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lavoro pubblicato mercoledì 28 dicembre 2016
ultima lettura domenica 19 novembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il figlio del Conte (Parte Prima)

di GiuliaDelValle. Letto 140 volte. Dallo scaffale Fantasia

Mi risvegliai che era appena sera, in un prato umido che non avevo mai visto, sotto il cielo immenso. Per quanto avevo dormito? Quand'era l'ultima volta che avevo incontrato il giorno, camminato per le strade, guardato davanti a me, respirato?

Capitolo I

Mi risvegliai che era appena sera, in un prato umido che non avevo mai visto, sotto il cielo immenso. Mi dette angoscia. Per quanto avevo dormito? Quand'era l'ultima volta che avevo incontrato il giorno, camminato per le strade, guardato davanti a me, respirato? Questo lo sapevo: era stata una vita fa.

Ricordavo tutto con estrema precisione.

Ricordavo di essere stato una persona. Se il fato mi avesse concesso qualche anno in più sarei diventato un uomo, ma morii che ero un ragazzo e uomo non ci diventai mai. Avevo una famiglia che mi voleva bene, eravamo molto benestanti, nobili di una casata oltremodo antica. Avevo un titolo, ero il figlio di un Conte.
La mattina mi svegliavo contento, facevo lunghe passeggiate a cavallo, studiavo e leggevo per ore nella ricca biblioteca del mio palazzo, ascoltavo le parole del mio precettore e promettevo bene, in tutti i sensi.
Una mattina come le altre mi svegliai dal letto, ma non trovai le forze per cavalcare.
Me ne rimasi in biblioteca e così feci per i giorni seguenti, confidando in tempi migliori. Ma quel tremendo mal di testa mi rubò anche il compiacimento della lettura, non riuscivo a scorrere le lettere senza che il mio stomaco si rivoltasse. Tornai a letto, non passò molto prima che cogliessi la situazione. Avevo tanta gente attorno e ricordo la sagoma indefinita di un dottore, sempre china su di me, fino alla fine.
Dopo qualche mese chiusi gli occhi e me ne andai o almeno così dev'essere successo, perché io da quel momento non ci fui più.

Ed eccomi qui, sotto un cielo, di sera. Sento l'aria che respiro, sono vivo non ho dubbi. Allora è così che succede? No, non può essere, non dovrebbe.
L'idea di essere un'eccezione mi schiacciò il petto, fu allora che presi coscienza del mio corpo, sospettando che non fosse affatto lo stesso in cui ero abituato a vivere. Il buio calava e la mia vista non faceva che guadagnarne, decisi di voltarmi su un fianco e pensai di volermi sollevare piantando i piedi a terra, ma oltre le mie intenzioni mi ritrovai a quattro zampe sul prato, col corpo allungato e uno spasmodico desiderio di fare attenzione a tutto. Un salice riversava i rami fin sull'erba, lo ignorai. Accanto a lui se ne stava una quercia, alta, solida e attraente.
Puntai le zampe, scattai in avanti e scalai il tronco con la falcata di un ghepardo, sfiorando foglie e schivando rumori.

"Scenda giù micio micio" il cuore mi balzò via dal petto, indietreggiai, ma sporsi la testa perché il mio nuovo spirito di curiosità me lo impose.
"Se non intende scendere dall'albero, almeno mi assicuri che ascolterà da lassù"
Avanzai sin sulla punta del ramo, facendo spuntare la mia testa fra due foglie slargate e umidicce. Sotto di me, accanto alle radici della quercia, una vecchia signora incappucciata mi sorrideva amabilmente.
"Così va meglio. Allora bel micio, questo era l'unico aspetto disponibile, spero non le sia troppo sgradito. Lasci che le descriva i particolari che non potrà apprendere da sé. Bene, cominciamo dal pelo. Il suo pelo è bianco come il latte, completamente. Il chiaro di luna lo rende argenteo, se potesse specchiarsi lo noterebbe anche ora. La sua figura è snella, i suoi baffi funzionanti e i riflessi molto fini. Quanto agli occhi abbiamo deciso di non cambiarli e se posso parlarle con franchezza, credo che quel tipo di iridi le si addicano più ora che una vita fa."

"Ditemi che non è vero" le parole che formulai nella mia mente, accompagnate dallo stringimento del mio cuore, vibrarono nella mia gola, si spansero nella mia bocca, superarono i denti e sfociarono nell'aria in una litania miagolante.
"Mi dispiace, oramai è questo il suo linguaggio. Io la comprendo, ma sono un'eccezione, per cui cerchi di non aspettarsi altrettanto da altri. Ora, per rispondere alla sua domanda: sì, è tutto vero. E se ciò ha la parvenza di un sogno, è solo perché vorrebbe che lo fosse."
"Ma gentile signora, che storia è? Non dovrei ricordare di essere stato qualcun altro, avete commesso un grave errore. Tutto questo è innaturale, innaturale in un modo rivoltante. Come posso vivere così?"
"Lei è un individuo acuto e mi dispiace, mi dispiace tanto. Ha ragione, non dovrebbe ricordare. Abbiamo tentato di strappare via la sua anima in tutti i modi, l'abbiamo lavata, strofinata, sbiancata. Abbiamo lasciato che vivesse sotto le intemperie, che il sole la bruciasse, che il vento la sferzasse, che la pioggia la affogasse. L'abbiamo sgridata, accoltellata, spaventata, pregata. Niente da fare, non ne ha voluto sapere di staccarsi dalla sua vita di uomo, dai ricordi e dalle sensazioni del ragazzo in cui ha vissuto per soli diciannove anni. Deve saperlo, le anime sono preziose, ne esistono poche, non una in più, né una in meno. Lasciarla inutilizzata sarebbe stato un sacrilegio, quindi siamo stati costretti a stendere la seconda vita sulla prima e questo è il motivo per cui, ora, ricorda ogni cosa."
"Era la mia prima vita, quella che ricordo?"
"Oh no, non dica sciocchezze! L'anima non è mai stata difettosa, dopo la morte una sciacquata bastava per farle scivolare di dosso la vita passata e su con un'altra. Così per secoli e secoli, ma non questa volta. Non so cosa dirle, deve accettarlo."
"E' mai accaduto a qualcun altro? Non si può tornare indietro?" era fastidioso esprimersi in quel modo, avevo l'impressione che le mie parole perdessero di valore.
"Ti prego, ti supplico, fai che non sia l'unico." pensai, ma non lo dissi per evitare che i miagolii se lo mangiassero.
La vecchia alzò gli occhi al cielo, una lacrima le sgorgò dall'occhio sinistro, argento liquido.
"No, ce ne sono stati, ma lei è il primo a ricordare da subito. Alcuni se ne rendono conto troppo tardi, quando l'amore per se stessi impedisce loro di credere a ciò che è stato. Si limitano ad ignorare la cosa, ma con lei è diverso. Cerchi di capirmi, io non posso aiutarla. Spero che se la cavi da solo. Addio bel micio bianco."

Capitolo II

Mi abbandonò sul ramo, da solo, come il respiro m'aveva abbandonato in quel letto una vita prima.
Piansi un poco e non seppi come quel mio pianto potesse apparire all'esterno.
In quale comportamento lo stavo traducendo? Un gatto non piange? Vero? Io però, gatto o non gatto, versai le mie lacrime in abbondanza e mi addormentai stanco. Dormii molte ore, avvolto fra due rami, in una posizione che, strano a credersi, trovai molto comoda.
Quando il pallore dell'alba si distese sul prato, i miei vecchi occhi vollero aprirsi e io mi svegliai. Uno sbadiglio mi colse d'improvviso e allora ebbi le sensazione di percepire qualcosa come un paio di baffi all'angolo della bocca. Con lo sguardo fisso a terra scalai all'inverso la mia quercia, fino a che le zampe non toccarono l'erba scivolosa di brina. Tutto quello che mi restò da fare fu avanzare da solo in quel deserto verde, dove realizzai per la prima volta di non avere niente al mondo.
Camminai a lungo e senza fatica, afferrando in breve il modo giusto di allineare quelle quattro zampe e quella coda tutta fredda che mi erano toccate in sorte.
Passarono delle ore e cominciai a sentir fame, stanchezza e un ragionevole dubbio d'essere diretto verso il nulla. Ma dopo un po' gli alberi si fecero meno radi e il gatto si ritrovò a trascinare le zampe in un bosco dal terreno soffice.
Percorsi un tratto e il bosco scomparve, cedendo il passo alla splendida visione di un ambiente abitato.
Fu lì, a distanza di pochi passi dal sentiero per una delle case costeggianti il bosco, che un bimbo mi trovò.
Mi piacque il modo dolce che ebbe di guardarmi, un atteggiamento molto confortante per un gatto solo e alla mercé del mondo, ma quando i suo occhi castani incontrarono i miei, una paura insensata mi afferrò alla gola. La paura di non essere credibile, che una semplice forma non fosse abbastanza per ingannare un bambino.
Mosse tre passi incerti verso di me ed io rimasi immobile, con le zampe che tremavano piantate a terra. Continuava a camminare con cautela e più io rimanevo sul posto, più il suo incedere si faceva sicuro. Quando fu abbastanza vicino da allungare una mano e solo allora, ebbe la certezza che quel gatto bianco non sarebbe scappato. A quel punto trovò giusto interpellarmi.
"Gatto!"
Lo disse con una fermezza tale da convincermi che fosse vero e a me non dispiacque.
"Hai paura di me?"
"Dovrei?" avrei risposto. Sì, ero spaventato.
"Gatto, vuoi venire a casa con me? Ti do da mangiare."
Credo che a quel punto la mia lingua se ne scappò dalla bocca e che, senza il mio permesso, se ne andò a inumidire baffi e naso. Il bambino, un po' perplesso dalla coincidenza, inarcò un sopracciglio.
"Riconosci il suono della parola mangiare?"
La lingua stette per ripartire in volo, ma io serrai i denti, impedendole di far danni.
A quel punto il bimbo ebbe la delicatezza di voltarsi per procedere a piccoli passi, lasciando al gatto la libera scelta di seguirlo o restarsene per conto suo in mezzo al sentiero. Quando gettò uno sguardo indietro per scoprire le intenzioni della bestiola, il bambino fu lieto di vedermi ancora al suo seguito, per nulla intimorito. Così andò avanti per un bel pezzo, sulla stessa viuzza serpeggiante, quattro curve a destra e due a sinistra. Alla fine, sempre più inoltrato nelle zone abitate, non potei più ignorare un dettaglio che già dalla fine del bosco mi era ben noto: io quelle strade le avevo già percorse.
Lo avevo fatto cavalcando, di ritorno dalle campagne. I bambini avevano preso l'abitudine di fermarmi per esaudire certe impellenti curiosità sul mio conto e io non vedevo l'ora di ascoltarle.
"E' vero che il tuo cavallo mangia fieno d'oro?"
"Non credo lo troverebbe digeribile."
"Ed è vero che il tuo castello ha mille stanze?"
"Non le ho mai contate, ma immagino ne abbia di meno."
"Ed è una cosa da nobili avere un occhio così e uno colà?"
"Oh no, è una cosa da me e basta."
La nube di ricordi in cui vagavo come un fantasma si diradò di colpo, il bambino mi stava parlando.
"Sei una bestiola insolita, sei distratta."
Lo disse con un tono diffidente che mi diede i brividi. Restò lì a fissarmi, poi sorrise e mi prese in braccio. Non protestai.
Era un bambino di natali molto umili. Lo capii nel momento in cui entrò in uno dei quartieri che non avevo mai visitato, una lunga strada con profili di casupole solide e spoglie, ingrigite dal fumo dei camini. Spostò la porta con un piede, senza privarmi delle sue braccia.
Con fare guardingo strisciò sul muro di un gran salone spoglio, dove qualche bambino e un paio di signore s'aggiravano in silenzio.
Senza produrre il minimo rumore si intrufolò nella cucina di quella grossa casa e dalla dispensa agguantò del latte e un panino bianco.
Col suo bottino sotto un braccio e il mio corpo penzolante nell'altro, salì le scale di volata e correndo per un lungo corridoio si infilò nella terza stanza a sinistra.
Chiuse la porta con la scarpa e mi posò a terra, rifugiandosi in un angolino per preparare il cibo.
Il bambino era un orfano e l'edificio in cui m'aveva portato era l'orfanotrofio della Contea.
Tornò con una scodella in mano e il sorriso in bocca. Quando la ciotola fu posata accanto a me sul pavimento e io sporsi la testa per scoprirne il contenuto, i miei occhi furono appagati dalla più magnifica delle visioni: una zuppa di pane e latte da leccarsi i baffi.
Mentre intingevo il muso nella scodella, osservato da chi si compiaceva di aver fatto felice un gatto, mi venne da ridere, rischiai di strozzarmi. Ripensai alla schiera di cuochi del mio palazzo, con un diavolo per capello prima di una cena sfarzosa o di un ballo in grande stile. Si sforzavano di elaborare finezze culinarie, per stupirmi. Se avessero assistito alla scena, sarebbe accaduto qualcosa del genere.
"Gradisce del paté di tartufo signorino? Abbiamo importato delle spezie dall'India! Mascarpone e fragole sono nelle giuste proporzioni?"
"Una zuppa di pane e latte grazie, ma attenzione, che il latte sia fresco e il pane morbido."
"Ma signorino, poteva dircelo prima invece di farci impazzire! Anzi, sa cosa le diciamo? Pussa via gattaccio! Via dalle cucine del palazzo del conte, siamo in lutto non lo sa? Un po' di rispetto."
E allora me ne sarei andato con la coda fra le gambe, pregando per la buon'anima che aveva lasciato questo mondo.
Con lo stomaco sazio e la testa più leggera, zampettai dubbioso verso il mio rosso amico, seduto sul letto ad aspettare che finissi il pasto. Se non lo avesse voluto, non avrei mai osato. Ma fu lui a farmi cenno di salire ed io, con molta grazia, gli saltai in braccio, concedendo alle mie palpebre di chiudersi e alle mie orecchie di ascoltare.
"La scuola è terribile qui, i bambini sono così stupidi. Hanno fatto della ricchezza un metro di giudizio e io sono stanco di combattere per dimostrargli che si sbagliano. Sono stanco di aspettare che qualcosa cambi."
Insieme alle sue parole, leggere carezze si spandevano sulla mia testa fino alla punta delle orecchie. Che manine d'oro!
"Sai gatto, la maestra una volta mi ha detto che tutti hanno combattuto le loro battaglie e che per quanto vivranno continueranno a combatterle. Anche tu hai combattuto le tue battaglie, non è vero gattino?"
Jack mi osservò respirare a fondo, immerso in un sonno credibile, ma del tutto finto.
"Le hai vinte?" mi domandò improvvisamente, destando in me ricordi non troppo distanti.
"Certo che le hai vinte."
Il bimbo rispose per me e questa sicurezza sopì le sue inquietudini personali.
Il gatto ne fu lieto, ma nella sua mente si diede la pena di dare al bambino una risposta diversa, una risposta vera che non avrebbe mai udito.
"Ho perso." sussurrò il gatto.


Capitolo III

Quella successiva fu per me una mattinata all'insegna della scoperta.
Mi risvegliai ai piedi del lettuccio di Jack, che la sera prima doveva avermi portato con sé a dormire. Il mio piccolo inquilino aveva avuto la premura di accostare le persiane perché la luce del mattino non mi svegliasse, ma il vento le aveva spostate senza rispetto ed eccomi qui immerso nel sole, disteso in un giaciglio di coperte aggiustate con cura solo per me. Ero grato a Jack per quella sistemazione, ma non avevo alcuna voglia di trascorrere altro tempo al letto, la sola idea mi risultava odiosa.
Un salto agile dal davanzale della finestra, uno sguardo scrupoloso all'altezza da cui mi sarei dovuto lanciare, del tutto accettabile, e giù per il viale.
Avevo sempre prediletto dei luoghi più di altri nella mia contea e tra di essi la scuola elementare non avrebbe mai potuto figurare. Al figlio di un conte certe esperienze di vita non sono concesse e la voce flemmatica del mio saggio precettore, Joseph, fu per me il sostituto di schiamazzi, risposte per alzata di mano e schiocchi di bacchette vendicative.
Ora di ricreazione, una trentina di bambini brulicanti nel cortile, quattro nell'angolo dietro al muro nascosti da sguardi indiscreti, Jack circondato dai quattro.
"Sei un poveraccio senza nessuno al mondo."
"Le scarpe con cui te ne vai in giro e ti fai bello sono mie. Te le ha rifilate mia madre per pietà, toglile."
"Ti credi intelligente Madison? Hai la testa bucata come i calzini."
Il quarto bulletto si limitò a legittimare tutti gli insulti con un mugugno.
Suonò la campanella e il gregge fu richiamato all'obbedienza dalle maestre pastore.
Il viso del mio Jack era viscido di lacrime, il suo calzino bucato posato sulla terra polverosa, le scarpe perse per sempre. Saltellò sul calzino buono fino all'ingresso di quella casa infernale, consapevole che l'esserne rientrato senza scarpe e in condizioni pietose gli avrebbe causato non poche grane. Il portone si chiuse e io non riuscii più a vederlo.
La campanella aveva tintinnato da un pezzo e i bambini avevano abbandonato il cortile per rifugiarsi malvolentieri nelle aule. Mi avviai meditabondo verso altre mete.
La chiesa se ne stava posata sul prato qualche centinaia di metri da lì e fu quello il luogo verso cui la mia mente malsana volle guidarmi.
Ovviamente non mi arrischiai a solcarne l'ingresso, non sapevo come un gatto sarebbe stato accolto, ma ebbi l'impressione che non sarebbe stata simile all'accoglienza riservata ad un ragazzo nobile. Me ne andai sul retro, dove i passerotti sbocconcellavano le molliche sparse dai frati e le rose ascoltavano il silenzio contemplando il prato verde. C'ero solo io, il clima era dei migliori e per un attimo fui convinto che, dopotutto, avrei potuto proseguire la mia vita come nulla fosse.
Poi il cancellino cigolò e nel giardino entrò mio padre, al fianco di un uomo in tonaca. Fuggii dietro ad una pianta di rose per nascondermi ai loro occhi e, cosa più importante, per nascondere ai loro i miei.
"Signor conte, le siamo molto grati per gli abiti. Avremo cura di donarli a chi non ne ha."
"Molto bene."
Silenzio. Il conte fissava il vuoto, il prete le maniche scure.
"Non fatelo prima della cerimonia." aggiunse torvo il conte.
"Non capisco signor conte."
"Gli abiti, attendete qualche giorno dal funerale per donarli."
"Oh signore, ovviamente."
"Se posso permettermi di domandarle..." sussurrò il prete, alludendo alla stoffa azzurra che il conte stringeva al petto.
"E' un panciotto" rispose il conte.
"Capisco."
"Lo portava che aveva poco più di nove anni. Era molto carino con questo indosso, è cresciuto in fretta ed è stato della sua misura solo per qualche mese, ma mia moglie lo adorava. Con l'azzurro del gilet e i suoi capelli biondi sembrava un angioletto. Era molto carino."
"Lo so signor conte, lo sappiamo tutti."
Mio padre abbozzò un sorriso e si disfò dell'ultimo abitino consegnandolo nelle mani dell'uomo di fede. Tossicchiò, indossò il cappello e se ne andò.
Il prete entrò in chiesa e ne uscì con un pacco dei miei vestiti, vecchi e recenti. Li ripose in una cantina attigua che badò a serrare col lucchetto, in attesa del momento giusto per attingerne.
Sgusciai dal mio nascondiglio e condussi il mio corpo sottile attraverso una fessura rosicchiata sulla porta della cantina. La mia vista eccellente mi permise di discriminare fra giacche, pantaloni, camicie, camiciole da notte e molto altro. Morsi il gilet azzurro e trascinai la mia conquista fuori da lì, come mamma gatta col suo piccolo, un ruolo in cui faticai ad immaginarmi.
Sbirciai il ritorno di Jack dalla finestra della sua camera, un luogo strategico per osservare la strada di giorno e fissare le stelle di notte.
Calciava la polvere, con la tracolla di pelle penzolante da una spalla. Le scarpe erano state recuperate e le lacrime non c'erano più, ma l'umore era lo stesso.
Poi lo persi di vista e un secondo dopo ascoltai la porta del salottino sbatacchiare depressa. Era tornato! Era tornato ed io ero molto contento. Saliva le scale e la mia eccitazione balzava alla stelle. Ultimo scalino, era molto vicino, un istante e sarebbe comparso.
Jack entrò in camera e ciò che vide fu un gatto sul davanzale della finestra, con lo sguardo perso nel vuoto, senza il più lieve interesse nei confronti del suo ritorno. Il bambino ne rimase sorpreso. Avrebbe detto, se la logica non lo avesse corretto, che il fare così assurdamente disinvolto di quel gatto fosse il risultato di una certosina opera di costruzione. Ma il gatto era un gatto e i gatti non fanno teatro.
Solo allora il micio bianco lo degnò di uno sguardo sfuggente, prima di saltare sul letto e rimanervi per ore a dormire.
"Ma sì dormi pure, intanto non ho nulla da raccontarti." commentò Jack, con un sarcasmo tristemente precoce.
"Cos'hai lì sotto?"
Jack fu costretto a sfilare da sotto la schiena del micio, ronfante e immobile, un pezzo di stoffa di cui non ricordava l'esistenza. Un istante dopo eccolo davanti allo specchio, vestito di un panciotto azzurro di squisita fattura, un abito incantevole che ne esaltava il figurino sottile. Chi poteva aver lasciato quella meraviglia sul suo letto?
Jack andò a distendersi con lo sguardo in aria e stremato dalle emozioni della giornata, finì per addormentarsi.
Quando si risvegliò la luna era già calata da un pezzo e fra le querce di fronte alla casa era già notte.
Fu allora, vacillando con lo sguardo nell'oscurità, che Jack scorse il gatto ritto sul davanzale della finestra, intento a contemplare le stelle. E fu osservandolo in quella circostanza, del tutto dimentico di chi fosse o di chi non fosse, che il bambino fece una singolare scoperta.
Attraverso il vetro, illuminato un poco dal chiaro di luna, il micio bianco disegnava il riflesso di una persona. Il profilo delicato di un ragazzo con la testa rivolta al cielo, un'ombra dalle gambe incrociate che riposava nello stesso atteggiamento elegante del gatto che l'aveva generata.
Jack trasalì, ebbe paura. Trascinò d'istinto le coperte fino al collo, ritrasse le ginocchia tremolanti al petto, sedò il respiro affannoso per non far rumore. Stava dividendo la stanza con un demone? Lo avrebbe divorato non appena il sonno avesse trionfato sulle sue palpebre? Fece forza a se stesso e il suo sguardo tornò a concentrarsi sulla figura alla finestra. C'era ancora lui, il ragazzo di prima, di cui ora si soffermò a notare i particolari. Indossava abiti eleganti, da cerimonia, splendidi ma terribilmente tristi. Dallo sguardo si sarebbe detta una persona persa, una creatura inesistente che pure respirava ancora, appannando il vetro col suo stesso fiato.
Le ultime vestigia di paura abbandonarono le membra del povero Jack, che non aveva più ragione di temere il ragazzo alla finestra, per un semplice motivo: lo aveva riconosciuto.

Capitolo IV

Il dottore si alzò all'alba, con un pessimo presentimento. Solcò il corridoio di casa col naso e i piedi ghiacciati, diretto al camino del salotto. Non sarebbe bastato tutto il fuoco del mondo per scaldare un inverno simile, il più gelido e silenzioso degli ultimi vent'anni. L'uomo in vestaglia mise su l'acqua per il tè, tagliò una fetta di pane e attinse ad un barattolo di marmellata sulla credenza. Quando il bollitore fischiò e il tè arse nella tazza fra le sue mani intirizzite, il dottore scostò la tenda in cucina e stette lì a guardare. C'era una distesa di neve fresca, tanto bianca quanto sterminata. Nessuno avrebbe potuto dire dove la valle avesse fine o dove le colline si rialzassero per cedere il passo ai monti, se non fosse stato per la sagoma di un castello lontano, indefinita e oscillante nell'aria lattiginosa. Per quanto distante, quella visione diede una gran pena al cuore del dottore. Con lo sguardo perso nel bianco si ritrovò ad immaginare se stesso.
Avrebbe dovuto raggiungere quel luogo come tutte le mattine da qualche mese, avrebbe tenuto saldo il bauletto nero in carrozza e stretto le mani fra loro fino a non sentirle. Avrebbe percorso il viale maestro che lo separava dal castello, sarebbe stato accolto dal maggiordomo di turno e da una madre apprensiva, avrebbe salito le scale e varcato la soglia della decima stanza a destra.
Avrebbe visto lui nel letto e lui avrebbe risposto con un sorriso, sveglio solo per porgergli un saluto. Ma a volte, nei giorni meno felici, gli era capitato di trovarlo addormentato e il pensiero che il giorno presente potesse essere uno di quelli, lo riempiva di angoscia. E così, senza che il dottore se ne rendesse conto, il sorriso di quel ragazzo si trasformò nell'evento cruciale della sua giornata.
"Papà" una ragazza in camicia da notte interruppe il suo viaggio mentale.
"Elena" sussurrò il dottore a sua figlia. Per un secondo il destino del suo giovane paziente gli parve sovrapporsi all'immagine della sua amata figliola, rabbrividì.
"Uscirai presto anche oggi?"
"Temo di sì amore, è un impegno fisso."
"Per quanto ancora?" Elena si morse la lingua, le sembrò di aver appena bestemmiato. Eppure non poteva farci niente. Voleva suo padre e i suoi pazienti glielo sottraevano costantemente. Chi era quel nobile viziato che da sei mesi si arrogava il diritto di occupare tutto il suo tempo? Quale disturbo cronico da aristocratico lo affliggeva? Non poteva immaginarlo né saperlo, perché il dottore non le aveva mai riferito nessuno dei suoi casi.
"Elena, non so dirtelo. Torna a letto, ti voglio bene."
La ragazza versò del tè, baciò il padre e tornò in camera sua come le era stato detto.
Quando il dottore partì con la valigetta al seguito e la carrozza scalpitò lontano verso le colline, Elena trangugiò il suo tè, indossò un abito di lana, una giacca di pesante, un abbondante cappello da neve e uscì di casa con uno scopo ben preciso: conoscere ciò che suo padre non le aveva mai raccontato.
Al castello bussarono alla porta, il tocco ordinario di un medico giunto a destinazione. Quella mattina fu Joseph il precettore ad accogliere l'ospite nel castello, con un'espressione che non lasciava nulla di buono da intendere.
Il dottore solcò le scale di volata e irruppe affaticato nella decima stanza a destra, dove il conte e la sua signora sedevano attorno un letto a baldacchino, al centro di una camera da letto illuminata dal chiaro di un'alba nevosa.
Il dottore cominciò la visita di rito, ogni giorno più deprimente delle precedenti. Slacciando la camiciola del ragazzo, non poté fare a meno di notare quanto penosamente la malattia lo stesse abbracciando.
Quel povero corpo si era ridotto a una lastra e il medico ebbe l'impressione di poterlo spezzare col tocco di un dito. Un pallore mortifero copriva la pelle, ma gli occhi socchiusi giacevano in conche nere e profonde. Riusciva a ricordare a stento quanto quella creatura fosse stata bella, un tempo. E il pensiero più atroce era che molto probabilmente non sarebbe tornata ad esserlo.
"Siamo agli sgoccioli."
La signora fuggì via piangendo e il conte la seguì mugolando. Il medico si congedò dal suo fragile paziente e corse fuori a confortare i genitori.
Ma il figlio del conte non rimase solo a lungo in quell'enorme stanza, perché d'improvviso, dalla finestra alla parete, comparve una fanciulla. Se ne stava sulla terrazza del castello, che doveva aver raggiunto dagli scaloni sul retro.
Offuscava il vetro col suo fiato e indagava l'interno della camera assottigliando lo sguardo. Ben presto capì di poter aprire la finestra e contro il freddo che le rattrappiva le mani, lo fece. La accostò non appena fu entrata, cosicché neppure un alito d'inverno potesse seguirla all'interno del castello. Il calore pungente del camino le fece lacrimare gli occhi, l'aria era opprimente.
Poi lo vide e l'impressione che quella vista le provocò, la spinse a ritrarsi.
Ricordava quel ragazzo, lo aveva visto tante volte.
La domenica in chiesa sedeva sempre in prima fila con il conte e la contessa, sulle panche riservate alla sua famiglia. Qualche volta, dalla finestra, le era capitato di vederlo a cavallo, mentre solcava i prati che separavano il castello da casa sua.
Nessuno li aveva mai presentati e sebbene lei lo conoscesse, come il resto della Contea, lui molto probabilmente non l'aveva mai vista. Ricordava il suo aspetto, il portamento, il suono squillante delle sue risate quando rispondeva alle domande dei bambini che lo fermavano per strada.
Ma di quella persona, davanti ai suoi occhi, su quel letto, giaceva a mala pena l'ombra. Le venne da piangere.
Si volse a guardare la neve che cadeva in silenzio e subito una sensazione le salì allo stomaco. Guardò il ragazzo e sentì che era urgente, necessario, una questione di vita o di morte.
Con entrambe le mani sollevò il capelli dalle spalle per evitare che ricadessero in avanti, chinò la testa, chiuse gli occhi e lo baciò sulla fronte. Poi accostò la bocca al suo orecchio e sussurrò una sola, lapidaria, parola.
In quel momento, contro ogni previsione, la coscienza del fanciullo tornò ad affiorare e gli occhi di Elena si trovarono a incrociare lo sguardo lucido di un'ombra.
"Non si può" le disse piano.
La figlia del dottore, con l'impressione di essere in un sogno, pose all'ombra la domanda più naturale che le venne in mente.
"Perché?"
"Perché è tardi" rispose il ragazzo con un filo di voce.
Elena fissò uno dei suoi occhi, poi l'altro, poi tutti e due assieme.
"E' una circostanza disperata" pensò fra sé. "Non c'è motivo di risparmiarsi"
Fattasi coraggio, scrutò di nuovo quel corpo fragile, chinò di nuovo la testa e con la voce che tremava, sussurrò delle parole che riempirono di tristezza gli occhi del fanciullo.
"E' una buona ragione, no?" aggiunse Elena, questa volte a voce udibile.
Il ragazzo stette a fissarla per una manciata di secondi, poi la ragione scivolò via da lui come un abito fuori misura e il figlio del conte cadde di nuovo nell'oblio.
L'intrusa rimase immobile a fissarlo e un attimo dopo una voce le rubò il cuore dal petto.
"Chi sei?" esclamò una vocina all'ingresso. Elena lo riconobbe, era il bambino che da qualche tempo aveva l'abitudine di bussare alla loro porta per aggiornare suo padre in merito alle condizioni del nobile ragazzo che aveva in cura. Il conte e sua moglie, così il dottore le aveva detto, avevano assunto il ragazzino come valletto, per assistere il figlio e sbrigare le faccende. Era stato un frate del villaggio a suggerire loro quel particolare bimbo, pescandolo da un orfanotrofio della Contea.
"Sei Jack, non è vero?"
Il bambino rimase interdetto, pensò un poco e scelse le parole.
"La figlia del dottore?" domandò ad Elena e lei annuì.
"Mio padre non sa che sono qui, non farne parola te ne prego."
"Certo tranquilla, non dirò nulla."
Elena lo osservava tenere in mano una bacinella di pezze e acqua fredda, ritto sulla soglia senza un'idea precisa di cosa dovesse fare.
"Non sta molto bene, vero?" gli domandò ingenuamente.
Il bambino le rispose scuotendo la testa, poi aggiunse qualcosa.
"Mi piace prendermi cura di lui, purtroppo da quando lo faccio non è mai stato abbastanza cosciente da parlarmi. Se mai dovesse guarire e svegliarsi, temo non si ricorderebbe di me. Io però mi ricorderei di lui e questo basterebbe."
Elena sorrise alle dolci parole del bimbo, così affezionato al ragazzo sul letto da giungere a simili considerazioni.
Rumori di passi risuonarono in corridoio, la ragazza fissò il valletto spaesata.
"Stanno tornando, vai via dalla finestra!"
Elena uscì nella terrazza da cui era entrata, discese la scalinata lucida di ghiaccio e corse quanto più velocemente le riuscì di fare, inciampando varie volte nella neve.
Raggiunse il vialetto di casa e scelse di usare l'ingresso sul retro, perché sua madre doveva essersi svegliata da un pezzo.
Prestando molta attenzione a non lasciare tracce di neve in corridoio, filò in camera nel silenzio più profondo, mentre rumori di acqua e tazze echeggiavano dalla cucina. Qualche ora dopo la moglie del dottore, immersa nella preparazione del pranzo della domenica, sollevò lo sguardo dal polpettone che stava impiastricciando e sua figlia le apparve all'ingresso, sbadigliante e in vestaglia.
"Hai dormito molto." commentò la signora con tono gioviale.
"C'è del caffè?" domandò Elena stropicciando gli occhi.
La madre annuì e le riempì una tazza.
"Hai gli occhi rossi, cos'hai fatto?"
"E' il calore del camino." mentì la ragazza.
A metà della mattina la temperatura s'alzò di colpo e dal cielo bruno venne giù la pioggia. Il silenzio ovattato della neve fu infranto dallo scroscio di un temporale, i contorni delle case tornarono a rendersi visibili, il vento a tirare.
"E' la vita che torna Elena, e l'inverno che se ne va." commentò la signora apparecchiando la tavola per il pranzo, mentre sua figlia, osservando il padre di ritorno sul vialetto di casa, provò la più opposta delle sensazioni.
Bussò alla porta, la moglie corse ad aprirgli e il medico depose l'ombrello e la mantellina prima di mettere piede in salotto.
"Non ammetto repliche, questo pomeriggio non potrai tornare al castello, il temporale è troppo violento." lo ammonì la moglie, privandolo premurosamente della giacca zuppa di pioggia.
Ma il dottore non reagì alla richiesta della consorte, né lei sembrò carpirne lo stato d'animo.
Elena però, restando sulla soglia del salone ad osservare la scena, fu invasa dal terrore di aver capito ciò che stava sfuggendo a sua madre: che il temporale non sarebbe stato un problema, perché al castello suo padre non sarebbe più tornato.
L'uomo sedette in poltrona, respirò a fondo e fissò il pavimento.
"Il ragazzo se ne è andato."
Calò il gelo su tutti loro. Elena chinò la testa e sua madre portò una mano alla bocca.
Il dottore distolse lo sguardo verso la pioggia e sospirò.

"La neve s'è sciolta e lui non lo vedrà mai, perché è appena finito il suo mondo."



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