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lavoro pubblicato mercoledì 4 gennaio 2017
ultima lettura giovedì 23 marzo 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Memelith - In Search of Pain - #4

di JordanRiver. Letto 102 volte. Dallo scaffale Fantasia

Act #1 - Scene #4Lascio la stazione della metro a Piccadilly, sbucando alla fermata nei pressi della piazza. Ho evitato di indossare uno dei miei comp...

Act #1 - Scene #4

Lascio la stazione della metro a Piccadilly, sbucando alla fermata nei pressi della piazza. Ho evitato di indossare uno dei miei completi: rovinarli in metro sarebbe un delitto. Ho optato per un paio di comodi jeans, una maglia grigia scollo a V e il mio chiodo marrone con il collo alto. Non mi piace l'aria sulla gola e Londra sa essere dannatamente ventosa.

Ora ricordo perchè evito la metro: la discesa nel cuore della terra, per quanto compiuta attraverso strutture artificiali di acciaio e cemento, è una discesa agli inferi per me. Nel senso che le Ombre diventano numericamente impressionanti e appena si accorgono che le posso Vedere ed Udire, si approssimano a me assalendomi con i loro Sussurri. Ho un bel daffare a tenerle a bada: da una parte devo sforzare la mia Vista per restare saldamente ancorata alla Realtà ed evitare di andare a cozzare contro la gente vicina come un ubriaco; dall'altra devo filtrare quanto più possibile le Voci per impedirmi di impazzire.

Quando arrivo in cima alle scale, quasi boccheggio e le nocche della mia mano destra sul corrimano sono bianche, tanto la sto stringendo. Una barbona che chiede l'elemosina poco vicino mi guarda e mi chiede se sto bene. Le elargisco un sorriso grato, poi infilo la mano in tasca, estraggo una banconota dal mio mollettone magnetico. Mi chino presso di lei, le infilo la banconota per bene dentro la giacca rovinata e puzzolente che si ritrova e le mormoro:

“ E' un pezzo da cento. Stai molto, molto attenta.”

Vedo i suoi occhi inumidirsi, io indurisco la mascella per qualche istante, ma continuo a sorriderle rassicurante. Odo una dolce voce sussurrarmi all'orecchio e annuisco: la sua Ombra Guardiana mi rivela che non arriverà a domattina. Soffre di una bronchite non diagnosticata e stanotte farà freddo: passerà il Velo nel sonno. Mi rialzo, inspirando nuovamente a fondo.

Potrei salvarla, forse. O forse no. Ma non posso salvare tutti.
Se lo facessi, non vivrei più. O impazzirei come alcuni miei simili che ho conosciuto, dentro case di cura e stanze imbottite. Io non farò la loro fine.

Mi impongo di camminare, imboccando Regent Street, poi svolto in Jermyn Street, alzando il colletto della giacca. E' tardo pomeriggio e tra le vie di Londra serpeggia una arietta tesa. Mi guardo attorno, godendomi i cambiamenti occorsi negli anni alle vie, dato che è parecchio che non giro da queste parti. Ritrovo alcuni dei negozi storici, ai quali si affiancano nuove catene di franchising che non conosco, né ricorderò probabilmente. Sono un tipo classico, abitudinario forse: torno nei posti che apprezzo e mi sono familiari. Esploro sì, ma senza quella smania che altri hanno.
Scarto a sinistra in Duke of York Street, finchè non sbuco in St. James's Square. Lì mi fermo per qualche istante, guardandomi intorno. Quindi dirigo i miei passi a destra, fino ad aprire la porta della London Library. Mi investe un odore che ritengo inebriante: quello della carta stampata. Certo, la biblioteca è stata rimodernata, ma fortunatamente con un po' di criterio. Quel tanto che basta per renderla moderna agli occhi dei giovani lettori, ma accogliente come un antico salotto britannico, per i vecchietti come me. Sogghigno, mentre mi incammino lentamente lungo i suoi locali, lasciando che i miei occhi indugino sulle nuove pubblicazioni e poi sulle teche con le famose collezioni della London Library. Mi sono letto il catalogo, c'è del materiale veramente prezioso.

Poi svolto uno degli scaffali e noto la presenza di chi sto cercando. Capelli castano scuro, vaporosi, avvolta in un comodo tailleur che cade morbidamente su forme piuttosto generose. Impossibile nasconderle, nonostante la castità dell'abito. Sta guardando qualcosa dietro il bancone, mentre mi approssimo a lei. Giunto lì, chiedo con voce cortese:

“ Buon pomeriggio. Sto cercando “Guida galattica per gli autostoppisti ” di Douglas Adams, possibilmente in versione integrale e non economica. Se avesse anche un segnalibro a tema da inserire nel libro, gliene sarei grata.”

La voce di lei esce dalle labbra carnose con un rauco così sensuale da provocarmi un brivido lungo la schiena:

“Oh, un buongustaio, allora.”

Alza gli occhi su di me, di un blu non eccessivo, ma piuttosto... inquietante. Mi guarda, il mento leggermente pronunciato, il naso lungo e tondo sulla punta, l'incarnato della pelle come porcellana bianca Bone China.
Prima di restare ipnotizzato come mi è capitato sul treno, alzo un sacchettino con marchio Magnolia Bakery e lo appoggio al bacone, mettendolo di traverso tra di noi, in modo che il lato lungo stabilisca una misura di distanza. Poi sorrido e concludo con un:

“ Lo spero. Mi sono preso la libertà di omaggiarla di una confezione di cupcake della Magnolia. Non sapendo il gusto esatto che potesse piacerle, ho fatto un misto.”

Le appoggia entrambe le mani al bancone, tipico da biblioteca, con la spalla molto alta. Si china brevemente verso di me e ne sento il profumo, che non identifico, nonostante sia chiaramente presente. La sua voce mi raggiunge nuovamente come una carezza:

“ Lei fa così con tutte le commesse o mi sta stalkerando? Sa, non sono in molti a sapere che mi piacciono i cupcake di Magnolia Bakery, anche se guardandomi è chiaro che di tanto in tanto me ne concedo in eccesso. Ma sapere anche che “Guida galattica per gli autostoppisti ” di Douglas Adams è il mio libro preferito su tutti depone a favore della seconda ipotesi. Il fatto che abbia richiesto esattamente l'edizione della quale io stessa possiedo una copia la conferma. Che faccio, chiamo la Security subito o passiamo a Scotland Yard senza passare dal via?”

La guardo.
Mi guarda.

Dannazione, temo di essermi innamorato.
Mr. Frank riderà per mesi.
Dannazione.

Lo stallo dura un istante, non sono uno che si lascia mettere all'angolo così facilmente.

“ Signorina, mi appello ad una serie di sfortunati eventi.”

Lei sogghigna e rincara:

“ Appellarsi a Lemony Snicket potrebbe non bastare, sa?”

Il ghiaccio sembra rotto e pare anche che non vi affonderò morendo di assideramento. Allungo la mano sul pacchetto di cupcakes.

“ Temo che dovrò ritirarmi in buon ordine, con tutte le mie salmerie.”

La mano di lei guizza più rapida di un'aspide e ghermisce il sacchetto di Magnolia Bakery, portandolo al sicuro oltre il bancone e tra le sue mani. Mi guarda con quegli occhioni blu e scuote il capo:

“ Salmerie eh? Letto il De Bello Gallico ultimamente?”

Scuoto il capo, assumento aria colpevole.

“ Mi perdona?”

“ Vedremo. Dipende dai cupcakes. Mi faccia cercare il libro e l'edizione sul catalogo.”

Si china lateralmente e inizia a digitare qualcosa sulla postazione pc. Sto per distrarla con la mia forbitissima capacità affabulatoria, quando mi blocco. Percepisco che la mia Vista viene sollecitata e con una certa forza. Deglutisco, perché sono poche le Ombre che riuscono a farlo in maniera così evidente.
Appoggio entrambe le mani al bancone, resto ben eretto, ma questo contatto mi aiuta a mantenere un legame fisico: se dovessi avere un mancamento, avrò un sostegno concreto.
Mentre lascio che il mio udito resti concentrato sulle parole che eventualmente dovesse dirmi la ragazza, la mia Vista si focalizza su una figura che ora incombe proprio su di lei. Cerco di non dare a vedere troppo la mia attenzione in un punto imprecisato sopra le sue spalle curve sul terminale.

I contorni si delineano man mano che metto a fuoco l'immagine, oltrepassando il Velo con la mia Vista. Un particolare alla volta, come il work in progress di un abile disegnatore in bianco e nero, ecco apparirmi l'Ombra in tutta la sua maestosa ed impegnativa presenza.
Serro la presa sul bancone, le nocche sbiancano nuovamente. Questo perché riconosco la figura sta sospesa alle spalle dell'ignara bibliotecaria. Pensavo di averlo lasciato nel bayou di New Orleans una settimana fa ed invece me lo ritrovo qui. La sua posizione in questo momento lo identifica in maniera univoca come una Ombra Guardiana, ovvero quelle ombre che vegliano su inconsapevoli mortali, conoscendone ogni più recondito segreto, ogni aspetto della loro vita. Non so perché lo facciano, perché si crei questo legame, ma è così.

Baron Samedì, il Signore dei Crocicchi.

Mi trovo dinanzi niente meno che una delle figure più potenti dell'Umbra, qualcosa che si avvicina più a una divinità che a una creatura della dimensione dei morti. Boccheggio un attimo, mentre il suo volto con la nota faccia di teschio si gira a guardarmi. Indurisco la mascella, è evidente. Se ne accorge anche lei.

“ Tutto bene?”

Il Barone solleva un dito e lo pone sulle proprie labbra carnose e screpolate, figura evanescente.
Certo, come se andassi a sbandierare ai quattro venti della sua esistenza.
Sbatto un paio di volte le palpebre per tornare con la Vista alla realtà e rispondo in automatico:

“ Tutto bene. Il libro?” tento di sviare l'attenzione, mentre rilasso di quel tanto le mani sul bancone.

Lei si china e sorride:

“ Arriva la settimana prossima. Sembra che lei debba portarmi altri cupcakes, che ne dice?”

Sto per risponderle, quando una voce dietro di me risuona pronunciando il mio nome:

“ Sharp. Dovresti venire con noi.”

Vedo lei che si sporge leggermente a destra per vedere chi sta parlando e mi chiede:

“ Amici tuoi?”

Io ho già riconosciuto la voce e mi volto molto, molto lentamente. Colgo immediatamente la figura di Sergei Danko. Dietro di lui, altri ragazzi che non conosco. Mi umetto le labbra e mostro le mani scoperte:

“ Sergei, buongiorno. Penso che non ci sia bisogno di andare oltre. L'auto è fuori?”

Lui annuisce e poi fa un cenno a due dei suoi, indicando la ragazza.

“ Anche lei” annuncia.

Lei sbotta:

“ Ehi, io non centro niente con lui!”

Mi volto, la guardo quanto più intensamente posso e le dico:

“ Miss Wood, la prego, non opponga resistenza. Faremo in poco tempo. Venga con me.”

Non so perché si calmi. Non so nemmeno perché afferri il suo soprabito dallo splendido taglio londinese e mi si metta a fianco. Non avverte nemmeno che esce dalla biblioteca. Ho un balzo al cuore quando mi mette il braccio destro sotto il mio sinistro. Mi guarda e vedo nei suoi occhi blu un'aria di sfida incosciente.
Se solo sapesse dove stiamo andando. Lo scoprirà.

Torno a guardare Sergei e, con il mio miglior sorriso, domando:

“ Fai strada?”

Usciamo.



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