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lavoro pubblicato giovedì 19 gennaio 2017
ultima lettura giovedì 17 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANTICA LUCE PT. I

di bip50. Letto 368 volte. Dallo scaffale Fantasia

Alle volte ci domandiamo qual'è la parte di noi che più amiamo, odiamo e ci rende ciò che siamo. E se ciò non dipendesse da noi? E se quella parte fosse qualcosa che risiede dentro di noi da molto più di quanto noi possediamo il nostro corpo?..

CAPITOLO I - LA STORIA

Non potei credere a ciò vidi, a ciò che avevo davanti ai miei occhi! Era improbabile il solo immaginare di ritrovarsi in quella situazione, in quello stato che non credevo neanche potesse capitare proprio a me. Cosa vidi? Bhe...difficile spiegarlo senza finire di nuovo in quella spirale di sgomento e confusione. Sarebbe meglio, dunque, cercare di capire come ci sono finito in quel posto, in quel momento e in che modo soprattutto - che razza di modo -.

Con tanta malinconia ricordo la mia amata Irin, quel posto in cui, per la prima volta, riconobbi di essere fortunato ad essere nato in un villaggio così piccolo.

No, non sono pazzo... non più di te almeno.

Ero felice perchè la mattina, ad esempio, quando i miei occhi si schiudevano -molto lentamente a causa della comodità e del tepore del mio piccolo focolare- potevo intravedere lo splendido sole che, alto e possente, mi chiedeva di ammirarlo; ovviamente una volta sveglio e conscio di dovermi muovere comunque lo osservavo e lo degnavo dei miei più bei complimenti. E poi l'odore di pane alla cannella appena sfornato che la vecchia Ingrid metteva sul davanzale della finestra, il rumore delle fronde dei vecchi ulivi del signor Barh dai quali, con molta cura e dedizione raccoglieva le olive acidule per trasformarle nell'olio più buono che ci fosse. E infine, tra le altre, la capanna del buon e saggio Kane, colui che mi ha cresciuto e che mi ha insegnato cosa è buono e cosa non lo è, dove andare a cacciare i conigli e dove le lepri, e sopratutto quello mi ha spiegato in una sola frase l'orgoglio di essere un mezzelfo:
-"non come elfi, non come umani. non come immortali ne come mortali. Peredhil vuol dire trascendere il tempo e conoscere ciò che non sarebbe possibile conoscere in anni, secoli e milleni: la pace, l'amore, l'equilibrio e la ragione".
Tra l'altro lui era anche il nostro capovillaggio, non uno di quelli barbuti, cattivi e muscolosi.
In effetti era barbuto e muscoloso, ma era il peredhil più buono, gentile, generoso, paziente e divertente, come non se ne vedono tutti i giorni, insomma : non tutti i peredhil a duecentottantaquattro anni assomigliano a dei grandi colossi come quelli dell'era di ktumehr, che spaccavano i massi con un solo dito e saltavano da una parte alla'altra di un fosso lungo venti piedi come se stessero bevendo una caraffa di spumaliquorata.
In effetti non era da tutti...solo lui poteva....solo mio padre.
Questo è il tipo di gente che abitava nel mio villaggio: tutti buoni e cordiali.

Il tutto era reso più magico dal fatto che intorno al nostro villaggio si levasse un enorme e antica foresta, più antica di Irin, più antica del del signor Starry, - di cui nessuno sapeva la sua vera età, ma si diceva avesse più o meno duemiladuecentodieci anni, anno più anno meno - e chi la creò fu proprio la ormai scomparsa razza degli elfi silvani, di cui non si hanno più notizie da almeno mille anni dicono. Dicono che per crearla ci vollero soltanto una lacrima del nostro amato sole e uno dei più potenti incantesimi che la magia elfica abbia mai creato, talmente potente da non poter essere più usata, dato che tutti coloro che avevano dato la propria vita alla foresta, non ebbero il tempo per trasmetterla a qualcun'altro; si dice che le anime degli elfi che hanno donato la vita a questa foresta adesso risiedano e vaghino in essa...
Paura eh ? Eppure non l'ho trovata così male.....

E fu in questo magnifico e fantastico scenario in cui tutto ebbe inizio.
Come si può ben immaginare al solo guardarmi non sono un tipo molto sveglio e utile in chissà che maniera... sono agile, snello e scattante... però non ricoprivo nessuna mansione particolare nel mio villaggio. Come detto prima ero il figlio del capo, ma questo non voleva dire essere più speciale degli altri anzi, avevo il dovere di aiutare il villaggio con i compiti che mio padre non riesciva a svolgere quando era troppo impegnato. Uno di questi compiti era la caccia.
La cosa che più di tutte mi piaceva fare al villaggio era andare a caccia. Potrebbe sembrare una cosa cattiva da dire, ma io l'ho sempre guardata da questo punto di vista: nel più totale silenzio della foresta ci siamo solo io e la mia preda, inconsapevole del fatto che dovrà fare qualsiasi cosa per scappare il più velocemente e lontano possibile da qualcosa che non sa neanche cosa sia. Proprio nel momento in cui si ferma e l'idea di essere scappata e di essere salva le sfiora la mente facendogli credere che l'unica cosa da fare al momento sia calmarsi e ritornare alla normalità, sbuco dall'angolo più tetro e oscuro che gli si trova vicino e la uccido, come se avessimo giocato a un gioco in cui avrei potuto perdere se solo non mi avesse sottovalutato.
Fatto ciò la ringrazio mentre agonizzante cerca di dimenarsi e fuggire e la finisco dandole il colpo di grazia.
Mio padre è stato quello che mi ha insegnato il rispetto "per tutto ciò che vive", e intendo rispettarlo fino alla fine.
Proprio in uno di questi giorni, nonostante stesse per piovere, andai a caccia di conigli per conto del vecchio Starry. Era una mattina insolita, dato che raramente vediamo le nuvole ad Irin, ma non me ne preoccupai e mi incamminai per una delle zone più popolose di conigli della foresta. Mentre l'alba si accingeva a passare dal colore rosso scintillante all'arancione vivo avevo già catturato tre conigli dalla coda d'argento, belli e in carne come non ne avevo mai visti e catturati soprattutto. Poco dopo pensai che se fossi riuscito ad addentrormi più a fondo nella foresta, avrei potuto cacciare dei conigli ancora più rari dei coda d'argento, quindi facendomi strada con un bastone che raccattai poco vicino ad una vecchia quercia mi feci strada verso il cuore della foresta.
Dopo un bel po di cammino, tenendo sempre conto della direzione in cui stavo camminando e consapevole di essere a mezzo giorno da casa e di avere una sete che andava oltre l'immaginabile mi ritrovai ad osservare ciò che avevo attorno: poche querce come quella da cui avevo preso il mio bastone, una piccola stele di pietra - molto comune nella foresta- e un piccola pozzanghera piena d'acqua...
Aspetta. Cosa!?
Una pozzanghera d'acqua qui, dove non piove mai e dove non c'è un lago o un fiume a distanza di giorni di cammino?
Improbabile.
Quindi mi avvicinai per vedere meglio di cosa si trattava e non sebrava esserci chissà quale stranezza se non il fatto che questa pozzanghera sembrava non avere fondo. Quindi in assenza d'altro modo e dalla sete pensai ad una fonte sorgiva, che però si fermava solo al livello del suolo... in effetti sembrava strano ma non ci diedi peso e cominciai a bere fino a quando il mio stomaco non chiese pietà.
Non mi sentii mai dissetato come quel giorno.
Ma cominciai ad avere sonno... molto sonno...
Mi ricordo solo che dopo essermi svegliato ero sotto la pioggia che scendeva a dirotto e i miei vestiti erano completamente fradici, quasi tutto intorno a me era colpito da quell'incessante tintinnio che si faceva sempre più forte finchè non senti lo scroscio dell'acqua che spezzava alcune piante da quanta forza aveva. Decisi di tornare a casa, quindi mi alzai... ma mi girava molto forte la testa.
Dopo essermi ripreso per un minuto presi davvero coscienza e cominciai a correre verso casa ma, dopo aver fatto due passi mi ricordai dei conigli che avevo catturato e mi girai per cercarli: prima a destra e poi a sinistra... ma non c'erano. L'intera sacca dove riponevo con cura la selvaggina quando andavo a caccia era sparita...
Pensai che non era possibile, ma ormai non c'era più e non volevo restare li ad aspettare che l'acqua travolgesse anche me. Quindi iniziai a correre tanto velocemente da riuscire a superare anche una lepre ma il sole stava tramontando e io della velocità non me ne sarei fatto nulla senza la completa visuale del mio percorso; così mi fermai per un momento, cercai di orientarmi e di capire dov'ero e quale sentiero o quanto meno quale tragitto avevo percorso nel venire verso il cuore della foresta ma risultò tutto inutile perchè ormai era entrato in scena il crepuscolo e l'acqua divorava quasi completamente il terreno tanto da renderlo poco visibile e molto friabile.
Quindi, con i miei ultimi sforzi, orientandomi grazie alla direzione del sole che era quasi nella sua ultima fase di luce, cominciai a camminare abbastanza rapidamente secondo quella che per me era la direzione giusta.
Dopo tremiladuecentoottantatrèpassi - avevo contato i passi dato che era molto buio e la distanza non potevo tenerla in mente altrimenti - mi sentivo totalmente perso: non una direione precisa in cui andare, non uno spiraglio di luce da seguire o che mi illuminasse il cammino, il cessante e assordante suono che la pioggia faceva sulla mia pelle che, tra l'altro si faceva sempre più forte e più densa. Più andavo avanti e più mi sentivo impaurito, e ripensavo al mio focolare, al pane della signora Ingrid, agli ulivi del signor bahr e soprattutto a mio padre e dissi dentro me stesso: se ci fosse qui lui saaprebbe dove andare e cosa fare.
Ero solo.
Ero impaurito.
Avevo freddo.
Ero spacciato.
Poi d'un tratto udii una specie di boato provenire da pochi passi vicino a me, un rumore che assomigliava ad un fortissimo agitarsi di rami quando c'è vento unito ad una specie di fischio, delicato e dolce che sembava familiare: come se un vecchio giocattolo venisse dato in mano ad un uomo adulto e lui ricordasse che quello era il suo vecchio giocattolo con cui piccolo ci giocava.
dopo aver sentito questo rumore molto forte mi sentii avvicinare ai piedi un qualcosa di legnoso e poi più nulla.
Come poco tempo prima, mi risvegliai stordito sul suolo umido e fangoso, dove non c'era più luminosa erba verde ma solo terra dalla consistenza acquosa. Ero più spaventato di prima perchè non sapevo cosa fosse successo mentre ero incosciente, quindi cercai di calmarmi ma fu tutto inutile. Nel frattempo si era fatta mattina, non stava più piovendo e io me ne accorsi soltanto quando riusci a levare il grosso del fango dai miei occhi che aveva quasi finito per cecarmi. Intorno a me non c'erano più alberi, quindi capii che ero riuscito ad uscire dalla foresta ma...come?
Cercai di ricordare cosa fosse successo, ma non ci fu neanche il tempo per rispondere a quel pensiero che senti una voce che come un tuono rimbombava nell'aria e diceva:"Valeee!!! Dove seiiii?".
Io mi chiamo Vahleas... nessuno mi chiama Vale a parte...
"Padreeee!!! Sono qui!!! Padre!!!...

Mio padre mi riportò al villaggio ma... ormai qualcosa era successo: io ero qualcos'altro e mio padre in fondo lo sapeva.


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