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lavoro pubblicato martedì 3 gennaio 2017
ultima lettura domenica 10 dicembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nostalgia

di Sam98. Letto 164 volte. Dallo scaffale Generico

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Di tutte le copie che aveva, quella l'aveva venduta per ultima. La sua collezione di volumi sul Risorgimento e sulla ricchezza della monarchia era perduta per sempre.

Chiuse il portone, la mano che lentamente lasciava il pomello dorato. Si trascinò svogliatamente per la soglia della cucina, una gioia per gli ospiti, una noia per i padroni e un boia per i cardiopatici. Una pila di piatti assediava il lavandino, alta come una torre, con le tracce di sugo della sera prima che somigliavano al sangue dei guerrieri morti per proteggerne le mura. Pensava che quei guerrieri erano fortunati. Non dovevano preoccuparsi del lavoro, della vita: il loro compito era difendere il re che da buon condottiero impartiva ordini ed escogitava strategie e tattiche per respingere l’attacco nemico. Il re era astuto e bello. Un fosso fetido e profondo affluiva ferocemente fin sotto la torre, frastagliandone forbitamente le forti fondamenta. Chinò lo sguardo e fiutò il profumo fetente della putrefazione, frattanto che lo specchio d’acqua rifletteva la figura sconfortata di un uomo sulla trentina con i folti capelli ricci, la barba incolta e un’aria trascurata. Quell’uomo non poteva essere il re! Indagò e scoprì che indossava una camicia a strisce e un cappotto verde, orrendo. Sul collo era pieno di graffi che si era fatto da solo, mentre le labbra imprecavano aspramente per l’ennesimo fallimento.

Tornò nel soggiorno. Non era la sala di un re, quella. La muffa incrostava il soffitto, i muri erano spogli, senza decorazioni sfarzose degne di un palazzo reale. Oltrepassò il divano. Era vecchio e superato con un bracciolo pendente verso il pavimento e l’altro macchiato con del caffè. La spalliera sembrava apposto. Ci passò una mano sopra: due buchi profondi rovinavano la superficie, avvolta da una stoffa lisa e scolorita. Pensò che non era più il suo trono. Poi si avvicinò alla finestra. Brandelli di sole brillavano tra i brutti vetri imbrattati di fango. Allungò un braccio ad afferrare la tenda logora. Fili di seta uscivano irregolari dalle trame, si intrecciavano in motivi naturali e spontanei da fare arricciare il naso. Se la portò sotto gli occhi. Non aveva più i colori sfarzosi e gli orletti deliziosi come quei drappi meravigliosi e strepitosi che decantavano le camere del suo palazzo. Avvicinò il naso alla seta. Odorava di vecchio. Non sapeva più di quel divino, dolce effluvio di dorati profumi. Lasciò la tenda scivolargli dalla mano. Quindi si allontanò dalla finestra e si diresse verso il camino. Uno spesso strato di polvere rivestiva la mensola marmorea, spoglia e vuota come un deserto senza sabbia. I vasi che prima sfilavano l ì sopra, come le damigelle a un balletto, non c’erano più. I fiori erano appassiti, ne era rimasto uno solo, rosso come le rose. Lo sfiorò con un dito e poi con tutta la mano. Presto quel fiore, pensava, avrebbe smesso di battere. Girò intorno al soggiorno per più di un’ora. Poi si avvicinò a uno specchio vicino al camino. Si aspettava di vedere gli occhi vispi e fanciulleschi di un principe, i capelli pettinati, la pelle liscia e vellutata. Invece, sul vetro c’era ancora quella faccia triste, quella barbaccia incolta e lo sguardo malinconico. Dov’erano le guance rosee e gli occhi dolci? Prese a impastare violentemente il viso con le mani, come se fosse fatto di pongo e si potesse modellare. Dopodiché tornò a guardarsi allo specchio: era sempre lo stesso. Salì al piano di sopra, in camera sua, dove teneva ammucchiati in un angolo quei pochi vestiti che non aveva venduto. Cercava un nuovo ricordo che potesse aiutarlo a non vivere quel presente. Lo trovò e se lo annodò intorno al collo. La corda era strettissima; così gli andava bene.


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