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lavoro pubblicato mercoledì 4 gennaio 2017
ultima lettura venerdì 19 maggio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Mattina

di Breznov. Letto 112 volte. Dallo scaffale Generico

Tiro su col naso tutto il muco provocato dal fumo, faccio leva sui gomiti e mi alzo dal letto. Passo qualche minuto davanti allo specchio cercando di trovare un modo per nascondere il grasso in eccesso, quando le sinapsi mi trascinano come fossi un ca...

Tiro su col naso tutto il muco provocato dal fumo, faccio leva sui gomiti e mi alzo dal letto. Passo qualche minuto davanti allo specchio cercando di trovare un modo per nascondere il grasso in eccesso, quando le sinapsi mi trascinano come fossi un cazzo di tossico a implorare tutti gli dei colombiani di fornirmi solo qualche grammo di oro nero: raschio il fondo del barattolo e preparo la caffettiera. Anche oggi il signor Corelli è così gentile da illustrarmi le notizie della mattinata. Chissà se ha mai scopato il giovane signor Corelli, con la sua bella cravatta bordò, che parla con lo sguardo spento di migranti morti mentre non pensa ad altro se non alla bella truccatrice appena assunta, sottopagata e umiliata. E sì, che ha scopato. E spero abbia scopato anche quel siriano lì, bello con la barba folta, che galleggia da qualche parte nel Mediterraneo, acqua di mezzo fra illusione e mera realtà. Ma un migrante morto rimane morto anche dopo la rassegna stampa di Corelli, lo sanno lui e le madri che piangono alle sue spalle e forse è meglio per tutti se vado a farmi una doccia. Raccolgo una maglietta malamente riposta sulla sedia e scatto oltre la porta d'ingresso, verso l'ascensore.

Arrivato in portineria una forte esplosione mi ottura i timpani. Qualcuno mi tende una mano e mi aiuta a sollevarmi dal pavimento ricoperto di frammenti di vetro. “Che cazzo è stato?”, chiedo al buon samaritano. “La municipale! Le guardie infami ci stanno attaccando!”. La gente esce dai propri appartamenti per riversarsi in portineria. Vengono alzate barricate, rovesciati tavoli e posizionati sacchi di sabbia e spazzatura. Il samaritano si chiama Guido, fa il barista ed è l'inquilino del sesto piano. “Li ha mandati il governo, 'sti stronzi. Dopo l'assemblea di settimana scorsa è andato tutto a puttane. Ci hanno chiamato evasori e traditori della patria”. La municipale si schiera davanti al portone del condominio, pronta ad entrare, i compagni preparano le armi, chi la vecchia pistola del nonno, chi un coltello da cucina e altri ancora enciclopedie treccani. Ho sempre voluto prendere parte ad una guerriglia, sporcarmi di sangue e prendere lo scalpo del mio nemico. Ed ora è il mio momento per essere il Che Guevara del quartiere Sant'Erasmo, PA. Mi faccio avanti tra la folla e tengo un discorso ispirato ed esortativo davanti a tutta quella povera gente che desidera solo evadere quel cazzo di canone. “Ci hanno maltrattato per anni, forzato a pagare mutui e assicurazioni. Adesso è giunto il giorno in cui dimostreremo a tutti che – mannaggialloro – il bollo per l'auto se lo possono ficcare su per il culo!”. Le guardie in tenuta antisommossa sfondano il fronte d'accesso e fanno mattanza di donne e anziani. Guido, il barista, viene colpito dalla distanza. Michele, il portiere che un tempo ha così terribilmente ricoperto il suo ruolo, muore tra le mie braccia un attimo dopo avermi chiesto di firmare una raccomandata. Non posso assistere un secondo di più a questa carneficina, noto una grossa breccia sul muro non sorvegliata e scappo lasciando alle mie spalle i miei compagni urlare e piangere in un lago di sangue.

In città è piena estate. Gli uccelli fischiettano beati, gli alberi sono verdi di foglie, trenta gradi all'ombra. Prendo il primo autobus per il centro. All'interno la puzza di disgraziati e africani mi inebria i polmoni. Un congolese conversa con un suo connazionale nella sua lingua madre, scoppiettante e piena di vita. Immagino stiano discutendo le sorti del loro paese di affamati, sul prossimo colpo di stato. Immagino stiano parlando di cosa fare sabato prossimo, se chiamare qualche bella ragazza petrolio o se restare a casa a guardare la partita. Scendo di fronte al Teatro Massimo, obelisco non curante di queste faccende così mortali. Raggiungo sollevato il solito tavolino del solito bar. La cameriera, una giovane ragazza sui venti, bionda e non molto alta, mi serve caffè e cornetto alla crema. Con lo sguardo seguo il suo bel culetto sodo soffocato in quei leggins, quando un vecchio mi si siede davanti. La faccia gli si nascondeva tra le rughe, dei grossi baffi neri dominavano il viso.

Colto di sorpresa, dico: “Salve, la conosco per caso?”.

Zu' Carlo”, gorgheggia con voce rauca porgendomi la mano.

Tu nun lo sai ancora, picciotteddu. Ma tu si' u prescelto”. Lo fisso per qualche secondo, convinto mi stesse prendendo per il culo, ma quello reggeva il mio sguardo, crudo in viso.

Come scusi?”.

U prescelto! U Signoruzzo santo t'ave scelto! T'ave proclamato cavaliere di 'stu munno! Apri li occhiuzzi, giovanotto!”.

Il...il Signoruzzo? Quello là sopra?”, chiedo indicando il cielo glabro.

Il vecchio strizza violentemente gli occhi e inarca quelle sue grosse sopracciglia brizzolate, innervosito: “Ca cierto, chiddo da 'ssupra, e 'ccui sinnò?”

Ok, bene. E, tanto per sapere, cosa vuole che faccia esattamente? Vede, non sono molto ferrato per quel tipo di cose… sa, sconfiggere il male o robe del genere”.

Ma ri che 'mminchia stai parrando? U Signoruzzo bello vuole suittanto ca 'a smetti 'i fumari”, ed estrae dal suo borsello un pacchetto di chewing-gum alla menta. Io afferro il regalo e scappo lontano da quello sciamano salutista.



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