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lavoro pubblicato venerdì 6 gennaio 2017
ultima lettura martedì 21 febbraio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Non sempre basta amarsi

di Milena. Letto 72 volte. Dallo scaffale Generico

Il mio corpo fu attraversato da un brivido di freddo. Pensai che ero uscita troppo di fretta dallo chalet, riscaldato da un fuoco che scoppiettava allegro all'interno di un caminetto di pietra lavica. Intorno a me una neve candida macchiata mi avvolg...

Il mio corpo fu attraversato da un brivido di freddo. Pensai che ero uscita troppo di fretta dallo chalet, riscaldato da un fuoco che scoppiettava allegro all'interno di un caminetto di pietra lavica.

Intorno a me una neve candida macchiata mi avvolgeva. Lontano una scia di piccole luci che zigzagavano lungo una pista da sci. La classica fiaccolata di fine d'anno che avrebbe portato con sé anche dei pirotecnici fuochi d'artificio.

In quella notte perfetta, abbracciato a me, un ragazzo che avevo conosciuto da poche ore. Occhi azzurri e capelli biondo miele. Alto con indosso una coloratissima e attillata tuta, firmata Colmar, e dei buffi dopo sci. L'insieme ai miei occhi lo rendeva un po' ridicolo ma le sue mani enormi e calde facevano fremere il mio corpo al solo tocco. I brividi di freddo che provavo quindi non erano causati dalla temperatura molto sotto lo zero di una notte di fine dicembre in alta montagna ma dal suo contatto.

Che mi fossi innamorata?

Il nostro primo incontro era stato avvolgente e mitico proprio come il luogo che ci circondava. Un movimento per l'anima dalle forti emozioni, il bianco candido della neve, il nero intenso della lava. Un paesaggio mozza fiato, luogo di profondi contrasti proprio come noi due e il nostro amore. Io minuta, bruna, tutto pepe. Lui alto, biondo, ripiegato su se stesso. Io amante dell'aria aperta e dello sport, al limite della spericolatezza. Lui pantofolaio, abitudinario, quel giorno di fine anno sulla neve per caso. Io determinata, avevo già pianificato il mio futuro, università, lavoro, famiglia. Lui, invece, viveva alla giornata con dei lavoretti saltuari che gli permettevano un minimo di indipendenza.

In comune poco o nulla, eppure quell'inizio d'anno, tra i boschi di castagno e i pini secolari, ci eravamo trovati. Amore a prima vista? Lui affermava di sì. Io avevo dei dubbi, ma non mi ero mai trovata così bene come con lui. I pochi flirt precedenti non mi avevano scossa più di tanto. Con lui era diverso. Mi lasciavo andare a gesti effusivi ed esplosivi proprio come il vulcano intorno a noi.

Quella notte e il giorno dopo le nostre mani non si staccarono mai persino quando decidemmo di riscaldarci e bere una cioccolata calda, seduti vicino il caminetto della baita o quando nel tardo pomeriggio tornammo insieme a casa nella sua macchina.

I mesi a seguire esplosero come la primavera intorno a noi. A ogni appuntamento il desiderio di vederci, stare insieme, toccarci, odorarci, cresceva. Insieme stavamo benissimo. Le nostre mani non si staccavano mai così come i nostri occhi e le nostre labbra.

Incontrarsi era un'esplosione e lasciarsi un implosione.

Mi chiedevo spesso come apparivo ai suoi occhi. E lo capivo da come mi guardava. Per lui ero una ragazza speciale. Troppo speciale. Non bella ma simpatica e con un certo fascino affabulatorio. Dinamica, sorridente, studiosa. Una ragazza che mordeva la vita, anzi la sbranava. Esattamente antitetica a lui, ma è risaputo i poli si attraggono proprio quando sono opposti. Questo di fatto lo affascinava. Tanto più parlavo, tanto più lui, di poche parole, mi ascoltava. Tanto più progettavo, tanto più lui, senza sogni e aspirazioni, mi seguiva in quel futuro rocambolesco.

Lui di me amava quasi tutto, sì, quasi tutto. Non quegli occhiali così grandi e colorati che gli impedivano di baciarmi senza scontrarsi. E allora mi spostavo, me li aggiustavo , senza non prima essere diventata paonazza. I primi soldi guadagnati con il prossimo lavoretto le avrebbe sicuramente regalato delle lenti a contatto, magari colorate. Colorate proprio come lei appariva a lui.

Lo divertiva molto poi vederla uscire dalla scuola con quei suoi buffi zoccoli ai piedi, quei jeans a zampa di elefante, lisi all'inverosimile, con sopra dei maglioni due o tre misure troppo grandi e di lana grossa e racimolata.

Gli avevo confessato che me li confezionavo da sola, raccogliendo la lana che rimaneva a mia mamma, esperta magliaia. Non riusciva proprio a immaginarmi mentre lavoravo con i ferri vicino il caminetto. Eppure io ero così una contraddizione continua, irruenta, trascinatrice ma anche riflessiva e piegata su me stessa. Lui mi amava anche per questo. Eruttiva come il Vulcano vicino il quale abitavamo e dove ci eravamo incontrati la prima volta.

Il Vulcano più attivo d'Europa che i nostri nonni chiamavano Mongibello. Da casa nostra, l'una poco distante dall'altra, appariva come un cono alto dal profilo concavo e con un enorme cratere che si apriva proprio al centro. Il Vulcano, per noi come per i nostri genitori, segnava lo scandire delle stagioni. La prima neve in cima annunciava l'inverno come la sua scomparsa la primavera. I boschi di castagni e querce, quelli di faggi, betulle e pini arricchivano il panorama e favorivano lunghe e rilassanti passeggiate. Andar per boschi a raccogliere funghi, castagne, pinoli era ciò che amavamo di più fare nei fine settimana autunnali. Lui amava anche sciare, a volte, io no preferivo aspettarlo al caldo della baita dove ci eravamo conosciuti con un buon libro e una dolce cioccolata calda. Io, di fatto, il Vulcano lo subivo. Il contrasto della neve appoggiata sulla lava difatti mi innervosiva. Lui rideva e mi diceva: "Tu soffice e bianca, coriacea e nera, sei il mio Vulcano".

La fine dell'estate si avvicinava. Un'estate lunga, calda e di studio avevo superato brillantemente gli esami di Stato e deciso di iscrivermi all'università. Questa decisione ci avrebbe separato per lungo tempo. La facoltà che avevo scelto era in una cittadina del Nord.

Ero determinata a laurearmi, a studiare, a lavorare. L'idea della donna casalinga non mi apparteneva. Il matrimonio, i figli, sarebbero venuti in un futuro lontano. Lui invece mi metteva fretta. Dopo pochi mesi che ci frequentavamo avrebbe voluto sposarmi. Di fatto si era già messo a sistemare una casetta in riva al mare che aveva ereditato dai nonni paterni, entrambi pescatori. Ci sapeva fare con i lavori manuali e anche bene. Io stavo al gioco, si perché per me era un gioco, e così sceglievo le mattonelle del bagno e della cucina, ideavo la posizione di un confortevole caminetto, decidevo quale parete abbattere per creare un unico ambiente. Lui eseguiva tutto alla lettera proprio come volevo io, prendeva tutto sul serio e lo realizzava. Presto compresi che non si trattava di un gioco e gli ricordai a scadenza che sarei partita a fine estate, che sarei andata al Nord e avrei frequentato l'Università, poco lontano da dove vivevano i miei zii e dove sarei ritornata ogni fine settimana. Lui dapprima non mi aveva presa sul serio, pensava, anzi era certo che avrei cambiato idea e sarei rimasta. Quando si rese conto che così non era, si chiuse in un mutismo assoluto. Solo pochi minuti prima che salissi sul treno quell'infinito silenzio era sfociato in poche parole, che come massi enormi si erano interposti tra di noi: " Se parti non ci vedremo più". Poi mi accompagnò sino al treno con la certezza che non mi avrebbe mai raggiunta, neanche per una breve vacanza, e quando sarei tornata, perché sarei tornata, avrebbe cercato di non incontrarmi.

Quel giorno alla stazione sul mare non ci eravamo detti nulla. Le nostre bocche si erano appena sfiorate. Prima di salire sul treno, ferma sul predellino, mi girai, lo vidi, alto, magro, chiuso dentro il suo impermeabile beige, con una lacrima che gli solcava la guancia destra. Una volta sul treno, seduta nello scompartimento, realizzai che se tutto fosse andato bene ci saremmo rivisti solo sei mesi dopo. Sei lunghi mesi riempiti di telefonate serali e di lettere a cui lui forse non avrebbe risposto. A soffrire maggiormente la separazione però era proprio lui ma non lo avrebbe mai ammesso. Mi avrebbe chiamata ogni sera al pensionato e forse mi avrebbe inviato una cartolina con un saluto affettuoso ma aspettarmi una lettera, finanche in risposta a una mia, troppo difficile. D'altronde non era voluto partire con me. Eppure un lavoro lo avrebbe trovato più facilmente in quella fredda e nebbiosa cittadina del Nord, dove sarei rimasta almeno quattro anni per frequentare la facoltà che avevo scelto. Il ritrovarsi due, tre volte l'anno dipendeva solo da me. I pochi giorni di vacanze, invece, di trascorrerli con la mia famiglia a pochi chilometri da dove frequentavo l'Università, potevo passarli con lui, ma ciò comportava un viaggio di mille e ottocento chilometri e la rinuncia di essere coccolata da mamma e papà. Lui difficilmente si sarebbe mosso, improbabilmente mi avrebbe raggiunta.

Eppure come mi avevo detto prima di partire, con la voce rotta dall'emozione, se non ci fossimo più rivisti la colpa era solo mia. Quel mio volere a tutti i costi continuare gli studi, mi portava via da lui, da una vita insieme, da un possibile matrimonio. Pur amandolo non ero pronta a condividere la mia giovane vita con lui e lui pur amandomi non intendeva convivere con me lontano da dove era nato e cresciuto.



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