione, ho deciso di riprendere lo studio della lingua. Ora comincio a vedere i primi frutti: mi sono sforzata di non parlare inglese da quando sono sbarcata all'aeroporto e sono molto soddisfatta anche di questo.

Finalmente a casa
Riparto subito la mattina dopo, voglio rientrare in tempo per festeggiare a Firenze l'ultimo dell'anno, ho fatto una promessa in tal senso. Finalmente sono a casa. I gatti hanno sentito molto la mia mancanza. Soprattutto Champagne, il gattone anziano, che non si stacca da me per tutta la mattina successiva, facendo rumorosissime fusa. Sembra volermi dire "Non te ne andrai mica via ancora, vero?" Meglio che non sappia che, prima di partire per Boston, ho comprato i biglietti per un viaggio di tre settimane in Cina...

Nel frattempo il paziente è già stato sottoposto al trapianto. Ascolta bene, caro amico sconosciuto: questo viaggio mi è costato un orecchino di perle, una buona dose di stress, due notti praticamente insonni, il fastidio del jet lag, un'arrabbiatura come non mi prendevo da anni, un gatto in crisi esistenziale..... Mi sembra il minimo che tu ce la debba fare. Buona vita!


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: