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lavoro pubblicato mercoledì 28 dicembre 2016
ultima lettura mercoledì 21 ottobre 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Fleabag, il telefilm

di GiuliaBerti. Letto 431 volte. Dallo scaffale Umoristici

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Fleabag,

sarcasmo e sessualità sotto il cielo di Londra

Uomini sessualmente insicuri, raduni femministi per donne dal passato turbolento, sexibitions, turpiloquio cesellato dalla tipica e costantemente rimarcata courtesy britannica, un caffè a tema porcellini d’India ed una protagonista caricaturale ‘senza nome’: Fleabag colora i teleschermi di BBC Three con questi e molti, molti altri tratti marcati, irruenti, ambigui e grotteschi.

Il suo stesso titolo, Fleabag, traducibile in italiano come ‘sacco di pulci’, rimanda immediatamente all’immagine controversa e denigrante della protagonista, il surrogato di una New Woman che colleziona fallimenti e prestazioni sessuali occasionali mentre cerca di tirare avanti un minuscolo caffè, aperto in società con la sua migliore amica, sito nei sobborghi londinesi.

La trama è prettamente inesistente: il nucleo narrativo non fa altro che arricchirsi puntata dopo puntata di tematiche di una certa importanza, fatte vivere attraverso personaggi dai profili ad un tempo buffi e drammatici. La relazione interpersonale è il grande tema di questa straniante black-humor comedy articolata in sei parti, ovvero sei episodi, da ventisei minuti ciascuno. La serie si ispira, infatti, all’omonima opera teatrale dell’autrice ed interprete Pheobe Waller-Bridge, vincitrice del premio Edinburgh Fringe First Award come drammaturga più promettente, che attraverso la prorompente e volgare forza verbale racconta la tragicomica esperienza di una donna senza prospettive né troppi scrupoli. I suoi geniali monologhi rivolti allo spettatore richiamano l’esperienza shakespeariana dell’aside, intervallando costantemente le inquadrature e i tantissimi dialoghi, talmente numerosi da risultare volutamente forzati nel riempire quasi ogni scena.

Significativo è l’episodio in cui la protagonista e sua sorella maggiore trascorrono un week end in una villa a spese del padre, il quale pensa, grazie a iniziative di questo genere, di alleggerire le figlie del peso della recente morte della madre: lì dovranno rimanere in silenzio per tutto il tempo, meditando e maturando emotivamente. I controversi rapporti tra padre e figlia o tra matrigna e figlie acquisite rimbalzano così tra le scene, mai indiscrete, di sesso dozzinale, alcolismo time-killing, e problemi della vita di tutti i giorni. Si passano in rassegna, nei pochi episodi, una serie di ‘tipi umani’ dalle qualità più assurde, che nell’incontro con la protagonista ne scompaginano certezze ed abitudini. Tra le tante stranezze della nostra ‘innominata’ Fleabag, infatti, emergono parimenti quelle degli altri personaggi, portandoci a riconsiderare il concetto di ‘normalità’. Un’esperienza teatrale che affonda le sue radici nella stand-up comedy inglese senza scadere nella comicità spicciola, ora graffiando ora solleticando lo humor in una splendida miscela di personaggi alla Bridget Jones ed alla Amélie Poulain. Una narrazione lucidamente sincera, brillante, diretta. Un telefilm fresco e disincantato, che porta finalmente sul piccolo schermo la storia che non ci aspetteremmo mai ci venisse raccontata, lasciandoci talora curiosi, talora sorpresi.



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