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lavoro pubblicato sabato 21 gennaio 2017
ultima lettura lunedì 10 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'isola dei pirati

di giovansale. Letto 339 volte. Dallo scaffale Fantasia

Su un'isola sperduta nell'oceano Pacifico, i pirati vanno a nascondere i loro tesori. Dopo qualche avventura, tempesta, agguato, arrembaggio e lotta tra pirati, vi giunge col suo ultimo bottino il pirata Juan Ubilla, ma lo attende un tragico destino........

L'Avvoltoio

Soffiava una bella brezza che gonfiava le vele superiori del brigantino facendolo filar via col vento in poppa, sollevando spruzzi di candida spuma fresca dall'onda di prua. Era un veliero con due alberi a vele quadre. Sull'albero di trinchetto, a prua, sventolava la bandiera nera con il cranio e le ossa bianche incrociate, simbolo dei pirati.

Il Comandante, Juan Ubilla, dopo aver rapinato questo brigantino, se ne era impadronito, facendolo ridipingere tutto di blu, per confonderlo con l'acqua del mare e cambiandone il nome: l'aveva ribattezzato "Avvoltoio", il grosso uccello rapace era stato scelto come insegna delle sue avventure corsare. Infatti, sulla prua era scolpita la figura di un avvoltoio nell'atto di afferrare la preda.

Che fine avevano fatto i tesori rapinati da Ubilla? E com'era questo pirata?

Bisogna sapere che in occasione dell'attacco al brigantino, Ubilla era stato generoso: invece di gettare in mare i prigionieri, mandandoli così a morte sicura, li aveva lasciati andare al loro destino sulle scialuppe di salvataggio, naturalmente dopo aver scelto i migliori marinai arruolandoli insieme ai suoi, tutti abili ed esperti. E le preziose mercanzie che aveva trovato nella stiva, una volta vendute gli avevano fruttato diversi sacchetti di monete d'oro che finirono nelle solite casse che venivano trasportate su un'isola deserta sperduta nell'oceano Pacifico, chiamata appunto, l'isola dei pirati. Là andavano molti corsari come lui a nascondere i loro tesori e li nascondevano così bene che poi quando ritornavano per riprenderseli, non riuscivano più a trovarli, anche se magari avevano disegnato una mappa del luogo, perchè molti di loro, essendo quasi analfabeti, non segnavano le indicazioni con precisione, sbagliando anche i punti di orientamento. Perciò quell'isola era piena di tesori abbandonati.

Ogni volta, nelle sue casse del tesoro, in ogni grosso baule ben sigillato e stipato con il bottino delle sue rapine, Ubilla inseriva una piccola pergamena con poche parole: una specie di testamento, un po' strano per la verità e scritto più che altro per accontentare la sua coscienza che da un po' di tempo reclamava giustizia condannando il suo operato di pirata rapace come un avvoltoio.

Ubilla all'avventura

Il Comandante Ubilla portava i capelli lunghi fino al collo che, sbiaditi dal sole e dal salino, avevano preso un colore biondo paglierino; l'occhio destro era azzurro come il mare limpido, il sinistro l'aveva perso in combattimento per un colpo di spada, perciò teneva la cavità coperta da un fazzoletto nero annodato di traverso sulla testa. Era alto quasi un metro e novanta: la sua figura imponente incuteva rispetto e timore, anche per la sua lunga esperienza di "lupo di mare", così che tutti i marinai del suo vascello riconoscendo la sua autorità gli ubbidivano senza discutere. Con il naso sottile ed appuntito, una lunga cicatrice sulla guancia sinistra e un cerchietto d'oro pendente dall'orecchio sinistro, non aveva certo l'aspetto di un avvoltoio, ma se mai di un uccello ferito.

I suoi uomini erano tutti marinai capaci ed esperti; tra essi non mancava il medico-chirurgo di bordo, per occuparsi di eventuali feriti durante le incursioni piratesche.

In piedi sul ponte del veliero, Juan Ubilla scrutava col cannocchiale davanti a sè, dondolandosi per contrastare i movimenti di rullio e beccheggio dell'imbarcazione. Intanto l' Avvoltoio avanzava superbo e rapace tra i baffi di spuma bianca che si formavano su entrambi i lati della prora. Si stava dirigendo verso Capo Becco, estrema punta della Baia della Tranquillità: una larga insenatura dove Ubilla sperava di trovare ancorata qualche nave da depredare, ben sapendo che spesso certe navi erano solite rifugiarsi lì. Un po' di fortuna ed il buio della notte, confidava che l'avrebbero aiutato a sferrare un attacco di sorpresa all'improvviso per cogliere la preda impreparata. A un certo punto, dalla sua posizione, scorse la coda a forma di cuore di una balena che stava immergendosi e pensò fosse di buon augurio per l'avventura che stava per iniziare.

Ma, sarà proprio così? A che cosa stava andando incontro l'Avvoltoio?

Tempesta notturna

Ubilla cambiò presto opinione quando in cielo vide sorgere una luna rossa come il sangue: presagio di un'imminente tempesta. Difatti la burrasca marina non tardò ad avvicinarsi, annunciata da un vento vorticoso che diventava sempre più violento. Naturalmente il Comandante diede subito ai suoi marinai le istruzioni adatte a fronteggiare la burrasca, sperando che fosse di breve durata.

Verso la mezzanotte cominciò a piovere a dirotto ed il vento ingrossò il mare che divenne gonfio e minaccioso. Improvvisamente un forte tuono scoppiò vicinissimo ed una serie di lampi e fulmini paurosi squarciò le nuvole scure e basse. Ubilla, incappucciato nella sua mantella grondante d'acqua, chiamò altri due uomini al timone: ora erano in quattro a governarlo, tra i più esperti che aveva. Non era ancora il mare peggiore che Ubilla avesse mai visto, ricordando le tremende tempeste di mare che duravano intere settimane. Tuttavia le onde crescevano e certe, gigantesche, rovesciavano valanghe d'acqua verdognola sul vascello, non molto adatto a navigare sulle onde tempestose.

L'impatto del vento che investiva l'Avvoltoio, prima o poi avrebbe strappato le vele e, non volesse il Cielo, spezzato o portato via gli alberi a prua e a poppa. Infatti, mentre il brigantino volteggiava sulla cresta di un'onda, un forte schianto fece capire che una vela dell'albero di trinchetto si era lacerata. Subito, il nostromo con i suoi uomini tentarono di issare un'altra vela, mentre il vascello precipitava nella discesa dell'onda spumeggiante.Per sostituire la vela rotta ed issarne una nuova, gli uomini lottavano selvaggiamente sul pennone a metà trinchetto, fortunatamente il pennone era un'asta robusta, ma la vela travolta dal vento prendeva una forza mostruosa mettendo a dura prova mani e braccia dei marinai.

Finalmente, con la forza della disperazione, riuscirono a spiegarla e ridiscesero con le mani ferite e sanguinanti. Il Comandante li mandò sottocoperta a farsi medicare dal medico di bordo. Ubilla era accecato da spruzzi violenti, finche riuscì a vedere a malapena, alla luce dei lampi, i quattro uomini che manovravano il timone, legati tra loro con le cime (corde) di sicurezza. Muraglie d'acqua si abbattevano contro l'Avvoltoio, come a volerlo sfidare, o peggio, annientare, sicchè la parte centrale del brigantino era tutta inondata d'acqua che, a tratti, si riversava a poppa, sfondando le cabine. Il timore più grande era quello di andare asbattere contro le rocce della costa, verso le quali si precipitavano onde gigantesche. La notte sembrava non finire più, e così pure la burrasca.

In realtà, i tormenti stavano ormai per terminare: Ubilla se ne accorse dal rumore del vento che era diventato meno rabbioso, senza quegli ululati da "lupo mannaro" che avevano scandito il ritmo della tempesta. Anche i tuoni, sempre più rochi e lontani, cessarono infine del tutto. Il Comandante Ubilla, in piedi sulla parte centrale del ponte, con l'acqua che gli scorreva ancora a grossi rivoli sulla mantella, ora poteva osservare, rasserenato, lo squarcio di azzurro che cominciava ad aprirsi fra le nubi tempestose. Un nuovo giorno stava per iniziare e chissà quale altra avventura avrebbe portato.

Riuscirà Ubilla a catturare una buona preda come desiderava?

Preparando l'agguato

Gran filibustiere, cioè avvenuriero senza scrupoli, come tutti i pirati, Ubilla era avido e incontentabile. Anche dopo la tempesta, infatti, non aveva abbandonato il desiderio di andare a caccia di una buona preda: qualche nave di contrabbandieri carica di preziose mercanzie, ma anche qualche altro vascello in procinto di portare i suoi tesori nella solita isola del Pacifico. Ora che il mare ed il vento si erano calmati e spuntava un'alba chiara, Ubilla aveva tutto il tempo per preparare la sua ciurma al prossimo agguato ad un'imbarcazione che quasi sicuramente avrebbe scovato nella Baia della Tranquillità, un rifugio ideale, protetto da fondali bassi e molte secche. Correndo con il vento favorevole, l'Avvoltoio avanzava verso Punta Becco lasciando a poppa un'onda lunga di un blu cobalto, bianca di spuma sulla scia e lungo le fiancate. Quando dalla coffa (piccola piattaforma) dell'albero di prua (trinchetto) il marinaio di vedetta avvistò la costa del promontorio, avvisò subito il Comandante. Allora Ubilla diede l'ordine di mettere l'imbarcazione "in panna" cioè in posizione di arresto: vennero ammainate le vele (cioè calate in basso) e fu gettata l'ancora proprio dietro l'estrema punta del promontorio a forma di becco, in modo da restare nascosti fino al tramonto e preparare l'agguato nel caso ci fosse stata una buona preda nella baia.

A questo scopo, Ubilla mandò in esplorazione una scialuppa con cinque marinai per ispezionare la zona senza dare nell'occhio. Ritornati nel tardo pomeriggio gli riferirono ciò che avevano visto col cannocchiale avvicinandosi alla Baia della Tranquillità: in sosta, nel porto, c'era una nave mercantile francese, la Trèsor che, come suggeriva il suo nome, sicuramente trasportava qualcosa di prezioso.

Radunati i suoi ufficiali, il Comandante Ubilla iniziò: "Voglio spiegarvi il mio piano per catturare la Trèsor direttamente nel porto". Tutti lo ascoltavano con attenzione. "Ciascuno di voi comanderà una scialuppa tipo barcaccia, con dieci uomini che sceglierete tra i migliori, mentre io mi occuperò personalmente di comandare la squadra che andrà all'arrembaggio".

"Prima di tutto bisogna abbordare la Trèsor sia a poppa che a prua, liberarla dalle gomene (grosse funi che tengono ormeggiata la nave) e rimorchiarla il più velocemente possibile. Evitiamo di cannoneggiarla per non danneggiare le mercanzie stipate nella stiva". Poi concluse il suo discorso con tre raccomandazioni: "Per l'abbordaggio, munitevi bene del cordame necessario e dei rampini che vi servono per agganciare la nave. Inoltre dovete avvicinarvi alla Trèsor in silenzio assoluto, remando senza far rumore: fasciate bene gli scalmi su cui forzano i remi. Ripeto: acqua in bocca! Ultima raccomandazione: evitate spargimenti di sangue, non uccidete nessuno, solo in caso di legittima difesa".

A questo punto, quasi in coro, gli ufficiali chiesero: "E quale sarà la ricompensa?" Ubilla, senza esitazione:"Secondo la legge del mare: chi rimorchia la nave divide in parti uguali con chi va all'arrembaggio". Infine, con i suoi ufficiali ed il nostromo cominciò a consultare la cartina della baia per definire ogni dettaglio.

Che cosa li attendeva nella Baia della Tranquillità?

All' arrembaggio

Calato il tramonto, il Comandante Ubilla diede l'ordine di partenza per le barcacce che dovevano abbordare la Trèsor, quindi preparò la sua squadra con le ultime istruzioni per un'azione di sorpresa, sperando di trovare impreparata la nave-preda.

Era una notte straordinariamente scura, senza luna e senza stelle mentre l'Avvoltoio scivolava sull'acqua con la corrente di marea, in un silenzio di tomba, senza alcuna luce a bordo. Passarono inosservati sotto l'alta scogliera di Punta Becco ed entrati nella baia scorsero la nave-preda tutta illuminata e addobbata con le bandierine colorate del gran pavese: segno che a bordo c'era una festa. Difatti, gli echi di una musica lo confermarono. Effettivamente sulla Trèsor in quella notte erano rimasti pochissimi uomini: la maggior parte dei marinai era in libera uscita nelle bettole del porto.

A piedi nudi sui tavoli, una decina di ballerine francesi si dimenavano in un vorticoso CAN-CAN che faceva girare la testa ai pochi marinai rimasti di guardia, che già l'avevano annebbiata dalle pinte di birra che si erano scolati. Come si resero conto della situazione avvicinandosi alla Trèsor, gli ufficiali incaricati di abbordarla non esitarono a lanciare i rampini assaltando la nave da poppa a prua, al grido di "Avvoltoio! Avvoltoio!", e gettando i francesi nello scompiglio. In tutta quella confusione, dal suo trespolo come dall'alto di un pulpito, un pappagallo agitatissimo gridava gracchiando in italiano tutto il suo repertorio imparato su chissà quale nave corsara: "AVANZI DI GALERA! RAZZA D'IMBECILLI... PORCI SCHIFOSI... DANNATI TAGLIAGOLE... ANDATE SULLA FORCA! BELINONI... PAPPEMOLLI... CULI DI BURRO..." ed altre volgarità che non è il caso di riportare e che uscivano a raffica dalla gola di quel dannato pennuto.

Nel frattempo, dall'Avvoltoio, erano arrivati gli arrembatori che con grida sovrumane assaltarono la nave cogliendo i pochi nemici del tutto impreparati e inebetiti: quasi tutti ubriachi fradici. Intervenne Ubilla, veloce come una saetta si scagliò subito nella cabina di comando immobilizzando l'ufficiale che vi stava dormendo legandogli mani e piedi, mentre sul ponte e sottocoperta decine e decine di arrembatori, con un ghigno feroce stampato sulla faccia, circondarono i marinai della guardia che, inferiori di numero, gettarono le armi e si arresero. La lotta vera e propria avvenne soltanto quando cominciarono a rientrare i marinai dalla franchigia: una rissa furibonda con le sciabole che s'incrociavano e nel rumore metallico delle lame, saltavano in aria, con gli uomini di Ubilla che minacciavano i malcapitati della Trèsor con le asce d'arrembaggio suscitando panico e provocando un fuggi-fuggi generale: chi si gettava in mare, chi scappava sulla terraferma... Solo un francese era riuscito maldestramente ad avvicinarsi ad Ubilla con la pistola puntata, ma il pirata fece in tempo a colpirlo con l'elsa della spada, tramortendolo e lo gettò in mare. Per farla breve, i pirati fecero prigionieri quei pochi francesi che avevano cercato di resistere e s'impadronirono della loro nave.

E il bottino? Che cosa ne farà Ubilla?

Il bottino

Rimorchiata la Trèsor fuori dal porto, Ubilla iniziò la spartizione del bottino, molto più ricco di quanto avesse sperato. Infatti trovò monete d'oro, argenteria, diamanti, barili di tabacco, balle di seta e di cotone, con tante altre merci di valore. Si sentiva soddisfatto dei suoi uomini che avevano portato a termine l'operazione senza ammazzare nessuno, perciò li compensò adeguatamente.

Bisogna dire che in questi ultimi tempi, invecchiando, era diventato più saggio, sentiva qualche scrupolo di coscienza: non gli piaceva la fama di spietato assassino, non voleva più essere un "tagliateste" di professione, poteva tollerare soltanto le ruberie, ma cominciava a pensare che fosse meglio non tenere per sè tutti i tesori che aveva accumulato. Insomma, il suo istinto di predatore stava vacillando e questo da una parte lo inquietava, ma dall'altra lo faceva sentire migliore. Restava pur sempre un pirata, buon cacciatore di prede, ma voleva dare una svolta alla sua vita cercando di riscattarsi.

Anche questa volta, Ubilla pensò di portare segretamente il suo bottino, racchiuso in un forziere ben sigillato, nell'isola dei pirati insieme agli altri suoi tesori già nascosti lì. Anche in questo baule-forziere inserì una piccola pergamena con poche parole, suggerite dalla solita vocina che si faceva strada nella sua coscienza: qualcosa di buono dentro di sè che si stava risvegliando e reclamava ascolto.

Completamente ripulita del suo carico, la Trèsor venne poi rilasciata con le sue ballerine ed il pappagallo maleducato.

Ma riuscirà Ubilla a portare il suo tesoro nell'isola dei pirati, com'era sua intenzione?

Pirati contro pirati

Questa volta, l'avventura per Juan Ubilla non era ancora finita, anche se non lo sapveva. Infatti, mentre l'Avvoltoio stava per uscire definitivamente dalla Baia della Tranquillità, un altro vascello si stava avvicinando a Capo Becco. Il nostromo di Ubilla annunciò il nuovo arrivo: "Veliero in vista!" Era una goletta pirata a due alberi, dotata di quattro cannoni e con a bordo una ventina di uomini: il Dragon, appunto, comandato dal capitano pirata Samuel Flick, di soli ventiquattro anni, che aveva avuto la stessa idea di Ubilla di venire a scovare qualche buona preda rifugiata nella baia.

Flick, capelli e barba rossicci, di media statura, portava una fascia di seta nera gettata dietro le spalle, dalla quale pendevano due paia di pistole e ne teneva una anche nella mano sinistra, perchè era mancino. Con lo sguardo feroce e selvaggio, il naso a forma di becco, le sopracciglia cespugliose attaccate fra loro, senza scarpe e senza calze, con un cappellaccio dal quale pendevano nastri rossi e neri, aveva davvero un aspetto terribile.

Con le fiancate basse dipinte di nero e attraversate da una sottile striscia rossa, gli alberi ben raschiati, gli ottoni lucidi e le cime ben tese, il DRAGON era proprio bello ed elegante, sicuramente governato da marinai abili e ordinati. Moschetti ed asce da combattimento erano pronti accanto all'albero maestro.

Quando il capitano Flick avvistò l'Avvoltoio, intuendo che aveva sicuramente conquistato da poco il bottino di qualche preda trovata nella baia, si preparò subito all'assalto per impadronirsene. Sparò una cannonata, ma senza colpire volutamente l'Avvoltoio, solo per spaventare i nemici. Ubilla, che conosceva bene le secche ed i canali di quella zona, cercò di fuggire dirigendosi verso uno stretto canale tra banchi di sabbia sommersi, subito inseguito dal Dragon con i suoi pirati armati fino ai denti.

Frattanto il mare era cambiato, ingrossando sotto la furia del vento che, insieme alle poderose onde sospingeva la goletta verso le secche traditrici al largo di Capo Becco, evidentemente sconosciute al capitano Flick. Mentre i suoi pirati urlavano a quelli di Ubilla: "Dannate canaglie, vi prenderemo!", il Dragon s'incagliò in una secca a poche centinaia di metri dalla costa: l'albero maestro cadde lungo il fianco e la goletta iniziò a spezzarsi, allora gli uomini si gettarono in mare per raggiungere la riva, mentre dall'Avvoltoio sghignazzavano e brindavano alla vittoria ottenuta senza colpo ferire.

E il bottino di Ubilla, che fine farà?

Sull'isola

Correva l'anno 1715 quando Juan Ubilla, pirata di professione ma con qualche pentimento, approdò con il suo recente bottino sull'isola di Tres Puntas, un'isola deserta sperduta in mezzo all'oceano Pacifico, del tutto ignaro della sorpresa che il destino stava per riservargli. Nella sua testa un solo pensiero: nascondere im fretta anche quel forziere che conteneva una grossa fortuna, da godere negli anni della sua vecchiaia che immaginava lunghi, sereni e senza pensieri, finalmente lontano dai mari e dalle navi.

Era solo, quel giorno d'autunno e sull'isola non c'era anima viva. Con i lunghi capelli al vento, la fascia nera sull'occhio perduto e l'anello ciondolante all'orecchio, Ubilla si diresse verso la "sua" grotta, una tra le tante celate sulla costa rocciosa dell'isola, consultando la mappa con le indicazioni esatte per individuarla tra i nascondigli che l'isola offriva. Era una grande cavità naturale, asciutta e misteriosa che il pirata aveva scelto e subito fatta sua. Non perse tempo: dal suo veliero trasportò a fatica il prezioso forziere con l'ultimo bottino e servendosi di una vanga iniziò a scavare il terreno all'interno della grotta, consultando spesso la mappa che indicava dove erano state sepolte, in precedenza, altre tre casse del tesoro. Continuò a scavare fino a raggiungere la profondità di tre metri e lì sotterrò quest'ultimo baule-forziere-cassa del tesoro. Aggiornò la mappa della grotta e si asciugò il sudore che grondava dalla fronte per la fatica e gli scorreva nel collo.

E dopo il faticoso lavoro compiuto, che cosa avrà deciso di fare Ubilla?

Un tragico destino

Soddisfatto del lavoro portato a termine, Ubilla era sicuro di aver nascosto bene il suo tesoro: chiunque fosse entrato nella "sua" grotta l'avrebbe trovata vuota, perchè tutto era custodito nella profondità del suolo. Allora, stanco morto, si abbandonò sulla scogliera in riva al mare per riposare e lì si addormentò. Un sonno lungo, agitato da un sogno-incubo ricorrente in cui si sentiva inseguito, fatto prigioniero, incatenato e alla fine impiccato. Era forse la sua coscienza che si stava vendicando e gli dava rimorso? Oppure, forse il presagio di qualcosa di irrimediabile che stava per accadere? Fatto sta che quando si svegliò, si trovò inaspettatamente in balie delle onde dell'oceano portate dall'alta marea, sballottato tra gli scogli appuntiti e taglienti. Destino volle che il pirata battesse la testa proprio su quelle rocce: perse i sensi e in breve tempo annegò in quell'oceano che lo aveva visto tante volte spavaldo e vittorioso.

In quegli attimi, Ubilla aveva provato una strana sensazione, non di paura, nè di dolore: si era sentito proiettato in un'altra dimensione, in cui riusciva ad osservare dall'alto il proprio corpo senza vita massacrato tra gli scogli: ne aveva avuto compassione, ma si rendeva conto di non provare alcun dolore fisico, come se quel corpo non gli appartenesse più. E, cosa ancor più strana, davanti ai suoi occhi (in realtà nella sua mente) vide scorrere tutta la sua vita a ritroso, come un film all'indietro, cioè da quando era annegato fino a quando era nato. Ossdervando a mente fredda alcune immagini della sua vita che mostravano i suoi delitti e la sua ferocia, il pirata ne ebbe orrore e si pentì sinceramente di tutte quelle malvagità che aveva compiuto nella sua vita corsara. Rivide, anche, le casse del tesoro che aveva nascosto nell'isola sperduta e riuscì a staccarsi definitivamente da esse, abbandonandole senza rimpianto, come se non fossero mai state sue e, finalmente, si sentì in pace.

Che fine farà, a questo punto, il tesoro che Ubilla aveva nascosto sull'isola?

Il cacciatore di tesori

Il tesoro di Ubilla rimase, così, ben nascosto ma senza un padrone, per tanti anni. Dovettero trascorrere ben due secoli finchè il cileno Esteban , famoso cacciatore di tesori, fu sulle sue tracce. Grazie alle moderna tecnologie, Esteban era riuscito a costruire un efficiente MINIROBOT con il quale poteva raggiungere qualsiasi profondità per scoprire la presenza di oggetti sepolti. Dopo aver trovato un arsenale d'armi sepolto a quindici metri di profondità, questo strano "cacciatore" cileno si era messo alla ricerca dei tesori nascosti dai pirati, molti dei quali dimenticati o abbandonati, fino ad arrivare proprio su quell'isola dei pirati dove Ubilla aveva lasciato il suo ricco tesoro. E su quell'isola, Esteban avrebbe iniziato a cercare utilizzando il suo intelligente robottino. Dopo l'isola di Tres Puntas, la sua ricerca sarebbe proseguita sulle altre isolette dell'arcipelago: questo, almeno, secondo i suoi progetti.

Ed eccolo, allora, intento a setacciare ogni palmo dell'isola che tanto tempo prima aveva visto sbarcare e poi morire il pirata Juan Ubilla. Esteban sapeva bene che in quell'arcipelago del Pacifico, fin dai tempi più lontani, tanti pirati erano soliti approdare per nascondere il loro bottino, perciò si aspettava grandi risultati.

Che sorpresa troverà Esteban nella sua ricerca?

Il minirobot in azione

Esteban aveva quasi terminato la sua ricerca nell'isola di Très Puntas rimandendo piuttosto deluso, perchè il suo minirobot chiamato affettuosamente Marty, aveva percorso tutto il territorio che voleva esplorare senza dare alcun segnale. Rassegnato, stava ormai per partire verso l'isoletta più vicina, quando l'apertura di una grotta lungo la costa lo incuriosì. Avvicinatosi, decise di esplorarla in compagnia del suo Marty. Una volta entrato, Esteban si accorse, però, che doveva fare i conti con un lungo serpente grigio e verde che avanzava minaccioso strisciando lungo le pareti della grotta, quasi ne fosse il guardiano. Non sapendo che altro fare, Esteban mandò avanti il suo Marty, ed il serpente come vide arrivare il robot in azione, strisciò fuori dalla grotta andandosi a nascondere nel fitto della boscaglia vicina.

Esteban aveva notato che, appena messo in funzione nella grotta, il piccolo robot aveva cominciato a lampeggiare ed a fischiare: segno evidente che nel sottosuolo della grotta si celava qualcosa. Spostandosi velocemente all'interno della grotta, Marty si illuminava tutto e sembrava impazzito, evidentemente per ciò che sentiva di aver scoperto. Esteban osservò la profondità indicata dal minirobot: tre metri sottoterra e, senza indugio, con i suoi arnesi cominciò a scavare pazientemente, fortemente incuriosito.

Riuscirà a trovare il tesoro di Ubilla in questa grotta?

Il tesoro del pirata e il suo segreto

Fortunatamente il terreno nella grotta era molto sabbioso, perciò il ricercatore riuscì a scavare facilmente e dopo alcune ore di faticoso lavoro, sentì la pala colpire qualcosa di solido e piano piano emerse il coperchio di un grosso baule. Poi, scavando freneticamente vicino a questo, ne venne alla luce un altro, poi un altro e un altro ancora: vennero così trovati tutti i quattro bauli che erano stati ordinatamente numerati e sepolti da Ubilla.

Folle di ansia e di gioia, Esteban cercò di aprire il baule segnato col numero uno, ma non fu facile. Quando finalmente ci riuscì, apparve ai suoi occhi luccicanti come quando aveva la febbre alta, un ammasso di gioielli d'oro: anelli, collane, bracciali, sufficienti ad adornare un'intera tribù. "Certo, con tutto questo oro, potrei ... o anche ..." cominciò a fantasticare. Poi, come iniziò a sollevare i gioielli tra le sue mani ed a lanciarli in aria dalla gioia, scoprì in mezzo a tanto oro un rotolino di pergamena che riportava questa scritta:

Il segreto della felicità...

Cerca nel baule numero 2

Sempre più impaziente, Esteban tentò allora di aprire il secondo baule, fortemente incuriosito dal "segreto della felicità", ma dovette desistere e ritornare a bordo del galeone per cercare uno strumento adatto a scardinare la serratura arrugginita che non voleva aprirsi. Andò e ritornò in un battibaleno, si calò nella fossa del tesoro, armeggiò tanto con la vecchia serratura e finalmente riuscì a scoperchiare il secondo forziere-baule: era pieno di monete d'oro di varie epoche e di vari Paesi, con in mezzo un piccolo rotolo di pergamena sul quale era scritto:

Il segreto della felicità...

Guarda nel baule numero 3

Esteban pensò, invece, fra sè, che la FELICITA' stava proprio nel possedere tutto quel ben di Dio... Sudava freddo e le sue gambe tremavano all'idea di che cosa avrebbe potuto trovare nel terzo baule, tuttavia il cacciatore di tesori raccolse tutte le poche forze che ancora gli restavano e si mise a forzare quel baule. Per farla breve, dirò che Esteban quando riuscì ad aprire anche il terzo baule lo trovò colmo di argenteria: utensili, coppe, piatti decorati e tanti alri oggetti d'argento massiccio. Anche qui c'era il solito rotolino che diceva:

Alla fine lo potrai trovare...

nel baule numero 4

Ma quale sarà la favolosa sorpresa contenuta nell'ultimo baule? Non vi dico la frenesia che prese a quest'uomo, ormai ricco sfondato, mentre si accingeva ad aprire l'ultimo forziere del tesoro. In effetti, il bottino che questo custodiva era veramente il più importante di tutti: gemme a non finire e tali da far innamorare qualsiasi regina e donna a questo mondo. Col viso paonazzo, Esteban era tutto un tremito e i suoi occhi brillavano come i diamanti che aveva davanti. Anche qui, frugando in mezzo a loro, trovò la solita pergamena che Esteban srotolò tremante per leggere:

... dentro al tuo cuore se saprà amare

e tutto questo donare a chi ha meno di te!

Ora metti insieme tutte le frasi.

Il pirata Ubilla, che era diventato un po' poeta e verso la fine della sua carriera si era pentito di essere stato quel gran furfante dei mari, aveva lasciato questo messaggio che, ora si stava svelando nella mente di Esteban. Dopo una lunga pausa di riflessione, lui capì e non ebbe dubbi su ciò che doveva fare ascoltando la voce sommessa del cuore.

Si mise in contatto con il Governo del CILE, al quale l'isola appartiene, lasciando il tesoro a disposizione di quella popolazione (tenne per sè solo una manciata di monete d'oro, come ricordo) e per la prima volta nella sua vita si sentì veramente felice ed appagato.

Visse ancora amato e da tutti rispettato,

per aver saputo donare

ciò che il Destino gli aveva fatto trovare.



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