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lavoro pubblicato giovedì 26 gennaio 2017
ultima lettura sabato 7 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

NON AVREI DOVUTO SUONARE QUELL'ARMONICA!

di darkman. Letto 505 volte. Dallo scaffale Horror

Non avrei dovuto recarmi a New Orleans, non avrei dovuto partire per quella sudicia scatola sonora gonfia di delirio musicale e di poveri menestrelli dagli strumenti maledetti. Non avrei dovuto ascoltare quel vagabondo del karma, tale Onegin, nero...

Non avrei dovuto recarmi a New Orleans, non avrei dovuto partire per quella sudicia scatola sonora gonfia di delirio musicale e di poveri menestrelli dagli strumenti maledetti.
Non avrei dovuto ascoltare quel vagabondo del karma, tale Onegin, nero come il carbone della miniera in cui lavorava alternando giornate a picconare a notti insonni sul marciapiede della Main St., a elaborare progetti, poesie, musiche per i suoi happening da vero indemoniato: sissignori, Onegin era un satanista perché non puoi getttare in mare un pazzo che sproloquia su tua madre e tua sorella e vederlo affiorare esausto dopo tre giorni dalla finestra della stanzetta che lui mi aveva affittato.
Lo avevo ucciso, e lui è tornato.
Avevo raccontato la mia vita a lui. E dopo aver DAVVERO detti dettagli reali, nemmeno avesse conosciuto davvero le persone che gli nominavi, le giudicava a modo suo. Roba da tremare. E la confidenza che io gli ho dato era enorme, ho vuotato il sacco perché ne avevo bisogno: e l'ho vuotato davanti a lui presentando la mia verve esistenziale sulla bancarella dei ricordi e delle emozioni, dei rimpianti e delle litanie su ciò che avrei voluto essere ma che NON SONO STATO IN GRADO DI ESSERE!
Un frustrato, ecco cos'ero: e Onegin lo aveva capito, passandomi la sigaretta storta che dividevamo dopo che lui l'aveva fabbricata. Era finito il viavai e contavamo i soldi incassati. Eravamo andati a mangiare un panino all'arrosto sulla via. due birre ci avevano rallegrato. Aveva tolto il tabacco da una busta marrone di una marca che non avevo mai visto in vendita. Il sapore era buono, e dopo tre 'tiri' di sigaretta avevo detto a me stesso: dobbiamo creare un duo e girare le vie trafficate del centro pullulanti di turisti.
Cantava e danzava, si capisce: era cubano e viveva a New Orleans da tre anni, aveva quarant'anni ma ne dimostrava il doppio. Che mestiere facesse di preciso non l'ho mai saputo. Uno di quei raggrinziti capindiani di tribù che sembrano sempre sull'orlo dell'estinzione. Il Vodoo era la sua ossessione.
Non avrei dovuto lasciarmi infinocchiare dai suoi ghiribizzi mentali, gli affidavo-per ridere-cose appartenute a gente che odiavo, e lui li sacrificava alla magia nera. In pochi giorni i possessori degli oggetti contraevano virus, morivano in circostanze misteriose o addirittura si suicidavano! Ero al settimo cielo e loro all'nferno. Ah quello era il mio uomo. L'ho pensato, vi giuro!
Non avrei dovuto lasciargli quella valigietta colma di oggetti di persone care... sì, io ho una strana affezione psicologica, se posso dire così: giro il mondo con le cose delle persone che amo in una borsa da diligenza, ricavata da un tappeto ripiegato e ricucito, poi completato dalle fibbie e dalla serratura e dal manico. Una cosa che mi sono divertito a fabbricare da me.
La collana della mia fidanzata, i bracciali di mia madre che le ho rubato da piccolo, i giocattolini del mio bambino. L'orologio di mio padre, gli occhiali di mia sorella, le giarrettiere di una mia amante, le scarpine da ballo di una celebre ballerina e la sua foto con autografo. Un babbo natale di porcellana di una collega, la mia prima stilografica con coi annoto ancora il mio diario, di trenta volumi elegantemene rilegati, la calcolatrice di mio nonno, L'iventario comprende anche cose che non ricordo più di chi siano.
E lui, Onegin, le ha con sé e può operare rituali neri su di essi, trasmettendone la maledizione ai loro proprietari!
Che ne è di queste persone? Non oso pensarci, il tunnel in cui mi sono infilato dopo aver ceduto ai desideri e agli ordini delle cattive compagnie, tutto quel che avevo insomma, è sparito nelle mani di Onegin. E lui ignaro suona la sua chitarra artigliando le corde e ballando da profeta con la rivelazione sulla punta della lingua. La gente ne è attratta in un modo inquietante.
Ma poi Onegin è sparito. Da un mese. E io vivo nella sua stanza, illuso di poter ricambiare morte con morte, ripetendo le cerimonie che lui osa inscenare.
Ma mi ha donato una armonmica a bocca a diciotto coppie di fori, d'oro massiccio (non è consumata dalle labbra ed è pesante, esercita una notevole attrattiva e la conservo in un panno di velluto rosso) e io faccio affari d'oro suonando per la via. E vi giuro che non so cosa suono, né ho mai praticato tale strumento: eppure non so come esso contenga in sé la musica che può produrre. Io sono solo un mero soffiatore e aspiro, e soffio, e sento che la musica, gli accordi, i giri armonici ESISTONO GIA' nella mente di Onegin. Di essa sono il polmone, lo stantuffo. Aspirare e soffiare, prendere aria e buttarla fuori oscillando lo strumento aureo. Fino all'ultimo respiro. Ma non crediate che si tratti di un regalo amichevole, da sempre mi illudo d'aver trovato l'Eldorado. Poi esso si trasforma in una valle di lacrime per colpa della malasorte che mi preseguita ovunque io vada.
Manie di persecuzione? No, miei cari, nulla di più falso. Gioire del popolo danzante ai miei ragtimes, alle sguattere che muovono il sedere e ai vecchi che arzilli ballano mentre suono, ai dollari che piovono nel mio cappello è solo una droga, uno delle tante azioni che compiamo per dimenticare.
Poi, allo spegjersi delle luci sulla via, salgo nella stanzetta e rivedo il panorama della depressione, la psichedelia dello sconforto: due ritratti ovali di antenati di non si sa chi, un paesaggio lacustre dai colori torbidi, un tavolo e una sedia a dondolo che scricchiola su parquet, una maschere africana. Mensola, attaccapanni, lavabo e armadio. E il lampadario di gocce di vetro che raccolgono legioni di moscerini. L'impiantito è di cotto rosso, consunto e polveroso e lo stucco del soffitto si sbriciola come pane raffermo ricadendomi sui capelli eternamente imbiancati.
O forse ecco li vero sortilegio che m'ha fatto Onegin: la vecchiaia. Sissignori. Perché da qualche tempo non occorre lavarsi, il bianco resta e aumenta, la schiena si curva, divento smunto, glabro e-quel che è peggio-il fiato va svanendo. Dovevo arrivare sin qui per accorgermi che sto invecchiando. Bisogna esservi preparati, ma una cosa è certa: mi indebolisce oltremodo. E soprattutto mi è giunta tra capo e collo da un momento all'altro, all'improvviso, senza le classiche avvisaglie.
Unico conforto, un bicchiere di sciroppo d'acero al bancone di zinco bisunto del Plaisir d'amour, la taverna sulla Main St. che mi fa credito. Gigi, ex gondoliere, è l'unico italiano che mi capisce e mi compiange. Sembra sempre sul punto di alzarmi di peso per gettarmi fuori, cosa che gli riuscirebbe facile dato che è un energumeno, ma al termine delle mie confessioni abbassa gli occhi e scuote la testa continuando ad asciugare i suoi bicchieri. E finiti i bicchieri fa un cenno a sua figlia che canta e danza come una gitana, quindi chiude e ce ne andiamo sulla spiaggia dove la luna si riflette sull'Oceano. Gli piace pescare.
Sono troppo debole, ma Gigi da tempo vorrebbe dirmi una cosa, mostra di iniziare il discorso o meglio la morale, ma si ferma. Poi una sera ha messo la mano sulla mia spalla. E ha parlato.
"Hai trovato quella armonica nel vicolo dei gatti, giusto?" mi chiese.
"Esatto!" feci io stupefatto. Un altro indovino?
"E non sai cosa c'è su quella armonica. Batteri. Batteri della tubercolosi, che tu hai aspirato. Un veleno cucinato dal tuo Onegin, che ti è penetrato nei polmoni, nel sangue, nelle ossa, in tutta l'anima. E hanno scritto la tua condanna. Non è vecchiaia la tua. E quando lascerai quello strumento perché ti cadrà dalle labbra, il tuo fratello maggiore da qualche parte lo capirà perché una stella si sarà spenta dopo un torturante baluginìo. E lui sogghigherà, prenderà la sua chitarra, danzerà alla faccia tua la canzoncina delle tue esequie. Se Onegin avesse un briciolo di cuore non lascerebbe in giro il suo veleno, non spargerebbe la sua maledizione, non odierebbe il genere umano. Ma è così. Lascerai lo strumento nelle mani del medico che ti visiterà dopo averti portato in sanatorio, e lui lo venderà al prossimo acquirente. Un malcapitato come te che magari bacerà la sua ragazza o sua moglie, infettandola. E la poveraccia gigerà in lento peregrinare gli ambulatori. Suonando come te o peggio di te. Non ricordo quando sia iniziata questa catena inarrestabile. Ma non smette. La musica, questo demone tumefatto, nata per rallegrare gli animi, ha il contagio di quella serpe che riaffiorerà non appena tu..." si alzò per allontanarsi.
Sono restato sulla spiaggia, per attendere, senza nulla volere, senza sperare.
Ormai il sole declina, ed io con lui.
FINE


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