ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 23 gennaio 2017
ultima lettura mercoledì 13 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL GOL PIU’ BELLO DELLA STORIA E’ UN RIGORE

di RussoTraetto. Letto 254 volte. Dallo scaffale Fiabe

IL GOL PIU’ BELLO DELLA STORIA E’ UN RIGORENon è possibile. Non è possibile spiegare il calcio di Maradona con il linguaggio dello sport. Il suo corpo ed i suoi gesti sul rettangolo verde ed i suoi comportamenti e le sue parol...

IL GOL PIU’ BELLO DELLA STORIA E’ UN RIGORE
Non è possibile. Non è possibile spiegare il calcio di Maradona con il linguaggio dello sport. Il suo corpo ed i suoi gesti sul rettangolo verde ed i suoi comportamenti e le sue parole fuori dal campo costituiscono il mythos, una narrazione fantastica con valore religioso e simbolico. Significano qualcosa nell’arte, nella cultura, nella storia.
Come lui solo il pugile musulmano Muhammad Ali nato Cassius Marcellus Clay Jr. La narrazione del gesto sportivo è strumentale al mythos alla spiegazione di “un qualcosa”. Non è una partita di calcio e non è un incontro di pugilato, è racconto fuori e dentro al campo. La posizione del giovane Alì sulla guerra americana in Vietnam e quelle di Maradona sulla guerra contro il Regno Unito per le isole Falkland hanno lo stesso valore del comportamento dei due campioni sul ring e nel campo. Inscindibili. E’ una sintassi grammaticale.
“Hey, Argentinos! Mirar a los ojos al Inglés. Estos hijos de puta mataron a nuestros hermanos! Nuestros Hermanos! Nuestra sangre!” Maradona ai compagni di squadra prima di entrare in campo.
Capite ora il gol di mano e quello straordinario dribbling? Come poteva la nazionale inglese uscire indenne da quella partita del 22 giugno 1986 allo stadio Azteca di Città del Messico? Non era una partita di calcio e tutto doveva avvenire epicamente: una partita che serviva – e servì - a marcare e tramandare la memoria e l’identità del popolo argentino.
Maradona è il mito in sintonia con il Sud del Mondo, quello del sogno del riscatto, raccontato da Garcia Marquez ma anche da Francesco Jovine e da Corrado Alvaro. Il suo fisico è perfetto. Curto e niro ma è agile, un anguilla. Non puoi mai dire che è sconfitto, perde una due tre e quattro partite e sbaglia 10 rigori ma vince quella giusta e segna quello che serve. Una vita di piaghe, di frustate, di sbagli, di cadute, droghe e pianti ma poi all’ultimo secondo fa una capriola ed ha la palla al piede e tutti i portieri del mondo stipati in una porta non fermeranno quel pallone che entra pulito all’angolino destro quando quello che doveva stare fermo lì si incanta a guardare com’è bella la piroetta che fa e gli viene lo starnuto contrae il ginocchio creando un buco che accoglie a braccia aperte la pelota.
Dal Barcellona va via perché lo considerano un sudaca, un emigrante. E’ vero. Hanno ragione, lui lo è ma non lotta per chi non lo è, hijos de puta. Vuole Napoli perché El Cabezòn Sivori, l’altro argentino, gli ha detto che in quella città c’è una canzone struggente che dice “Partene ‘e bastimiente per terra assaje luntane, cantano ‘a buordo.. so napulitane!”, cerca la sicurezza dalla madre e Dona Dalma conferma “Nuestra sangre!”.
Hinneni, Hinneni! Eccomi, Signore! Sono qui fisicamente e spiritualmente. Sono sulla croce, sono un sudaca, un emigrante, un drogato, frequento malaggente, un padre senza cuore, un coleroso ed il Vesuvio mi brucerà.
Il 3 luglio 1990 alle ore 20:00 allo stadio San Paolo c’è Italia-Argentina, semifinale di Coppa del Mondo, ed i napoletani sono italiani. Tutti tifano per la squadra che rappresenta lo Stato italiano. In un incontro di calcio. Ma quello non lo è. Quello è un’altra cosa. E’ qualcosa di epico, marcare e tramandare la memoria di un popolo.
Diego si muove nel campo in modo rispettoso, accetta i falli, non sorride, però ha il numero 10 alle spalle ed è campione del mondo e campione d’Italia in carica. Ed è il mythos argentino, napoletano, di tutto il sud del mondo. Nei 120 minuti si limita a dire ad Olarticoechea che Caniggia non ha una testa soltanto per i capelli biondi. Cosi fù il gol del pareggio. Calci di rigore. E l’Italia ha il più forte portiere del pianeta Walter Zenga, più di Goycoechea e di Illgner.
Diego deve tirare il quarto dopo il milanista Donadoni, che sbaglia. Maradona ritiene che non esistono rigori belli e rigori brutti, ci sono quelli fatti e quelli sbagliati. Lui ne ha sbagliati tanti ma i suoi hanno una filosofia che piace a Sergio Leone: un duello. Guarda il portiere negli occhi e tira quando ha deciso dove si butterà. Vince chi si ferma prima nel pensiero. Vi è l’incognita se il piede incontra il pallone al punto giusto perché non guarda la palla, guarda gli occhi del portiere. Non decide prima. Tira dove c’è lo spazio. Il tiro forte e prestabilito, riportandolo alla metafora del duello, è come se uno piglia la pistola e comincia a sparare a destra e sinistra. Ma allora viene da dire “Sei pistolero o pecoraro?”
Però quel rigore diventa ancora un’altra cosa: un atto religioso.
Maradona parte con il busto abbassato, Zenga decide di buttarsi a destra, il sinistro incontra il pallone al punto giusto. La palla rotola rotola piano piano dolcemente che sembra vedere i fili d’erba del San Paolo scansarsi come quando in chiesa fai passare i bambini eccitati dalla loro prima comunione. Zenga, uomo intelligente ma poco religioso, si inginocchia e si fa il segno della croce. Corpo di Cristo. Amen!
Solo in quel momento Maradona sorride, chiude i pugni e fa un salto al pubblico, è curto e nire come Pinodaniele e gli viene da cantare
“Voglio 'o mare,
'e quatto 'a notte miezzo 'o pane
e si cadesse 'o munne sano,
je nun me sposto
e resto 'a sotto a mo' guardà.
Voglio 'o mare,
cù 'e mmura antiche e cchiù carnale
a vita 'o ssaje ce pò fa male
Tanto nun passa nisciuno
e nisciuno ce pò guardà
te voglio bene e per sognare poi qualcosa arriverà.”
E 26 anni dopo Diego dice al figlio “Perdoname!”
Il gol più bello della storia del calcio è un rigore: “Mi hijo, perdóname”.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: