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lavoro pubblicato domenica 29 gennaio 2017
ultima lettura domenica 15 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

JAD E ZAPHIRA

di fenidrago. Letto 323 volte. Dallo scaffale Fantasia

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La lama sfiorò di un soffio l’orecchio destro di Jad per andarsi a conficcare, continuando l’inerzia trasversale del suo slancio, nella parte bassa del tronco d’albero che sovrastava i due contendenti. Il nano grugnì di stizza quando dovette fare forza per disincagliare l’arma dal legno, perdendo quel flebile vantaggio che aveva ottenuto dall’inciampo del ladro nella grossa radice che affiorava dal terreno. Jad ne approfittò subito per rimettersi in piedi e sferrare una decisa stoccata della sua spada verso il collo del piccolo ma nerboruto inseguitore, ma il grosso anello, simile ad un collare, indossato a mò d’ornamento, si rivelò essere l’inizio d’una pregiata cotta di maglia nanesca che deviò il colpo, permettendo solo ad una frazione del filo tagliente di toccare la pelle sull’angolo sinistro del voltò. La ferità prodotta, purtroppo per il ladro, non era certamente in grado di rallentare il nano.

“La pagherai, umano!” il suono basso, tipico della specie, rendeva la frase più minacciosa del dovuto. Ma L’uomo era avvezzo a situazioni “complicate” e rispose con ironia.

“Ma dai, smettiamola!Qui finisce che ci facciamo male !”

Jad continuò a sorridere anche mentre imbufalito tornò a caricare per ucciderlo, e mentre deviava i colpi del nano, portati con un’imponente ascia bipenne, si avvicinò, indietreggiando, sempre di più al margine della foresta. L’albero su cui era inciampato era solo il primo precursore di una ricca vegetazione che lo avrebbe coperto nella sua fuga. Sapeva anche che doveva sbrigarsi, perché i compari del suo amichetto di duello sarebbero presto arrivati a dargli manforte.

Anche se i nani erano alti un po’ più della metà di un umano normale, possedevano una forza ed una agilità tale da superare di un buon 30% un uomo di corporatura media.

A rafforzare le sue preoccupazioni giunsero in lontananza le voci di battaglia del temuto gruppo.

Trovarsi davanti cinque guerrieri nanici non era nella sua scaletta odierna, quindi doveva affrettarsi.

Jad non era immune dall’aver ucciso uomini o creature diverse, ma aveva un’etica che gli vietava di uccidere un innocente. E anche se era vero che il piccoletto, insieme con quelli che stavano per sopraggiungere, voleva la sua pelle, era anche vero che la loro ira era più che giustificata dal fatto che lui aveva rubato loro una pietra di rara bellezza, di color cremisi e sfumature azzurre.

Il combattimento continuava e lui non riusciva a crearsi un varco per entrare nella foresta e sfuggire alla lotta. Aveva già combattuto contro dei nani, ma questo, e presumibilmente gli altri quattro, erano di un livello superiore. Si disse fra se che rischiava di pagare caro averli sottovalutati, e nel contempo un buffo pensiero gli attraverso la mente: che senso avevano quelle grida di battaglia che lo avvisavano dall’imminente arrivo? Non sarebbe stato meglio coglierlo di sorpresa? Un fendente,che aveva eluso la guardia della sua spada, riuscì a tagliare la stoffa del suo guanto rinforzato e solo per un millimetro non l’affetto a mò d’arrosto. Ebbe paura e tentò nuovamente di fuggire con una finta verso la vegetazione che ormai era vicinissima, ma il nano lo bloccò. Sotto la fitta barba, tra il rosso ed il marrone, si distingueva un sorriso di soddisfazione.

“Che ne pensi se ti ridia la pietra e finiamo per riderci sopra?” buttò li con fare spavaldo, però annacquato dalla paura crescente di trovarsi in trappola.

Per la prima volta, da quando caparbiamente aveva insistito con gli altri suoi compagni nani per seguire una traccia diversa da quella che sembrava essere giusta, decidendo, non trovando appoggio, di inseguirla da solo e scoprire d’aver avuto ragione,sorrise anche lui.

“Per la barba arancione di Thorn, fratello e condottiero della mia tribù, che ne pensi di farti sbudellare subito cosi che in cambio non ti porti senza arti ma ancora cosciente all’ingresso di una caverna di troll affamati? So che amano molto il crudo.”

“Rifiuto l’offerta, se per te non sia troppo offensivo!”

Doveva trovare un modo alla svelta per salvarsi la pellaccia. Ormai gli inseguitori erano ad un paio di minuti di distanza, e non era detto che comunque si sarebbero arresi all’infoltirsi della foresta.

Non riuscì a schivare l’ennesimo colpo del guerriero e dovette imbracciare l’arma con tutte due le mani per fermarne l’avanzata. La sua spada era di ottima fattura, ma era stata forgiata per essere usata a una mano e fino a quando non l’aveva persa, pochi giorni prima, era gemella e complementare di un’identica lama. Jad era esperto nel combattimento a due spade, ma la sostituta che aveva rimediato, alla meno peggio, era completamente squilibrata, tanto che all’inizio dello scontro era stato costretto a sacrificarla per potersi bilanciare e combattere ad una sola mano.

Tentò nuovamente una finta, ma stavolta, essendo l’ultima occasione, giocò più sporco del solito. La mano disarmata cercò e brandì il pugnale che teneva alla cintola, dietro la schiena, e lo scagliò verso il nano che lo schivo buttandosi di lato, ma in quell’attimo il ladro aveva infilato di piatto la spada nella terra e, usandola, come una pala, sollevò una zolla di terra che si riversò sugli occhi del nano accecandolo. Ora o mai più. Si lanciò in una corsa forsennata nel tentativo di guadagnare il ciglio della foresta, ma cadde rovinosamente perché agguantato ai piedi dal guerriero che pur non vedendo, intuendo, un po’ per fortuna e un po’ per bravura, la traiettoria intrapresa dal ladro, era riuscito ad aggrapparsi, dopo un forte slancio, a uno degli stivaletti di Jad.

Adesso lo cavalcava e, lasciata l’arma, afferrò a due mani il suo collo umano. La forza del nano avrebbe impiegato pochi secondi a spezzarlo, così, resistendo all’istinto di agguantare le mani che lo cingevano, lasciò che prendesse il sopravvento, mentre con le braccia aperte sondava velocemente un legno o una pietra per poterlo tramortire. Fu questione di attimi e il colpo partì. Il Nano allentò la presa per accasciarsi repentinamente di lato. Jad non pensò a lui, ma, una volta liberò dal serraglio alla gola, annaspò in cerca dell’ambita aria. Solo quando la sua fame d’ossigeno fu appagata, si rese conto di ciò che era veramente successo. S’incupì. Non voleva ucciderlo, ma era questo quello che aveva fatto. Quello che credeva essere un piccolo bastone, si rivelò essere l’elsa del pugnale che aveva lanciato poco prima, che per uno scherzo del destino e dei rimbalzi, si era ritrovato chiuso nel suo pugno nell’attimo in cui cercava qualcosa per tramortire il nano. La lama si era incastrata fra l’anello della cotta e l’elmo, trafiggendo con tutta probabilità il cervello del guerriero.

Pensò che fosse giusto aspettare l’imminente arrivo dei suoi amici e sacrificarsi alla loro vendetta, eppure la voglia di vivere fu più forte. Corse! Corse fulmineo saltando e schivando rami e radici affioranti che avrebbero fatto cadere qualsiasi altro uomo. Corse perché voleva vivere, eppure, anche affrettandosi in quel modo, non riusciva distanziare gli inseguitori. Era al limite quando cadde ai piedi di un gigantesco albero. Sicuramente era stata la fatica, ma quando si era convinto di aver superato una sua radica superficiale, con la coda dell’occhio la vide guizzare verso di lui, e in quel frangente si ritrovò in ginocchio e faccia a terra.

Non riusciva a sollevarsi, eppure provò un attimo di pace che durò anche quando i guerrieri lo circondarono. Era la fine e l’accettò. Una scure partì diretta alla base del collo chinò, ma non arrivò mai. Alzò lo sguardo e vide i quattro guerrieri accasciati accanto a lui trafitti al petto da frecce dorate, cosi affilate da superare come se non esistessero le pregiate cotte naniche.

Si sollevò lentamente e iniziò a fissare una figura appoggiata in piedi su uno dei rami più imponenti della pianta che lo sovrastava. Dovette prima abituarsi alla luce del sole che non sembrava filtrare dalla vegetazione, bensì pareva aumentare d’intensità al tocco del lussureggiante verde.

Sembrò metterci un’eternità, ma alla fine riuscì a scorgere bene la snella figura.

Era una donna di razza elfica. Alta almeno quanto lui e di una bellezza infinità. La luce del sole si rifrangeva sulla sua cute che sembrava brillare quando questa la colpiva. Nonostante lo puntasse al cuore incoccando una freccia dorata, uguale a quelle che avevano sterminato il gruppo degli inseguitori,un particolare della fanciulla lo colpì: i suoi capelli non possedevano la colorazione chiara, che andava dal giallo oro al castano chiaro brillante, tipica della specie, bensì la sua chioma aveva il colore del cielo limpido. Chi era quella donna? E, soprattutto, lo avrebbe ucciso?

“Morirò oggi?” Gridò con il sorriso più bello che potesse fare.

La ragazza non rispose. Indicò invece la piccola borsa che aveva al fianco destro. Abbassò gli occhi e si accorse che da essa usciva un forte bagliore che sembrava sincronizzato sul respiro della pianta che lo aveva fatto inciampare e sulla quale un bellissimo e letale elfo lo prendeva di mira. Ne estrasse la pietra cremisi, rubata un giorno prima. Nella corsa aveva perso il guanto danneggiato e per la prima volta la sua pelle nuda entrò a contatto col gioiello. Anche la fanciulla rimase colpita da quello che successe dopo. Jad portava da sempre una strana capigliatura. Sul lato destro della testa.Tagliati corti, i capelli erano di un castano scuro, mentre sul lato sinistro dei lunghi capelli biondi gli scendevano lateralmente fino alla spalla, coprendogli l’orecchio e parzialmente i bei lineamenti. Al contatto con la pietra rossa dai rivoli azzurri, una scarica di energia aveva percosso il braccio sinistro dell’uomo ed era salita velocemente fino al capo. I capelli di Jad si erano sollevati per una frazione di secondo, quanto bastava alla ragazza per scorgere quello che celavano. In aggiunta, appena ricaduti, il castano chiaro prese delle tinteggiature scarlatte, mentre sul biondo del lato sinistro comparvero dei riflessi azzurri. Lui non poteva osservare quel cambiamento, ma lei sì. Come se avesse esaurito la sua forza, la pietra si spense e sbiadì. E quell’istante, l’elfo ripose la freccia nella faretra e balzò leggiadra dall’albero toccando il suolo come se avesse levitato. Mentre si avvicinava a lui, Jad la scorse bene in viso e pensò fra se che a ucciderlo sarebbe stata la donna della sua vita. Si fermò proprio dinanzi a lui, e anche se pensava di essere sul ciglio della morte,non tentò nessuna reazione e anzi si senti stizzito perché, una volta avvicinatasi, si accorse che era comunque una spanna più alta di lui.

“Il giorno è ancora lungo e non posso sapere se morirai più tardi, ma non sarà per mano mia!” La sensualità che Jad percepì dal suono della sua voce, gli infuocò i visceri, ma lei non sembrò percepire il turbamento dell’uomo e proseguì per avvicinarsi ai corpi dei nani. Recuperò le frecce conficcate nei loro corpi e rimase stupita quando si accorse che uno di essi era ancora vivo. La cotta indossatanon era fatta di volgare metallo(seppur superiore a quello umano) ma di una lega nanica superiore che ne faceva supporre l’appartenenza a una famiglia nobile.

“Ti prego, fermati!” disse il ladro quando vide che l’elfo aveva intenzione di conficcare la freccia appena estratta nell’occhio del redivivo guerriero.

Si girò verso di lui, che si aspettava una reazione violenta, eppure lei, sempre con grazia, ripose il dardo, e gli rispose con tono neutro “ Come vuoi! Mi chiamo Zaphyra! Ora seguimi!”

La seguì, a passo stanco e guardando il suo fondoschiena, ma la seguì.



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