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lavoro pubblicato martedì 3 gennaio 2017
ultima lettura mercoledì 18 gennaio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Apnea

di UncoveredSpace. Letto 85 volte. Dallo scaffale Storia

Finalmente lo sento. Finalmente riesco a sentire i miei polmoni espandersi e comprimersi, il mio petto alzarsi ed abbassarsi. Non mi succedeva da così tanto tempo. Da piccolo era diverso. Ero diverso. Mi ricordo che ero in grado di sentire ogni ...

Finalmente lo sento. Finalmente riesco a sentire i miei polmoni espandersi e comprimersi, il mio petto alzarsi ed abbassarsi. Non mi succedeva da così tanto tempo. Da piccolo era diverso. Ero diverso. Mi ricordo che ero in grado di sentire ogni singola parte del mio corpo mentre respiravo. Non si trattava di percepirne semplicemente l'esistenza; mentre correvo riuscivo a sentire l'aria percuotere ogni singola cellula.

Con il tempo era cambiato tutto: correre era divenuto un'abitudine; quei movimenti che da bambino mi ricordavano i pomeriggi di primavera erano divenuti per me un'ossessione. Correvo con le gambe da un rifugio all'altro, con la mente da una distrazione all'altra. Percorrevo ogni vicolo, ogni strada secondaria della mia testa pur di sfuggire a quel peso sconosciuto che mi opprimeva ogni notte. Devo ammettere che, però, ero stato bravo a salire su quella giostra che non si fermava mai. Dopotutto mi piaceva quella sensazione, quello stordimento continuo. Passavo dal parco della città al cinema, dal locale in cui suonavano musica dal vivo al pub di Luke. Più un posto era affollato, più me ne innamoravo. Più sentivo gli altri parlare, più riuscivo a non ascoltare i miei pensieri. Correre era diventato come una droga e la mia città, quei rumori, quelle chiacchiere non mi bastavano più.

Così ero partito. Avevo riempito uno zaino di tutte le domande a cui non sapevo dare una risposta. Quelle voci insistenti mi tormentavano e così avevo deciso di coprirle con lo stridere del treno sui binari, con l'infrangersi delle onde sulla prua della nave. Non sapevo da dove venivo, né dove sarei andato; volevo soltanto perdermi il più possibile e lasciarmi trasportare dalla strada. Ho preso una cartina e ad occhi chiusi ho puntato il dito su uno paesino sperduto del sud della Francia. È stata la mia prima meta. Con il tempo ne ho dimenticato il nome, ma ricordo ancora perfettamente quello che avevo provato una volta sceso dall'autobus. Il mio cuore aveva iniziato a spingere sempre più forte sul mio petto, come se volesse uscirne; mi ero lasciato guidare verso la stretta strada che si arrampicava lungo la parete rocciosa, eccitato all'idea di perdermi in quel labirinto di vicoli rocciosi. Avrei voluto che in quel groviglio di passi la strada si chiudesse dietro di me per impedirmi di tornare indietro. In preda alla più cieca euforia, avevo raggiunto subito il punto più alto del paese. Era il piccolo giardino di un ristorante; sul cancello alcuni rami d'edera incorniciavano un cartello: "Il nido delle aquile". Ricordo di aver invidiato in quel momento quegli uccelli per quel rifugio nascosto che era stato loro donato dalla loro stessa natura. Ricordo di essermi chiesto che cosa dovessero provare nell'affidare la loro vita all'aria. Che stupido. L'abitudine mi aveva fatto dimenticare che anche la mia vita era appesa ad un filo d'aria.

Credo di essermi perso almeno una volta al giorno per due anni. Detestavo restare per più di un mese nello stesso posto. Quando erano passate quattro settimane dal mio arrivo strappavo le radici che iniziavano a spuntare dai miei piedi, chiudevo gli occhi e poggiavo il dito su un punto diverso del mappamondo. Mi illudevo di poter ricominciare dall'inizio ogni volta che arrivavo in un posto diverso. Solo adesso mi accorgo di quanto tutto questo fosse insensato.

Dopo due anni sono finito per caso su una spiaggia dell'Irlanda. Era estate. Mentre cercavo di allacciare la giacca gonfiata dal vento, guardavo dei bambini rincorrersi sui ciottoli neri. Si tuffavano dagli scogli nell'acqua color petrolio; poi, combattendo con le onde, tornavano indietro per riaprire quella sfida ancora una volta. Li guardavo correre, cadere, strisciare e ricominciare dall'inizio ed intanto sentivo un peso sempre più grande sulle spalle. Sentivo le ginocchia cedere, la mente offuscarsi. Ricordo solo di essermi ritrovato in ginocchio sui ciottoli neri, come quando mia nonna da piccolo mi appoggiava delicatamente la mano sulle spalle per farmi appoggiare all'inginocchiatoio in chiesa. Poco dopo mi sono alzato. Senza togliermi i vestiti sono entrato lentamente in acqua, passo dopo passo, trafitto dalle lame d'acciaio dell'oceano. Mi sono bagnato le gambe, l'addome, il torace e poi, soltanto alla fine, ho immerso la testa in acqua.

Mi avevano insegnato che si definisce apnea una momentanea sospensione della respirazione. Quel giorno, su quella spiaggia, ho capito che mi avevano impartito una lezione sbagliata. Per me respirare era divenuto un qualcosa di normale, era stato limitato alla banalità della consuetudine. Speravo che una corsa senza sosta potesse soffiarmi nei polmoni l'aria che avevo smesso di percepire e speravo con tutto il cuore che un giorno quella sensazione sarebbe durata più di un semplice viaggio in treno verso una nuova meta.

Quel giorno, sott'acqua, ho imparato che apnea è abitudine e che dalla mia apnea sono uscito proprio smettendo di respirare per pochi istanti. In quell'oceano così nero ho sentito di nuovo ogni cellula espandersi d'aria. L'acqua mi ha insegnato a camminare per la seconda volta, ha guidato il mio secondo primo passo. Tremando ho spinto i piedi sui ciottoli, aiutandomi con le mani. Mi sono alzato e sono scoppiato a ridere. Ho aperto le braccia e non riuscivo a smettere; mi sono ubriacato del suono della mia risata che si mischiava al rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli. Poi, con la pelle ancora bagnata, mi sono infilato i vestiti: ho inspirato ed espirato, il mio petto si è alzato e si è abbassato.

Ti chiederai dove io sia ora. Non è importante. Ti basterà sapere che mi sono fermato e che ho finalmente messo a tacere quella continua insoddisfazione. Continuo ad amare ogni sfumatura, ogni scoperta ed ogni ricerca. Ho soltanto imparato che per partire e per correre avevo bisogno di un posto dove tornare e fermarmi. Forse tutto questo ti sembrerà senza senso. Perché scrivere una lettera ad uno sconosciuto ed affidarla ad una panchina invece di infilarla in una delle tante cassette? Sarai tu a scegliere la risposta che preferisci. Io posso soltanto assicurarti che, comunque vada, uscendo da questo parco avrai già compiuto i primi passi di un lungo e straordinario viaggio.

Sperando di incontrarti inconsapevolmente in una delle tante stazioni del mondo, ti affido un po' del mio respiro. Con affetto,

Thomas.



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