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lavoro pubblicato domenica 8 gennaio 2017
ultima lettura sabato 29 aprile 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La grande quercia

di ChiaraNirta. Letto 367 volte. Dallo scaffale Fantasia

Intorno alla collina gli alberi spogli e sferzati dal gelo ergevano al cielo nerborute braccia ormai scarne di verde. Osservandoli in lontananza appena bagnati dal chiarore lunare avrebbero messo i brividi anche al viandante più temerario. Il se...

Intorno alla collina gli alberi spogli e sferzati dal gelo ergevano al cielo nerborute braccia ormai scarne di verde. Osservandoli in lontananza appena bagnati dal chiarore lunare avrebbero messo i brividi anche al viandante più temerario. Il senso di oppressione acuendosi per via di un assordante silenzio, sembrava cristallizzasse il paesaggio all'interno di un'atmosfera alchemica e surreale.
Samuel gettò un'occhiata veloce verso la Grande Quercia, avvertendo in quella direzione gli sterpi frusciare. Non avrebbe potuto ancora manifestarsi ciò che attendeva e temeva, del resto non aveva pronunciato una sola parola della formula, e mancava mezz'ora alle tre in punto. Si accovacciò flettendo le ginocchia e puntellandosi sulla pianta dei piedi, come per ritrovare un equilibrio che gli era sfuggito di mano, rilesse così per la sessantacinquesima volta l'espressione rituale che avrebbe trascinato dagli inferi ai suoi piedi Astaroth, uno dei principi infernali più paventati. Le civette latenti nel buio denso di ombre e sentieri meschini cantavano lugubremente e malgrado fosse notte e pieno inverno, man mano che l'orologio s'approssimava all'ora prestabilita, lo scrittore udiva fastidiosi ronzii, simili alle mosche che rimangono intrappolate in una camera e si incaponiscono fastidiosamente contro il vetro della finestra.
Alle tre in punto la Grande Quercia stormì e il ragazzo intuì che era giunto il momento. S'alzò con fare ossequioso in piedi, volgendo il capo ai rami imponenti dell'albero e urlò a gran voce la formula infernale che l'anno prima gli si era parata innanzi, quasi come se lo stesse attendendo, dall'interno di uno dei tanti libri medioevali di occultismo che era uso spulciare in biblioteca. La ripetè per la sessanteseiesima volta, nonostante fosse sicuro di sé la voce tremolante tradì inquietudine.
La Grande Quercia cominciò a stormire con ancor più veemenza ma nulla si palesò. Attese col cuore in gola che qualcosa accadesse, ma nulla si mosse. All'improvviso fece capolino alle sue orecchie il latrato angoscioso di un cane, lo percepiva avvicinarsi sempre di più e pensò a un branco di cani rabbiosi. Non era la prima volta che si sentivano episodi di gente sbranata o gravemente ferita, di avventori addirittura dilaniati da quelle bestie, ma egli ci aveva dato ben poco peso, riservando a quegli aneddoti l'importanza che si dà alle leggende metropolitane.
Non fece in tempo a concludere la sua scettica valutazione che un grosso cane, nero come la pece, si manifestò minaccioso ringhiando e digrignando. La bava alla bocca colava rosso intenso e bollicine bianche, i denti che rilucevano nel buio assomigliavano a zanne fin troppo spesse e lunghe per appartenere alle fattezze di un cane comune. Rimase immobilizzato dal terrore, maledicendosi per non aver creduto alle storie che si narravano, solo un incosciente si sarebbe avventurato sulla Collina della Grande Quercia di notte e per giunta disarmato.
Gli occhi della bestia rilucevano tra le tenebre come rubini escandescenti, come lapilli infernali. La coda dell'animale si agitava spazzando l'aria intorno, ma quella protuberanza aveva in sé qualcosa di deforme, di astruso e non solo nel movimento.
“È una serpe!” esclamò lo scrittore incosciente, “è una maledetta serpe!”
Il cane s' acquattò ben bene come farebbe un carlino ubbidiente davanti al padrone.
“Samuel, Samuel, Samuel...” proruppe una voce gutturale dal buio profondo come la gola di uno strapiombo. “Non dirmi che hai paura del mio fedele servitore? Sta' pur tranquillo, senza il mio consenso è innocuo. Spero che tu abbia delle buone ragioni! Sai, non amo essere convocato per delle sciocchezze, se così fosse avresti allora ben ragione di temere Barbatos”.
“Ti prego, o signore degli inferi, palesati alla mia vista indegna, affinché la mia anima possa sempre servirti in cambio della gloria terrena dei miei scritti”.
“Allora è questo che vuoi, stupido essere vanaglorioso? Sbagli, il mio volto è ben che qui rimanga o moriresti dall'orrore, sento il fetore della paura imbrattarti il corpo, non avresti neanche il tempo di essere esaudito che scapperesti, infame vigliacco. Ad ogni modo, avrai successi e glorie terrene come pattuito ma a due condizioni: la tua ormai anima nera sarà di mio possesso alla fine dei tuoi giorni in questo mondo, e stai ben attento: ci sarà un'altra conseguenza cui dovrai andare in contro, ma la scoprirai a tempo debito, a tuo rischio e pericolo. Se accetterai queste due condizioni ogni tuo libro, ogni tuo racconto, faranno scalpore nel mondo degli uomini e la fama sarà te conferita”.
Barbatos prese a ululare e il cuore di Samuel si crepò come neve spappolata. “Sì, princeps, accetto. Avere il giusto riconoscimento in questo mondo è ciò che desidero! Che la mia anima sia tua e così sia”.
“D'accordo, ingenuo umano. Così sia. Ci rincontreremo presto” con un suono agghiacciante richiamò il grosso bestione dalle zanne puntute e una folata di vento portò via ogni traccia dell'entità luciferina.
Fu così che le opere di Samuel cominciarono ad acquisire fama e a essere tradotte in tutto il mondo, gli editori facevano a gara nel proporgli contratti e nel sedurre le simpatie dello scrittore.
Samuel Gigliotti era stato fin dall'infanzia un ragazzino loquace e avanti due passi rispetto ai coetanei. Estroverso, brillante ed estremamente sensibile, come testimoniava il blu ionico dei suoi occhi. Si era appassionato subito alla lettura, e come avviene in molti casi era caduto in quella dolce malattia che sopraggiunge quando si fa incetta di libri: la scrittura. Amava scrivere racconti noir, grotteschi, gotici, padroneggiando uno stile tagliente e avvincente, ma non era bastato a elevarlo e la nicchia non era abbastanza per le sue ardite ambizioni. L'unico amore al pari della scrittura era stato quello per Carol. Ma da quando si erano lasciati aveva sacrificato ogni sentimento nobile all'inchiostro. Per Samuel non ci sarebbero state altre donne al pari di lei. Era la sua musa, il suo sangue, la sua ragione di riso, era stato l'odore della sua pelle, quella droga forte che gli avrebbe intorpidito i sensi per sempre. Ogni volta che ci pensava, ripeteva fra se e se: “Quella donna mi ha letteralmente strappato il cuore dal petto” e crollava in una sorta di malinconia rassegnata. La penna e la carta lo avevano comunque risollevato dal dolore profondo dell'assenza, ma i continui respingimenti da parte degli editori a ogni sua opera avevano finito per inaridirlo gettandolo in un tetro sconforto, fino al giorno in cui la curiosità, seppur svogliata delle sue mistiche letture, gli aveva permesso di giocarsi la carta vincente.
Un mattino di agosto, mentre concludeva la sua terza opera, la più importante e attesa, pensò di inserire nel finale della vicenda l'intima frase sulla quale spesso sostava pensierosamente: “...Mi ha letteralmente strappato il cuore dal petto”.
Il romanzo narrava la storia di Claudette Tourton, una spietata e sensualissima serial killer che si dilettava nel far innamorare perdutamente le proprie vittime per poi strappare i cuori degli amanti nel sonno, avendoli dolcemente narcotizzati prima che i malcapitati intendessero le intenzioni nefaste. Il cuore di Gigliotti, conclusa l'opera, iniziò nuovamente a battere perché eccitato e non soltanto per pura funzione vitale, si sentiva eclettico e soddisfatto come i vecchi tempi, aveva davanti una vita piena di successi da vivere, il suo riscatto era finalmente arrivato e non gli importava che avesse dovuto barattare la sua anima.
“Magari un giorno racconteranno la mia pazza storia, finirò in un libro anche io” rifletteva stringendosi un pugno alla mano.
La vita scorreva davanti a lui con l'impetuosità di un fiume straripante, aveva imparato a godersi ogni momento e poco importava che il merito di quel successo fosse dovuto ad Astaroth, voleva prendersi la sua rivincita sulla vita, ma la vita non ama essere raggirata. La vita ama essere accettata, anche quando gioca crudelmente coi nostri sentimenti, perché non deve chiederci di sicuro il permesso, è grazie a lei se i pesci hanno branchie e noi solide ossa sulla quali reggerci quando i detriti dei giorni sembrano cascarci addosso. Ormai di rado pensava a Carol. Non si era venduto di certo l'anima per lei, oltre a dannare se stesso avrebbe imposto alla creatura per lui più bella un sentiero nel quale non voleva più addentrarsi, lasciarla libera sarebbe stato l'atto d'amore più grande. Come un tempo aveva letto in uno dei suoi libri, “Amare significa saper anche rinunciare, ma non chiedermi quanto amore ci vuole per non amare...”
cercava così di rimanere coerente all'insegnamento impartitogli da uno dei suoi cari autori. Certi amori non vanno mai via del tutto, anche quando c'illudiamo di averli definitivamente rimossi. Rimane qualcosa di loro nel nostro modo di vivere, di pensare, nel rapporto con gli altri, nel modo di percepire certe sensazioni, nel modo di pensare. A volte è l'abitudine che rimane, quella di bere il caffè in un determinato modo ad esempio; sono le cicatrici che rimangono, il modo particolare di pronunciare una parola che ci è rimasto in testa, il gesto delicato e protettivo di una carezza da una mano troppo grande e dalla quale non te lo aspetteresti, sono frasi che rimangono, come quella volta che lei gli disse: “Mi piace il mare in tempesta, agitato da quel vento da nord che ti porta la salsedine fino alle labbra e te ne accorgi solo mentre parli, che stai assaggiando il mare...”
Il romanzo era stato accolto dalla critica con grande entusiasmo e Samuel si sentiva impazzire di gioia, voleva festeggiare e folleggiare; voleva ricordarsela, quella vittoria, l'aveva attesa per un sacco di tempo. Cosicché aveva programmato di andarsene prima a teatro e infine bighellonare per la città in compagnia di qualche vecchio amico.
La sera stessa, dopo la fine della rappresentazione teatrale, la sublime donzella interpretante Esmeralda attese Samuel all'uscita. Diceva di averlo riconosciuto subito in mezzo al pubblico, che era il suo scrittore preferito e adorava la sua prosa. Il minimo che potesse fare era offrirgli una cioccolata calda in uno di quei bei locali suadenti che si stagliavano ordinati e austeri sulla via principale. Si fece attendere giusto il tempo di dismettere il vestito di scena. Al ritorno Samuel rimase abbagliato dalla bellezza semplice della ragazza, non che prima non l'avesse notata, ma il trucco pesante ben celava i lineamenti sottili e deliziosi che la rendevano simile a un angelo. Era stato investito da tutta quella bellezza e di colpo realizzò che forse è solo una bugia quella che ci si racconta quando ci diciamo, forse a causa del troppo nichilismo, che il vero amore nella vita è uno solo.
Disse di chiamarsi Lilian e di aver letto ogni opera dello scrittore. Samuel non perse tempo nel sottolinearle che era da poco nato l'ultimo romanzo. E gli occhi di lei s'accesero come fiamme.
Alla fine della serata Lilian lo invitò a casa e lui accettò di buon grado. Gli mancava il profumo di una donna da tanto, troppo tempo, gli mancava una mano che si appoggiasse alla sua pelle e un seno gentile entro cui smarrire il volto. Era stato bellissimo possederla, assaggiare la sua bocca, morderle delicatamente la clavicola, tuffarsi in quel mare di spighe bionde e annusarne il profumo color miele. Era stato stupendo addormentarsi abbracciati e incastrati come una cosa sola. incredibile come il corpo umano diventi duttile quando due corpi imparano a combaciare e a conoscersi. Non dormiva così sereno e svuotato da tempo immemore.
Il mattino seguente Lilian era scomparsa. Come in un incubo il commissario Frassi, avvisato da una chiamata anonima, rinvenne in posizione supinata il corpo esanime di Samuel. Giaceva orrendamente in una pozza di sangue, come se non fosse accaduto a lui, il viso dello scrittore era rimasto imperturbabile, sereno, accennando addirittura un lieve sorriso.
Quando Astaroth andò a riscattare ciò che gli spettava trovò fiero ad attenderlo il ragazzo. Barbatos gli andò incontro scodinzolando con quella specie di serpente che si ritrovava al posto della coda, Samuel gli carezzò la testa mezzo deforme.
“Ebbene, Astaroth... finalmente ti vedo”.
“Stupido ragazzo, mantengo sempre la mia parola. Te lo avevo annunciato che ci saremmo visti presto. Non hai capito in tempo quale fosse la seconda condizione del patto: i personaggi cui avresti dato vita sul foglio, avrebbero avuto diritto d'esistere anche nel mondo degli uomini. Adesso comprendi perché ti è stato strappato letteralmente il cuore dal petto?!”
“Mio caro Princeps, il cuore dal petto te lo possono strappare una sola volta... e io ho già dato prima”.
“Ne sai una più del diavolo, ragazzo mio... andiamo?”
“Sì andiamo, tanto ho già raggiunto il mio obiettivo. Ne sono certo, qualcuno un giorno racconterà di me...”




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